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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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Cap Anamur, l'Onu critica il governo per le espulsioni alla cieca
di Maristella Iervasi
Sono accusati di aver danneggiato l’immagine del loro paese all’estero i naufraghi salvati dalla Cap Anamur e «deportati» in tutta fretta in Ghana dal governo italiano per non far dispiacere la Lega di Roberto Calderoli. I 25 migranti sbarcati a Porto Empedocle insieme ad altre dodici persone potrebbero rischiare il processo in patria per un reato abolito in Europa in epoca feudale - la fellony di secondo grado - e che prevede anche l’arresto dai 3 ai 10 anni di carcere. Gli immigrati arrivati giovedì mattina ad Accra sono stati interrogati per tutta la notte dalle autorità ghanesi e dai funzionari dell’immigrazione, poi sarebbero stati rilasciati in attesa del verdetto finale. In serata - secondo Laura Boldrini portavoce dell’Unhcr - le autorità ghanesi avrebbero deciso di non avviare alcuna azione legale.
da l'unità
I consumi di una guerra
se la guerra dura 10 giorni: consumo 450 milioni di litri, emissioni 1,124 milioni di tonnellate di CO2 (equivalente a una città italiana di 115.000 abitanti per un anno).
se la guerra dura 30 giorni: consumo 1,35 miliardi di litri, emissioni 3,38 milioni di tonnellate di CO2 (equivalente a una città italiana di 344.000 abitanti per un anno).
Da ciò si constata come, oltre ai problemi di ordine etico che difficilmente giustificano un tale sperpero di risorse volto a danno di una nazione (quindi si preparano altri costi energetici per ricostruire quanto distrutto), un tale volume di emissioni gassose in atmosfera vanifica in pochi giorni gli sforzi di intere nazioni per ridurre i consumi e risparmiare energia, alla faccia del Protocollo di Kyoto.
Poiché l’Italia, per ottemperare agli accordi di Kyoto dovrebbe ridurre il suo carico di emissioni di circa 80 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, pari a circa 220.000 tonnellate al giorno, l’emissione giornaliera derivante dal conflitto iracheno equivale almeno alla metà di questa massa.
[Luca Mercalli, Società Meteorologica Italiana]
dal sito: http://cunegonda.info/
Caporale in Kosovo vittima dell'uranio
E' morto ieri all'ospedale Cardarelli di Napoli Luca Sepe. Era stato colpito da un linfoma al ritorno da una missione nei Balcani. 27 morti e 267 ammalati tra i militari all'estero
GABRIELE CARCHELLA *
Alla carriera con le stellette aveva dedicato tutto se stesso. La sua passione Luca Sepe, caporal maggiore dell'esercito, l'ha pagata con la vita: si spento ieri mattina a soli 27 anni nell'ospedale Cardarelli di Napoli, dove era ricoverato da alcune settimane in condizioni ormai disperate. Ma il suo non un addio come tanti, perch il sospettato numero uno della morte di Luca si chiama uranio impoverito. Un killer che, secondi alcuni, sta mietendo vittime tra i nostri soldati senza che i vertici politici e militari si scomodino per capire cosa stia davvero succedendo. L'odissea del giovane soldato, nato a Cardito, in provincia di Napoli, comincia nel 2001, quando di ritorno da una delle sue missioni nei Balcani scopre che un linfoma di Hodgkin ha cominciato a succhiargli a poco a poco la vita. Luca, per, decide di non aspettare inerme il suo momento e investe le energie che gli rimangono per aiutare i colleghi. Quelli che come lui vanno nei Balcani, in Somalia, Iraq o Afghanistan innalzando il vessillo tricolore. Luoghi dove la morte sembra avere non tanto l'aspetto di luccicanti pallottole, ma piuttosto l'etere a consistenza di invisibili radiazioni. Su questi paesi, aerei Nato e caccia americani hanno infatti rovesciato una quantit imprecisata di ordigni all'uranio impoverito, una sostanza radioattiva in grado di impressionare una pellicola fotografica in poco pi di un'ora. Luca cerca dunque di capire perch ha contratto la malattia che lo sta divorando. E se altri come lui rischiano la pelle. Decide allora di tornare nei Balcani per farsi esaminare il sangue all'Istituto oncologico di Sarajevo. Il ragazzo sembra farcela, ma solo una tregua