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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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Il 28 ottobre EMERGENCY ti aspetta in piazza.
I volontari saranno presenti in oltre 200 piazze italiane per presentarti i progetti dell’associazione e per illustrarti in particolare l’attività del Centro «Salam».
Sui banchetti sarà inoltre disponibile il nuovo calendario 2008 di Emergency – SCENARI DI PACE.
| Afghanistan - 09.6.2007 |
| Hanefi in pericolo di vita |
| Grave crisi renale per l’uomo di Emergency. Le autorità gli negano le cure |
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Emergency ha ricevuto dall'Afganistan notizie drammatiche su Rahmatullah Hanefi.
“Mercoledì – dichiara il vicepresidente dell’Ong, Carlo Grabagnati – anche i carcerieri hanno notato ciò che ai visitatori autorizzati sfuggiva o non interessava: che Rahmat stava male. Lo hanno accompagnato in un ospedale, dove si i medici hanno dichiarato che il suo unico rene appare gravemente compromesso e richiede cure urgenti. Nonostante il parere dei sanitari, i servizi di sicurezza afgani lo hanno ricondotto in carcere, rinchiudendolo in cella di isolamento”. “Ci sentiamo in dovere di comunicare – prosegue Garbagnati – che sin dall'inizio della vicenda la delicatissima condizione di Rahmat, che ha un solo rene, è stata da noi portata a conoscenza del presidente del Consiglio Romano Prodi e del ministro degli Esteri Massimo D'Alema. Nessuno di loro ha mai dato segno di essersi interessato a questo aspetto del problema”. Il vicepresidente di Emergency ha poi rivolto un accorato appello: “Rahmatullah si trova in pericolo di vita! Sollecitiamo tutti a fare il possibile per salvarlo”. Poco confortanti anche le notizie che riguardano l’aspetto legale della faccenda. “Mentre la Farnesina assicura che tutto sta imboccando ‘i binari della legalità’ – dice Garbagnati – da una settimana all'avvocato nominato da Rahmat continua a essere negato l’accesso al fascicolo processuale del suo assistito”. |
Intervista al presidente Vladimir Putin: "Non so chi può avere ucciso Anna Politkovskaja
Non abbiamo alcun desiderio di tornare al totalitarismo"
"Quella morte è un danno
per la leadership russa"
di DANIEL BROESSLER e WERNER KILZ
MOSCA - Signor presidente, non lontano da qui, dal Cremlino dove Lei governa, la giornalista Anna Politkovskaja è stata assassinata, pochi giorni prima della sua visita in Germania. Lei come ha reagito alla morte della persona che era la sua accusatrice più dura?
"L'assassinio di una persona è un crimine gravissimo, davanti alla società e anche di fronte a Dio. Dobbiamo arrestare e condannare i criminali. Purtroppo non è l'unico crimine di questo genere in Russia. Faremo di tutto per catturare gli assassini. La giornalista Politkovskaja era una voce critica contro l'attuale equilibrio di potere. In generale questo è tipico dei media, ma lei aveva assunto posizioni radicali. Negli ultimi tempi si era dedicata alla critica del potere in Cecenia. Ma la sua influenza politica non era molto grande. Era nota negli ambienti dei difensori dei diritti umani e nei media occidentali".
A chi giova la sua morte?
"L'assassinio della signora Politkovskaja è un grave danno per la leadership russa e specialmente per quella cecena. Un danno molto più grave di qualsiasi articolo di giornale. Questo orribile crimine causa un grande danno morale e politico alla Russia. Danneggia proprio il sistema politico che noi stiamo costruendo, un sistema in cui la libertà d'opinione è garantita a tutti, anche nei mass media".
Gli oppositori in Russia ritengono che il suo alleato più importante nella capitale cecena Grozny, il premier Ramzan Kadyrov, sia il possibile mandante dell'assassinio. Lo ritiene possibile?
