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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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La regola societale è quella dunque che si organizza attorno alla legge, sta nel rinvio della violenza, nell’organizzazione di rituali che permettano di dibattere l’organizzazione collettiva. Occorre anzittutto “posare le lance” dice Marcel Mauss alla fine del Saggio sul dono, che riprende la metafora dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Occorrono dei dispositivi (pedagogici) per rendere possibile quel che io chiamerei “il rispetto” senza rinviare qui alla psicologia rogersiana ma piuttosto alla maniera in cui Hanna Arendt utilizza questo termine, affermando che “il rispetto”, comparabile alla philia politiké di Aristotele, è una sorta di amicizia senza intimità, senza prossimità, è una considerazione della persona attraverso la distanza che lo spazio del mondo mette tra noi. Nei nostri tempi la sparizione del rispetto, o piuttosto la convinzione che si debba il rispetto solo a coloro che si stimano e ammirano, costituisce un sintomo molto chiaro della depersonalizzazione costante della vita pubblica e sociale." (libera traduzione del testo di Philippe Mieirieu "Educare è fare opera di mediazione)
melusinach
28 maggio 2004 -
Un minuto di silenzio in onore di chi è morto per la democrazia. In questi giorni le voci del dissenso birmano celebrano così due anniversari di rilievo: quello delle prime e uniche elezioni libere (27 maggio 1990) e quello dell’assalto, il 30 maggio 2003, al convoglio di Aung San Suu Kyi, loro leader e premio nobel per la pace. In entrambi i casi i militari uccisero e ferirono decine di persone, per difendere una dittatura che in Myanmar (la Birmania di un tempo) dura da mezzo secolo.
Trecento delegati, tra diplomatici e sostenitori della Lega nazionale per la democrazia (Ndl), il partito di Suu Kyi, si sono incontrati a Yangon, la capitale, giovedì 27 maggio. La pioggia cadeva violenta sui soldati schierati davanti al quartier generale dell’Ndl. Gli ufficiali dei servizi segreti scattavano foto a chiunque entrava, mentre i poliziotti e i militari dell’Esercito osservavano impassibili. Nel ’90 il partito di Suu Kyi ottenne l’80 per cento dei voti, ma il risultato elettorale non fu mai accettato dalla giunta. “Siamo stati umiliati davanti a tutto il mondo”, ha detto Aung Shew, presidente dell’Nld. “Chi nega i risultati di quelle elezioni, non vuole le riforme. In nessun altro Paese è mai accaduta una cosa simile”.
Le parole di Aung Shwe cadono come pietre. Quello dell’ex Birmania, è un conflitto sociale tra i più trascurati al mondo. A poco, finora, sembrano essere servite le sanzioni economiche imposte dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti e le visite dei delegati delle Nazioni Unite. Suu Kyi è di nuovo agli arresti domiciliari, per la terza volta in 15 anni. Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty, i prigionieri politici nelle prigioni locali sarebbero circa 1.350. Il presidente dell’Nld non vuole credere alle promesse fatte di recente dal governo. Dal 10 maggio la giunta ha riunito una Convenzione Nazionale per scrivere la Costituzione. “Un primo passo verso la democrazia nella road map che dovrà portare il Paese ad una reale e duratura democrazia’”, dice il primo ministro Khin Nyunt. Tutti gli oppositori politici, insieme ai capi dei principali gruppi etnici, la stanno boicottando, e continuano a chiedere il rilascio dei loro compagni. “La crisi politica, economica e sociale del nostro Paese può essere risolta solo istituendo un parlamento liberamente eletto dal popolo”, spiega Aung Shwe.
E’ difficile poi dire con precisione cosa accadde il 30 maggio di un anno fa. “Gli assalitori – mandati dal governo – colpirono i membri dell’Nld con aste di ferro e bastoni di bambù. Molte donne vennero picchiate. Ad alcune strapparono i vestiti”. Secondo testimoni oculari, i miliziani del Consiglio per l’unione, la pace e lo sviluppo (Spdc) – sigla dietro cui si nasconde il regime militare – uccisero 80 persone e ne ferirono altre centinaia. Molti dei sopravvissuti, tra l’altro, furono arrestati e si trovano tuttora in carcere. Alcuni di loro portano ancora i segni di quelle lesioni. Le bugie del governo non hanno limiti. L’Spdc dichiara: “Il 30 maggio morirono solo quattro persone”. Oppure: “La Costituente rappresenta i birmani anche senza la presenza dell’Nld. Hanno aderito, infatti, il 98.99 per cento degli invitati”.
