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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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Vado a vedere il blog di solaria ed osservo che ad ogni post è segnalato in fondo che sono stati ottemperati tutti i punti di quanto richiesto dalla legge Urbani sul diritto d'autore. Tra le notizie si scopre anche che lo stesso sito del ministero di Urbani è stato denunciato perchè utilizza opere dell'ingegno senza dichiarare che ha ricevuto tutte le autorizzazioni e che ogni altro utilizzo, senza previa autorizzaizone è proibito.
Allora, io posso dichiarare semplicemente che sono contraria al copy right, che ritengo che le opere dell'ingegno non si possano sequestrare, e che debbano avere libera circolazione? Per quanto riguarda le mie do autorizzazione all'uso in toto o in parte dei miei scirtti, gradendo ovviamente la citazione dell'autrice o della fonte, e mi sembra normale: se scrivo delle cose, è perchè vengano lette, non mi risulta che Dante, Petrarca, Omero o Saffo abbiano messo il copy right alle proprie opere, anzi spesso di alcune storie vi sono più versioni contemporanee o vicine, che la dicono lunga su come circolassero le cose, eppure i nomi e le opere dei grandi del passato sono arrivate tranquillamente fino a noi.
La legge Urbani è un grosso danno alla libera circolazione delle idee, e quindi alla costruzione stessa di idee originali e documentate che non rimangano dentro gli schemi della informazione ufficiale, va quindi difesa la libertà di espressione e di diffusione delle idee. Dal confronto e dallo scambio possono nascere nuovi frutti, non dalle limitazioni. Nicoletta
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Un respiro di luce
“Un tempo si diceva: siate realisti, chiedete l'impossibile. Oggi pare che l'utopia sia quella di chiedere ciò che è del tutto possibile. E' possibile farla finita con la fame, le malattie, la povertà, l'ignoranza. E' possibile fermare la guerra e progressivamente cacciarla dalla storia. Ricordiamolo, il popolo della pace ha contribuito in modo determinante a vincere senza violenza la Terza guerra mondiale-la Guerra Fredda. Ma ora, come dicono, siamo dentro la Quarta. La Bestia è fatta di guerra e terrorismo” ................... «In questa notte scura, qualcuno di noi, nel suo piccolo, è come quei “lampadieri” che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all'indietro, appoggiata sulla spalla, con il lume in cima. Così il lampadiere vede poco davanti a sé, ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo o per narcisismo, ma per sentirsi dalla parte buona della vita...». . - ultimo congresso ACLI - ultima parte di una lettera a un amico
Our Mission Peaceful Tomorrows is an advocacy organization founded by family members of September 11th victims who have united to turn our grief into action for peace. Our mission is to seek effective, nonviolent solutions to terrorism, and to acknowledge our common experience with all people similarly affected by violence throughout the world. By conscientiously exploring peaceful options in our search for justice, we hope to spare additional families the suffering we have experienced—as well as to break the cycle of violence and retaliation engendered by war. In doing so, we work to create a safer world for the present and future generations. Peaceful Tomorrows è un'organizzazione di patrocinio fondata da familiari delle vittime del September 11th che si sono unite per trasformare il loro dolore in azioni per la pace. La nostra missione è cercare effettive, non violente soluzioni al terrorismo, e riconoscere l'esistenza della nostra esperienza comune con tutte le persone ugualmente colpite dalla violenza in tutto il mondo. Esplorando coscienziosamente le opzioni pacifiche nella nostra ricerca di giustizia, speriamo di risparmiare ad altre famiglie la sofferenza che noi abbiamo sperimentato - come pure di spezzare il ciclo della violenza e della ritorsione prodotto dalla guerra. Così facendo, noi lavoriamo per creare un mondo più sicuro per le generazioni presenti e future. Our Goals:
http://www.peacefultomorrows.org/
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26 giugno 2004
Giornata internazionale dedicata alle vittime della tortura
AMNESTY INTERNATIONAL
La tortura è endemica nella maggior parte del mondo.
Crudeltà fisiche e mentali - minacce, percosse, violenze sessuali, comminazione di dolori strazianti in ogni modo - rimane diffusa nel 21° secolo. La tortura è violenza non solo contro il corpo ma anche contro l'interiorità della persona. Mentre la tortura si ritrova dovunque, le persone in detenzione sono più a rischio.
Venti anni fa, le Nazioni Unite hanno adottato la Convenzione contro la Tortura - un'importante azione per eliminare la tortura e altri crudeli, disumani o degradanti trattamenti o punizioni. In ogni caso, la tortura prospera sempre quando non può essere vista.
Il Protocollo Opzionale per la Convenzione, adottato nel 2002, mira a passi concreti per prevenire la tortura nelle stazioni di polizia, nelle prigioni e in altri posti in cui le persone vengono private della loro libertà. Tutti gli stati che ratificano il Protocollo Opzionale si impegnano a permettere ispezioni regolari e senza preavviso da parte di monitor internazionali.
(Gli stati) si impegnano anche a istituire enti nazionali per eseguire ispezioni nei propri territori. Amnesty International ritiene che questo ridurrebbe significativamente i casi di tortura in tutto il mondo. L'esperienza dimostra che le visite ai posti di detenzione sono tra i mezzi più efficaci per prevenire la tortura e migliorare le condizioni.
Take action!
Amnesty International sta invitando tutti i paesi a supportare il Protocollo Opzionale. Per favore, scrivete a uno dei governi sotto elencati (il vostro stesso, se è nella lista) chiedendo che si impegni a prevenire ed eradicare la tortura firmando e ratificando il Protocollo Opzionale per la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura, immediatamente.
| Austria Croatia Czech Republic Denmark Ghana |
Italy Mongolia Netherlands New Zealand Romania |
Russian Federation South Africa Sri Lanka Sweden |
Il 26 giugno è la Giornata internazionale dedicata alle vittime della tortura. Da anni, Amnesty International celebra questa ricorrenza dando voce alle donne e agli uomini che hanno vissuto sulla propria pelle l'esperienza della tortura, ricordando l'enorme diffusione di questa pratica (presente in 132 paesi, secondo il Rapporto Annuale 2004 di Amnesty) e premendo sulle autorità di singoli Stati e sulle organizzazioni internazionali affinché siano adottate leggi e convenzioni per la sua messa al bando.
Il tema, quest'anno, è più che mai al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica. La terribili immagini scattate nel carcere iracheno di Abu Ghraib e le parole di unanime condanna nei confronti della tortura impongono che il 26 giugno 2004 sia una giornata di fatti concreti. ...
Il 26 giugno, nella storica piazza romana di Campo de' Fiori dalle ore 18 alle 21,
la Sezione Italiana di Amnesty International chiede a tutti coloro
che hanno detto NO alla tortura di dirlo ancora, forte e in forma pubblica.
Dal 2000 la Sezione Italiana di Amnesty International è impegnata in una campagna che ha l’obiettivo di adeguare la legislazione italiana in tema di diritti umani agli obblighi che il diritto internazionale impone al nostro paese. La previsione di un reato autonomo e specifico di tortura nell’ordinamento interno è uno di essi.
Nonostante l’impegno di oltre cento tra senatori e deputati e la disponibilità di numerosi interlocutori sia di governo che parlamentari, la nostra campagna non ha fatto sinora significativi passi avanti. Per questo motivo Amnesty International e “Zapping” hanno recentemente consegnato al presidente della Camera dei deputati Casini oltre 20.000 firme a sostegno della richiesta di introdurre urgentemente il reato di tortura nel codice penale italiano.
La Sezione Italiana di Amnesty International chiede ora che entro il 26 giugno il Parlamento approvi, dopo oltre quindici anni di ritardi e di indugi, una legge che introduca il reato di tortura e lo punisca con pene adeguate alla sua gravità. Questa legge è attesa dal 1988, anno in cui l'Italia ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Inoltre, chiede al Governo la presentazione di un disegno di legge per la ratifica del Protocollo Opzionale alla Convenzione, che istituisce un sistema di ispezioni nei centri di detenzione.
UN FATTO CONCRETO: FIRMARE L'APPELLO DI AMNESTY INTERNATIONAL
Egregio Presidente Berlusconi, Egregi Ministri Frattini e Castelli,
sento il dovere di scriverVi in vista del 26 giugno, Giornata internazionale delle vittime di tortura, per chiedere al Governo italiano di riferire sulle iniziative intraprese per prevenire e punire la tortura.
In particolare, ritengo opportuno che entro tale data simbolica il Governo presenti un disegno di legge di ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, firmato il 20 agosto dello scorso anno, e sostenga pubblicamente l’urgenza di introdurre il reato di tortura nel codice penale italiano, quale atto di civiltà e obbligo giuridico in base al diritto internazionale.
Di fronte alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica, il 20 maggio, il Presidente Berlusconi ha condannato la pratica della tortura, sottolineando la necessità di rispettare le convenzioni internazionali e di giudicare prontamente chi le viola.
Affinché tutto questo avvenga, è necessario che anche l’Italia ratifichi i trattati internazionali e soprattutto adegui a essi la legislazione nazionale. La tutela dei diritti umani non può aspettare ulteriormente e deve essere un tema centrale nell’azione del Governo e del Parlamento.
Rimango in attesa di un Vostro cortese riscontro alla mia richiesta di iniziative concrete per prevenire e contrastare la tortura, in Italia e nel mondo.
Non hanno trovato le parole, o forse non le hanno volute trovare.
Il televisore rovescia sulle nostre distratte serate fiumi di notizie blandamente inutili, uno straparlare del Cavaliere, sempre in primo piano, il disagio dei suoi, la guerra, sempre la guerra, la ragazzina scappata di casa, e neppure una parola sul lutto che vela le nostre giornate. Un discorso, meditato, serio, come tanti, come sempre, divenuto all'improvviso l'ultimo discorso. Il presidente nazionale dell' Arci è morto nella notte tra sabato e domeinca, mentre il mondo continua a correre verso lo sfacelo, e ci mancherà la sua ferma, discreta e determinata fatica per ricucire strappi, connettere persone, allargare territori del possibile. Forse tra le sue colpe ultime sta quell'essersi sentito male mentre era ad un incontro organizzato dal Manifesto, ed essere stato soccorso al primo istante da Gino Strada...
Certi compagni sono disdicevoli, non si può parlarne per un evento che non possa vedere subito accanto il commento distruttivo di chi fa la politica oggi: forse è giusto che non abbiano trovato le parole, forse il giornalista sapeva di non poter usare le solite parole di cordoglio, di sorpresa, perchè Tom Benettollo era un uomo nel fiore degli anni, aveva una vita intensa e degna, una moglie ed un figlio, e chiamava compagni le persone con cui condivideva impegno e lavoro... un comunista dunque! E perchè mai la televisione di stato dovrebbe dare l'annuncio della morte di un comunista? Perchè dare eco al dolore di chi con lui ha scambiato incontri ed impegno? Perchè un momento di riconoscimento ad una associazione che ha mosso la cultura del paese, e sostiene l'impegno delle persone nella quotidianità delle associazioni che all' ARCI aderiscono? Già, se mai c'era sensazione di spazi occupati, e di essere altro dal potere, questo momento di dolore ancora di più lo sottolinea: non gradito alle istituzioni, fuori dal circuito della informazione ufficiale, più che mai Tom è uno di noi, uno che rimane a sollecitare e stimolare uno stile, un modo di essere che ci conduce a costruire incontri, intese, ascolti tra diversi che insieme lavorano per un mondo migliore. (N.C.)
Washington Post (e molti altri) contro
la legalizzazione della tortura
(Le tecniche di interrogatorio approvate dal Defense Secretary Donald Rumsfeld per la prigione militare di Guantanamo Bay, Cuba, e quelle che sono usate attualmente. Egli ha annullato la lista nel Gennaio 2003 e ne ha emanato una versione più ristretta.)
L'editoriale del Washington Post, (9 Giugno 2004),
espone i principi etici della democrazia Americana,
violati dall'amministrazione Bush.
Legalizing Torture
Wednesday, June 9, 2004; Page A20
L’amministrazione BUSH assicura il paese, e il mondo, che ci si sta conformando alle leggi degli U. S. e a quelle internazionali che proibiscono la tortura e i maltrattamenti dei prigionieri. Ma, rompendo una consuetudine di franchezza che dura da decenni, ha classificato … come segreto e ha rifiutato di rivelare le tecniche di interrogatorio che si stanno usando sui detenuti stranieri nelle prigioni U.S. a Guantanamo Bay e in Afghanistan e In Iraq. Questo è motivo di grande preoccupazione perché l’uso di alcuni metodi, che sono stati riportati dalla stampa, sono considerati illegali sia da esperti indipendenti che da esperti legali del Pentagono. L’amministrazione ha risposto che gli avvocati civili hanno certificato che i metodi sono appropriati – ma ha rifiutato di rivelare, o addirittura di fornire al Congresso, le opinioni giustificative e i memorandum.
Questa settimana, grazie anche a una stampa indipendente, abbiamo cominciato ad apprendere la verità profondamente sconvolgente sulle opinioni legali che il Pentagono e il Dipartimento di Giustizia richiedono per mantenere il segreto. Secondo testi (documenti) fatti trapelare da vari giornali, loro espongono una shoccante e immorale serie di giustificazioni della tortura. In un documento preparato lo scorso anno sotto la direzione del chief counsel del Dipartimento della Difesa, e rivelato per primo dal Wall Street Journal, è stato dichiarato che il presidente degli Stati Uniti ha la facoltà di non osservare la legge internazionale e degli Stati Uniti, e di ordinare la tortura di prigionieri stranieri. Per giunta, coloro che conducono gli interrogatori seguendo gli ordini del presidente sono stati dichiarati immuni da punizioni. La tortura stessa è stata ridefinita attentamente, così che le tecniche che infliggono dolore e sofferenza mentale potrebbero essere ritenute legali. Tutto questo è stato fatto come introduzione all’indicazione di 24 metodi di interrogatorio per prigionieri stranieri – le stesse tecniche ora in uso, che il Presidente Bush definisce umane ma rifiuta di rivelare.
Non c’è giustificazione, legale o morale, per i pareri forniti dagli incaricati legali di Mr. Bush ai dipartimenti della Giustizia e della Difesa. La loro è la logica dei regimi criminali, delle dittature in tutto il mondo che ammettono la tortura per motivi di “sicurezza nazionale”. Per decenni il governo degli Stati Uniti ha condotto campagne diplomatiche contro tali governi fuorilegge – dalle giunte militari in Argentina e in Cile alle attuali autocrazie in paesi Islamici come l’Algeria e l’Uzbekistan – che sostengono che la tortura è giustificata quando viene usata per combattere il terrorismo. La notizia secondo cui funzionari che servono gli Stati Uniti hanno sottoscritto principi una volta accampati da Augusto Pinochet disonora la democrazia Americana – anche se fosse vero, come sostiene l’amministrazione, che le sue teorie non sono state messe in pratica. Almeno sulla carta, i ragionamenti dell’amministrazione procureranno una scusa pronta per i dittatori, specialmente quelli alleati degli Stati Uniti, per continuare a torturare e uccidere i detenuti.