concessa dal tumore. Al suo fianco, fino all'ultimo, solo i familiari e pochi amici: il padre, che si accorge che la chemioterapia somministrata al figlio era sbagliata, la madre e la fidanzata Giusy. Anni di sofferenza in cui pochi si sono fatti avanti per dare una mano alla famiglia Sepe, che si ritrova a sopportare l'onere della malattia del figlio. Quando il padre costretto a chiudere l'attivit di antennista, i Sepe vanno avanti solo grazie agli aiuti di parenti e amici. Durante i tre anni di malattia, Luca ha trovato il sostegno del maresciallo del Cocer Domenico Leggiero, dell'Osservatorio per la tutela del personale civile e militare: La sua morte maledettamente uguale a tutte le altre morti sospette tra i nostri militari in missione all'estero. Luca stato totalmente abbandonato dalle istituzioni e ha combattuto quasi da solo con la malattia e la sofferenza. Ha donato la vita per un'istituzione in cui credeva. E, in effetti, il caporalmaggiore Sepe doveva sentire la divisa come una seconda pelle se ha deciso, nel novembre scorso, di partecipare ai funerali per le vittime italiane di Nassiriya. Voleva essere presente a tutti i costi - ricorda Leggiero, parlando con voce tremolante per la rabbia e l'emozione - per far capire che la divisa continuava a essere per lui un valore importante e per onorare quelli che amava definire i suoi colleghi. Ma anche quel giorno venne ignorato. Appena appresa la notizia, il sito internet dell'Osservatorio militare stato listato a lutto, con il viso malinconico di Sepe che campeggia sullo sfondo nero. Con questa morte, ricorda l'Osservatorio, salgono a 27 le vittime dell'uranio impoverito utilizzato nelle armi in dotazione all'esercito italiano durante la guerra dei Balcani, mentre i malati sono 267. Cifre contestate dai vertici militari, per i quali per sempre pi difficile negare ogni forma di collegamento tra l'uranio impoverito e i decessi tra i militari italiani. Solo poche settimane fa, infatti, il ministero della Difesa stato condannato a pagare oltre 500 mila euro alla famiglia di Stefano Melone, militare morto dopo una lunga malattia contratta in missioni all'estero.
Secondo Gigi Malabarba, capogruppo di Rifondazione comunista al Senato, non si possono pi nutrire dubbi sugli effetti deleteri dell'uranio: L'uso dei proiettili all'uranio impoverito sta causando una vera e propria strage tra i militari e seminando malattie tra le popolazioni residenti in prossimit dei poligoni di tiro. Non solo scenari di guerra, dunque, ma anche i poligoni sul territorio italiano dove si addestrano i nostri militari sarebbero a rischio. Ipotesi rigettata con forza dalla Difesa italiana, che smentisce l'uso dell'uranio impoverito nei poligoni. La lista delle potenziali vittime, per, non si limita al personale militare, ma comprende anche i civili che hanno la sfortuna di vivere nei luoghi colpiti dai bombardamenti o nelle vicinanze dei poligoni. Ma se difficile tenere il conto dei casi sospetti tra le truppe, ancora pi complicato giungere a una stima dei civili colpiti. In questa oscura vicenda, neanche il mondo scientifico ha saputo accendere un po' di luce. Anzi, secondo Franco Accame, dell'Associazione familiari delle vittime delle forze armate, la prima relazione della commissione Mandelli, incaricata dal governo di stabilire la pericolosit dell'uranio impoverito, zeppa di gravi errori di metodo. In primis, la funzione statistica utilizzata avrebbe prodotto un grossolano errore di calcolo. Altro errore imperdonabile - continua Accame - stato aver incluso nello studio anche i militari che rispettavano precise misure di sicurezza. Ma ancora oggi la prima relazione Mandelli il documento di riferimento per il governo italiano. Con buona pace di Luca e dei suoi colleghi.
* Lettera 22

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CAP ANAMUR
Aggiornamento alle 17:20, con tristezza. Ma spero che, ormai, sia comunque fatta.
RAINEWS24
Porto empedocle, 11 luglio 2004 16:11
La Cap Anamur è stata bloccata davanti all' ingresso del porto di Porto Empedocle da due motovedette della Guardia Costiera, mentre stava facendo manovra per entrare nello scalo.