Contro queste menzogne, continuano a lottare Khin Maung Kyi e Myint Tun, due ex prigionieri politici. Khin è stato in carcere dieci anni, Myint sette. I loro famigliari sono emigrati lontano, nella Baia di San Francisco. Negli ultimi quarant’anni tra i 10 e i 50mila birmani sarebbero arrivati qui, nel Nord della California alla ricerca di un futuro migliore. Il figlio di Khin, Koko, oggi 24enne, seppe dell’arresto del padre dal telegiornale della sera. La polizia lo fermò, mentre stava partecipando a una riunione con Suu Kyi. “A quel tempo avevo nove anni e credevo che i detenuti fossero tutti delle cattive persone”, racconta Koko. “Io e mia sorella abbiamo insistito affinché nostro padre lasciasse la politica per amore della famiglia. Ma lui rifiutò. Disse che non poteva venire meno al dovere di risolvere i problemi del Paese”. Nel ’98 Khin fu condannato a dieci anni di prigione “per aver diffuso informazioni false”. Amnesty l’ha definito un prigioniero di coscienza, come quel migliaio di uomini che si trovano ancora dietro le sbarre. “Alcuni vicini erano dispiaciuti per mio padre”, continua Koko. “Ma altri avevano paura persino di rivolgerci la parola”.
Adesso Koko vive con la zia e studia scienze informatiche al College. Prima che partisse per gli Stati Uniti, suo padre gli diede un biglietto con scritto: “Cerca di sopravvivere. Un giorno rivedrai la tua famiglia e avrai una vita migliore”. “Ora – aggiunge il ragazzo – posso parlare liberamente di mio padre. In Birmania le persone sull’autobus non discutono tra loro e non si guardano negli occhi. Non sorridono le une alle altre”.
Dopo il rilascio in agosto, Mynt Tun, ex leader quarantenne dell’Nld, ha già ripreso a fare politica. Nel ’90 fu eletto, ma non riuscì mai a prendere il suo posto in parlamento. Fu sequestrato dalla polizia nel ’96, mentre si trovava in un bazar. La meditazione lo ha aiutato a superare il trauma della prigionia. “Ho imparato ad oppormi al governo in un modo diverso”, dichiara oggi. Nell’ex Birmania almeno il 90 per cento della popolazione è buddista.
Il recente rapporto di Amnesty sottolinea anche le terribili violazioni dei diritti umani, a cui sono sottoposti i membri delle minoranze etniche, negli Stati Shan, Kayin, Kayah e Mon. Qui l’Esercito continua a confiscare le terre ai contadini e a spedire intere famiglie in campi di lavoro forzato. “Anche la Convenzione Nazionale rischia di trasformarsi nell’ennesima farsa di questo regime”, dichiara un portavoce dell’organizzazione. “Alle personalita’ politiche di primo piano, come Aung San Suu Kyi, è di fatto impedito di prendervi parte e molti dei partecipanti sono soggetti a continue minacce e intimidazioni. Si trovano in costante rischio di venire arrestati nel caso si discostino troppo dalle ‘linee guida’ dettate dai militari”.
(ESCHILO - Agamennone)
ECCO COME ABBIAMO RISPETTATO I VINTI
Mi hanno incappucciato, denudato. Per cinque giorni non ho dormito: mi facevano stare in piedi per ore.... Avevo la gamba rotta, mi costringevano a camminare: <
( Amin Said Al-Sheikh, detenuto n. 151362, 16 gennaio 2004 )
Tratto da: La Repubblica di sabato 22 maggio 2004
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© Suzanne Plunkett, The Associated Press, New York A woman named Zarghona (above) and her seven-month-old son Balal stare out their cell window at Kabul Women's Prison in Afghanistan. |
Su C'è Una Solitudine di Spazio, web community di MSN, un post di Chicca che raggruppa tutte le foto giornalistiche considerate le migliori dell'anno per Editor & Publisher. Alcune davvero molto intense e straordinarie, nella loro cruda ed emozionante capacità di riprendere la realtà.
Non è merito mio, ma di Chicca...
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| © Jerome Delay, The Associated Press Hundreds of Iraqis storm out of notorious Abu Ghraib prison north of Baghdad, following their unexpected release. |
Posto anche qui l'appello pubblicato da Augusta sul Blog Diario da Betlemme:
L'ITALIA AUTORIZZA LA TORTURA
Noi sappiamo.
Noi abbiamo assistito, raccolto testimonianze, denunciato nei nostri libri: in Italia, a Luglio del 2001, a Genova nella Caserma di Bolzaneto centinaia di persone italiane e straniere sono state torturate.
Noi siamo indignati, gli italiani dovrebbero vergognarsi e ribellarsi all’approvazione della legge sulla tortura che si sta discutendo in questi giorni alla Camera dei deputati. La legge di un paese civile che dovrebbe tutelare i diritti umani fondamentali e non mettere dei limiti a questi diritti.
L’Italia è in ritardo di 15 anni nell’introduzione del reato di tortura nel proprio ordinamento, ma se il testo definitivo conterrà l'emendamento approvato in questi giorni, (secondo il quale per esserci il reato di tortura le violenze o le minacce gravi devono essere reiterate) è meglio che rimanga senza alcuna legge.