"No. Posso anche spiegarvi perché. Le rivelazioni della signora non hanno né danneggiato la politica di Kadyrov né creato ostacoli alla sua carriera politica. Ramzan Kadyrov appartiene ai gruppi che un tempo hanno combattuto contro le truppe federali in Cecenia. Negli organi di sicurezza e nelle istituzioni cecene oggi possono lavorare tutti, a prescindere dalle loro opinioni o dal loro passato. I rapporti di forza politici in Cecenia sono complessi, ma questo non è un motivo per un omicidio. Forse c'è stato fastidio o collera per l'attività della giornalista, ma non posso immaginarmi che un esponente ufficiale possa pianificare un crimine così orribile".
Anche prima di questo crimine, i dubbi sulla libertà di stampa in Russia sono gravi. La tv non critica mai il presidente. Nel rapporto mondiale sulla libertà di stampa stilato da Reporter senza frontiere la Russia è piazzata malissimo, al 140mo posto. Lei ritiene che i media in Russia siano liberi?
"La Russia vive in una fase di transizione. I mass media si sviluppano, crescono. Nel nostro paese esistono diverse migliaia di emittenti tv. Per quanto gli uomini al potere possano auspicarlo, un controllo di un sistema mediatico così gigantesco non è possibile. Ancora più numerosi sono i media della carta stampata: 35mila testate, di cui oltre metà con partecipazione di editori stranieri".
Nella visita in Germania affronterà domande sui diritti umani, la libertà di stampa, la democrazia. Ciò la infastidisce? Si sente sottoposto a lezioni dall'esterno?
"No, mi ci sono abituato. Io credo che facciamo troppo poco per spiegare la situazione reale in Russia. Ci accusano ad esempio per una presunta concentrazione del potere a Mosca. Eppure la Germania ha deciso una riforma del federalismo che limita sostanzialmente il potere della Camera delle regioni. Ma questo non ci spinge a parlare di tendenze antidemocratiche in Germania. E' molto difficile capire dall'esterno cosa sia bene o male per un paese. Ma vi dico una cosa: noi non abbiamo alcun desiderio di tornare al sistema sovietico del centralismo e del totalitarismo. Guardate la carta della Russia: è un territorio gigantesco, il paese più vasto della Terra. Ci sono centinaia di gruppi etnici. Ma noi faremo di tutto per rispettare i principi del mondo civile - la democrazia - e per rispettare i diritti e le libertà dei nostri cittadini".
Come deve reagire la comunità internazionale al test atomico nordcoreano?
"Sarebbe troppo poco dire che siamo delusi. Noi condanniamo il test. Ha causato danni immensi al processo di non proliferazione delle armi nucleari. Primo, Le relazioni internazionali devono essere organizzate in modo da poter impedire eventi simili. Dobbiamo fare di tutto perché viga ovunque il diritto internazionale. Ogni Stato, grande o piccolo, deve sentirsi sicuro. Serve un sistema internazionale con piene garanzie di sicurezza per tutti. Allora i piccoli Stati non punteranno a dotarsi delle armi più moderne. Secondo: tutti gli Stati devono avere lo stesso diritto di accesso alle più moderne tecnologie, anche alla tecnologia nucleare. Naturalmente solo a scopi civili. Terzo, dobbiamo rafforzare il sistema di non proliferazione delle armi nucleari. Sarà già un successo tradurre in pratica i primi due punti. Quanto alla situazione in Corea del Nord, dobbiamo agire con mezzi politici e diplomatici, come con l'Iran. La nostra reazione deve essere adeguata".
Ritiene che sanzioni contro l'Iran siano possibili, visto il duro rifiuto di Teheran di sospendere l'arricchimento dell'uranio?
"Stiamo studiando tutte le opzioni. Ci sono possibilità di risolvere il problema. Non dovremmo spingerci in un vicolo cieco. Io non vorrei parlare prematuramente dei risultati dei colloqui, ma se c'è disponibilità al compromesso, si troverà una soluzione. Gli anni passati hanno mostrato che simili questioni possono essere risolte solo insieme. Una delle parti in causa non può imporre la sua opinione a tutte le altre".
E quale soluzione è possibile per la Corea del Nord?
"Con la Corea del Nord già da anni non si svolgono più negoziati. Non voglio discutere sulle cause di ciò, ma non si può interrompere il processo di dialogo. La luce alla fine del tunnel deve restare visibile".