Forse i legali del presidente non sono interessati all’impatto globale delle loro politiche – ma dovrebbero essere preoccupati riguardo al trattamento di militari e civili Americani in paesi stranieri. Prima che l’amministrazione Bush entrasse in carica, le procedure degli interrogatori dell’Esercito – che non erano riservate – stabilivano questo semplice e sensibile test: Non doveva essere usata nessuna tecnica che, se applicata da un nemico contro un Americano, sarebbe stata considerata come una violazione delle leggi degli Stati Uniti o delle leggi internazionali. Ora immaginate che un governo ostile dovesse forzare un Americano a prendere droghe o a sopportare un severo stress mentale che sia appena insufficiente a provocare un danno irreversibile; o un dolore un po’ più leggero di quello di “collasso, danneggiamento di funzioni fisiche, o addirittura morte.” Che cosa (si penserebbe) se l’interrogatore straniero di un Americano “sapesse che un forte dolore sarebbe conseguenza delle sue azioni” ma procedesse perché causare tale dolore non era il suo obiettivo principale? Che cosa (si penserebbe) se un leader straniero dovesse decidere che la tortura di un Americano è necessaria per proteggere la sicurezza del suo paese? Gli Americani considererebbero questo legale, o moralmente accettabile? Secondo l’amministrazione Bush, dovrebbero.
Dalle prime rivelazioni, 7 - 8 Giugno 2004 a oggi, i
maggiori giornali Americani hanno continuato a
pubblicare documenti e opinioni e lettere sul problema
della tortura.
Mi propongo di seguire la stampa indipendente degli
Stati Uniti per affrontare uno dei più terribili, il più
terribile forse, dei comportamenti umani.
Oggi, 23 Giugno 2004, la sconfessione:
Memo on Interrogation Tactics Is Disavowed
Justice Document Had Said Torture May Be Defensible
By Mike Allen and Susan Schmidt
Washington Post Staff Writers
Wednesday, June 23, 2004; Page A01
Ieri, 22 Giugno 2004, l'elenco dei documenti della Casa Bianca sul trattamento dei detenuti:
White House Documents on Detainee Treatment
FindLaw
Tuesday, June 22, 2004; 11:11 PM
• Assistant Attorney General Jay S. Bybee letter to White House counsel, Aug. 1, 2002: Interrogation and Torture
http://www.washingtonpost.com/
Nel Parlamento Italiano, nel corso dei lavori per
dichiarare la tortura "reato" e, come tale, inserirla nel
codice penale, la Lega ha presentato un emendamento che
sostanzialmente la legittimerebbe, anche se limitatamente
a una volta soltanto.
La maggioranza del governo Berlusconi ha approvato.
La determinazione dell'opposizione ha fatto rinviare tutto
alla commissione competente. Non so come sia andata a
finire. Cercherò di informarmi. h
Ieri mattina all'alba se n'è andato un grande. Non ci sono parole per definire il vuoto che lascia.
Ciao Tom, l'unico conforto è pensare che le idee e i grandi che le hanno portate avanti non moriranno mai.
Alina, la figlia di Fidel Castro
ROMA — «Non è accettabile la politica dell'Europa che sta cercando il dialogo con il regime cubano. Abbiamo visto che con Castro non servono nè le sanzioni, nè il dialogo. Ciò che serve è una condanna internazionale del regime». Lo ha detto Alina Fernandez, la figlia dissidente di Fidel Castro, alla conferenza stampa organizzata da «Nessuno tocchi Caino» per presentare il rapporto annuale sulla pena di morte. Per Alina, che ha portato una testimonianza sul regime cubano insieme ad altri connazionali, Cuba «ha bisogno di una condanna internazionale. Spero che tutti ci aiutino» ha detto. La figlia dissidente di Fidel ha affermato che le esecuzioni sommarie a Cuba sono iniziate dopo la rivoluzione, almeno 5mila persone sono morte in quel periodo. «Mi ricordo - ha precisato - di averne vista una anche in televisione, quando avevo 3 anni. Ogni tanto si fucila qualcuno — ha aggiunto Alina — ci sono esecuzioni anche nelle gerarchie militari. Per ultimo, in aprile, tre persone che cercavano di scappare. Per ogni cubano che raggiunge Miami, tre muoiono». Testimonianza densa di emozioni anche quella di Blanca Gonzales, madre di un giornalista condannato a 25 anni di carcere. «La colpa di mio figlio — ha detto — è stata quella di essere un giornalista indipendente. La realtà attuale di Cuba è un'ondata di repressione che ha, per esempio, messo in carcere 75 persone, senza aver commesso alcun reato. Chiediamo aiuto alla Unione europea perchè faccia pressione per liberare queste persone. "Cuba no es libre" non è uno slogan ma una verità. Cuba non è libera nè democratica» Secondo Marco Pannella, leader radicale e presidente di «Nessuno tocchi Caino», «c'è un progresso» nella società italiana rispetto al passato di «tolleranza e complicità» col regime di Castro. «Finalmente — ha detto — stiamo riuscendo a portare alla luce queste complicità. Ed alla luce del sole è difficile non comprendere qual è la realtà di Cuba e di Castro».
Domenica 20 Giugno 2004
World Refugee Day

Voluntary repatriation is the preferred solution for refugees, as these Angolan returnees in Cazombo can testify. © UNHCR/N.Behring-Chisholm
Un posto da chiamare casa:
Ricostruire vite
in sicurezza e dignità
World Refugee Day 2003
Refugee Youth: Building the future. "I giorni della nostra gioventù sono i giorni della nostra gloria". Così scrisse il poeta George Byron. Ma tragicamente, per 20 milioni di giovani in tutto il mondo, lungi dall'essere giorni di gloria, sono spesso giorni pieni di miseria senza speranza, indicibile crudeltà e sfruttamento senza cuore.
World Refugee Day 2002
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What is the UNHCR's ultimate goal? It is, to quote the longest-serving High Commissioner, Prince Sadruddin Aga Khan, "To go out of business". In other words, it is to work for the day when the word "refugees" can be erased from the world's dictionaries because the violence that creates them has also been erased. World Refugee Day 2001
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Chad fears spread of Darfur war
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Chad says that it killed 69 Sudanese "Janjaweed" fighters on its territory. The pro-Sudanese government Janjaweed have been accused of carrying out ethnic cleansing against Darfur's black African population.
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DAGOSPIA: OSTAGGI LIBERI PER CASO, IL POLACCO ERA UNO 007
Su Dagospia.com c'è una nuova spiegazione della liberazione delle tre guardie private italiane in Iraq. Secondo Roberto D'Agostino, autore dello scoop, l'imprenditore polacco Jerzy Kos che era tenuto prigioniero con gli italiani sarebbe uno 007 di Varsavia, «un elemento di primo piano dell'intelligence polacca», un uomo da liberare ad ogni costo. E sarebbe riuscito da trasmettere informazioni sulla sua posizione grazie a un «segnalatore sottocutaneo che invia un raggio codificato, incapsulato nell'avambraccio». Così la prigione sarebbe stata individuata dai servizi polacchi, poi l'intervento sarebbe stato condotto dalle forze speciali americane. Ma i due carcerieri arrestati sarebbero solo «custodi, gente finita in un gioco più grande di loro». Il Sismi, comunque, non avrebbe avuto alcun ruolo. Dagospia aggiunge in quell'ultima fase non è stato pagato alcun riscatto, «resta però il dubbio sui 5 milioni di dollari che sarebbero stati versati nelle prime settimane, quando si intrecciarono rapporti tra il Sismi e gli Ulema», i leader religiosi sunniti. In ambienti dei servizi la ricostruzione del sito è stata smentita. Per la procura di Roma è una ragione di più per cercare di interrogare Kos.
fonte: il manifesto 16-06-04
Intorno alla legalizzazione della tortura (1)
ROUGH JUSTICE: A fighter from the Afghan war is hauled to an interrogation session in February 2002 [GIUSTIZIA SOMMARIA: Un combattente dalla guerra Afghana è trasportato a una sessione di interrogatorio nel Febbraio 2002]
Questa fotografia apre un articolo complesso e impegnativo del TIME di questa settimana. Un rapporto su tutta una serie di documenti e discussioni presenti nei maggiori giornali Americani: Washington Post e New York Times. Desidero esprimere subito tutto il mio apprezzamento per la stampa Americana che non sorvola su un argomento cruciale come quello che segue.
Redefining Torture
Did the U.S. go too far in changing the rules, or did it apply the new rules to the wrong people?
Nell'aprile 2003 le autorità cubane ordinarono un giro di vite nei confronti dell'opposizione che causò l'arresto di almeno un centinaio di persone. AI dichiarò 79 di esse "prigionieri di coscienza".
Questi i capi d'accusa che, per 76 imputati (tre non sono stati ancora processati), hanno comportato pene da sei a 28 anni di carcere: pubblicazione di articoli contenenti critiche sulla situazione economica, sociale e dei diritti umani; partecipazione alle attività di gruppi non autorizzati considerati controrivoluzionari; contatti con persone considerate ostili nei confronti degli interessi cubani.
Il governo dell'Avana ha giustificato il proprio operato accusando gli Usa di condurre una politica di aggressione contro Cuba. Il codice penale dell'isola prevede dure pene detentive per chi è giudicato colpevole di appoggiare le politiche statunitensi.
La maggior parte dei 79 prigionieri si trova in carceri lontane dai luoghi di residenza; alcuni sono stati puniti con l'isolamento e hanno denunciato di aver subito maltrattamenti da parte dei secondini o di altri detenuti. In generale, le loro condizioni di salute non sono buone. I familiari hanno dichiarato di aver ricevuto minacce e intimidazioni.
AI chiede che tutti i prigionieri di coscienza di Cuba siano rilasciati subito e senza alcuna condizione e che, in attesa del loro rilascio, ricevano tutte le cure mediche necessarie.
«Non ci sarà nessun cambiamento nel nostro dispiegamento militare tra il 30 giugno e il 1 luglio, se non che saremo là su invito del governo iracheno, che ci domanderà di restare fino a che gli assassini come quelli che hanno commesso le atrocità di Falluja non siano messi in grado di non nuocere». Così il 2 aprile 2004 Paul Wolfowitz, segretario aggiunto alla difesa, spiegava cosa intendano i responsabili americani per trasferimento dei poteri agli iracheni. Eppure, l'insurrezione che unisce sciiti e sunniti contro l'occupazione, la solidarietà che circonda la resistenza a Falluja, la rinascita del nazionalismo (si legga l'articolo di Juan Cole a pagina 9), ma anche il ritiro del contingente spagnolo, honduregno e dominicano diminuiscono i margini di manovra di Washington e l'obbligano a cercare una copertura Onu per proseguire la presenza militare in Iraq. Operazione difficile dopo la recente scoperta degli interventi «umanitari» a cui si dedicavano le truppe d'occupazione: torture e sadismi nei confronti dei prigionieri iracheni. Uno scandalo che mette in imbarazzo i vertici americani, mostrando la coperta stretta della democrazia esportata con le bombe. Ma intanto, le società americane, legate direttamente all'amministrazione Bush, pur minacciati dal degrado della situazione locale, continuano a fare lauti profitti, fidando su una legislazione ad hoc che non prevede meccanismi di controllo.
Ibrahim Warde
«Un sogno capitalistico»: ecco come il settimanale britannico The Economist ha descritto, nel settembre 2003, la nuova cornice creata per le attività economiche dall'autorità provvisoria della coalizione (Cpa (1)). Con una serie di decreti firmati dal proconsole americano Paul Bremer, il sistema economico iracheno era stato radicalmente trasformato: alle imposte si era fissato un tetto massimo del 15%, le tasse sulle importazioni scomparivano (sostituite solo da una maggiorazione del 5% per la ricostruzione), il sistema finanziario e monetario appariva rivoluzionato: circa 200 imprese pubbliche dovevano essere privatizzate. In breve, dopo più di una quarantina d'anni di dirigismo, il paese sembrava destinato a trasformarsi all'improvviso in una vasta zona di libero scambio.
Il segretario americano alla difesa Donald Rumsfeld, grande regista della «ricostruzione», giustificava questa terapia d'urto con una logica alquanto manichea: «Sarà favorita l'economia di mercato, e non certo un sistema dirigista di tipo staliniano» (2).
La riforma più controversa è quella che riguarda la regolamentazione, o per meglio dire, la totale assenza di regole in materia di investimenti esteri. Il decreto n° 39 del 19 settembre apre infatti l'intero paese agli investimenti, da qualsiasi parte provengano, con la sola eccezione delle risorse naturali. Per operare nel paese, gli investitori stranieri non hanno bisogno né di previe autorizzazioni, né di partner locali, e non devono neppure impegnarsi a reinvestire gli utili. Nel complesso questo decreto, che non prevede nessun organismo né meccanismo di controllo sugli investitori esteri, è di un liberismo ancora più estremo delle leggi in vigore negli Stati uniti o nel Regno unito, dove numerosi settori - ad esempio l'industria degli armamenti o i media - sono preclusi alla concorrenza estera; e va molto oltre le raccomandazioni della Banca mondiale in materia di rimpatrio degli utili. Le imprese multinazionali hanno dunque ottenuto tutto ciò che volevano, o quasi. Non sono mancati, è vero, gli eterni scontenti, per i quali le riforme non erano abbastanza radicali. Ad esempio un celebre economista di Harvard, Robert Barro, pur elogiando la «nobiltà» di riforme basate «sul diritto e sulla proprietà privata», lamentava che i giacimenti petroliferi fossero considerati come un «bene comune», e in quanto tale sottratti agli appetiti degli investitori esteri (3). Dal canto suo, un importante studio legale deplorava «la necessità di tenere la contabilità delle imprese irachene in lingua araba» (4). Il mondo degli affari era comunque in piena euforia: nei contratti per la ricostruzione figuravano cifre colossali. Il potenziale del paese, secondo produttore mondiale di petrolio, era enorme; si parlava di contratti del secolo, di corsa all'oro, di Eldorado della libera impresa. L'Iraq sarebbe diventata la prima «tigre islamica», vetrina e modello per tutto il mondo musulmano.
Restavano però molti dubbi sulla legalità di queste riforme e sulle loro probabilità di sopravvivere al ritorno della sovranità irachena.
Numerosi esperti hanno infatti ricordato che in base alle Convenzioni dell'Aja (1907) e di Ginevra (1949), una potenza occupante non ha il diritto di procedere a questo tipo di «riforme» (5); ma di questo i dirigenti americani non si sono preoccupati più di tanto. Quando un giornalista ha rivolto a George W. Bush una domanda sulla compatibilità delle decisioni Usa con il diritto internazionale, il presidente ha risposto risentito: «Il diritto internazionale? Allora devo chiamare il mio avvocato! (6)».
Altrove però questi problemi non sono stati presi alla leggera. Grazie ad alcune fughe di notizie, la stampa britannica ha rivelato ad esempio che fin dal 26 marzo 2003 Lord Goldsmith, procuratore generale e principale consulente giuridico del governo, aveva avvertito il primo ministro Anthony Blair che «l'imposizione di riforme strutturali determinanti era contraria al diritto internazionale (7)». Lord Goldsmith si era richiamato all'articolo 43 della Convenzione dell'Aja, che recita: «Poiché l'autorità del potere legale è passata di fatto agli occupanti, questi ultimi adotteranno tutte le misure alla loro portata per ristabilire ed assicurare, per quanto possibile e salvo il caso di impedimenti assoluti, l'ordine nella vita pubblica, nel rispetto delle leggi in vigore nel paese».
Ma dopo la caduta del regime di Saddam Hussein è accaduto esattamente il contrario. Lungi dall'assicurare il ripristino dell'ordine, l'autorità provvisoria ha adottato, a fronte dei saccheggi e delle minacce alla sicurezza dei cittadini, una politica di laissez-faire; al tempo stesso però ha dimostrato un considerevole impegno sul piano legislativo per fare tabula rasa del passato. La questione del futuro economico dell'Iraq, impostata male e affrontata peggio, con una serie di interventi raffazzonati, sul piano pratico, in realtà era da tempo oggetto di studi particolarmente attenti. L'ex segretario di stato Paul O'Neill ha rivelato infatti che fin dai primi giorni dell'entrata in carica del governo di George W. Bush, e vari mesi prima degli attentati dell'11 settembre 2001, già si parlava di una strategia per aggiudicarsi i contratti petroliferi con l'Iraq (8).