Le testimonianze di coloro che passarono ore, giorni all’interno della caserma di Bolzaneto, parlano di violenze e torture, trattamenti inumani e degradanti, sospensione di diritti umani fondamentali, mancate cure mediche a persone già ferite, mancate telefonate a familiari, avvocati, consolato per gli stranieri, tutti i fermati e i detenuti scomparsi nel nulla, desaparecidos. Raccontano di mani spezzate a Bolzaneto, di suture senza anestesia, di ragazze trascinate per la collottola e coperte di sputi ed ingiurie da due ali di agenti, prese a calci durante il tragitto verso il bagno. Parlano di canzonette fasciste, di ragazze e ragazzi nudi, derisi ed umiliati. Non furono somministrati né cibo, né acqua, i giovani furono coperti di pugni e calci, costretti a rimanere per ore in piedi col volto verso il muro, gambe divaricate, braccia alzate, anche se feriti, spruzzati da gas urticante, minacciati di morte, di stupro e di altre violenze.
L'emendamento della Lega approvato dalla Camera, è contro le forze di polizia, lo sostiene il Silp-Cgil affermando che così facendo si evoca la falsa immagine di forze dell'ordine pronte a rinunciare a quel principio di legalità che è la prima ragione della loro esistenza.
Le forze di polizia respingono con sdegno l'idea che un qualsiasi atto di tortura, commesso anche solo una volta, possa aiutarle nell'esercizio delle loro funzioni, considerano il rispetto dei diritti fondamentali della persona un principio irrinunciabile della loro azione a tutela dei cittadini.
Le forze di polizia si considerano garanti del rispetto dei valori costituzionali, e ritengono che in uno stato democratico si debba e si possa garantire la sicurezza senza fare alcun passo indietro sul terreno della civiltà giuridica.
Migliaia di cittadini hanno firmato la petizione per l’introduzione del reato di tortura perché credono in una democrazia che rispetta i diritti umani. Non lasciamo che l’Italia precipiti definitivamente e legalmente nel baratro di un regime dove tutto è permesso, nessun diritto dei cittadini italiani e stranieri tutelato.
Ricordiamo che l’art. 13 della nostra costituzione prevede che:
È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.
Prime adesioni:
Enrica Bartesaghi (Presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova autrice del libro Genova il posto sbagliato), Marco Poggi (ex-infermiere di Bolzaneto autore del libro Io, l’infame di Bolzaneto), Vittorio Agnolotto (Cons. Int. FSM), Giorgio Riolo (Pres. Ass. Cult. Punto Rosso), Samir Amin (Pres. Forum Mondiale delle Alternative), François Houtart (Università di Lovanio), Roberto Mapelli (Ass. Cult. Punto Rosso), Josè Luiz Del Roio (Cons. Int. FSM), Emilio Molinari (Comitato Acqua), Luigi Vinci (Europarlamentare), Marco Bersani (Attac-Italia).
Per adesioni:
bartesaghie@tele2.it <mailto:bartesaghie@tele2.it>
Alcuni versi da: <<Le mie poesie per la pace>>
... A Falluja il tempo si ferma
Si spezzano le speranze
e i progetti
Si sconfigge la coscienza
della civiltà
Vince l' amarezza
Cosa farà il mondo con l' esercito
degli orfani,
delle vedove, degli handicappati,
della gente privata
di un mucchio di calore
e d' amore?...
(Mohammed Lamsuni)
La ragione per insistere.
Da "Fokoyama" a "Huntington" i filosofi americani delle teorie "la fine della storia" e "lo scontro tra le civiltà" stanno rivisionando(ma praticamente smantellando) le besi delle proprie teorie mentre i politici(quelli al potere)teorici del progetto politico "grande mediorinte" stanno rivisionando(ma anche questi praticamente stanno smantellando)i loro progetti politici!
Erano loro, sia i filosofi che i politici di cui sopra, che hanno messo in bocca a tutti che "l'11 settembre aveva cambiato il mondo" e che "dopo questa data le cose del mondo non potevano essere più come prima" e molti(in giro per il mondo compreso l'Italia)) ripetevano questo ritornello come i papagalli ripetono le parole umane cioé; ripetevano e basta senza capire di che si tratta!
Ora, lasciamo perdere le teorie e ci chiediamo, cosa è successo? perché questa fretta e questo cambio di rotta mentre molti papagalli(in giro per il mondo e in Italia) ancora stanno ripetendo quelle frasi?
Beh, le risposte stanno nella realtà politica del nostro mondo; non si ha avuto "la fine della storia" come intendeva Fokoyama; infatti, la storia umana non ha avuto l'apice del suo sviluppo nell'America e l'America non è la fine della storia; l'evoluzione(sociale-culturale-religiosa)umana continua al di fuori dei confini degli USA, anzi, gli stati uniti stanno perdendo il treno( e si vede)e se non si sbrigano a lavare i panni sporchi in casa loro(invece che andare a rompere l'anima ai popoli della terra) tra un'pò avremo un gigante allo sbando(per me lo è già oggi) mentre, lo "scontro tra le civiltà" era totalmente sbagliata e non vale la pena nemmeno di commentarlo.