Una motovedetta della Guardia Costiera, con due medici a bordo, è partita da Porto Empedocle per raggiungere la Cap Anamur. Sull' unità sono imbarcate complessivamente una decina di persone, tra cui i volontari dell' associazione La Misericordia che gestisce il Centro di prima accoglienza di Lampedusa.
I due medici e i volontari stanno trasportando anche acqua, viveri e generi di prima necessità per i 37 profughi sudanesi che da 21 giorni sono a bordo della nave tedesca.
Sul posto anche il presidente della Regione Salvatore Cuffaro, giunto a Porto Empedocle per seguire personalmente gli sviluppi della vicenda della Cap Anamur.
"Quello che ci interessa salvaguardare - ha detto Cuffaro - è il diritto alla salute che sta a cuore a tutti. Ci hanno riferito che gli extracomunitari hanno già fatto richiesta di asilo all' autorità tedesca; qualora quest' ultima deciderà positivamente gli italiani si incaricheranno di trasferirli in Germania".
CAP ANAMUR. FINALMENTE!
Ho appena saputo dal TG3 che la Cap Anamur ha avuto il permesso
di attraccare. E' un primo passo, ma fondamentale.

La nave tedesca Cap Anamur
Porto empedocle, 11 luglio 2004 13:55
Alla nave tedesca Cap Anamur, a bordo della quale vi sono 37 profughi sudanesi, ha ottenuto dalle autorità italiane l'autorizzazione a far rotta verso Porto Empedocle e ad attraccare. L'imbarcazione si trova a 3 miglia dalla costa siciliana.
Una volta giunti a terra i 37 profughi sudanesi saranno trasferiti nel centro di accoglienza di Agrigento in attesa che venga definito il loro status. Nel frattempo il comandante e l'equipaggio del mercantile tedesco saranno ascoltati dalla Polizia di frontiera.
Quando si dubita dei propri ricordi per confermarsi nella propria ragione non c’è altro da fare che riesaminare ciò che è stato detto e fatto:
Il 3 maggio del 2003 The Times Magazine riferiva (in un editoriale di Philip Webster ) che Mr. Blair si dichiarava disposto ad “incontrare il mio Creatore e a rispondere di coloro che sono morti come risultato della mia decisione” e che la sua dichiarazione di fede risaliva al 2 Aprile, il giorno successivo al massacro di 7 donne e bambini, colpiti a morte a un checkpoint. Pochi giorni il giornalista Alessio Altichieri precisava (Corriere della sera 4 maggio 2003): “La vittoria in Iraq non premia Tony Blair, anzi gli sottrae voti nelle zone dell’Inghilterra dove la popolazione musulmana ha mostrato risentimento verso il governo. Nel giorno del 1° maggio (n.d.r.: 2003) si sono infatti tenute elezioni locali in Gran Bretagna e già si prevedeva che il Labour non mietesse nelle urne quanto ha seminato nel campo di battaglia: l’effetto Falklands, che fece trionfare la signora Thatcher dopo la guerra del 1982 contro l’Argentina, non si sarebbe ripetuto. Ma l’esito è peggiore del previsto: anziché dare un premio, l’Iraq punisce Blair e gli fa perdere Birmingham, seconda città inglese. Naturalmente queste consultazioni possono essere lette come elezioni di mezzo termine, che in ogni democrazia puniscono il partito di governo. Ma è la prima volta che tale calo fisiologico colpisce Blair, ed è per questo che i conservatori giubilano per la «spettacolare vittoria».
Nel 2004 la “punizione” di Blair avrebbe avuto un seguito.
Il 30 giugno 2004 (traggo dalle news della BBB) gli arcivescovi di Canterbury e di York scrivevano a nome di 114 vescovi: “E’ chiaro che l’evidente rottura della legge internazionale in merito al trattamento dei detenuti iracheni è stata un danno profondo. L’evidenza di un doppio standard diminuisce inevitabilmente la credibilità dei governi occidentali sia di fornte al popolo iracheno, sia di fronte al mondo islamico in generale”..
E a indiretta conferma di tutto ciò il 6 luglio 2004 la BBC riferiva una nuova dichiarazione di mr. Blair, secondo cui bisogna accettare il fatto che le armi di distruzione di massa (n.d.r.: causa dell’aggressioen all’Iraq): “non le abbiamo trovate e probabilemte non le troveremo mai”.