Numerosi esponenti di spicco dell'amministrazione (tra cui lo stesso presidente, il vicepresidente Richard Cheney e la consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice), tutti veterani dell'industria petrolifera, avevano messo gli occhi sulle risorse di un paese potenzialmente ricco, ma ormai in ginocchio sotto gli effetti congiunti di una spaventosa dittatura, di tre guerre e di dodici anni di sanzioni internazionali.
Era convinzione generale che l'Iraq avrebbe accolto i liberatori con lanci di fiori.
Ma la sua pacificazione si è rivelata assai più ardua del previsto.
Numerose iniziative dell'autunno 2003 stanno ad indicare lo sforzo degli Stati Uniti per cercare nuovamente l'appoggio della comunità internazionale, dopo due anni di spavaldo unilateralismo. Il 16 ottobre 2003 gli Usa ottengono dalle Nazioni unite l'approvazione unanime della risoluzione 1511, che legittima la presenza americana in Iraq.
Il 23 e il 24 ottobre, su iniziativa Usa ma con il patrocinio delle Nazioni Unite (Onu), ha luogo una Conferenza di donatori con la partecipazione di 63 paesi, 20 organismi internazionali e 12 organizzazioni non governative. In seguito a questa Conferenza, esaltata dagli americani come «un enorme successo», sono stati raccolti 33 miliardi di dollari di contributi a vario titolo. Si tratta in realtà di un insieme eterogeneo e mal definito di prestiti, donazioni, aiuti vari (legati spesso a contratti per le imprese delle rispettive nazioni) nonché di apporti bilaterali e multilaterali di numerosi paesi, la cui disponibilità è però condizionata al ripristino della calma e alla fissazione di un calendario per la transizione. Peraltro, si era ben lontani dall'aver raggiunto l'importo giudicato necessario dalla Banca mondiale per rimettere in sesto l'economia irachena: 56 miliardi di dollari su quattro anni. Ma almeno, gli Stati uniti potevano sostenere di avere l'appoggio della «comunità internazionale».
Alcuni giorni dopo, il Congresso americano approvava uno stanziamento complessivo di 87 miliardi di dollari per finanziare le guerre dell'Iraq e dell'Afghanistan. La ragguardevole somma di 18,6 miliardi di dollari veniva assegnata specificamente ai contratti militari e di ricostruzione dell'Iraq. Era stato però respinto, sotto le pressioni della Casa bianca, un emendamento che prevedeva severe sanzioni in caso di frodi nei pubblici appalti. Il senatore democratico dell'Illinois Richard Durbin, dopo aver fatto notare «i contatti politici privilegiati» delle imprese che si erano aggiudicate la maggior parte dei contratti, si era dichiarato sorpreso di questa decisione: «Non comprendo per quale motivo si voglia impedire di perseguire chiunque, in tempi di guerra, si renda responsabile di frodi nei riguardi del governo americano e dei contribuenti»...
Il 5 dicembre 2003 il presidente Bush ha anunciato che James Baker, già segretario di stato dell'amministrazione di George Bush padre, era stato incaricato di recarsi in varie capitali europee - tra cui Parigi, Berlino e Mosca - per negoziare una parziale remissione del debito iracheno. L'onere costituito da questo debito, ufficialmente valutato a 130 miliardi di dollari, rischiava infatti di vanificare ogni sforzo per la ricostruzione. Dato che in larga misura il prestito era stato contratto da un tiranno, poteva essere considerato come «un debito iniquo» illecitamente imposto al popolo iracheno. Il fatto che l'incarico di prendere contatti nelle capitali dello «schieramento per la pace» fosse stato affidato a un multilateralista convinto quale James Baker ha indotto molti a pensare che i neoconservatori non avessero più il vento in poppa. Ma la replica non si è fatta attendere. Il giorno stesso dell'annuncio della missione di James Baker, il segretario aggiunto alla difesa Paul Wolfowitz ha diramato una circolare con la quale annunciava che alcuni paesi - tra cui la Francia, la Germania, la Russia e il Canada - sarebbero stati esclusi dai principali contratti per la ricostruzione. Ventisei contratti, corrispondenti a un ammontare totale di 18,6 miliardi di dollari (15 miliardi di euro) per forniture di ogni genere, dall'equipaggiamento dell'esercito iracheno al ripristino delle strutture petrolifere, dei sistemi di comunicazione e delle reti di distribuzione idriche ed elettriche, dovevano quindi essere riservati ai 63 paesi della «coalizione dei volontari» che avevano partecipato all'offensiva militare contro l'Iraq, o l'avevano comunque appoggiata. Nella sua circolare, Wolfowitz spiegava che queste misure, necessarie per tutelare «gli interessi essenziali per la sicurezza degli Stati uniti», erano volte ad «incoraggiare la cooperazione internazionale in vista dei futuri sforzi» per stabilizzare l'Iraq. Ma com'era facile prevedere, questa decisione non ha mancato di suscitare proteste.
In particolare, l'Unione europea ha richiamato l'attenzione sugli accordi dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), che vietano ogni discriminazione tra fornitori nazionali ed esteri nell'aggiudicazioni di pubblici appalti. E in seno allo stesso Congresso Usa, l'influente senatore democratico del Delaware Joseph Biden ha espresso riprovazione per questa «smargiassata totalmente gratuita», «del tutto inutile ai fini della protezione dei nostri interessi in materia di sicurezza, ma utilissima ad alienarci i paesi dei quali abbiamo bisogno in Iraq».
Malgrado ciò, la presidenza ha ratificato questa nuova posizione, riaprendo ferite ancora mal cicatrizzate. Del resto, già un anno prima il segretario di stato Colin Powell aveva avvertito che chi avrebbe preso posizione contro la guerra «ne avrebbe subito le conseguenze».
Dunque, era forse venuto il momento della resa dei conti. Anche secondo Scott McClellan, portavoce della Casa bianca, si doveva considerare «normale e ragionevole aggiudicare i principali contratti al popolo iracheno e ai paesi che avevano condiviso con gli Stati uniti il difficile compito di costruire un Iraq libero, democratico e prospero».
Il dipartimento di Stato si è comunque affrettato a precisare che non si trattava di una misura di esclusione, bensì di inclusione, poiché i contratti, lungi dall'essere riservati esclusivamente agli Stati uniti, avrebbero potuto andare alle imprese di altri 62 paesi (tra cui il Regno unito, l'Italia, la Spagna, la Polonia, ma anche il Ruanda, Palau o Tonga). Non senza magnanimità, il Pentagono aggiungeva poi che l'elenco dei paesi partner della coalizione rimaneva aperto, e chiunque decidesse di inserirvisi avrebbe avuto via libera per aggiudicarsi i contratti in futuro (9).
In base a un'interpretazione decisamente selettiva del diritto internazionale Robert Zoellick, portavoce del responsabile americano per il commercio, ha respinto ogni accusa di protezionismo sostenendo che «i contratti conclusi per conto dell'autorità provvisoria della coalizione (Cpa) sono esenti dalle norme in materia di gare d'appalto internazionali, in quanto la Cpa non costituisce un'entità soggetta agli obblighi in questione».
La posizione dell'amministrazione Bush ha trovato però la sua espressione più chiara nelle parole dello stesso presidente: «Le spese di dollari americani rifletteranno il fatto che truppe americane e di altri paesi hanno rischiato la loro vita. È molto semplice: i nostri hanno rischiato la vita, come l'hanno rischiata i [soldati dei] paesi amici della coalizione; quindi i contratti rifletteranno questo stato di fatto. Questo è del resto ciò che i contribuenti si aspettano». Il governo Usa aveva taciuto a lungo sull'aspetto affaristico della guerra irachena, insistendo invece sulle armi di distruzione di massa o sulla liberazione del popolo iracheno (10). Ma a un dato momento, il presidente degli Stati uniti non ha più nascosto la sua intenzione di considerare il grosso dei contratti alla stregua di un bottino di guerra; e di calcolare i dividendi in base al sangue versato.
Frattanto però, negli Stati uniti le polemiche sui contratti per la ricostruzione si allargano a vista d'occhio. E ogni giorno nuove rivelazioni confermano che l'abuso di fiducia, gli sperperi, i conflitti d'interessi, le malversazioni, i prezzi gonfiati e la pessima qualità delle forniture sono all'ordine del giorno. Il bottino è accaparrato da una manciata di imprese americane, tutte molto vicine all'amministrazione Bush. Tanto che anche i fedeli alleati non nascondono la delusione: i loro contratti sono ben poca cosa, e gli esponenti del governo del Regno unito sono arrivati al punto di chiedere in sordina ai loro omologhi americani qualche misura di «discriminazione positiva» (11).
In base al rapporto del Center for Public Integrità, le settantuno società e imprese che hanno ottenuto contratti per la ricostruzione dell'Iraq e dell'Afghanistan hanno versato oltre 500.000 dollari in favore delle compagne elettorali di George W. Bush: in questi ultimi dodici anni nessun politico era riuscito a raccogliere una somma così ingente. In base a questo rapporto, «degli appalti più importanti, nove su dieci sono andati a una società in cui operano ex responsabili del governo, o i cui dirigenti sono vicini ai membri del Congresso o alle autorità competenti per l'attribuzione dei contratti».
Secondo Charles Lewis, direttore del Centro, «da parte degli organismi federali non c'è stato alcun controllo sulle procedure di attribuzione degli appalti: il che dimostra fino in quale misura questo sistema si presta a favorire le frodi, il clientelismo e lo spreco (12)».
Nonostante le promesse di trasparenza, i contratti più lucrosi sono stati attribuiti senza alcun tipo di gara d'appalto pubblica. Il ricco mercato della ricostruzione irachena è stato fagocitato quasi interamente da società americane, e segnatamente dalla Halliburton (ingegneria petrolifera) tramite la sua filiale Kellog Brown & Root (Kbr) e dalla Bechtel (edilizia e lavori pubblici), entrambe molto vicine ai falchi al potere a Washington. Bisogna riconoscere che queste due compagnie possono vantare una certa esperienza dell'Iraq. Fin dal 1983 la Bechtel, all'epoca molto vicina all'amministrazione Reagan, aveva ottenuto l'incarico di costruire un oleodotto in Iraq; l'accordo era stato negoziato direttamente con Saddam Hussein da Donald Rumsfeld, attuale segretario alla difesa.
Dal canto suo la Halliburton (che dal 1995 al 2000 era diretta dall'attuale vicepresidente americano Richard Cheney) aveva ottenuto una deroga speciale per proseguire le sue attività in Iraq nonostante il regime di sanzioni internazionali.
Le distorsioni dell'Oil for food La Halliburton è divenuta il simbolo del capitalismo clientelare all'americana. Il rappresentante democratico della California Henry Waxman ha rivelato che un contratto per il ripristino dei pozzi petroliferi, con un impegno a lunghissimo termine, era stato stipulato, senza passare per gare d'appalto di nessun tipo, tra la società Kellog Brown & Root (Kbr) e le autorità del genio militare Usa. Oltre all'incarico di riparare i pozzi, la Kbr si è aggiudicata la gestione di questi impianti e la vendita della loro produzione, divenendo così di fatto concessionaria di una parte delle riserve di petrolio irachene.
Ma non è tutto: sempre secondo Waxman, le somme per il finanziamento di questo contratto sarebbero state prelevate dal fondo delle Nazioni unite «Oil for food», prontamente ribattezzato «Fondo di sviluppo dell'Iraq». A quanto pare, numerose leggi e disposizioni sono state varate ad hoc, a tutela di questi investimenti. Ad esempio, il 22 maggio 2003 Bush ha firmato il decreto n° 13.303, che protegge tutta l'industria petrolifera da «qualsiasi sentenza, giudizio, decreto, procedura o ordinanza di confisca, trattenuta o qualsivoglia altra misura giudiziaria». Come ha constatato Tom Devine, direttore legale del Government Accountability Project, «in questo modo l'industria petrolifera è stata posta al disopra delle leggi americane e di quelle internazionali (13)». Oltre a essere tutelate contro ogni possibile intervento giuridico, la Halliburton e la sua filiale sono state anche poste al riparo dai rischi finanziari. In effetti, i loro contratti sono stati negoziati sulla base della cosiddetta Iqid, sigla che sta per «indefinite quantity/ indefinite delivery», cioè «quantità e termini di consegna non definiti».
Una procedura che può essere giustificata da condizioni d'emergenza o di incertezza, per cui si consente a un'impresa di accollare tutti i suoi costi allo Stato, con l'aggiunta di un utile che in generale può variare dall'1 e al 7% (14). Di fatto però, procedure del genere spalancano le porte a tutti gli abusi e a tutti i conflitti d'interesse.
Per ben due volte la Kellog Brown & Root (Kbr) è stata colta con le mani nel sacco. Nel primo caso, aveva gonfiato di oltre il 60% il prezzo della benzina importata in Iraq. Un gallone (un po' più di tre litri e mezzo) acquistato in Kuwait a 70 centesimi era stato rivenduto all'esercito americano a 1,59 dollari, con un ricarico totale di ben 61 milioni di dollari. La Kbr ha invocato a sua difesa i costi di trasporto (ma il Kuwait è alle porte dell'Iraq) e i rischi che doveva affrontare. Poche settimane dopo, la stessa impresa è stata denunciata per gonfiato di 16 milioni di dollari il costo dei pasti forniti ai soldati americani. E come se non bastasse, un rapporto del Pentagono sulle forniture della Kbr (come del resto quelle della Bechtel) denuncia la cattiva qualità delle prestazioni (15). Sembra peraltro che queste rivelazioni costituiscano solo la parte visibile dell'iceberg. Il governo statunitense si è accontentato di aprire alcune inchieste, di creare qualche nuova struttura di revisori di conti e di promettere una maggior trasparenza. Ma la Kbr non ha mai smesso di incamerare contratti e di arraffare denaro facile a spese dei contribuenti americani e del popolo iracheno. Lo stesso vicepresidente Richard Cheney figura tra i beneficiari di questa manna, dato che durante i suoi primi anni alla Casa bianca ha incassato dalla Halliburton somme ragguardevoli a titolo di «redditi differiti»: 150.000 dollari nel 2001 e 160.000 nel 2002; e sembra sia tuttora in possesso di circa 433.000 azioni della società, il cui valore dipende ovviamente dall'entità dei profitti del gruppo (16).
Il confine tra politica e affari appare sempre più indeterminato.
I contratti iracheni sono chiaramente considerati come una fonte di facile arricchimento. Già in passato, il presidente del Comitato consultivo del Pentagono Richard Perle aveva saputo sfruttare abilmente il suo duplice ruolo. Sul piano politico era il più focoso sostenitore di un'estensione della guerra all'Iraq e ad altri paesi; e come privato cittadino aveva fondato la Trireme International, una società di capitale a rischio con l'obiettivo di trarre profitto dalle operazioni belliche (17). Dal canto suo Joe Allbaugh, che nel 2000 era stato il coordinatore della campagna elettorale di George W. Bush, ha fondato la New Bridge Strategy, una società finalizzata ad agevolare l'ottenimento di contratti in Iraq. E nello stesso senso si muove uno studio legale di antiche tradizioni, quello di Douglas Feith, numero tre del Pentagono e neoconservatore d'assalto, direttamente preposto alla supervisione della ricostruzione.
Questa commistione tra politica e affari non può che riflettersi anche sulle imprese irachene. A quanto pare, su 115 progetti repertoriati dall'autorità provvisoria alla fine del 2003, 25 sono stati attribuiti a imprese locali; ma in un'economia oramai priva qualsiasi meccanismo di tutela, come non pensare che non siano andati ai soliti noti, cioè a gente vicina alle forze d'occupazione o al Consiglio di governo iracheno ad interim (Cig), composto da 25 membri, tutti nominati dagli americani?