Il progetto politico(colonialista)di "grande medioriente" dei "neo-con" al potere in America, fu basato proprio su queste due teorie quindi, una volta ritirate queste, anche tale progetto perdeva il senso di esistere, infatti, gli americani stanno cambiando, punto per punto,ciò che intendevano fare nel mediorinmete(secondo il progetto)e stanno proponendo(come è scritto nella bozza preliminare)nuove cose limitandosi alle raccomandazioni!
Proprio pochi giorni fa il responsabile della propaganda dei neo-con americani in Italia(Giuliano Ferrara) stava teorizzando che tutto ciò che avviene nel mondo islamico come reazione al comportamento degli americani, "non può essere inteso come la resistenza!" ma solamente come "disperate mosse delle bande di ribelli" !!!
Mentre diverse volte abbiamo visto che alcuni politici nostrani hanno cercato di calssificare l'operato di chi manifestava per la pace come "fiancheggiatore del terrorismo!"
Queste due posizioni sono complementari l'uno dell'altro ma comunque, il tutto,è il risultato di quanto hanno "pensato!" che sia il significato delle teorie(parole) americane i papagalli!
A nulla è servito vedere la reazione pro-pace e contro la guerra degli uomini che(come piace dire a Ferrara)non costituiscono la resistenza ma qualcosa di molto più importante della semplice resistenza e quindi, loro ripetono ancora le stesse parole mentre chi glieli ha insegnati sta cambiando idea!
Ora! noi che siamo pro-pace e contro la guerra, noi che abbiamo detto da subito cosa era giusta e cosa sbagliato, noi che ci siamo permessi di criticare i "sappientoni!" mentre ci sputavano in faccia orgolgiosi di stare dalla parte "giusta!" come possiamo classificare questi?!
Il 43% dei teenagers israeliani sostiene la causa dei Refuseniks.
Musica e Poesia
Emergenza: Water Tankering e Medicine a Fallujah, Kerbala e Najaf. Gruppo Pace e Disarmo del Torino Social Forum
l' editoriale del quotidiano Israeliano Haaretz sulla strage di Rafah
Distruzione senza senso
Le nostre peggiori paure si sono realizzate. Ieri almeno otto civili, per la maggior parte ragazzi di scuola, sono stati uccisi e molti sono stati feriti quando da un tank prooiettile è esploso nel mezzo di una dimostrazione di centinaia di Palestinesi a Rafah.
Le foto diffuse nel mondo erano difficili da guardare. Questo è un tragico incidente che le Forze della Difesa di Israele chiaramente non si aspettavano che accadesse, ma quando un esercito fa la guerra in una regione popolata, questo è il risultato. Questo disastro segue da vicino le scene sconvolgenti da Rafah negli ultimi giorni della distruzione di case, di muri bucati dai proiettili, e di centinaia di famiglie che piangevano in piedi o su carri trainati da asini.
E' doloroso vedere i morti e i feriti di ieri, straziante vedere i bambini piccoli che portano fardelli sulle loro spalle. E' uno spettacolo penoso la vista di vecchi e di donne che ammassano i loro beni e piangono north out per la paura di degli spari e dei bulldozers. Loro non sanno se saranno in grado di tornare e se le loro misere case - l' 80 % delle case nei campi dei rifugiati non hanno tetti di cemento e sono coperti da lamiere o di amianto - saranno ancora là. [...]
Dall'inizio dell'intifada, 1,309 strutture sono state distrutte e 11,000 persone sono rimaste senza casa.Tutta questa distruzione non ha portato a una diminuzione degli incidenti e delle vittime né la catena di scontri sanguinosi. [...]
Questi atti avranno soltanto l'effetto di rafforzare il muro di odio tra i due popoli. Le persone le cui case sono state demolite e i cui campi sono stati devastati dai tanks, e i parenti di coloro che sono stati uccisi e feriti nella dimostrazione di ieri, possono ora unirsi alle insorgenti file di ostilità.
Il danno all'immagine di Israele nel mondo è immenso, e Israele dopotutto dipende dall'opinione pubblica internazionale, e particolarmente da quella degli Americani.The IDF ha sempre inculcato nei suoi soldati la convinzione che le persone innocenti non devono essere danneggiate, che non possono esserci uccisioni o distruzioni, eccetto i casi in cui è immediatamente necessario difendere delle vite, e che a un ordine evidentemente illegale non si dovrebbe obbedire. I comandanti dell'esercito hanno capito che, senza una base morale per le loro azioni, persino l'esercito meglio armato non può vincere. Questi valori morali, in ogni caso, sono stati gravemente erosi nei lunghi anni di occupazione e, con l'azione a Rafah,hanno subito un altro colpo, così che la nostra forza nazionale è stata indebolita.