(Copyright Sueddeutsche Zeitung-La Repubblica)
(11 ottobre 2006) Torna su
Afghanistan, Emergency: nostri ospedali sequestrati da governo
lunedì, 7 maggio 2007 9.55
Versione per stampa
ROMA (Reuters) - L'ong Emergency ha denunciato oggi il tentativo di esproprio delle sue strutture sanitarie in Afghanistan da parte del governo di Kabul, come si legge in un comunicato pubblicato dal sito Peacereporter.
"Abbiamo avuto notizia che il governo afgano ha deciso di impossessarsi delle strutture costruite e attivate da Emergency, destinate ai cittadini afgani e ai loro bisogni", si legge nel comunicato dell'ong pubblicato in parte su www.peacereporter.net.
Gli ospedali afghani della ong fondata dal chirurgo Gino Strada erano stati chiusi, e il personale internazionale che ci lavorava evacuato, in seguito all'arresto da parte del governo di Kabul del collaboratore afghano di Emergency Rahmatullah Hanefi, che aveva lavorato da mediatore nella liberazione dell'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, avvenuta il 19 marzo scorso.
"Non possiamo in nessuna forma contrastare questa iniziativa di requisizione, che si rende possibile come azione di forza conseguente ad altre azioni di forza che ne hanno posto le premesse", continua il comunicato di Emergency.
Come condizione minima per riprendere le attività, Strada aveva chiesto la scarcerazione di Hanefi. Più che a liberarlo, però, il governo del presidente afghano Hamid Karzai sembra essere interessato a processarlo.
"Ho avuto da parte del presidente Karzai l'assicurazione che Hanefi, entro due settimane, sarà sottoposto all'eventuale giudizio in vista del quale saranno inevitabilmente formulati i capi di imputazione", ha detto ha SkyTg24 il ministro della Difesa Arturo Parisi, dopo una breve visita al paese centroasiatico.
C’è un modo di sostenere Emergency che non costa nulla.
La finanziaria 2007 ha riconfermato la possibilità di destinare una quota pari al 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a sostegno del volontariato e delle organizzazioni di utilità sociale.
Destinando a Emergency il tuo cinque per mille, contribuisci a realizzare gli obiettivi dell’associazione senza alcun aggravio delle imposte.
Puoi esprimere il tuo sostegno a Emergency firmando nell’apposito spazio della dichiarazione dei redditi («sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale») e indicando nello spazio sottostante il nostro codice fiscale:
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US 'arrogant and stupid' in Iraq
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Alberto Fernandez told al-Jazeera TV the US was now willing to talk to any insurgent group apart from al-Qaeda in Iraq, to reduce sectarian bloodshed. His remarks came after President George W Bush discussed changing tactics with top military commanders. A report that officials are drawing up a timetable for Iraq's government to improve security has been denied. The New York Times reported that the Bush administration was preparing a timetable for the government to meet objectives - including disarming sectarian militias - that would stabilise the country and allow US troops to take a reduced role.
The plan is "to get the Iraqis to step up to the plate", the newspaper cited a senior administration official as saying. "We can't be there for ever," the official added. But White House spokeswoman Nicole Guillemard denied the report. "The story is not accurate, but we are constantly developing new tactics to achieve our goal," she said. Meanwhile, British Foreign Office Minister Kim Howells, in an interview with the BBC, has suggested that the Iraqi security forces could take over much of the work of US-led forces within a year. 'Regional disaster' Mr Fernandez, an Arabic speaker who is director of public diplomacy in the state department's Bureau of Near Eastern Affairs, told Qatar-based al-Jazeera that the world was "witnessing failure in Iraq". "That's not the failure of the United States alone, but it is a disaster for the region," he said. "I think there is great room for strong criticism, because without doubt, there was arrogance and stupidity by the United States in Iraq." On talks with insurgent groups, he said: "We are open to dialogue because we all know that, at the end of the day, the solution to the hell and the killings in Iraq is linked to an effective Iraqi national reconciliation." 'Goal is victory' Mr Fernando's comments came after Mr Bush said in his weekly radio address that US troops were changing tactics to deal with the insurgency.