E la popolazione? A dar retta ai discorsi ufficiali, in definitiva il beneficiario del nuovo ordine dovrebbe essere il popolo iracheno.
I leader degli Stati uniti non hanno mai smesso di incoraggiarlo a fruire dei vantaggi della «libertà» economica. Dopo una breve visita nel paese, il segretario al commercio Usa ha decantato «i fenomenali progressi» constatati di persona sul posto; e si è profuso in elogi per lo spirito imprenditoriale degli iracheni, che ha potuto toccare con mano. Ha voluto poi illustrare il suo pensiero, nel corso di un colloquio con un divo della Cnn, un giornalista noto per la sua prontezza a fare da grancassa alla propaganda governativa, con un esempio toccante: «Mi sono fermato lungo la strada per acquistare una coca cola da un ragazzo, un giovane imprenditore (18)».
Ma di norma, per ora i cittadini iracheni non hanno molti motivi per rallegrarsi che il loro paese sia divenuto l'Eldorado del libero scambio. Il denaro così riversato senza alcuna coerenza in un'economia malata non ha fatto che inasprire le difficoltà economiche: l'inflazione, il razionamento, la penuria di petrolio e soprattutto la disoccupazione aggravano di continuo il caos e i problemi di sicurezza. Le «scremature» nei vari settori della pubblica amministrazione e lo smantellamento dell'esercito hanno ingrossato le file dei disoccupati. Grazie alle leggi ultraliberiste le imprese hanno mano libera per importare manodopera ed esportare i propri utili senza restrizione alcuna. Per quanto i dirigenti americani cerchino di sostenere che i «disordini» siano da imputarsi a «stranieri infiltrati», la fiducia degli iracheni nelle società incaricate delle opere di ricostruzione è a dir poco scarsa. E come non comprenderlo, quando l'onnipresente Kellog Brown & Root, filiale della Halliburton, subappalta ai sauditi - che a loro volta impiegano in maggioranza personale proveniente dall'India e dal Bangladesh - la fornitura dei pasti pronti (peraltro a prezzi gonfiati) alle truppe americane? Da questa attività gli iracheni sono stati esclusi. E con quale motivazione?
C'è il rischio che cerchino di avvelenare i soldati Usa (19).
La libertà secondo Bush: vietato ai minori di 17 anni il film di Michael Moore
di red.
La censura «cacciata dalla porta» è rientrata dalla finestra: «Fahrenheit 9/11» negli Usa è stato vietato ai minori di 17 anni non accompagnati, bollato cioè con la classificazione «R». Dopo il tentativo di non farlo uscire nelle sale americane, «sventato» grazie all’intervento di una distribuzione indipendente nata ad hoc e alla spinta propulsiva innescata dalla vittoria della Palma d’oro, il documentario di Michael Moore si trova nuovamente di fronte a un tentativo di «censura». Contro il quale i suoi distributori annunciano battaglia, o meglio «un ricorso d’urgenza» poiché il film anti-Bush è atteso nei cinema Usa il 25 giugno.
Fonte: Unità on line
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In questa foto pubblicata dal Washington Post un prigioniero iracheno nudo cerca di proteggersi da un cane al guinzaglio di un militare Usa (Ap) |
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Una soldatessa americana sorride mentre opera sulla ferita di un detenuto iracheno nel carcere di Abu Ghraib (Ap) |
Pausa di riflessione alla procura di Roma, intanto, per capire come proseguire le indagini sul sequestro di Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Salvatore Stefio e sull'uccisione di Fabrizio Quattrocchi. I pm del pool antiterrorismo, Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio, infatti, starebbero cercando di sciogliere uno dei nodi principali della intricata inchiesta: allo stato, negli atti del fascicolo mancherebbero i rapporti e i verbali degli arresti dei due terroristi delle Falangi verdi di Maometto catturati nel blitz delle forze della coalizione di mercoledì scorso. I due terroristi sarebbero nelle mani delle forze della coalizione e per il momento ala procura di Roma non è pervenuta comunicazione ufficiale dell'avvenuto arresto, una cattura effettuata in uno stato straniero. Una vicenda, quindi, intricata, da un punto di vista giuridico-internazionale. Per questo motivo, a quanto si apprende, nel registro degli indagati della procura della capitale non sarebbe stato iscritto alcun nome. (News2000)
Ufficialmente gli ostaggi italiniani sono stati liberati con un blitz, senza trattative, senza riscatto.
In serata confermata da commissario della Croce rossa che al pari di Strada ha tentato una via umanitaria alla liberazione degli ostaggi, Maurizio Scelli e che smentisce categoricamente il pagamento di una somma definendo «sciacallaggi» le ricostruzioni diverse. «Nè il governo, nè i servizi segreti, nè l'ambasciata ha pagato alcun riscatto», sostiene Scelli, ex candidato di Forza Italia in un collegio di Roma che ha però eletto il diessino Walter Tocci.
Ma c'è anche un'altra versione: lunghe trattative, 9 milioni di euro pagate, nessuna sparatoria o blitz. È la verità confermata da Gino Strada. E i pm che hanno sentito Sfefio, Cupertino e Agliana non appena sono sbarcati in Italia, ora vogliono sentire Gino Strada e i reponsabili di Emergency come persone informate suoi fatti. E anche Scelli sarà convocato dai magistrati romani che indagano sulla morte di Quattrocchi: Ionta, Saviotti e Amelio.
Le dichiarazioni del medico pacifista all'Unità fanno intanto infuriare la destra che finora ha utilizzato il blitz per giustificare la linea dura del governo. Interviene in serata addirittura il ministro degli esteri Franco Frattini a Perugia per la conclusione della campagna elettorale di Forza italia e della Casa delle Libertà: «Ciò che ha detto Strada è più grave, contiene delle mistificazioni e speculazioni purtroppo elettoralistiche su cose serie e delicate. C'è un comunicato di palazzo Chigi. Io non aggiungo altro quel comunicato di Palazzo Chigi, che corrisponde alla realtà dei fatti. I fatti che si possono raccontare, certamente dove è avvenuta la liberazione, che non è stato pagato un riscatto».
In mattinata era stato il vicepremier Gianfranco Fini a smentire le trattative a "Radio anch'io". Dice Fini: non ci sono state trattative per arrivare alla liberazione degli ostaggi italiani in Iraq e se Gino Strada ha delle prove che invece ci siano state, le presenti. Inizia in mattinata con un linguaggio civile, Fini, ma in serata parla di dichiarazioni «vergognose».
Per altro tutto il resto del centrodestra fin da subito reagisce alle interviste rilasciate dal fondatore di Emergency a vari quotidiani - la più articolata all'Unità - con una sequela di insulti e accuse pesanti. L'azzurro Osvaldo Di Napoli è il più gentile e gli dice che come investigatore è una schiappa. Per Giorgio Lainati Emergency è ormai un partito a sinistra dei Ds radicato nella «tradizione comunista dell'aggressione verbale e dell'odio».
Maurizio Ronconi dell'Udc lo definisce un «politicante» e attacca anche l'Unità che lo ha intervistato, «che continua a distinguersi come giornale scandalistico ma sempre a corto di prove». Anche Fabrizio Cicchitto,
vice coordinatore di Forza Italia, attacca la sinistra, l'Unità aggiungendo poi che «il più patetico di tutti appare Gino Strada, che è molto indispettito
perchè gli ostaggi non sono stati consegnati a lui, evidentemente per trarne popolarità e vantaggi politici». Una tesi ricalcata anche dal deputato forzaitalico Paolo Ricciotti per cui «Strada, ormai malato di protagonismo politico c'è rimasto male perchè gli ostaggi sono stati liberati con un blitz militare arrivato su via libera del governo italiano invece di essere consegnati nelle sue mani di pacifista-opportunista».
Insomma, gli esponenti della maggioranza e del governo invece di ringrazarlo per essere andato in Iraq a tentare la liberazione dei tre ostaggi, preferiscono denigrarlo perchè non se ne sta zitto e buono.
Ma cosa ha detto Strada all'Unità? Ha confermato le indiscrezioni già pubblicate da altra fonte del pagamento di un riscatto. Un semplice riscatto e non un blitz, autorizzato dal governo italiano. Così secondo Strada sono stati liberati i tre ostaggi italiani in Iraq. E lo sostiene anche il sito web diell'agenzia di notizie Peace Reporter.
«Quella casa al numero 17 di Zaitun Street era disabitata da almeno due mesi. Fino a lunedì sera tardi (7 giugno, ndr) quando, intorno alle 23, si è sentito un gran trambusto. Io, che abito al 13, ho visto arrivare alcune auto e fermarsi davanti a quella casa. Sono entrate un po’ di persone. Era buio, non abbiamo visto bene. Poco dopo se ne sono andati via ed è tornata la calma». A parlare, raggiunto al telefono da PeaceReporter, il giornale online di Emergency, è un iracheno, il signor Fahad, che assieme ad altri due suoi vicini, il signor Mohammed e il signor Ibrahim, è stato testimone oculare della liberazione di Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Salvatore Stefio.
«Il mattino seguente, intorno alle 9:30, sono arrivate cinque auto militari americane, di colore verde oliva. Si sono fermate davanti a quella casa. Ne sono scesi alcuni uomini vestiti in abiti civili e con gli occhiali scuri. Erano sicuramente uomini del mukhabarat (servizio segreto, n.d.r.) americano. Hanno aperto la porta dell’abitazione, senza forzarla, come se fosse già aperta, e sono riusciti subito con solo quattro uomini, che poi abbiamo saputo essere i tre ostaggi italiani e un ostaggio polacco. Li hanno caricati su un furgoncino bianco e se ne sono andati via. Il tutto con la massima calma. Non è stato sparato un colpo. Nella casa, a parte gli ostaggi, evidentemente non c’era più nessuno. Non è stato assolutamente un blitz militare come è stato annunciato tre ore dopo. Quelli sono tutta un’altra cosa. Lì si è trattato di una semplice presa in consegna. Gli americani sono andati lì a colpo sicuro. Sapevano che gli ostaggi erano stati portati lì, si erano messi d’accordo. Il vostro governo ha pagato un riscatto: nove milioni di dollari. Qui ormai lo sanno tutti. Adesso però basta parlare al telefono, non è sicuro».
La sua versione dei fatti è confermata da un'altra fonte irachena raggiunta da PeaceReporter, vicina al braccio politico della guerriglia. Una fonte che ha voluto rimanere anonima, e che ha fornito la sua versione di tutta la vicenda del sequestro, delle trattative e della liberazione. La fonte inizia facendo un nome, quello di Salih Mutlak. "Mutlak – dice – è un facoltoso commerciante iracheno arricchitosi con le speculazioni e il contrabbando durante il periodo dell’embargo. Da molti è definito semplicemente come un ‘mafioso’. Lui è il personaggio chiave della vicenda della liberazione dei tre ostaggi italiani, assieme al già noto Abdel Salam Kubaysi (solo un omonimo di Jabbar al-Kubaysi), ulema sunnita e docente all’università di Baghdad, salito all’onore delle cronache televisive internazionali per il suo ruolo nella trattativa per il rilascio - dietro pagamento di riscatto - degli ostaggi giapponesi".
Secondo la fonte, con Mutlak e con Kubaysi il governo italiano avrebbe trattato segretamente per settimane al fine di ottenere il rilascio di Agliana, Cupertino e Stefio, rapiti il 12 aprile assieme a Quattrocchi, ucciso il 14 aprile. Si scoprirà poi che aveva in tasca un porto d’armi rilasciato dalle forze britanniche e un pass della Coalizione. I contatti tra i nostri servizi segreti, il Sismi, e la coppia Mutlak-Kubaysi sono iniziati subito dopo quei tragici giorni, e già il 20 aprile erano cominciate a trapelare notizie sull’accordo con il governo italiano per il pagamento di un riscatto di 9 milioni di dollari. Il 22 era stato lo stesso governatore italiano di Nassiriya, Barbara Contini, a lasciarsi scappare che non c’era nulla da stupirsi del fatto che il governo pagasse un riscatto. “Si è sempre fatto così” aveva detto. Subito dopo aveva smentito questa dichiarazione, e il ministro degli Esteri, Franco Frattini, aveva detto che si trattava di "storie prive di fondamento”. Lo stesso giorno, una qualificata fonte dei servizi segreti italiani rivelava all'agenzia Ansa: "La trattativa, avviata da giorni, è già stata definita in tutti i suoi aspetti, sia para-politici, sia economici. Quello che dovevamo fare l'abbiamo fatto".
Dopo questa burrasca il Sismi ha protestato per queste fughe di notizie che rischiavano di far saltare le trattative in corso. A quel punto, il governo ha deciso di imporre il silenzio stampa assoluto sulla vicenda. "Le trattative - spiega la fonte - sono proseguite fino a quando, all’inizio di maggio, Salih Mutlak è andato in aereo a Roma. Ragione ufficiale del suo viaggio: affari. E’ rimasto nella capitale italiana per una ventina di giorni, tornando a Baghdad alla fine di maggio con una valigetta piena di soldi. Cinque milioni di dollari, prima tranche di un riscatto complessivo di nove milioni di dollari. Gli altri quattro, questi erano gli accordi da lui presi, sarebbero stati consegnati ai rapitori dopo la liberazione degli ostaggi". Dopo il ritorno di Mutlak con i soldi, nei primi giorni di giugno si è consumato un duro scontro all’interno delle fila dei guerriglieri iracheni. Da una parte il braccio ‘militare’ dei guerriglieri, quelli che detenevano materialmente gli ostaggi e che, tramite Mutlak e Kubaysi, erano in contatto con il governo italiano: per loro l’importante era solo incassare il malloppo. Dall’altra parte il braccio ‘politico’ che non voleva fare la figura di una banda di delinquenti che rapiscono per soldi e che quindi non volevano accettare il riscatto. "Noi ci siamo opposti a questo gioco sporco.
Questa storia del riscatto e della messa in scena della liberazione – sostiene la fonte – avrebbe rovinato l’immagine della nostra causa, facendoci passare per dei volgari banditi, e poi avrebbe giovato al governo italiano e quindi prolungato l’occupazione militare dell’Iraq. Noi volevamo consegnare gli ostaggi, senza alcun riscatto, nelle mani di rappresentanti del mondo pacifista italiano, sia laico che cattolico, con cui eravamo già in contatto da tempo e con i quali eravamo vicinissimi a una conclusione". Ancora domenica scorsa 6 giugno, i rappresentati della Santa Sede in Iraq si dicevano infatti certi che la liberazione dei tre italiani sarebbe stata questione di ore. Anche il governo italiano sentiva che la questione era giunta a un punto decisivo: venerdì scorso, 4 giugno, il ministro Frattini ha annullato una sua importante visita a Tokyo per “motivi familiari”. Forse quello è stato un giorno decisivo. "Alla fine – prosegue la fonte, con tono infuriato – l’hanno spuntata i ‘militari’ senza scrupoli, che nei giorni scorsi, assieme a Mutlak, hanno organizzato in gran segreto il trasferimento dei tre ostaggi italiani dal loro luogo di detenzione, cioè Ramadi, un centinaio di chilometri a ovest di Baghdad, fino alla periferia occidentale della capitale, nel sobborgo di Abu-Ghraib. I tre sono stati lasciati in una casa e poi la loro posizione è stata comunicata ai servizi italiani e a quelli americani perché li venissero a prelevare.