Non tutto è permesso nel nome della sicurezza. L'operazione militare a Rafah è malfatta dal punto di vista operativo e i suoi risultati sono distruttivi. Se si sono realizzati alcuni risultati utili alla sicurezza, questi saranno superati dalla seria offesa inflitta alla città di Rafah e ai suoi abitanti - e anche a the IDF.
da Haaretz, Gerusalemme 20 Maggio 2004
Grazie per l'invito
sono contrario alla guerra e sono per la Pace quindi condivido le raccomandazioni di Alp
ed spero di poter essere utile mettendo a disposizione le mie conoscenze(punti di continuità e modi di far dialogare le differenze) che comprendono le due sponde(ma non tutto il contenuto)dello "scontro" attuale tra l'occidente e l'islam.
credo che il credo, o il pensiero, umano contrario alla guerra sia universale e sia un valore di vitale importanza per l'umanità e io, nel mio piccolo, cerco di essere utile a questo.
Saluto tutte/tutti, le altre/gli altri partecipanti al Blog ed spero che il confronto delle idee(come sono le nostre) rimanga degno delle convinzioni(NO alla guerra e alle ingiustizie) che ci guidano e dovrebbero guidare il nostro spirito nel confronto politico.
Buon lavoro a tutti.
a presto,
Reza

f
(Se il Presidente Bush avesse parlato un anno fa, dopo la caduta di Baghdad, il suo discorso all'Army War College sarebbe sembrato un piano per andare avanti. Egli è stato in grado di puntare su una nuova risoluzione delle Nazioni Unite che deve essere sviluppata in consultazione con gli alleati Americani, non imposta senza tenerne conto, e su un programma per portare l'Iraq verso un autogoverno eletto. Ha parlato in termini generali di espandere il coinvolgimento internazionale e di stabilizzare l'Iraq. Ma Mr. Bush non ha appena cominciato. Lui ha parlato dopo circa 14 mesi di fallimenti politici, nessuno dei quali ammessi dal presidente, che hanno lasciato l'Iraq sempre più violento e la credibilità di Washington logorata presso il popolo Iracheno e la comunità internazionale. Loro aspettavano che Mr. Bush avrebbe facesse una chiara rottura con quelle politiche. Non l'ha fatto la notte scorsa. Il discorso ha riflettuto il fatto che Mr. Bush stava tornando indietro tardi, ma non si è avvicinato al programma del nuovo corso che ha bisogno di prendere. Questi "cinque passi" verso l'indipendenza dell'Iraq sono stati soltanto un resoconto dei lavori in vista.)
Mr. Bush plans a series of addresses on Iraq before June 30. It was impossible not to wonder last night why he had waited until the security situation in Iraq had become disastrous, until Americans had begun losing faith in his leadership and, indeed, until just 37 days before a crucial new phase begins the transition to Iraqi sovereignty.
(Mr. Bush pianifica una serie di raccomandazioni sull'Iraq prima del 30 Giugno. E' stato impossibile la scorsa notte non meravigliarsi del perché abbia aspettato fino a quando la situazione della sicurezza in Iraq è diventata disastrosa, anzi, fino ad appena 37 giorni prima di una cruciale nuova fase che dia inizio alla transizione verso la sovranità dell'Iraq.)
It's regrettable that this president is never going to admit any shortcomings, much less failure. That's an aspect of Mr. Bush's character that we have to live with. But we cannot live without a serious plan for doing more than just getting through the June 30 transition and then muddling along until the November elections in the United States. Mr. Bush has yet to come up with a realistic way to internationalize the military operation and to get Iraq's political groups beyond their current game of jockeying for power and into a real process of drafting a workable constitution.
(E' deplorevole che questo presidente non arrivi ad ammettere delle manchevolezze, ancor meno dei fallimenti. Ma noi non possiamo vivere senza in serio piano per fare di più che superare la transizione del 30 Giugno e quindi arrabattarci fino alle elezioni di Novembre negli Stati Uniti. Mr Bush deve ancora arrivare a una realistica via per internazionalizzare le operazioni militari e portare gruppi politici dell'Iraq oltre il gioco corrente delle manovre per il potere e verso un reale processo di stesura di una costituzione realizzabile.)
The draft of the United Nations resolution that circulated yesterday was disappointingly sketchy on these points. It contains the phrases of international support — like references to a "multinational" military force — without committing the Security Council to do anything in particular. The draft endorses a continued American-led military presence in Iraq for at least a year beyond June 30, but it does not ensure expanded international participation. The resolution envisions that after the United Nations names the interim government leaders, it will proceed cautiously, and only when it deems it safe to do so.
(Il disegno della risoluzione delle Nazioni Unite che è circolata ieri era spiacevolmente approssimativa su questi punti. Contiene espressioni di supporto internazionale - come accenni a una forza militare "multinazionale" - senza affidare al Consiglio di Sicurezza nulla da fare in particolare. Il progetto riporta a una ininterrotta presenza militare a guida Americana in Iraq per almeno un anno oltre il 30 Giugno, ma assicura un'allargata partecipazione internazionale. La risoluzione prevede che le Nazioni Unite nomini i leader del governo a interim, procederà cautamente, e soltanto quando ...)