Alcuni giorni fa una notizia ripresa da molti quotidiani (qui la riporto dal notiziario web del Corriere della sera) confortava mr. Blair ricordando le disavventure del presidente Bush, suo privilegiato alleato: “La Cia, sulla vicenda delle armi di distruzione di masa nelle mani dell'Iraq, ha commesso «l’errore più grave dell’intera storia americana». E' questa la conclusione alla quale è giunto il vice presidente della commissione Intelligence del Senato americano, John Rockefeller, che ha aggiunto: «Se avessimo saputo allora quello che sappiamo oggi il Congresso non avrebbe mai autorizzato l’intervento militare»”.
Qualche giorno fa un articolo di Maso Notarianni reperibile nel sito <www.peacereporter.it> riferiva in che in Iraq “arrivano a mille i morti ammazzati della coalizione. Cifra tonda, e troppo alta, che darà un pugno nello stomaco ai molti nel mondo che hanno creduto alla favola brutta della guerra lampo, della guerra pulita. <…..> Ma perché invece nessuno pensa al numero dei morti civili di questa guerra che doveva portare pace e democrazia? Secondo le statistiche più attendibili, non si possono nemmeno contare: sappiamo che sono come minimo undicimila”. In Internazionale del 9-15 luglio, a pag. 20, troviamo le stesse cifre riportate senza arrotondamenti: i soldati alleati morti in guerra sono 991 e i civili iracheni uccisi oscillano da un massimo di 13.096 a un minimo di 11.143.
Internazionale riporta regolarmente anche le cifre dei morti nel conflitto israelo-palestinese che , a pag.19 dello stesso numero citato sopra, sono così calcolati: Palestinesi 3.164, Israeliani 925, altri 72.
Intanto la corte di giustizia dell’Aja ha deciso che (riporto di seguito il riassunto dell’articolo di Haaretz, come proposto dal notiziario di Internazionale. Chi volesse leggere l’intero articolo potrà trovarlo nell’archivio del quotidiano israeliano: Fri., July 09, 2004 Tamuz 20, 5764 Last Update: 09/07/2004 12:24 Court: Fence violates int'l law, must be dismantled By Aluf Benn, Haaretz Correspondent): “La costruzione del muro per dividere Israele dalla Cisgiordania è illegale e dunque va sospesa immediatamente. (...)
La costruzione del muro determina infatti una annessione»: così la Corte Internazionale di giustizia dell’Aja, ieri, con una sentenza che sconfessa tutte le argomentazioni di Israele a sostegno del muro, «barriera di difesa contro il terrorismo suicida palestinese». Decisione controversa. E se per il premier palestinese Abu Ala, questa è una decisione «storica», per lo scrittore israeliano Avraham Yehoshua «La verità è che il muro serve per proteggere Israele dal terrorismo palestinese. Serve per dividere due popoli che per il momento non riescono a coesistere”.
Che effetto avrà la sentenza della corte dell’Aja sulla strage mediorientale? Probabilmente nessuno. Sarà importante seguire la stampa oggi e nei prossimi giorni.
Intanto il segretario di Stato Usa Colin Powell ha definito «inappropriata» la decisione dell'Onu di richiedere un parere alla Corte dell'Aia, e ha ribadito che la sentenza non è comunque vincolante. E’ azzardato continuare “ … e noi facciamo quel che vi va”?
Per concludere mi limito a riportare un’altra notizia da
raccontato da AUG sabato, luglio 10, 2004 alle ore 12:41
fonte:www.betlemme.splinder.com
L'appello dell'Arci.