"Our goal in Iraq is clear and unchanging," he said. "Our goal is victory. What is changing are the tactics we use to achieve that goal." He later held a teleconference call with senior military commanders, as violence continued in Iraq. Saturday saw 17 people killed in a mortar attack on a market near the capital, Baghdad, while three US marines killed in Anbar province, bringing the total number of US troops killed in Iraq in October to 78. The BBC's James Westhead in Washington says that while there is no official change in US strategy, change is on everyone's lips. A new poll weeks before key Congressional elections shows two-thirds of Americans believe the US is losing the war in Iraq. |
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EMERGENCY sarà presente con migliaia di volontari in oltre 200 piazze italiane per far conoscere i 12 anni di attività dell’associazione e dire insieme "no alla guerra".
Presso tutti i nostri banchetti, con una piccola donazione, potrai ricevere il nuovo calendario 2007 realizzato con i disegni originali di 12 illustratori italiani.
I fondi raccolti andranno a sostegno del Centro chirurgico per vittime di guerra “Tiziano Terzani” di Lashkar-gah, in Afganistan.
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Versamenti su Carta postepay: 4023 6004 3028 4846 intestata a Rosario Citriniti.
Si può anche versare con Bonifico bancario intestato a: Cooperativa MAG4 Piemonte sul conto corrente 130107022
ABI 08833 CAB 01000 [BCC Casalgrasso Ag. Torino] Importante segnalare la causale Emergenza Palestina.
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Il Consiglio dei ministri ha varato il decreto di rifinanziamento di
tutte le missioni militari all'estero tra cui quella in Afganistan.
Di seguito la posizione di Emergency.
EMERGENCY: RIPUDIARE LA GUERRA O LA COSTITUZIONE?
Il governo italiano rifinanzia la "missione militare" in Afganistan.
Il governo italiano decide cosi' di accettare la guerra "come mezzo di
risoluzione delle controversie internazionali".
Questa decisione e' compatibile con la lettera e con lo spirito
dell'articolo 11 della Costituzione?
Il governo italiano e' determinato a violare l'articolo 11 della
Costituzione?
I componenti del governo hanno giurato di rispettare la Costituzione.
I componenti del governo sono determinati a violare i loro giuramenti?
Quando questo governo decide di protrarla, la guerra in Afganistan e'
durata per l'Italia gia' quanto la seconda guerra mondiale.
Nessun presidente o ministro ha detto a quale risultato raggiungibile
miri la guerra in Afganistan; nessuno sa seriamente dire che cosa
dovrebbe o potrebbe accadere per considerarla conclusa.
La guerra in Afganistan e' potenzialmente una "guerra infinita".
Il governo italiano ribadisce la partecipazione a questa "guerra
infinita".
L'aggressione all'Afganistan e' avvenuta per scelta unilaterale
nell'ottobre 2001 senza alcuna parvenza di legalita' internazionale,
in violazione dello Statuto delle Nazioni Unite.
Le sole ragioni addotte per la rinnovata partecipazione dell'Italia
sono di appartenenza e di subordinazione. Ragioni false, peraltro.
Non ha fondamento o contenuto l'affermazione che, rifiutando la
partecipazione a questa guerra, l'Italia "uscirebbe dall'Europa".
E' altrettanto improbabile che rifiutarsi a questa guerra comporterebbe
per l'Italia "uscire dalla Nato", un'alleanza militare nata come
difensiva per un'area e divenuta strumento di aggressione in altre
parti del mondo.
L'aggressione di apparati e media a parlamentari che intendono
rispettare l'articolo 11 ignora e viola l'articolo 67:
"Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue
funzioni senza vincolo di mandato".
"La coscienza" dei parlamentari merita rispetto se si parla di un
grumo di cellule, ma deve tacere sulla vita o la morte di esseri umani
gia' perfettamente formati?
C'e' chi sottomette le convinzioni alle opportunita'.
Abbiamo il massimo apprezzamento per chi antepone la coerenza morale e
istituzionale a qualsiasi genere di convenienza.