There are ways Mr. Bush can achieve the clean break that is so essential.
A good start, first put forward by the Center for American Progress in Washington, is to go much further in internationalizing the next phase of the Iraq operation. Mr. Bush could convene a summit meeting to create a multinational group to oversee the transition. The U.N. Security Council could step up its participation by appointing an international high representative who would actively supervise the interim Iraqi government until the first round of elections.
The president still has a number of speeches left to deliver before June 30. We hope he will use them to come up with a more specific plan, to stop listing the things we already knew needed to be done and to explain to us how he intends to do them. An acknowledgment of past mistakes would be nice.
lavori (modestissimi) in corso
I consigli di Berlusconi non sono piaciuti al NYT, a quanto pare. h
Preghiera.
Ringrazio, Alp, per il gentile invito e saluto tutti quelli che leggono questo blog. Amici e nemici. Simpatizzanti e non. Curiosi ed estranei passanti e soprattutto gli ormai affezionati bloggers che, in altri luoghi, mi hanno manifestato solidarietà ed amicizia.
In questi giorni, per vicende personali, la "guerra" regna ormai sovrana fuori e dentro di me. Quella che vedo in televisione è molto simile, per certi versi e con le dovute proporzioni, a quella che sto vivendo nella mia vita privata. E perdonatemi se chiudo un po’ gli occhi e le orecchie alle urla ed al sangue che vengono dal mondo. Perché, stasera, non ho la forza di ascoltarle, né di vederle.
Quello che mi sta accadendo mi ha fatto capire che la "guerra", sia quella fatta di proiettili che quella fatta di parole, stanca, ossessiona, ferisce, distrugge. Uccide ogni vitalità. E, quel che è peggio, non porta a niente, a null’altro che al rancore, al risentimento, alla voglia di vendetta. Porta alla solitudine, alla divisione, all’isolamento ed all’allontanamento dagli altri.
Per chi è abituato, a vivere nel conflitto emotivo, forse, questo può essere fonte di orgoglio, di rivincita, di soddisfazione. C’è chi riesce ancora a divertirsi con queste inutili gare e ripicche da quattro soldi. A me, invece, che le sto vivendo non sui blog ma nella vita reale, sta dando il senso della sconfitta. Perché lasciarsi trascinare su questo terreno paludato, al quale non sempre io, istintivamente, riesco a sottrarmi, vuol dire affondare nella mestizia e nella tristezza, perdere lucidità, smarrire il senso dell’importanza delle cose, la capacità di saper distinguere il male dal bene, vuol dire essere incapaci di essere diversi da quegli altri che spesso disprezziamo, per comportamenti falsi e scorretti, in mala fede, violenti, truffaldini, aggressivi, prevaricatori. Vuol dire essere tutti uguali, buoni e cattivi.
Stasera, che mi sento così stanco, disgustato e sfiancato da tutto questo, non auguro soltanto ai potenti del Mondo di riprendere in mano la ragione e di trovare soluzioni pacifiche al conflitto in Medio Oriente ed in ogni parte del mondo dove c’è una guerra, stasera, un po’ egoisticamente, auguro anche a me stesso di tornare a cercare e ritrovare quel senso di pace che, purtroppo, sto perdendo. E che ora rimpiango. Perché mi manca quella serenità d’animo che avevo. Perché mi è passata la voglia di sorridere e di essere allegro e cordiale. Perché mi sento grigio e sporco, anche dopo aver fatto la doccia.
Forse, prima di iniziare ad urlare chiedendo e pretendendo la fine della guerra universale, dovrei spegnere il fuoco della rabbia che sento dentro di me.
Amen.
Grazie, Lino, grazie per aver fatto volare ancora le colombe...
Palestine, occupation and self-criticism
di Lawrence Smallman
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http://english.aljazeera.net/NR/exeres/E4D19123-9DD3-11D1-B44E-006097071264.htm
Mi collego al post di Dafna, con un articolo apparso su Haaretz il 19 Maggio scorso
'Help us free our boys' - By Lily Galili
The parents offer Mazuz's statement as a sympathetic statement by the civilian justice system that acts as a counterweight to the military justice system, which is treating the case in a way that appears to them as being vindictive and lacking proportionality. The message of the campaign is intentionally non-ideological but rather emotional: "Help us free our boys." It is an attempt to enlist support not necessarily from those who traditionally back the refusal to serve, but from the public at large, which can rally around the call to reduce the refuseniks' sentence, a right that is granted to murderers and rapists. (I genitori presentano la dichiarazione di Mazuz come un'affermazione di comprensione da parte del sistema della giustiziacivile che che agisce in qualità di contrappeso rispetto al sistema della giustizia militare, che sta trattando il caso in un modo che gli appare vendicativo e sproporzionato. Il messaggio della campagna è intenzionalmente non-ideologico ma piuttosto emotivo: "Aiutateci a liberare i nostri ragazzi". E' un tentativo di ottenere un sostegno non necessariamente da coloro che tradizionalmente appoggiano il rifiuto a servire, ma da un pubblico più largo, che può riunirsi aound the call per ridurre la condanna per i refusenik, un diritto che è garantito ad assassini e stupratori.)