http://www.arci.it/magazzino/archivio/comunicati/index.html
Le prime risposte all'appello dell'Arci ai sindaci italiani perchè accolgano i naufraghi della Cap Anamur Aderisce anche il Sindaco di Roma L´Arci, che domani mattina raggiungerà con una delegazione di associazioni, parlamentari e giuristi la Cap Anamur, ha lanciato un appello ai sindaci dei comuni italiani perché dichiarino la propria disponibilità ad accogliere i 37 naufraghi africani (almeno uno per Comune) bloccati in acque internazionali dalle nostre autorità che non concedono il permesso di sbarco. Sono già pervenute le prime significative adesioni, tra cui quelle del sindaco di Milazzo, di Gela, di Diana, di Cinisello Balsamo, di Ancona e del sindaco di Roma Walter Veltroni. Di seguito il testo dell´appello Appello dell'ARCI ai sindaci democratici per l'accoglienza dei profughi della Cap Anamur La vicenda dei 37 profughi sudanesi della Cap Anamur spiega bene qual è l'Europa che non vogliamo. L'Europa che purtroppo prevale anche nel Trattato di Costituzione e che il governo Berlusconi ben rappresenta. Non vogliamo una Europa disumana in cui prevalgano calcoli e discorsi politicisti anche di fronte alla vita delle persone, alle tragedie umane, alle conseguenze nefaste delle guerre. Vogliamo invece una Europa costruita dal basso, in cui il riconoscimento di diritti, primo tra tutti quello alla vita, al benessere e alla dignità delle persone, rappresentino la via maestra. Per questa ragione pensiamo che alla volontà di chiusura del governo, che ricorre a presunte questioni procedurali senza alcun senso di responsabilità e incurante della storia e della vita di questi 37 profughi, possa e debba rispondere una volontà ed una disponibilità all'accoglienza delle comunità locali, delle tante città che pochi giorni fa hanno affidato il governo in gran parte alle forze di centro sinistra. Facciamo appello ai sindaci dei comuni italiani affinchè ciascuno di loro dichiari al governo e al Ministero degli Interni la propria disponibilità ad accogliere e farsi carico di almeno uno di questi 37 profughi. Facciamo in modo che l'Italia della solidarietà, dei diritti e dell'accoglienza prevalga su quella della chiusura e della intolleranza.
Vi giro una mail che mi è appena arrivata sulla questione Cap Anamur.
No newsletter speciale di Carta
La situazione dei profughi della Cap Anamur, che il governo italiano non vuole accogliere, sta diventando drammatica. Cosa possiamo fare? Questo è l'appello diffuso dal Consorzio italiano di solidarietà, che chiede l'immediato attracco in un porto italiano, per ragioni umanitarie, della nave tedesca con a bordo profughi 37 sudanesi, bloccata al largo delle coste siciliane da otto giorni. In poco più di un giorno sono state già raccolte oltre duecento firme all'appello. Invitiamo tutti a sottoscrivere urgentemente l'appello, scrivendo a migrazioni@icsitalia.org oppure a carta@carta.org, indicando il nome (dell¹associazione e/o della persona singola), il luogo di residenza/domicilio e la motivazione dell'adesione.
Grazie
Aggiornamenti in tempo reale sono su:
- http://ww2.carta.org/notizieinmovimento/
- http://www.carta.org/campagne/diritti/CapAnamur/index.htm
Amnesty International sulla Cap Anamur
venerdì 9 luglio 2004.
La nave di bandiera tedesca Cap Anamur si trova attualmente al largo di Porto Empedocle, nella zona contigua, con a bordo 37 profughi non identificati, probabilmente provenienti dal Sudan (36) e dalla Sierra Leone (1), che sono stati salvati in mare in acque internazionali.
La nave lambisce da giorni le acque territoriali italiane senza poterle attraversare per un divieto espresso su ordine dal ministero dell'Interno (insieme alla controparte tedesca), che ha dichiarato di ritenere "assolutamente doveroso il rispetto della norma internazionale che impone la presentazione della domanda d'asilo nel luogo di primo approdo (in questo caso Malta) dei presunti profughi (…) Una deroga, seppure per motivi umanitari, a questa norma costituirebbe un pericoloso precedente e potrebbe aprire la strada a numerosi abusi".
Su tutta una serie di fatti sono apparse notizie contraddittorie: riguardo all'eventuale attraversamento del mare territoriale maltese, da parte della Cap Anamur, con a bordo i profughi/naufraghi; se la nave avesse oppure no ottenuto il permesso di attraccare in territorio italiano; se essa abbia o meno dichiarato l'SOS nel chiedere l'ingresso in Italia; se, infine, il capitano abbia o meno inviato una lista di passeggeri naufraghi alle autorità italiane.
Amnesty International intende evidenziare i seguenti aspetti fondamentali:
Il diritto internazionale del mare stabilisce che un naufrago salvato abbia diritto ad essere sbarcato "nello scalo successivo". Scalo successivo non significa "approdo più vicino in miglia nautiche", ma quello che la valutazione professionale del capitano della nave ritiene essere il prossimo punto in cui è conveniente sbarcare, tenuto conto anche della rotta della nave.