Il loro piano era di far sembrare tutto come un blitz militare che si concludesse con l’arresto dei sequestratori. Ma non è andata così". E in effetti, fonti vicine ai servizi italiani hanno rivelato che i due arrestati effettuati in connessione con il presunto blitz erano in realtà solo due pastori iracheni, che nulla avevano a che fare con la guerriglia e che erano stati pagati per farsi trovare lì. Di certo, il fatto che a condurre l’operazione siano stati militari americani, e non italiani, preclude alla magistratura una effettiva indagine sui "liberatori". In Iraq, al mercato nero delle armi, un kalashnikov costa tra i venti e i trenta dollari. Con nove milioni di dollari se ne possono comprare centinaia di migliaia.
fonte: unità on line
SIPRI YEARBOOK
Il record delle armi
GUGLIELMO RAGOZZINO
La spesa militare globale è aumentata nel 2003 dell'11% in termini reali. L'aumento segue quello del 6%, dell'anno precedente, così il Sipri, spara le sue due cifre: un aumento prossimo al 18% nel corso dei due anni dopo l'11 settembre, con il traguardo di 956 miliardi di dollari come spesa globale annua. Il Sipri, come si sa, spara solo cifre. Infatti l'istituto svedese (Stockholm International Peace Research Institute) è al tempo stesso la fonte indipendente e migliore di ricerca e di giudizio sui sistemi militari e sulle guerre nel mondo e un covo di pacifisti. I 956 miliardi di dollari sono spesi per il 47% dagli Usa. Il Giappone è al secondo posto con il 5% e Regno unito, Francia e Cina, quasi alla pari tra loro, al terzo, con il 4%. La cifra equivale al 2,7% del Pil (prodotto interno lordo) mondiale, un dato raggiunto solo alla fine della guerra fredda, nel 1987, con armamenti nucleari e scudi missilistici. Nei dieci anni successivi la spesa militare delle due superpotenze e di conseguenza quella mondiale è declinata, per avere una moderata ripresa, da parte Usa, nel 1998-2001; anche se l'Urss non c'era più, e le due torri c'erano ancora. In altre parole, il Sipri suggerisce che l'origine del riarmo è nel settore militare industriale Usa, piuttosto che nella necessità strategica di fronteggiare il nemico di sempre o combattere il terrorismo insorgente.
Il Sipri fa due conti. Tre quarti della spesa militare appartiene al mondo ricco con il 16% della popolazione. L'insieme di questo spreco militare dei paesi ricchi supera largamente l'intero debito che i paesi poveri hanno verso gli altri. Il suggerimento sottinteso è di annullare le spese militari e i debiti e ottenere in un colpo solo un mondo assai migliore. Un mondo impossibile? Gli aiuti annui dei paesi ricchi al resto del mondo sono meno di un decimo della loro spesa militare.
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INTERVISTA
«9 milioni di dollari»
18 miliardi di lire consegnati ai rapitori di Agliana Stefio e Cupertino ai rapitori dal «mafioso» Salim Mutlak e l'ulema Abdel Salam al Kubaisi. Committente: il governo italiano. Un «contatto» racconta la storia a Gino Strada di Emergency
SARA MENAFRA
«Nove milioni di dollari, offerti da alcuni mediatori che si sarebbero detti in contatto con il governo italiano». A raccontare che i rapitori avrebbero rilasciato gli italiani in cambio di un sostanzioso riscatto è Gino Strada, il fondatore di Emergency, che in questi giorni ha tentato più volte di ottenere la liberazione degli ostaggi. La conferma della notizia circolata già nei giorni scorsi - secondo cui l'ambasciata italiana avrebbe pagato la cifra richiesta - arriva dal «contatto» che teneva i rapporti tra l'associazione e i rapitori.
Cominciamo dall'inizio. Del ruolo di Emergency in questa vicenda si è parlato parecchio e in modi diversi. Ci racconti com'è andata?
Prima di tutto voglio dire che anche se potrebbe sembrare strano che Emergency abbia deciso di provare a parlare con i rapitori, il nostro è stato un atteggiamento coerente con l'idea di mettere le vite umane davanti a qualunque valutazione politica. Tutto è partito con una intervista fatta da Peacereporter a un membro dell'opposizione irachena che dava una generica disponibilità a dialogare con esponenti pacifisti. Noi ci siamo messi a disposizione, anche se fin dai primi contatti ci è stato detto che contemporaneamente qualcuno stava lavorando a risolvere la questione con il pagamento di un riscatto. Abbiamo risposto che non erano fatti nostri. E per settimane siamo stati in Iraq, dicendo a tutti quelli che conosciamo da quando arrivammo nel `95: «Il nostro mestiere è dare una mano alle vittime della guerra. Vi chiediamo un atto di solidarietà: rilasciateli».
Ma il contatto giusto? Si è parlato di servizi iracheni, di fondamentalisti...
E' una situazione complicata: ci sono dei rapitori di cui non conosci l'identità e non la saprai mai. Però con queste persone parla un signore iracheno, il contatto con un collaboratore di Emergency. Non è importante avere certezze su chi sia questo contatto. Diciamo che è dell'opposizione a Saddam Hussein ma anche agli americani.
E' Jabbar al Kubaisi?
Assolutamente no, l'ho visto ad Amman, ma a Baghdad non l'ho più visto.
Vi hanno dato informazioni sugli ostaggi?
Ci è stato detto che gli ostaggi stavano bene, che c'era disponibilità a rilasciarli ma che il rilascio avrebbe richiesto un po' di tempo. E noi abbiamo deciso di tornare in Italia anche perché la presenza di occidentali in una zona di guerra non passa inosservata per mesi. A Baghdad ci sono più spie che venditori ambulanti.
Ma se erano in trattativa per un riscatto perché avrebbero dovuto darli a voi gratis?
Perché quella che viene chiamata resistenza irachena e che io chiamo opposizione al regime di occupazione militare era assolutamente contraria persino a dialogare con il governo italiano o con la croce rossa italiana che loro considerano strettamente legata al governo.
Eppure tramite mediazioni religiose sono stati rilasciati anche cittadini appartenenti ad altri stati occupanti...
I gruppi non sono tutti uguali. C'è una galassia di formazioni. Ciascuna ha i suoi leader politici o religiosi e segue strade diverse. Sta di fatto che a noi l'opposizione irachena ha detto che non c'era alcuna intenzione di dialogare con istituzioni degli occupanti.
Avevate capito dove tenessero gli ostaggi?
Nella zona a Ovest di Baghdad. I contatti sono proseguiti fino a lunedì scorso. Quando Al Jazeera ha mandato in onda il filmato del 31 maggio ci hanno detto di stare tranquilli e che gli ostaggi sarebbero stati rilasciati a breve. Questo è il motivo per cui ho continuato a dirmi ottimista.
E la trattativa per il riscatto?
Dieci giorni fa, i rapitori ci hanno contattati e ci hanno detto che si erano presentati due iracheni che avevano offerto 9 milioni di dollari. I nostri interlocutori volevano sapere se l'iniziativa fosse partita da noi e noi abbiamo risposto di no.
Chi erano queste persone che si sono presentati ai rapitori?
A quel che ci hanno detto sarebbero Salik Mutlak, un businessman che qualcuno definisce un mafioso e che ha fatto miliardi con l'embargo, e Abdel Salam Kubaysi, ulema e docente all'università di Baghdad.
E i soldi da dove venivano?
Probabilmente dal governo italiano, con cui stavano trattando. Chi altri potrebbe essere interessato? E' a questo punto che ci spiegano come tra i sequestratori ci sia qualcuno che sostiene la tesi «lasciarli andare per lasciarli andare almeno portiamo a casa nove milioni di dollari». L'altro giorno, dopo la notizia della liberazione abbiamo fatto una chiacchierata con il nostro contatto. Il quadro è abbastanza coerente. Nella divisione tra posizioni diverse qualcuno ha deciso di accettare il riscatto, pagato ovviamente in contanti, solo a quel punto gli ostaggi sono stati trasferiti ad Abu Ghraib, a sud di Baghdad. E qui sono stati lasciati in attesa degli americani. Peacereporter ha parlato con l'uomo che abita vicino alla casa in cui sono stati trovati, che ha raccontato di aver sentito arrivare i rapitori la notte di lunedì e la mattina dopo, le automobili americane.
Repubblica ieri (2 giorni fa n.d.r.) scriveva che l'ultimo video conteneva un messaggio rivolto a voi...
Non mi risulta, non sarebbe nel nostro stile.
Conclusione?
Siamo contenti anche perché il nostro primo obiettivo era quello di salvare tre vite. Forse abbiamo contribuito a farlo.
fonte: il manifesto 1-06-04
«Quella casa al numero 17 di Zaitun Street era disabitata da almeno due mesi. Fino a lunedì sera tardi (7 giugno, ndr) quando, intorno alle 23, si è sentito un gran trambusto. Io, che abito al 13, ho visto arrivare alcune auto e fermarsi davanti a quella casa. Sono entrate un po’ di persone. Era buio, non abbiamo visto bene. Poco dopo se ne sono andati via ed è tornata la calma». A parlare, raggiunto al telefono da PeaceReporter, il giornale online di Emergency, è un iracheno, il signor Fahad, che assieme ad altri due suoi vicini, il signor Mohammed e il signor Ibrahim, è stato testimone oculare della liberazione di Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Salvatore Stefio.
«Il mattino seguente, intorno alle 9:30, sono arrivate cinque auto militari americane, di colore verde oliva. Si sono fermate davanti a quella casa. Ne sono scesi alcuni uomini vestiti in abiti civili e con gli occhiali scuri. Erano sicuramente uomini del mukhabarat (servizio segreto, n.d.r.) americano. Hanno aperto la porta dell’abitazione, senza forzarla, come se fosse già aperta, e sono riusciti subito con solo quattro uomini, che poi abbiamo saputo essere i tre ostaggi italiani e un ostaggio polacco. Li hanno caricati su un furgoncino bianco e se ne sono andati via. Il tutto con la massima calma. Non è stato sparato un colpo. Nella casa, a parte gli ostaggi, evidentemente non c’era più nessuno. Non è stato assolutamente un blitz militare come è stato annunciato tre ore dopo. Quelli sono tutta un’altra cosa. Lì si è trattato di una semplice presa in consegna. Gli americani sono andati lì a colpo sicuro. Sapevano che gli ostaggi erano stati portati lì, si erano messi d’accordo. Il vostro governo ha pagato un riscatto: nove milioni di dollari. Qui ormai lo sanno tutti. Adesso però basta parlare al telefono, non è sicuro».
La sua versione dei fatti è confermata da un'altra fonte irachena raggiunta da PeaceReporter, vicina al braccio politico della guerriglia. Una fonte che ha voluto rimanere anonima, e che ha fornito la sua versione di tutta la vicenda del sequestro, delle trattative e della liberazione. La fonte inizia facendo un nome, quello di Salih Mutlak. "Mutlak – dice – è un facoltoso commerciante iracheno arricchitosi con le speculazioni e il contrabbando durante il periodo dell’embargo. Da molti è definito semplicemente come un ‘mafioso’. Lui è il personaggio chiave della vicenda della liberazione dei tre ostaggi italiani, assieme al già noto Abdel Salam Kubaysi (solo un omonimo di Jabbar al-Kubaysi), ulema sunnita e docente all’università di Baghdad, salito all’onore delle cronache televisive internazionali per il suo ruolo nella trattativa per il rilascio - dietro pagamento di riscatto - degli ostaggi giapponesi".
Secondo la fonte, con Mutlak e con Kubaysi il governo italiano avrebbe trattato segretamente per settimane al fine di ottenere il rilascio di Agliana, Cupertino e Stefio, rapiti il 12 aprile assieme a Quattrocchi, ucciso il 14 aprile. Si scoprirà poi che aveva in tasca un porto d’armi rilasciato dalle forze britanniche e un pass della Coalizione. I contatti tra i nostri servizi segreti, il Sismi, e la coppia Mutlak-Kubaysi sono iniziati subito dopo quei tragici giorni, e già il 20 aprile erano cominciate a trapelare notizie sull’accordo con il governo italiano per il pagamento di un riscatto di 9 milioni di dollari. Il 22 era stato lo stesso governatore italiano di Nassiriya, Barbara Contini, a lasciarsi scappare che non c’era nulla da stupirsi del fatto che il governo pagasse un riscatto. “Si è sempre fatto così” aveva detto. Subito dopo aveva smentito questa dichiarazione, e il ministro degli Esteri, Franco Frattini, aveva detto che si trattava di "storie prive di fondamento”. Lo stesso giorno, una qualificata fonte dei servizi segreti italiani rivelava all'agenzia Ansa: "La trattativa, avviata da giorni, è già stata definita in tutti i suoi aspetti, sia para-politici, sia economici. Quello che dovevamo fare l'abbiamo fatto".
Dopo questa burrasca il Sismi ha protestato per queste fughe di notizie che rischiavano di far saltare le trattative in corso. A quel punto, il governo ha deciso di imporre il silenzio stampa assoluto sulla vicenda. "Le trattative - spiega la fonte - sono proseguite fino a quando, all’inizio di maggio, Salih Mutlak è andato in aereo a Roma. Ragione ufficiale del suo viaggio: affari. E’ rimasto nella capitale italiana per una ventina di giorni, tornando a Baghdad alla fine di maggio con una valigetta piena di soldi. Cinque milioni di dollari, prima tranche di un riscatto complessivo di nove milioni di dollari. Gli altri quattro, questi erano gli accordi da lui presi, sarebbero stati consegnati ai rapitori dopo la liberazione degli ostaggi". Dopo il ritorno di Mutlak con i soldi, nei primi giorni di giugno si è consumato un duro scontro all’interno delle fila dei guerriglieri iracheni. Da una parte il braccio ‘militare’ dei guerriglieri, quelli che detenevano materialmente gli ostaggi e che, tramite Mutlak e Kubaysi, erano in contatto con il governo italiano: per loro l’importante era solo incassare il malloppo. Dall’altra parte il braccio ‘politico’ che non voleva fare la figura di una banda di delinquenti che rapiscono per soldi e che quindi non volevano accettare il riscatto. "Noi ci siamo opposti a questo gioco sporco.
Questa storia del riscatto e della messa in scena della liberazione – sostiene la fonte – avrebbe rovinato l’immagine della nostra causa, facendoci passare per dei volgari banditi, e poi avrebbe giovato al governo italiano e quindi prolungato l’occupazione militare dell’Iraq. Noi volevamo consegnare gli ostaggi, senza alcun riscatto, nelle mani di rappresentanti del mondo pacifista italiano, sia laico che cattolico, con cui eravamo già in contatto da tempo e con i quali eravamo vicinissimi a una conclusione". Ancora domenica scorsa 6 giugno, i rappresentati della Santa Sede in Iraq si dicevano infatti certi che la liberazione dei tre italiani sarebbe stata questione di ore. Anche il governo italiano sentiva che la questione era giunta a un punto decisivo: venerdì scorso, 4 giugno, il ministro Frattini ha annullato una sua importante visita a Tokyo per “motivi familiari”. Forse quello è stato un giorno decisivo. "Alla fine – prosegue la fonte, con tono infuriato – l’hanno spuntata i ‘militari’ senza scrupoli, che nei giorni scorsi, assieme a Mutlak, hanno organizzato in gran segreto il trasferimento dei tre ostaggi italiani dal loro luogo di detenzione, cioè Ramadi, un centinaio di chilometri a ovest di Baghdad, fino alla periferia occidentale della capitale, nel sobborgo di Abu-Ghraib. I tre sono stati lasciati in una casa e poi la loro posizione è stata comunicata ai servizi italiani e a quelli americani perché li venissero a prelevare.