However, immediately after Mazuz made his statements came the week of carnage in Gaza. Although there is seemingly no connection between the two issues, heart and emotion are now being given to the dead sons, but not necessarily to the imprisoned sons. One doubts that the crowd that rose to its feet to applaud the Givati Brigade commander on Yair Lapid's talk show at the height of the Rafah operation would identify with the parents of the refuseniks. "It most certainly makes things harder," says Marit Zameret, the mother of the imprisoned Shimri. "When I was handing out the first flyers with the demand to release them, at the demonstration at Rabin Square, people were telling me that it's safer to sit in jail than to be in Gaza. It's true. Right now, even I'm happy that he's sitting in jail." [...]
http://www.haaretzdaily.com/hasen/objects/misc/BackHome.jhtml
Tutta la mia gratitudine per l'invito rinnovato.
Certo, Ipanema, il blog riapre, anche se con alcuni accorgimenti, inizialmente.
Ti ringrazio di esserci,come sempre, nelle iniziative piu' generose e solidali.
Ti ringrazio anche delle tue parole di stima, che estendo a tutti gli invitati di questo blog e dei battelli.
Il gruppo di amici che si è incontrato a Sermide, per la raccolta dei fondi per Emergency, ha confermato
l'attenzione, la sensibilità, la voglia di confronto che c'era , e c'e'..tra di noi.
Con altri non ci conosciamo, se non attraverso il blog.
Riapriamo perchè i tempi dell'impegno non rispettano gli impedimenti personali.
Riapriamo pero' con un invito e una precisazione: inizialmente i commenti saranno riservati ai soli invitati.
Gli inviti, con calma, verranno estesi a tutti coloro che dimostrano di
avere coscienza che su uno spazio di tutti, come il multiblog, uno spazio contro la guerra.è necessario il confronto dei diversi punti di vista,non la personalizzazione dello scontro.
Abbiamo bisogno di capire, di conoscere, di confrontare le diverse ragioni che portano nazioni, governanti, persone
ad essere convinte che si possa ricorrere alla guerra.
Noi crediamo che la guerra, la violenza, i meccanismi di personalizzazione dello scontro tra individui
abbiano sempre come risultato solo odio, dolore e rivalsa.
Vorremmo che questo piccolo spazio sia un esempio, non gridato, di punti di vista che si confrontano,
di informazioni che si danno per capire.
Non ci interessano i numeri, le visite, i post che si susseguono con pochi commenti.
Per difendere questo spazio di buon senso, ci daremo delle regole,tra le quali
la rinucia ai post ideologici e la rinuncia al definire "l'altro" come avversario.
Avvertiamo, con calma e serenità, che saremo costretti a togliere la parola al singolo
che dimenticasse queste semplici regole di convivenza.
Grazie a coloro che rinnoveranno -se invitati- la loro accettazione ad un comune lavoro.
Conosco Lino/alp, solo virtualmente, ma soprattutto attraverso l'impegno incredibile e generosissimo profuso per l'iniziativa delle adozioni a distanza de I Bambini nel Tempo, e quella nei blog umanitari Città Invisibili, Utopie Concrete, e Per Alda Merini. So che è il promotore di altre iniziative tutte volte alla divulgazione della cultura e della scrittura, molti dei blog di cui è stato ispiratore, danno voce e luce a scrittori emergenti o semplicemente aspiranti. Ho sempre ricevuto, da parte sua, comunicazioni volte all'unione e alla solidarietà. E in ogni sua parola, ho sempre ravvisato una grande voglia di comunicare serenità e pace. Pace vera, sincera. Scrivo, queste poche parole, per testimoniargli pubblicamente, la mia stima, e solidarietà, cosa che spero di aver saputo fare, anche se in modo maldestro, via splinder messages, privatamente. Grazie, Alp, per avermi reinvitata. E mi auguro che questo sia un messaggio di riapertura anche del blog. Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale. Io lo sono. Da sempre. E perciò onorata di far parte di questo gruppo. Un abbraccio, di Pace, Ipanema
Avviso:
per ristrutturazione e cambiamenti nella redazione del multiblog
gli inviti a postare e commentare sono temporaneamente
sospesi.
Per aver lasciato (oggi)commenti provocatori e insultanti nei confronti di altri
blogger si comunica che sono stati revocati tutti gli inviti
al nick LeonardoArturoVincenzo e i suoi commenti cancellati
![]() Iraqi detainee: one of the Daily Mirror photographs which shocked the UK |
This festival of violence is highly pornographic. The victims have been reduced to exhibitionist objects or anonymous "meat". They either wear hoods, or are beheaded by the camera. The people taking the photographs exult in the genitals of their victims. There is no moral confusion here: the photographers don't even seem aware that they are recording a war crime. There is no suggestion that they are documenting anything particularly morally skewed. For the person behind the camera, the aesthetic of pornography protects them from blame.