Il diritto internazionale dei rifugiati stabilisce che nessuno possa essere indiscriminatamente ed indistintamente respinto alla frontiera: è un corollario del principio di non refoulement, non-respingimento, che esige che chiunque si presenti alla frontiera sia quanto meno identificato ed abbia diritto ad accedere alla procedura di asilo. Solo tramite l'identificazione di ciascun profugo/naufrago si può rendersi conto di quali sono i Paesi verso cui tale persona non può essere in alcun modo rimpatriata/diretta, in base all'art. 33 della Convenzione di Ginevra. Nella situazione attuale, quello delle autorità italiane equivale ad un illegittimo respingimento collettivo alla frontiera, in violazione della Convenzione di Ginevra sullo Status di Rifugiato.
Il regolamento CE 343/2003 del Consiglio dell'Unione Europea del 18 febbraio 2003 (il cosiddetto Dublino II, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l'esame della domanda d'asilo), al quale sembrano riferirsi i Ministri Pisanu e Schilly, può trovare applicazione solo dopo che i richiedenti asilo abbiano presentato domanda in uno Stato dell'Unione.
Il caso della Cap Anamur è esemplificativo dell'atteggiamento generale dell'Unione Europea e del Governo italiano sul tema dei rifugiati: il pericolo di "creare un precedente" vagheggiato dai due ministri è quello di creare un precedente di corretta applicazione del diritto internazionale.
Ciò che comunica questo atteggiamento è un indecoroso spregio per le più elementari norme del diritto internazionale e del diritto dei diritti umani.
Amnesty International, insieme alle organizzazioni Ics e Medici senza Frontiere, ha espresso oggi al ministro Pisanu, sollecitando un incontro immediato, la propria preoccupazione per le violazioni del diritto internazionale marittimo e del diritto internazionale dei rifugiati che si stanno configurando in capo al governo italiano.
In particolare, ad una nave con naufraghi a bordo deve essere sempre data la possibilità di accedere al porto, senza che si possa rifiutare l'approdo in ragione del fatto che non era il punto più vicino al punto di salvataggio. Di certo, di fronte alle acque territoriali, il punto più vicino di salvataggio adesso è Porto Empedocle. E' uno, infatti, il principio fondamentale che l'Italia è tenuta a rispettare: gli Stati devono facilitare lo sbarco dei naufraghi, a prescindere dal loro status. I 37 sulla Cap Anamur devono quindi poter scendere a terra prima possibile e ottenere adeguata protezione.
In secondo luogo, in base al diritto internazionale dei rifugiati ed al Regolamento di Dublino II, deve essere dato regolare accesso alla procedura di richiesta di asilo a tutti coloro che desiderino beneficiarne. Affinché ciò avvenga, deve essere consentito ai 37 profughi di entrare nel territorio italiano e poter presentare la domanda sulla terra-ferma. Sarebbe infatti contraria allo spirito della Convenzione di Ginevra un'analisi delle domande a bordo della nave, ancorché essa entrasse in acque territoriali, per l'assenza di tutte le dovute garanzie (ad es. interpreti).
Se non vengono rispettati i suddetti criteri, il governo italiano è responsabile della violazione del diritto internazionale sotto i vari profili illustrati.
La sezione italiana di Amnesty International
Insieme ad altri accampamentisti e osservatori di pace internazionali, in Chiapas abbiamo atteso pazientemente che si riunisse la Giunta del Buon Governo, la prima forma di autogoverno indigeno che si era insediata da pochi giorni dopo la festa di Oventik, e che concedeva a noi l'onore di riceverci per primi.
E così, in un attimo, noi tre ci siamo trovati di fronte a questi uomini e queste donne zapatiste. Erano una poesia ribelle, la dignità di non abbassare la testa di fronte ad anni di violenze, omicidi, fame e privazioni perpetrate dal governo, dalle multinazionali, dalle bande paramilitari.
Queste donne e questi uomini erano di fronte a noi, esempi concreti di ciò che avevamo letto sui libri e sognato tramite centinaia di foto.
Esempi viventi della dignità ribelle nascosta per farsi vedere dietro un passamontagna.