Il loro piano era di far sembrare tutto come un blitz militare che si concludesse con l’arresto dei sequestratori. Ma non è andata così". E in effetti, fonti vicine ai servizi italiani hanno rivelato che i due arrestati effettuati in connessione con il presunto blitz erano in realtà solo due pastori iracheni, che nulla avevano a che fare con la guerriglia e che erano stati pagati per farsi trovare lì. Di certo, il fatto che a condurre l’operazione siano stati militari americani, e non italiani, preclude alla magistratura una effettiva indagine sui "liberatori". In Iraq, al mercato nero delle armi, un kalashnikov costa tra i venti e i trenta dollari. Con nove milioni di dollari se ne possono comprare centinaia di migliaia.
"L'articolo che segue (a firma Augusta De Piero) é stato pubblicato sul numero di aprile 2004 del mensile Confronti (Roma. Via Firenze 38 - www.confronti.net)
Di seguito si pubblica una nota -tratta dal notiziario "NEV - Notizie Evangeliche, Servizio stampa della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (via Firenze 38, Roma - www.fcei.it)
Infine qualche materiale sull'associazione Parent's Circle"
GUARDARSI IN FACCIA PER SUPERARE I MURI.
Per il sesto anno consecutivo, la nostra rivista ha organizzato “Semi di pace”.
Un progetto di dialogo tra educatori israeliani e palestinesi che ha visto incontri in diverse città italiane –ma anche in Svizzera- soprattutto con studenti e insegnanti.
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“Gli ho chiesto di passarmi il sale a tavola…..Come posso ucciderlo?” così diceva una bambina palestinese che aveva sognato di diventare una scienziata nucleare per costruire una bomba e distruggere Israele ma, dopo un soggiorno per ragazzi israeliani e palestinesi organizzato dall’associazione Windows in Italia, aveva sepolto il suo sogno sotto un sano realismo.
Ce lo racconta - durante un incontro organizzato da Confronti e dalla Commissione Scuola del Comune di Roma nel quadro di Semi di Pace 2004 - Shelly, la rappresentante israeliana di Windows.
All’incontro sono presenti tutti sei gli invitati di Confronti, israeliani e palestinesi: Shelly Nativ con Kanaan Al Jamal di Windows, Nuha Khoury dell'International Center di Bethlehem, Esther Appel e Wael Kubtan, che rappresentano Open House e Dorit Shippin di Nevè Shalom-Wahat al Salam.
Come la piccola scienziata mancata i sei si sono “guardati in faccia” e non possono più considerarsi “nemici”. La volontà di costruire qualcuna delle condizioni che rendono accettabile la pace li unisce ma non li omologa: nessuno di loro si perde nell’anonimato vacuo del sentimentalismo che copre malamente le differenze. Ognuno resta se stesso, con la sua storia, con le sue contraddizioni.
Esther, che si dichiara apertamente sionista, spiega come molti israeliani abbiano in un primo tempo potuto accettare lo steccato che segnava la linea di quello che poi sarebbe stato il muro. Sembrava l’inizio della definizione di un confine, necessario a distinguere i due stati. Non prevedevano ciò che ne sarebbe venuto poi; ora devono farsi consapevolmente carico anche della umiliazione dei diritti altrui che il muro determina: “L’occupazione è corruzione” afferma, senza riserve.
Kaanan ci propone concretamente una bottiglia dello squisito olio palestinese, il prodotto simbolo della sua terra che ha portato con sé. Ogni palestinese sa quanto possa essere lunga la strada per raggiungere i propri oliveti, anche se si trovano di fronte a casa. Una strada militare che si interponga può renderli inaccessibili e il percorso per arrivarci, comunque lungo, può essere reso impraticabile dai check point. Ci dice di palestinesi che tornavano a casa con i sacchi del loro faticoso raccolto, dei militari israeliani che, dopo averglieli fatti porre a terra, li avevano volutamente schiacciati con i cigoli dei carri armati e dei cittadini di Israele che si erano poi presentati, quali volontari raccoglitori, in loro aiuto, in aiuto di chi –per molto senso comune- è nemico. E’una solidarietà costruita dalla fatica intelligente di coloro che, nonostante tutto, non vogliono muri fra due popoli che dividono la stessa terra.
Il giovane Wael, prima di parlarci di sé, controlla che la sua identità sia correttamente compresa: non accetta la terminologia consueta di arabo-israeliano, si accerta che venga scritto “palestinese cittadino di Israele”. Eppure sa che questo essere palestinese in terra di Israele lo costringe a subire tutta una serie di discriminazioni che lo avevano indotto ad andarsene: ma poi è tornato per dedicarsi a lavorare per la pace, lui che ha amici da entrambe le parti del muro. “Meglio essere una candela nel buio - ci dice - che maledire il buio”.
Il richiamo alla luce, in una terra di antiche simbologie (come non pensare alla cometa?), è intrigante e Dorit si colloca nella stessa linea. Racconta del domenicano Bruno Hussar, fondatore di Nevè Shalom-Wahat al Salam e della continuazione della sua proposta di una fede autenticamente rispettosa del pluralismo religioso, richiamando un versetto della Bibbia e una Sura del Corano che consentono di ancorare la pace al silenzio e alla tranquillità che sono di Dio e che Dio comunica. L’ascoltano – siamo nella sede della Pontificia Università Gregoriana – domenicani di Roma e l’invitano per un incontro a loro riservato. Chissà se Dorit coglie quanto di dirompente ci sia in quell’invito: i domenicani chiedono una giovane donna ebrea di farsi portatrice di un messaggio di spiritualità. Il giorno successivo Dorit racconterà con entusiasmo della bellezza della chiesa di S. Sabina che ha potuto visitare.
Nuha ci parla dell’International Center e soprattutto della scuola Dar al Kalima con orgoglio e comunica la forza di chi, in una cittadina isolata e spesso assediata, riesce a creare pubbliche occasioni di cultura alta, perché ritiene necessaria la formazione di una consapevolezza critica. Anche per lei –cristiana in una realtà di forte collaborazione con mussulmani- il dialogo interreligioso è una delle chiavi per costruire pace.
E gli ospiti di Confronti vogliono usare tutte le chiavi possibili per aprire le porte alla pace.
Dopo aver trascorso tutti insieme tre giorni a Roma, i membri della delegazione hanno iniziato a viaggiare in coppia: un israeliano\a e un\a palestinese si organizzazioni diverse, così da offrire alle organizzazioni o istituzioni che li ospitavano la possibilità di conoscere due diverse realtà operanti per la pace in Israele e Territori palestinesi.
La delegazione si è quindi divisa tra Massa Carrara, Campiglia Marittima, Milano, Bergamo, Savona e Tempio Pausania incontrando associazioni, studenti e istituzioni. Per concludere, poi, la delegazione si è interamente trasferita per tre giorni in Svizzera, ospite della Chiesa Riformata.
Quello che ha caratterizzato maggiormente questa edizione del progetto è stato il gran numero di studenti che la delegazione ha incontro, in particolare bambini di scuola elementare. Chissà che un giorno proprio quei bambini non possano incontrare coetanei israeliani e palestinesi, insieme.
E adesso una breve storia delle associazioni a cui appartengono i partecipanti a “Semi di pace”.
International Center di Betlemme - ICB
L’International Center di Bethlehem (ICB, in arabo Dar Annadwa-Addawliyya, che significa “la casa dell’incontro aperto al mondo”) è un’organizzazione impegnata nel dialogo interculturale e in incontri fra popoli che vivono in ambienti differenti e di diversa cultura.
Formalmente inaugurato nel 1995, l’ICB è cresciuto mantenendo il suo obiettivo primario, quello di dare alla comunità locale (considerata nelle sue componenti cristiana e mussulmana) i mezzi per assumere un ruolo attivo nel disegnare il proprio futuro.
Le numerose iniziative dell’ICB – rivolte in particolare ai bambine e alle donne (e le donne costituiscono la maggior parte dello staff del Centro stesso) - sono molto numerose e vanno dalla produzione e vendita di oggetti d’arte e artigianato, ai corsi di lingue, agli eventi teatrali e musicali, alle proiezioni cinematografiche (attività queste rese possibili dalla presenza di una attrezzata sala polifunzionale, dono del governo finlandese). Il Centro, che da poco tempo ha attivato un servizio bar e quanto prima disporrà di una Casa per ospiti ora in fase di ristrutturazione, è anche una sede del Conservatorio nazionale di Musica.
Dall’ICB dipende la scuola Dar al-Kalima aperta a ragazze e ragazzi, cristiani e mussulmani, per l’intero corso di studi. Accanto alla scuola sorge il Centro Salute e Benessere che dispone di alcuni ambulatori, di una piscina e di palestre.
L’ultima creazione dell’ICB è il Centro di Comunicazione di Bethlehem (BMC) che vuole aprire gli spazi dell’informazione a chi normalmente ne è escluso, incoraggiando, con l’offerta di specifici programmi di formazione, bambini, giovani e donne a parlare delle proprie esperienze e proponendo agli operatori dei servizi di informazione locali e internazionali i mezzi per il lavoro in loco.
Per chi volesse saperne di più sull’ICB www.annadwa.org e sul BMC www.bethlehemmedia.net
(entrambi i siti sono disponibili anche in lingua inglese). Email: info@annadwa.org
tel.++970 2 2770047 fax 00970 2 2770048 P.O.Box 162, Paul VI 109 Bethlehem Palestine
Windows
Windows è un’associazione, nata nel 1991, formata da palestinesi che vivono nei territori della West Bank e da israeliani. Nel 1999 ha aperto un proprio centro nella città di Tel Aviv, appena possibile ne aprirà uno anche nei Territori occupati. L’attività di Windows si articola in un’ampia gamma di programmi educativi, considerati strumenti per superare le barriere della paura e dell’odio e per creare le basi per un dialogo costruttivo fondato sull’uguaglianza; svolge anche attività umanitarie, quali la raccolta di cibo, vestiti, giocattoli, accessori per la casa ecc. a favore della popolazione palestinese dei Territori.
Nel quadro delle finalità educative che le sono proprie, Windows sta sviluppando – in collaborazione con un gruppo di esperti- un programma di studio, focalizzato sui temi dell’educazione ai diritti umani, alla democrazia e all’uguaglianza, che prevede l’acquisto di una capacità di comunicazione interpersonale e abilità nell’uso dei mezzi di comunicazione di massa.
L’insieme di attività, promosse attraverso conferenze film, mostre, gite, corsi di arabo, si collega anche ad esperienze che assicurano a ragazzi e ragazze soggiorni all’estero, con la partecipazione attiva – per quanto ci riguarda- di organizzazioni italiane ed enti locali. Il 4 aprile 2004 nascerà a Gradara (Pesaro) Windows for Peace – Italia (chi volesse informazioni su questo punto può contattare Giovanni Miceli, presso il comune di Gradara 0541 823922)
Parte dei materiali utili allo sviluppo dei progetti sono tratti dalla rivista Windows, pubblicata dall’associazione stessa. La rivista bilingue (ebraico e arabo) è scritta interamente da ragazzi , con l’aiuto di due redattori, un’ebrea e un palestinese.
Per chi volesse saperne di più www.win-peace.org (inglese). Esiste anche un sito in italiano, a testimonianza delle numerose attività dell’associazione in Italia
Email winpeace@win-peace.org
Tel +972 3 620 8324 Fax 972 3 629 2570 Trumpeldor 35 PO Box 56096. Tel Aviv-Jaffa 61560.
Tel 052 669 403 Near Jamal Abdel Nasser Centre P.O.Box 104 Tul Karem Palesatine
Open House
Open House rappresenta una vicenda particolare che, pur nelle sue ormai lontane origini, si connette alle attività che l’organizzazione propone. La casa in cui ora si svolgono le iniziative “aperte”, abitata fino al 1948 da palestinesi, fuggiti o evacuati, fu poi assegnata ad ebrei, profughi dalla Bulgaria, ignari di ciò che vi era accaduto. Nel 1967, dopo la guerra dei “sei giorni”, Dalia, una giovane donna che nella casa era entrata bambina, incontrò davanti alla porta dell’abitazione i precedenti proprietari che, ormai profughi in un altro paese, erano tornati per rivedere la loro dimora. Una serie di vicende (che è possibile conoscere sul relativo sito internet) indusse nel 1991 Dalia e il marito Yehezkel Landau, di comune accordo con i proprietari originari, a fare della casa un luogo idoneo ad offrire ai bambini arabi e alle loro famiglie migliori opportunità nel campo sociale e dell’educazione.
Oggi in quei locali si svolgono due attività principali. La prima fa capo al “Centro per lo sviluppo dei bambini arabi” e offre un’attività diurna per i bambini arabi dai due ai tre anni (Rappresenta la prima opportunità del genere in Ramle). A questo si aggiungono programmi di sostegno per i bambini delle scuole elementari, corsi di computer e di telecomunicazione per le donne arabe.
(In questo contesto il termine arabi indica i palestinesi con cittadinanza israeliana).
La seconda attività è il “Centro per la coesistenza fra arabi ed ebrei” che promuove varie attività congiunte fra i residenti nell’area di Ramle-Lod. I programmi comprendono un Campo di pace estivo che si svolge ogni anno, un’iniziativa di collegamento fra genitori arabi ed ebrei, corsi di formazione alla convivenza per insegnanti e operatori di servizi sociali e d’arte per giovani; incontri fra adolescenti (anche con soggiorni all’estero), tornei sportivi, e celebrazioni delle feste che coinvolgono famiglie arabe ed ebree.
Per chi volesse saperne di più: www.openhouse.org.il
L’indirizzo per le comunicazioni internazionali è P.O. Box 26187, Jerusalem 91261, Israel
Email: contacts@openhouse.org.il
Newe Shalom/Wahat al-Salam – Oasi di pace
Neve Shalom/Wahat Al-Salam, Oasi di pace, è un villaggio cooperativo che si trova fra Gerusalemme e Tel Aviv-Jaffa, nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi di cittadinanza israeliana (i cosiddetti arabi-israeliani, cristiani e mussulmani). Gestito in modo democratico, il villaggio è di proprietà dei suoi stessi abitanti. Fondato nel 1972, oggi vi risiedono 50 famiglie ed è in corso un progetto per inserirne altre 90 (sempre suddivise a metà fra israeliani e palestinesi residenti in Israele). NSWAS offre servizi educativi e scolastici (dal nido, alla scuola materna ed elementare, riconosciuti dal governo di Israele) ai bambini del villaggio e non solo. Oggi infatti gli iscritti alle scuole sono circa 300, cui il sistema educativo in atto assicura un corso non solo bilingue, ma rispettoso delle tre identità religiose presenti (ebrei, cristiani e mussulmani), nel quadro di promozione della cultura di pace.
Nel 1979 fu aperta la Scuola per la Pace, istituzione capace di comunicare all’esterno i valori che NSWAS propone con i suoi progetti educativi. Tramite una varietà di corsi e seminari, diretti a molteplici strati sociali delle popolazioni ebraica e palestinese, la Scuola per la pace opera per accrescere la consapevolezza della complessità del conflitto e migliorare – esclusivamente per mezzo di interventi nel settore dell’educazione - la comprensione reciproca trai due popoli.
A NSWAS esiste anche un singolare luogo di meditazione e preghiera, dove il rispetto per tutte le fedi presenti, ha prodotto l’abolizione di ogni simbologia religiosa e la scelta del silenzio, quale modalità di partecipazione. La costruzione infatti, che accoglie questo modo rispettoso di vivere la propria fede, si chiama in ebraico Dumia, silenzio (Salmo 65,2) e in arabo Sakina (Corano 48,4), tranquillità.
Per chi volesse saperne di più: www.nswas.com (Un’icona con varie bandiere consente di accedere anche ad informazioni in italiano).