Il testo dell'appello per il ritiro delle truppe
questo appello, scritto nell’ora tragica in cui le vittime di guerra italiane dei due teatri di guerra Iraq e Afghanistan, tornano in Italia per ricevere i funerali di Stato, cade anche nel momento in cui il nuovo Parlamento della Repubblica inizia i suoi lavori. Vorremmo che fosse un nuovo inizio o meglio una svolta. Una decisa svolta in politica estera con scelte coraggiose per una vera politica di disarmo, per attuare con scelte concrete l’art.11 della nostra Costituzione.
Poiché, secondo l’art. 11, non è possibile usare la guerra come mezzo per risolvere le crisi internazionali, la prima scelta che si impone, che chiediamo al nuovo Parlamento, è quella di interrompere le missioni militari in teatri di guerra e ritirare le truppe italiane dall’Iraq e dall’Afghanistan.
L’unica verità della guerra sono le sue vittime.
Purtroppo in tanti ci accorgiamo di questa verità solo quando le vittime sono i soldati italiani e fatichiamo a realizzare questa stessa verità quando le vittime non le vediamo, sono “altre”, anche se abbiamo saputo in modo indiretto che migliaia di persone sono state trucidate a Falluja, a Ramadi, torturate ad Abu Ghraib, bombardate nei villaggi afgani o saltate in aria e mutilate dalle clusters bombs sia in Afghanistan che in Iraq.
Ma se è vero che l’unica verità della guerra sono le sue vittime, se è vero che in nome di questa verità migliaia di persone sono scese in piazza con la bandiera arcobaleno nel nostro paese, reclamando una politica di pace, allora Vi chiediamo, facendo appello alla libertà di coscienza, ed al rispetto dell’art. 11 della nostra Costituzione, di porre fine alla presenza militare italiana in Iraq e in Afghanistan, decidendo di non rifinanziare queste missioni di guerra.
Le missioni di pace devono tendere alla pacificazione e alla ricostruzione, pertanto dovrebbero essere senza armi, a nostro parere, senza eserciti, fondate sulla cooperazione con gli altri popoli, sulla diplomazia, sul dialogo e la solidarietà. L’intero sistema di intervento va ripensato all’insegna di una nuova politica estera.
Ma per l’immediato, per salvare vite umane, per interrompere la spirale di morte, per operare una pressione internazionale che provochi la fine delle occupazioni militari, chiediamo che il Parlamento italiano dia un segnale forte di discontinuità, immediatamente e senza ambiguità.
Il nostro saluto sia con le parole di Gandhi:
“Non c’è una strada che porta alla pace, la pace è la strada”
PRIMI FIRMATARI:
Luigi Ciotti, Tonio Dell’Olio, Gino Strada, Alex Zanotelli
I primi firmatari di questo appello sollecitano l’adesione di tutte le persone e le associazioni che si sentono impegnate per la pace e la difesa dell’art.11 della Costituzione per rendere visibile l’ampia unità del popolo della pace.

Un militare mi ha spiegato alcune cose sulla nostra guerra nei Balcani. Mi ha chiesto di promuovere il suo libro il cui ricavato sarà devoluto alle famiglie dei 41 italiani morti e dei 300 malati a causa dell’uranio 238 utilizzato in Bosnia e Kossovo. Ragazzi e famiglie a cui non si interessa nessuno.
Così come a nessuno sembra interessare che l’utilizzo di uranio impoverito nelle armi da guerra contamini e uccida civili e militari. Qualche politico ha fatto carriera con la guerra nel Kossovo. Altri italiani, più semplicemente, sono morti e stanno ancora morendo.
“Caro Beppe,
come d’accordo t’invio la copertina del libro e la scheda da compilare ed inviare all’indirizzo osservatoriomilitare@libero.it per ricevere il libro.
L’incasso è ovviamente devoluto alle famiglie dei militari morti e di quelli malati che non hanno la possibilità di curarsi.
Le famiglie di questi ragazzi deceduti vivono ma sono morte dentro, i figli, i mariti o padri vengono uccisi due volte: dall’ipocrisia prima e dall’indifferenza poi.
Ho creduto nel mio lavoro e dire che i miei amici morivano per colpa di qualche incosciente, credevo fosse un valore morale.