Un passamontagna che avevamo anche noi nel profondo del cuore.
Ci siamo visti in loro, e loro si sono visti in noi, come in uno specchio. Non dimenticheremo mai quegli infiniti e carichi momenti, le parole e gli sguardi che ci siamo scambiati. La certezza che potevamo creare moltissimo insieme, noi del commercio equo e solidale italiano insieme ai rappresentanti di una vasta comunità indigena fra le montagne.
Potevamo imparare l'uno dall'altro, e creare un ponte fra due mondi lontani.
Dopo l'incontro con la Giunta, nell'arco di diversi giorni abbiamo conosciuto le donne "en resistencia" dei sei municipi autonomi: gli sguardi ci hanno raccontato il dolore, la fatica, la forza e la dignità di che sceglie quotidianamente di lottare per ottenere condizioni di vita migliori per sè e per i propri figli.
Con i responsabili della cooperativa di caffè Yochin Tayel Kinal. dopo un lungo cammino, abbiamo visitato il cafetal colectivo, la piantagione di caffè fra le verdissime montagne. Sotto l'ombra fresca degli alberi carichi di bacche rosse di caffè, mitragliati dalle zanzare, abbiamo appreso dalle parole dei campesinos le tecniche di coltivazione e ascoltato dalla loro voce il peso della scelta di diventare una comunità zapatista autonoma, e vivere da quel 1 gennaio 1994 in un "territorio zapatista en rebeldia".
Tutto è nato così.
Un sogno che oggi, 1 luglio 2004, a quasi un anno di distanza dalla nostra visita in Chiapas e dopo mille riunioni, mail e telefonate... entra
finalmente in bottega.
Il corriere ci ha appena consegnato in bottega le prime confezioni di caffè Tatawelo.
E il sogno continua e continua....
Sul sito http://wwwtatawelo.it trovate tutte le informazioni su questo progetto, la storia, e le associazioni coinvolte in tutta Italia: un progetto che parte da questo primo container di caffè, ma potrebbe arrivare a molto molto di più nei prossimi anni. Non solo un container. Non solo caffè. Questo è il nostro obiettivo.
Grazie alla grande esperienza di Commercio Alternativo, centrale di importazione del commercio equo italiano, è potuto nascere e svilupparsi tutto questo.
Grazie alla cooperazione fra oltre 15 botteghe di commercio equo e solidale italiane stiamo creando un importantissima rete di sostegno al Chiapas.
Grazie a Norman, Diego, Nelly, Eva, Gigi, Paolo, Cristina, Alessandra e a tutti gli altri che hanno dato tantissimo e credono nel progetto Tatawelo.
E un grazie a tutte le botteghe di commercio equo, le associazioni, i gruppi, i circoli, gli oratori, i centri sociali, i gruppi di acquisto
solidale, i negozi, i bar, i singoli e i "cani sciolti"....che nei prossimi mesi sceglieranno di sostenere concretamente l'autonomia delle comunità indigene, acquistando e vendendo ai propri consumaTTori questo caffè zapatista equosolidale.
Oggi per tutti noi è un giorno di festa.
Oggi abbiamo fatto un passo in avanti nella costruzione di un altromondo possibile.
Grazie a un chicco di caffe'....nel quale noi donne e uomini di mais (italiani e messicani) abbiamo racchiuso un sogno e tutto il nostro futuro.