Nevé Shalom/Wahat al-Salam Doar Na Shimshon 99761 Israele
Pubbliche relazioni: tel +972 2 9915621; fax +972 2 9911072 pr@nswas.com
CONFRONTI
Cammino ecumenico di pace a Gerusalemme
Un’iniziativa del Consiglio delle chiese cristiane di Milano
Roma (NEV), 9 giugno 2004 - Saranno circa 130 i partecipanti al cammino ecumenico di pace a Gerusalemme promosso dal Consiglio delle chiese cristiane di Milano; la folta delegazione, che comprende esponenti delle chiese ortodosse, evangeliche e della chiesa cattolica della città, partirà il 17 e rientrerà dopo una settimana.
Tra i partecipanti a questa “missione” ecumenica e di pace vi saranno l’arcivescovo della Chiesa ambrosiana, il cardinale Dionigi Tettamanzi; i pastori evangelici Martin Ibarra e Lidia Maggi; il decano della Facoltà valdese di teologia, prof. Daniele Garrone; l’arciprete ortodosso Traian Valdman. Lo spirito del viaggio – spiegano gli organizzatori – è soprattutto nell’incontro con le “pietre viventi” di Israele e dei Territori palestinesi: persone e comunità che testimoniano fedi e tradizioni spirituali di grande rilevanza per la comunità cristiana occidentale: i cristiani dell’Oriente, gli ebrei, i musulmani.
In questa linea sono previsti diversi incontri ecumenici con la partecipazione di esponenti delle diverse chiese di questo angolo del Medio Oriente, così carico di significato e di memoria per tutta la comunità cristiana. Inoltre, nello spirito del “servizio” alla pace che anima questa iniziativa ecumenica, sono previsti incontri con centri e personalità attivamente impegnati nella promozione del dialogo tra israeliani e palestinesi: tra gli altri, la comunità di Nevé Shalom – Wahat As Salaam; l’Associazione dei “Genitori delle vittime” sia israeliane che palestinesi; l’International Center di Betlemme; l’Interfaith Encounter Association, il progetto Windows; il premio UNESCO per la pace, Emil Shoufani.
“Cristiani e rappresentanti di chiese differenti – spiegano i responsabili del Consiglio - vogliamo porci in un cammino ecumenico per ascoltare chi soffre e chi cerca la pace, proprio là dove la possibilità del dialogo è più contrastata dalla spirale della violenza, ma dove la memoria della fede sostiene la speranza e appella alla solidarietà”.
L’organizzazione dei vari incontri è stata affidata al mensile interreligioso “Confronti”, che da anni promuove iniziative di scambio ecumenico ed interreligioso a sostegno della pace, in Medio Oriente come in altre regioni di conflitto. “Il processo negoziale procede troppo lentamente – afferma Paolo Naso, direttore di “Confronti” – ed iniziative di questo tipo ci aiutano a sostenere e consolidare un dialogo dal basso. In un tempo di acuta sofferenza sia per gli israeliani che per i palestinesi, sono un investimento sul futuro della convivenza tra due popoli che hanno diritto entrambi alla pace, alla giustizia ed alla sicurezza”. (nev/gu)
http://www.theparentscircle.com/parents/news.asp
The Parents Circle - Families Forum ("Parents Circle") of Israeli and Palestinian bereaved families was founded in 1995. The Families' Forum's members, consisting of more than 500 families, have all lost a close relative due to the ongoing violence in the Middle East.
Since its foundation the Parents Circle has promoted reconciliation as an alternative to the hatred and revenge, which for too long have been the prevailing response of Palestinians and Israelis to the ongoing violence in the region. The Parents Circle members demonstrate that even those who have suffered the most can acknowledge the other side's pain rather than seek revenge for for their loss.
THE FAMILIES FORUM is the operational apparatus of the Parents' Circle organization. Members of the Forum include hundreds of Israeli and Palestinian bereaved families who have lost, as a result of the Israeli-Arab conflict, a first degree family member and accepted the principles and objectives of the Forum.
The Families Forum acts to prevent further bereavement which is threatening the Israeli society and the peoples in the region as a result of the absence of peace.
THE FORUM MEMBERS BELIEVE: in putting an end to occupation; termination of hostility and in achieving a political settlement agreed upon by all sides by means of reconciliation and communication between the two peoples and through mutual consideration and respect of each others' national and legitimate aspirations.
THE FORUM MEMBERS ACT: to influence, through various means, the public and policy makers to prefer the way of peace to that of war; to adopt moves towards mutual reconciliation; to deepen education to democracy and to internalize the awareness against the use of bereavement to deepen hostility between peoples.
Members of the Forum have met and had discussions with Chairman of the Palestinian Authority Yasser Arafat, with former President of Israel Ezer Weizman, with Prime Minister Ehud Barak as well as other Israeli and world leaders and statesmen. Members of the Forum partake in joint Israeli-Palestinian seminars and engage in educational activities in high schools.
A Weekend for Peace [23.1.2004]
About three or more years ago, some months before the outbreak of the second Intifada, I wrote about the weekend Yudke and I spent with the Parents’ Circle (the Forum of Bereaved Parents) in Gaza.
At the meeting in Gaza between Palestinians and Israelis, there was no doubt that all present agreed that peace is the solution, and that if we of all people could look each other in the eye and be prepared to work for peace together, surely our peoples and governments and leaders could do so also. There was optimism in the air, and preparation in both Israel and the territories for the opening of the new era.
But, something went wrong. The second Intifada began, and what seemed like a minor setback became the beginning of a new era, but definitely not the one we were all anticipating. What happened to the Parents’ Circle? Yitschak and the core group never wavered, and continued to maintain their contacts with the Palestinian families, and to speak out both in Israel and abroad, but the periphery, such as Yudke and I, were confused and doubtful.
Three years have passed, and last weekend, Palestinian and Israeli bereaved families met once again, face to face in a hotel in East Jerusalem. There was a great desire to believe in each other, to believe that yes, there was another answer to the futile war between us. The Palestinans reported on their personal tragedies – children, husbands, wives, brothers and sisters, mothers and fathers killed by Israeli soldiers. The Israelis reported on their personal tragedies – children, husbands , wives, brothers and sisters, mothers and fathers, killed by Palestinian snipers and suicide bombers. Were all these killings going anywhere? Are they bringing us any closer to peace? Can we expect children of both sides to have anything less than hate for the other side?
Do we, as Israelis, realize the crushing effect that being conquerors is having on our young soldiers, the way it is encouraging them to act at the checkpoints? The fear of being killed that is turning them into oppressors? Can we, as parents and grandparents, allow our children and grandchildren to inherit this situation?
And can the Palestinians understand that they are educating their young to approve of suicide bombing, of also killing innocent civilians, of the example they give when they jump for joy over such actions, or teach the school children that the only answer is hatred?
Last weekend, the participants began to face up to these questions. If till now the feeling that our bereavement united us and was an example of how such suffering could be an example of the ability for reconciliation, I think we “grew up” and realized that we now have to go further, to discuss what fears we all have concerning the other side, and when we talk about peace and reconciliation, it is time to put into words what that means. Sometimes, we stretch over backwards not to say anything that might be offensive, yet if we are to put true meaning into working together, everything must be put “on the table”. We have a long way to go.
Yudke and I are not very active in the Parents’ Circle, mainly because most of our free time goes to the fight for Road Safety. But we came home from the week end with the phone numbers of four Palestinian families, and shall try vey hard to maintain contact with them, even by phone if they are not allowed into Israel.
To quote Alice in Wonderland, “If you don’t know where you are going, what does it matter how you get there!” But if we are sure we are going to peace, we already know that we are not getting anywhere near there by prolonging the present situation. To again quote the Parents’ Circle, surely the Road to Peace is Preferable to the Path of War.Isn’t it our choice?
Nurit Grossman [mailto:nurit@galon.org.il] (The full text is duplicated at the Opinions Section- Words that Count)
22/03/2004 Patti Smith and Friends Play For A 'Peaceable Kingdom' on April 13 at The Cathedral of St. John The Divine
On Tuesday, April 13 at 8:30pm, at St. John The Divine Cathedral in New York City, veteran rocker Patti Smith along with some of the world's most respected dignitaries and celebrities will assemble for 'Peaceable Kingdom,' a concert benefiting the Parent's Circle in association with The Geneva Initiative, an unofficial Israeli-Palestinian model for a peace agreement reached by prominent Israeli and Palestinian leader. The Parent's Circle welcomes the Initiative's special guests of honor Yossi Beilin and Yassir Abed-Rabbo.
Smith, who penned her new song "Peaceable Kingdom" in honor of the occasion, will be joined by a diverse and eclectic array of critically-acclaimed entertainers including Israeli superstar David Broza, who will perform with one of Palestine's prominent Ud players, a capella vocal harmonists The Anonymous 4, all-female chamber ensemble The Eroica Trio, Grammy Award nominated composer Osvaldo Golijov and alterna-folk stylists Cat Power fronted by Chan Marshall, widely regarded as one of the most powerful performers in music today.
The Parent's Circle is a bi-national organization formed in 1995 by Yitzhak Frankenthal after the murder of his son by Hamas in 1994. Today over 200 Israeli and Palestinian families who have lost a loved one in the conflict belong to the circle. The group offers support and encouragement among its members both Israeli and Palestinian, who have paid the ultimate price, share the same pain and sense of loss. Together, they serve each other as sources of strength and pursue their common interest in promoting peace and reconciliation in the volatile region through education, negotiation, meetings with influential world leaders, lectures, and summer camps. A toll-free hotline has been instituted, resulting in approximately 1500 Israelis talking to 1500 Palestinians a day.
Poco ho da aggiungere a quanto già avevo scritto sulla liberazione degli ostaggi italiani e del polacco. Così riporto quasi integralmente il mio pezzo dello scorso 21 aprile. Chi non ha voglia di disperdere il suo tempo nelle mie autoverifiche (che in questo caso non sono autocritiche) è avvertito e può evitare la lettura del diario successivo.
Purtroppo devo aggiungere una nota deprimente. Si è detto che nella vicenda degli ostaggi si è inserito anche un annuncio di padre Pio. Evidentemente i sondaggisti e comunicatori di turno ritengono faccia più tendenza della Madonna che pure nel 1948 (in quella serie di eventi che l’avevano costretta ad essere “Pellegrina”) aveva svolto efficacemente la funzione che le era stata affidata.
Che dire? Fate voi.
Io continuo a chiedere ciò che avevo chiesto in aprile anche se so che non serve a niente.
augusta
21 aprile
Si dice che i tre ostaggi italiani (ma non sono i soli) stiano per tornare. Speriamolo.
Sono sopravvissuti all’esibizione stupida di una vendetta omicida e sono sopra vissuti a quello che facevano prima di venir imprigionati (e continuiamo a non sapere cosa facessero).
Mi disturba sapere che in un teatro di guerra ci sono italiani al servizio di un’agenzia privata che ha sede nel territorio di una potenza straniera (anzi dell’unica superpotenza mondiale) che ha già dimostrato la sua contagiosa dissennatezza. In questa situazione mi sento in qualche modo coinvolta nella minaccia che anche gli italiani (nelle varie vesti di politici, militari e soggetti appartenenti allo squallido indotto di questa e di ogni guerra) rappresentano in quello scenario.
Non sono certamente la sola a chiedermi perché gli stati della “coalizione” hanno accettato di mandare in Iraq loro, più o meno rilevanti, forze militari quando era ampiamente credibile ciò che poi è diventato evidente e provato e cioè che le armi di distruzione di massa, caratterizzate dal pronto uso a minaccia planetaria, non esistevano.
Hanno ucciso, massacrato civili declassati ad effetti collaterali; la loro innocente (l’etimologia di innocente indica colui che non sa e non sapere, in quelle circostanze, non è una scusante, ma un’aggravante) incompetenza nel trattare ha risvegliato i variegati orgogli nazional/religiosi che pretendono di offrire una patina di decenza e credibilità alle azioni più squallide, ai pensieri più disumani (e questo ovunque, non solo nel mondo arabo).
Hanno scoperchiato il vaso di Pandora in una società distrutta dall’embargo (che – e non va mai dimenticato- non era una risposta al crimine dell’11 settembre, ma lo precedeva).
A questo punto … gli ostaggi, un atto vigliacco in una situazione devastata dalla viltà della violenza militare e dalla strumentalizzazione dei motivi (per lo più falsi) addotti a giustificarla.
E’ vero che ci sono forze militari che non sono in prima linea negli attacchi armati ed è doloroso constatare quanti sono caduti nella pania tesa con la foglia di fico degli interventi umanitari: gli eserciti medievali avevano i saccheggi e le vivandiere, ora le funzioni relative alla sussistenza sono assolte da militari, il che non le rende meno funzionali alla guerra, anzi.
Ora dobbiamo sperare che gli ostaggi tornino ed accettare che ogni sforzo si concentri sulla loro liberazione: le vite umane non si possono buttare … ma, quando saranno tornati, ogni cosa dovrà cambiare.
Io non credo che questo governo abbia l’intelligenza e la forza morale per affrontare il problema da sé, ma esiste un parlamento, in cui è doveroso riporre ancora una pur disperata speranza, anche se non ha avuto la forza –nella circostanza della partecipazione alla guerra irakena e non solo- di far rispettare il dettato costituzionale.
Gli ostaggi che torneranno siano sottoposti ad un regime di stretta sorveglianza finché non diranno cosa sono andati a fare, cosa facevano, cosa sanno di chi li ha arruolati, di quali armi disponevano, quali armi hanno usato, contro chi e quando…
Da tutte queste testimonianze chi ha responsabilità politiche tragga le conseguenze imposte dai fatti che dovranno finalmente essere noti e di tutto questo sia ufficialmente informato un popolo che ha trepidato per quei disgraziati, che non avrebbe voluto che uno di loro perdesse la vita (perché uomo: di fronte ad una morte assurda non è la nazione che conta. La retorica in Italia ha fatto già abbastanza danni), e che ora ha il diritto di sapere, dopo essere stato beffato dalle non-ragioni che hanno portato parecchi italiani a far guerra ad altri, a parteciparne all’indotto.
Fra i tanti particolari inquietanti che la stampa racconta ce n’è uno molto interessante e forse rivelatore. Gli arruolati di questo indotto bellico vengono pagati in contanti e sono costretti a portare personalmente la loro paga in una banca di Amman (con tutti i rischi conseguenti).
Perché, se tutto si svolge in un clima di legittimità, chi li ha arruolati non versa la paga in un conto corrente di una banca europea intestato al “lavoratore” di competenza?
Se l’attività dei tre sopravvissuti era una reazione alla mancanza di risorse che la disoccupazione impone, chi e come si è inserito nel governo di questo mercato della disperazione?
Anche i mercanti di schiavi di un tempo (mercato reso illegittimo in Europa solo dal Congresso di Vienna) avevano le loro organizzazioni commerciali, vettori, mercati pronti ad accogliere quelle risorse. Oggi la schiavitù ha molti e diversi volti (a volte così ambigui da assicurarsi la complicità delle vittime) ma non per questo è possibile considerarla normale.