Indeed, there is a carnivalesque atmosphere to the photographs. The perpetrators of this sexual violence are clearly enjoying themselves. The cliche "war is hell" takes on a chilling new vigour in these images. After all, these photographs are not "about" the horrors of war. Many, if not most, are part of a glorification of violence. There is no question that many of these snapshots were taken by people who were pleased by what they were seeing. Or what they had done. They are trophies, memorialising agreeable actions.
It is hard to avoid the conclusion that, for some of these Americans, creating a spectacle of suffering was part of a bonding ritual. Group identity as victors in an increasingly brutalised Iraq is being cemented: this is an enactment of comradeship between men and women who are set apart from civilian society back home by acts of violence. Their cruel, often carnivalesque rites constituted what Mikhail Bakhtin called "authorised transgression". After all, there is some evidence to suggest that more senior military personnel were aware of what was happening in the prison but turned a blind eye to it, accepting abuse as necessary either in intelligence-gathering or in providing a safety valve for panicky individuals living in a country that was turning increasingly hostile.
Furthermore, the pornography of pain as shown in these images is fundamentally voyeuristic in nature. The abuse is performed for the camera. It is public, theatrical, and elaborately staged. These obscene images have a counterpart in the worst, non-consensual sadomasochistic pornography. The infliction of pain is eroticised.
It is important, however, not to see these sadistic images as unique. After all, torture and sexual violence are endemic in wartime. In the past, as now, military personnel tend to simply accept that atrocities, including sexual ones, will take place. As one British colonel admitted during the first world war: "I've seen my own men commit atrocities, and should expect to see it again. You can't stimulate and let loose the animal in man and then expect to be able to cage it up again at a moment's notice."
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volunteer.org.nzViewed as the inevitable result of men's sexual urges (the "animal in man"), sexual humiliation and the violation of prisoners of war was viewed as a military problem only when it directly threatened the conduct of war or the reputation of an imposing power. As General Patton predicted during the second world war, "There would unquestionably be some raping." It was "a little R&R" for the personnel. Factors facilitating other forms of atrocity facilitated rape. Uniforms provided anonymity. Potential victims were dehumanised; perpetrators deindividualised. In military conflicts, the penis was explicitly coded as a weapon.
What is particularly interesting in these photographs of abuse coming out of Iraq is the prominent role played by Lynndie England. A particular strand of feminist theory - popularised by Sheila Brownmiller and Andrea Dworkin - attempts to argue that the male body is inherently primed to rape. Their claim that only men are rapists, rape fantasists or beneficiaries of the rape culture cannot be sustained in the face of blatant examples of female perpetrators of sexual violence. In these photographs the penis itself becomes a trophy. Women can also use sex as power, to humiliate and torture.
However much the American secretary for state may wish to discourage the use of the word "torture", there is no other word that can describe these acts. In torture and other extreme forms of abuse, the infliction of pain and shame does not necessarily aim at extracting information. Beatings, humiliating rites and verbal insults are often used to make prisoners describe acts or reveal names already known to the police or military. Often, the questions are of little practical value to the torturers and the regime. The redundant interrogations are frequently accompanied by the demand that prisoners sign a document, declaring that they have seen the errors of their ways. The apparent futility of these demands indicates the nature of the torturers' enterprise. They want to destroy the victim's sense of identity.
The evil of torture is not restricted to wanton violence inflicted on the body. Many types of extreme pain and physical suffering, whether in war, during acts of religious martyrdom, or simply as a result of poor health, are endured with dignity and patience. The evil of torture lies elsewhere: it denies its victim the minimum recognition offered by society and law and, in doing so, it destroys the respect people routinely expect from others. More importantly, torture aims to undermine the way the victim relates to his or her own self, and thus threatens to dissolve the mainsprings of an individual's personality. Torture is an embodied violation of another individual. The sexual nature of these acts shows that the torturers realise the centrality of sexuality for their victims' identity. The perpetrators in these photographs aim to destroy their victim's sense of self by inflicting and recording extreme sexual humiliation. As in Jean Améry's description of being tortured by the Nazis, sexual violation is so devastating not because of the physical agony suffered so much as by the realisation that the other people present are impervious to the victim. Torture destroys "trust in the world . . . Whoever has succumbed to torture can no longer feel at home in the world."
The display of cruel pleasure taken in punishing Iraqi prisoners has reverberated throughout the world, confirming in many countries the negative stereotype of westerners as decadent and sexually obsessed. Many people have questioned the motives and conduct of the war in Iraq, but these pornographic images have stripped bare what little force remained in the humanitarian rhetoric concerning the war. In the Arab world, the damage has been done, and is irrevocable.
· Joanna Bourke is professor of history at Birkbeck College London and author of An Intimate History of Killing (Granta). She is currently working on a book about rapists in the 19th and 20th century.