Purtroppo non è così, ho pagato sulla mia pelle la verità che non ho alcuna intenzione di tacere, e non perché se cala il silenzio sulla vicenda sarò finito anch’io, ma solo perché i drammi di questi ragazzi devono essere noti a tutti, dietro quei doppio petti eleganti che tanto vantano il sacrificio dei nostri ragazzi in giro per il mondo, vi è l’ipocrisia di uomini che non riescono più a fare i conti con la loro coscienza.
Non voglio parlare di me, la storia di questi ragazzi è più importante e chi leggerà il libro capirà e forse, il “Grillo” riuscirà a scuotere le nostre coscienza ancora una volta.
Grazie per quello che fai!” Domenico Leggiero.
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Postato da Beppe Grillo il 05.06.06 18:25 | Muro del pianto |
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Le nostre ragioni contro la guerra senza se e senza ma non sono mutate.
Fin dalla prima grande manifestazione del novembre 2001, quando in 150.000 siamo
scesi in piazza contro l'attacco all'Afghanistan, non abbiamo fatto altro che
chiedere il ritiro di tutte le truppe da tutti i teatri di guerra.
In un momento in cui l'attacco alla Costituzione si traduce in un tentativo di
stravolgerne i principi fondamentali siamo mobilitati per la difesa della Carta
nata dalla Resistenza e dei suoi valori e per un conseguente NO al referendum.
Ma per noi la difesa della Costituzione repubblicana si traduce anche e
soprattutto nella difesa dell'articolo 11, vale a dire nel ripudio della guerra
come strumento di soluzione dei conflitti internazionali. A più voci in questi
anni abbiamo avanzato proposte per l'elaborazione di politiche tese ad
affrontare in maniera pacifica e senza l'uso delle armi i conflitti
internazionali e abbiamo chiesto che tali proposte rientrassero nell'agenda di
politica estera del governo italiano.
Nel contesto delle campagne di questi anni contro la guerra abbiamo più volte
richiesto la demilitarizzazione dei territori italiani, la denuncia degli
accordi internazionali, che consentono a terzi l'utilizzo del territorio
nazionale per depositi e sistemi di puntamento di armi nucleari. Allo stesso
modo ci siamo battuti perché l'Italia non aderisse alla nuova missione di
enforcement e di istituzione di una forza di intervento rapida globale, che di
fatto ha assunto la NATO. In contrapposizione alle soluzioni militari e
violente, portate avanti dal governo italiano, abbiamo sviluppato ponti di pace
e di dialogo con i popoli delle aree in conflitto.
Ad aprile molti di noi hanno deciso di votare per le forze politiche, che
sostengono l'attuale governo, nella speranza di un'inversione radicale della
politica estera del Paese in direzione di una politica internazionale di pace e
di solidarietà e per l'uscita dell'esercito italiano da tutte le operazioni di
guerra dov'esso è attualmente impegnato.
Il 30 giugno scade il finanziamento alle missioni di intervento internazionale.
In questa occasione vi chiediamo di rispettare il mandato che vi abbiamo dato,
mandato che è scritto nelle lotte di questi anni del popolo della pace, mandato
che non può essere oggetto di contrattazioni, di capriole retoriche o di
mediazioni politiche: in nessuna maniera la pace può essere soggetta alla
politica dei due tempi!
VOTATE CONTRO IL RIFINANZIAMENTO DI TUTTE LE MISSIONI MILITARI E DI TUTTE
QUELLE, CHE SOTTO LE DENOMINAZIONI DI PEACE-KEAPING O PEACE-ENFORCING SONO
COSTITUITE DA UOMINI E DONNE IN ARMI E/O FANNO PARTE LOGISTICAMENTE DI MISSIONI
MILITARI ARMATE DI ALTRI PAESI "ALLEATI".
Riteniamo che solo sulla base di una tale decisione sia possibile aprire nel
parlamento un ampio dibattito - già ampiamente aperto nella società civile di
cui facciamo parte e in cui siamo impegnate/i - per la revisione della politica
estera del nostro Paese, contro la guerra, in direzione della costruzione di
rapporti internazionali di pace basati sulla solidarietà, sulla giustizia e sul
riequilibrio economico fra nord e sud del pianeta.
I PACIFISTI GENOVESI