EMERGENCY
L'utile missione
VAURO
Tre vite umane, quelle di Stefio, Cupertino e Agliana sono state salvate dalla follia della guerra. E' una notizia che porta gioia e che dà un'ulteriore conferma a tutte quelle persone di pace per le quali il rispetto della vita umana è il valore fondante su cui poggia il senso stesso della convivenza civile. Quella convivenza che la logica della guerra, identica e speculare a quella del terrorismo, nega. Trasformare, come il governo sta facendo, la gioia per tre persone salvate in un'apologia della efficacia e della ineluttabilità dell'uso della forza è non solo macabro e cinico ruspetto alle tante altre vite cancellate dalla guerra, ma è anche profondamente falso. Non voglio entrare nel merito se i tre italiani siano o meno stati liberati con un blitz militare, anche se suona per lo meno curioso un blitz senza spargimento di sangue, né se invece sia stato pagato un riscatto, anche se è sospetto l'affanno di Frattini nel negare ci siano state trattative (non avevano forse richiesto il silenzio stampa per non comprometterle?). Voglio piuttosto sottolineare, come testimone dei fatti, che è grazie al lavoro di solidarietà che una organizzazione come Emergency ha svolto con rispetto per anni in Iraq se la diplomazia di pace di Gino Strada è riuscita a ottenere che i rapitori bloccassero l'esecuzione dei prigionieri, programmata e annunciata dopo l'omicidio di Quattrocchi. Su questo risultato poggiava l'ottimismo, riguardo la sorte dei tre connazionali, che Strada non ha smesso di esprimere nemmeno nei momenti più difficili della recente missione della delegazione di Emergency in Iraq. Non è stato facile né scontato raggiungerlo e far sì che fosse mantenuto quando, dagli attacchi militari ai luoghi sacri di Kerbala e Najiaf alle reiterate dichiarazioni di amicizia incondizionata a Bush di Berlusconi (fino al coinvolgimento diretto nel conflitto dei soldati italiani a Nassirya) tutto sembrava remare contro la richiesta di un atto umanitario. Negli stessi gruppi che avevano l'uno la gestione politica e l'altro quella diretta degli ostaggi si era evidentemente aperto un contrasto - quello che ha portato a dilazionare in modo indeterminato i tempi di una liberazione che nel primo momento sembrava invece già decisa - tra una linea più militarista che, una volta dovuto accettare il veto sulle esecuzioni, era più propensa a trasformare i prigionieri in denaro e il denaro in armi e una linea più politica convinta della validità di un gesto che rispondesse alla volontà di pace espressa da tanta parte del popolo italiano. Ci sono stati giorni nei quali lo stesso mediatore iracheno temeva per la propria sorte, di essere seguito o eliminato da chi aveva interesse a far saltare l'esile ma importante ponte di comunicazione che era stato pazientemente costruito. E' stato proprio quel mediatore a suggerire alla delegazione di Emergency di cambiare luogo di residenza, un piccolo hotel di un'area semiperiferica di Baghdad per motivi di sicurezza e di incolumità.
Ora non si tratta di distribuire meriti e onori, ma di non consentire che tre vite salvate divengano un pretesto, uno strumento di propaganda, per chi vuole continuare a sacrificarne altre.
Fonte. Il Manifesto 9-06-04
USA
Il manuale segreto per torturare in libertà
Wall Street Journal: i legali del Pentagono scoprirono come il presidente poteva aggirare le leggi internazionali
Tortura Un parere legale al Dipartimento alla difesa, datato marzo 2003, elenca le tecniche di interrogatorio «più energiche» da usare a Guantanamo: sono quelle poi usate in Iraq. Lo studio offre le giustificazioni legali: nella guerra al terrorismo il presidente non è tenuto a rispettare le leggi che vietano la tortura, americane o internazionali. E nessuno, che agisca sotto sua istruzione, potrà essere processato per questo
MA.FO.
Secondo uno studio compilato dai consiglieri legali del governo degli Stati uniti, il presidente non è tenuto a rispettare le leggi americane e internazionali che vietano la tortura - e dunque gli ufficiali del governo americano che torturano detenuti in base a ordini impartiti dal presidente non possono essere processati dal Dipartimento alla giustizia. Lo riferisce il Wall Street Journal nell'edizione europea di ieri, dove cita una prima bozza di quel documento datata 6 marzo 2003. La versione definitiva, approvata il 16 aprile 2003 dal segretario alla difesa Donald Rumsfeld, contiene anche una lista di «tecniche di interrogatorio» specificando se richiedono l'approvazione previa del Pentagono: ora è parte di un rapporto coperto da segreto. L'intero studio si basa su una delle forzature giuridiche più eclatanti compiute dall'amministrazione Bush dopo l'11 settembre del 2001, e cioè i poteri praticamente illimitati attribuiti al presidente dalla Patriot Act nel condurre la «guerra al terrorismo». Lo studio è stato compilato da un gruppo di consiglieri legali del governo, militari e civili, ed era stato commissionato dal Dipartimento alla difesa per rispondere alle richieste dei comandanti di Guantanamo, che lamentavano di non riuscire a estrarre abbastanza informazioni dai loro prigionieri usando i metodi «convenzionali»: in altre parole, chiedevano fin dove potevano spingersi. E lo studio li ha accontentati, dicendo loro che potevano usare «approcci più assertivi» senza preoccuparsi di conseguenze legali, secondo l'eufemismo usato da un ufficiale che ha partecipato a stendere quello studio ed è citato dal giornale newyorkese. A Guantanamo sono stati dunque usati metodi «non ortodossi» di interrogatorio poi trasferiti a Abu Ghreib: dal torcere il corpo del prigioniero a mettergli biancheria femminile sulla testa, a dirgli «sono al telefono con qualcuno in Yemen che tiene la tua famiglia con una granata pronta a esplodere se non parli». Gli ufficiali americani le definiscono pratiche sgradevoli e umilianti ma non «tortura».
In sostanza, il parere legale voluto dal Dipartimento alla difesa suggerisce come aggirare i due testi fondamentali che vietano la tortura: la Convenzione internazionale contro la Tortura, del 1994, e lo Statuto sulla tortura (una legge federale) che ne applica i principi fuori dal territorio Usa. E la prima scappatoia è proprio quella dei poteri presidenziali: nella guerra al terrorismo il presidente è il comandante-in-capo e può, a sua unica discrezione, sospendere le garanzie costituzionali. Dunque, né il presidente né chi agisce sotto sua istruzione è tenuto a rispettare lo Statuto sulla tortura. Ergo, il Dipartimento alla giustizia «non può condurre un procedimento penale contro un imputato che ha agito seguendo l'esercizio dei poteri costituzionali del presidente».
Lo studio precisa che lo Statuto sulla tortura si applica in Afghanistan ma non a Guantanamo - dove l'amministrazione Bush sostiene che i detenuti non hanno diritti costituzionali e non possono fare ricorso alla giustizia americana (questione su cui però dovrà pronunciarsi la Corte suprema). Anche dove lo Statuto si applica, la «tortura» è ridefinita in modo molto stretto. Poi ci sono sotterfugi veri e propri: se messi sotto accusa, suggerisce lo studio, invocate la «necessità». Oppure l'«autodifesa», intesa come «prevenire attacchi agli Stati uniti». O la «buona fede»: lo Statuto sulla tortura impedisce di invocare gli ordini superiori per giustificare atti di tortura, ma voi dire che pensavate di applicare gli ordini presidenziali. Insomma: come aggirare le leggi, americane e internazionali, e farla franca.
Fonte : Il Manifesto dell' 8-06-04
Roma, 8 giugno 2004
Iraq. Ostaggi liberi. Frattini: liberazione senza spargimento di sangue, capillare l'attività dell'intelligence
"L'azione per la liberazione degli ostaggi italiani in Iraq è avvenuta presumiamo senza spargimento di sangue e soprattutto senza spargimento di quello dei nostri ragazzi. Lo ha detto in conferenza stampa a Palazzo Chigi il ministro degli Esteri Franco Frattini, precisando che la liberazione è avvenuta nella parte sud di Baghdad verso le 2 di questa notte, ed è frutto di un lavoro artcolato e capillare con attività dell'intelligence".
(Naturalmente è "casuale"(?) che cio' avvenga appena prima delle elezioni:..alp)
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Così inizia un appello - indirizzato al leader del gruppo rock U2 - che chiede al mondo della musica di organizzare un «Concert for Palestine» mondiale. L'appello - che si può sottoscrivere su http://www.concert4palestine.org/it/ - è stato lanciato dall'associazione Gazzella, una onlus italiana che aiuta i bambini palestinesi feriti da arma da fuoco nei territori occupati. «Ci siamo chiesti perchè il mondo della musica non ha mai fatto un concerto mondiale per la Palestina,» dice Marina Rossanda, presidente dell'associazione, elencando tutti i concerti «umanitari» tenuti in passato - dallo storico Concert for Bangladesh (1971), al Live Aid per l'Etiopia (1985), al Freedom Tibet Concert (1997), al Concerto per l'Africa tenuto a Roma (2004). «Siamo sicuri che un concerto per la Palestina troverebbe grande consenso fra in giovani di tutto il mondo, e anche fra molti musicisti, a cominciare da Bono stesso.» (Nel corso degli anni, Bono ha prestato il suo nome a molte buone cause, come Amnesty International e il progetto Jubilee 2000.) L'appello è disponsible su http://www.concert4palestine.org in italiano, inglese, francese, spagnolo, tedesco e portoghese, e sarà presto pubblicato, sullo stesso sito, in arabo ed ebraico. Per informazioni: |
NEW YORK TIMES
OP-ED COLUMNIST
By BOB HERBERT
It's not too late for President Bush to go on television and level with the American people about what the war in Iraq is costing the nation in human treasure and cold hard cash. Like members of a family, the citizens of a nation beset by tragedy have a need and a right to know the truth about its dimensions and implications.
Non è troppo tardi per il Presidente Bush andare in televisione e dire la verità al popolo Americano su ciò che la guerra in Iraq sta costando alla nazione in tesoro umano e denaro sonante. Come membri di una famiglia, i cittadini di una nazione coinvolta in una tragedia hanno il bisogno e il diritto di conoscere la verità sulle sue dimensioni e implicazioni.
Last week the Army had to make the embarrassing disclosure that it did not have enough troops available to replenish the forces fighting in Iraq and Afghanistan. So in addition to extending the deployment of many of the troops already in the war zones, the Army announced that it would prevent soldiers from leaving the service — even if their voluntary enlistments were up — if their units were scheduled to go to Iraq or Afghanistan.
La settimana scorsa l’esercito ha dovuto fare l’imbarazzante rivelazione che non ha sufficienti truppe disponibili per rifornire le forze che combattono in Iraq e Afghanistan. Così in aggiunta all'esteso spiegamento di molte truppe già nelle zone di guerra, l’esercito ha annunciato che dovrebbe impedire ai soldati di lasciare il servizio – anche se il loro volontario arruolamento è finito – se le loro unità sono state programmate per andare in Iraq o Afghanistan. ...
"They don't have enough soldiers," said Senator Jack Reed, a Democrat from Rhode Island who is a member of the Armed Services Committee. "And when you don't have enough soldiers, you have to keep the ones you have longer. And that's exactly what they did."
“Loro non hanno abbastanza soldati,” ha detto il Senatore Jack Reed, un Democratico del Rhode Island che è membro del Armed Services Committee. “E se voi non avete abbastanza soldati, voi dovete trattenere quelli che avete più a lungo. E questo è esattamente ciò che hanno fatto”.
The shortage of soldiers was widely recognized by insiders, but the administration never made the problem clear to the public, and never took the steps necessary to deal with it. Senator Reed, a former Army captain, told me in an interview last week that he felt the civilian leadership at the Pentagon "should have recognized very early on that we needed a bigger army and should have moved aggressively" to expand the force.
La scarsità di soldati è stata ampiamente riconosciuta da chi è addentro alle segrete cose, ma l’amministrazione non ha mai fatto chiarezza sul problema per il pubblico, e non ha mai fatto i passi necessari per affrontarlo. Il Senatore Reed, un former capitano dell’esercito, mi ha detto in un’intervista la settimana scorsa di ritenere che la leadership civile al Pentagono "avrebbe dovuto riconoscere molto prima che noi abbiamo bisogno di un esercito più grande e avrebbe dovuto muoversi aggressivamente" per espandere i reparti. ...
The stop-loss policy is the latest illustration of both the danger and the fundamental unfairness embedded in the president's "what, me worry?" approach to the war in Iraq. Almost the entire burden of the war has been loaded onto the backs of a brave but tiny segment of the population — the men and women, most of them from working-class families, who enlisted in the armed forces for a variety of reasons, from patriotism to a desire to further their education to the need for a job.
La politica stop-loss è l’ultima dimostrazione di entrambi i danni e la fondamentale slealtà dell’approccio embedded del presidente alla guerra in Iraq “che cosa, io preoccupato?”. Quasi l’intero peso della guerra è stato scaricato sulle spalle di un coraggioso ma piccolo segmento della popolazione – gli uomini e le donne, in maggioranza appartenenti alla classe delle famiglie lavoratrici, che si sono arruolati nelle forze armate per una varietà di ragioni, dal patriottismo al desiderio di promuovere la loro educazione al bisogno di un lavoro. ...
For America's privileged classes, this is the most comfortable war imaginable. There's something utterly surreal about a government cutting taxes and bragging about an economic boom while at the same time refusing to provide the forces necessary to relieve troops who are fighting and dying overseas.
Per le classi privilegiate dell’America, questa la più confortevole guerra che si possa immaginare. C’è qualcosa di perfettamente surreale in un governo che taglia le tasse e che si vanta di un boom economico, e contemporaneamente rifiuta di provvedere alle forze necessarie per dare il cambio a truppe che stanno combattendo e morendo oltreoceano.
We should stop the madness. A president who is sending troops into the crucible of combat has an obligation to support them fully and treat them fairly.
How many troops, really, are needed in Iraq? And for how long? Five years? Ten years? (Many thoughtful people who initially opposed the war but believe now that it would be wrong to just abandon Iraq think the U.S. will have to keep troops there for a minimum of five years.)
Noi dovremmo fermare la follia.
Un presidente che manda truppe nel crogiolo del combattimento ha l’obbligo di supportarle completamente e trattarle equamente.
Di quante truppe abbiamo realmente bisogno in Iraq? E per quanto tempo? Cinque anni? Dieci anni?
(Molte persone serie che inizialmente si sono opposta alla guerra ma ora credono che sarebbe un errore abbandonare l’Iraq pensano che gli U.S. dovranno trattenere là le truppe per un minimo di cinque anni). ...
Mr. Bush has always been quick to characterize himself as a wartime president. But he's never been candid about the true costs of war, about the terrible suffering and extreme sacrifices that wars always demand.
Mr. Bush ha sempre presentato se stesso come un presidente di guerra. Ma è mai stato sincero sui veri costi della guerra, sulla terribile sofferenza e gli estremi sacrifici che le guerre richiedono sempre?
Now is the perfect time to correct that failing.
The nation deserves the truth.
Ora è esattamente il tempo di correggere quella manchevolezza.
La nazione merita la verità.
Solo una citazione, a commento delle denunce di Amnesty International
Un severo monito a noi tutti, perchè il mondo può migliorare soltanto se noi lo facciamo migliore.
" Le condanne contro il terrorismo pronunciate dai governi acquisterebbero credibilità solo se questi si mostrassero sensibili al dissenso responsabile, argomentato e non violento. Quello che accade è esattamente il contrario. In tutto il mondo, i movimenti di resistenza non violenta vengono annientati. Se non accettiamo e rispettiamo loro, vuol dire che preferiamo quelli che ricorrono alla violenza.
Nel mondo intero, governanti e media impiegano tutto il loro tempo, le energie, il denaro, la ricerca, lo spazio e ogni possibile mezzo per parlare di guerra e di terrorismo, diffondendo un messaggio inquietante e pericoloso : se vuoi dar voce al malcontento, sanare un ingiustizia, i metodi violenti sono più efficaci di quelli pacifici. Se un cambiamento pacifico non è praticabile, non resta che tentare un cambiamento violento. Questa violenza sarà (è già) cieca, orribile e imprevedibile."
Arundhati Roy da "Guida all'impero per la gente comune" (ediz Guanda)