Davide Barillari, associazione Tatavasco
fonte: www.carta.org
Pisanu scarica i profughi
Il ministro nega l'ingresso ai 37 sudanesi della Cap Anamur bloccata al largo di Agrigento
Asse Italia-Germania Per il capo del Viminale e per il suo collega tedesco Schilly dare asilo i profughi spetta a Malta. Protestano Amnesty e la sinistra
CINZIA GUBBINI
ROMA
Disco rosso per la nave tedesca Cap Anamur, che da sette giorni è bloccata al confine delle acque territoriali con a bordo 36 sudanesi e un sierraleonese, salvati in alto mare mentre tentavano di raggiungere l'Italia con mezzi di fortuna. A sbattere ufficialmente la porta in faccia ai trentasette profughi, che dal 20 giugno si trovano sulla nave tedesca Cap Anamur, sono due voci autorevoli dell'Europa di serie A: l'Italia e la Germania. Per la prima volta il ministro dell'interno Beppe Pisanu è intervenuto esplicitamente sulla vicenda attraverso una nota diramata dal Viminale in cui esprime la sua posizione e quella del suo omologo tedesco Otto Schilly, riuniti ieri a Sheffield insieme ai ministri dell'interno dei cinque maggiori paesi europei. «Pur riconoscendo il delicato profilo umanitario della vicenda - si legge nella nota - i due ministri considerano assolutamente doveroso il rispetto della norma internazionale che impone la presentazione della domanda d'asilo nel luogo di primo approdo, in questo caso Malta, dei presunti profughi». «Una deroga, seppur per motivi umanitari, a questa norma - spiega ancora la nota - costituirebbe un pericoloso precedente e potrebbe aprire la strada a numerosi abusi. La vicenda della 'Cap Anamur', peraltro deve essere ancora chiarita». Dunque i profughi devono essere accolti da Malta, che in quanto paese «minore» non era presente alla riunione di Sheffield.
Ma di quale «norma internazionale» parlano i due ministri? «La convenzione di Dublino, di cui parlano i due ministri, stabilisce che il paese competente nell'esame della richiesta di asilo può essere individuato solo una volta che i presunti profughi abbiano fatto ingresso in uno stato europeo, e non certo prima», osserva Amnesty International Italia, per bocca del responsabile dell'area rifugiati, Francesco Messineo. L'Italia, quindi, sarebbe obbligata a far entrare la nave e solo una volta identificati i profughi potrebbe avviare le procedure per accertare lo stato competente. Lo stop alla nave tedesca, operato con le motovedette della Marina militare e della guardia di finanza di Porto Empedocle, assomiglia molto da vicino a un respingimento alla frontiera. Questo sì una violazione del diritto internazionale. Tra l'altro il presidente della ong Cap Anamur, Elias Birdel, ha ripetuto ieri che il salvataggio dei profughi è avvenuto in acque internazionali, a 100 miglia da Lampedusa e 180 da Malta, «forse c'è stato un equivoco, ma i nostri tracciati possono dimostrare tutto», ha spiegato Birdel. Finora nessuno ha voluto controllare i tracciati della nave, quasi che la parola dei governi avesse uno status di veridicità maggiore rispetto a quella della ong tedesca. D'altronde il filtrare tra governo italiano e governo rosso-verde tedesco la dice lunga sugli equilibri di potere nell'Unione, intenzionata ad utilizzare le nuove frontiere festeggiate il primo maggio come un comodo argine alla pressione migratoria. Malta per ora non si fa sentire, anche se diplomaticamente sostiene che quando la nave tedesca ha sfiorato le acque maltesi con i profughi a bordo (poco dopo il salvataggio) non ha ricevuto alcuna segnalazione né di aiuto né di richiesta di asilo. Segno che anche La Valletta non è entusiasta dell'idea di dover accogliere i profughi, ma non ha la forza sufficiente per opporsi ai «padri fondatori» dell'Unione.
E se il verde Schilly stringe la mano al ministro Pisanu, i verdi italiani si muovono su diverse direttrici. Ieri il senatore Francesco Martone, segretario della Commissione diritti umani, ha posto la questione della cap Anamur di fronte alla sottosegretaria agli esteri Margherita Boniver, che era andata a riferire sui diritti umani in Darfur. Proprio il luogo da cui dicono di essere fuggite molte delle persone ricoverate a bordo della nave. Ma le sue risposte sono state tiepide, ha commentato Martone, «Anche se si è augurata che i profughi della nave possano richiedere asilo. Ma dopo le dichiarazioni di Pisanu mi sembra che ci sia parecchia confusione». Il Cir è tornato ad augurarsi ieri che sia superata l'impasse: «Non mi sembra sia il caso di imputarsi su chi ha ragione - ha detto il direttore Hein - va trovata una soluzione al più presto. Anche il testo sul diritto d'asilo in discussione al parlamento, su cui nutriamo perplessità, impone l'obbligo dell'accoglienza». E a proposito di accoglienza, ieri è bastato che il neo sindaco di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano, proponesse di accogliere uno dei profughi della nave per scatenare il putiferio di Lega e An.
fonte: il manifesto del 7 luglio 2004
E' attesa per il nove luglio la sentenza della corte dell' Aia sulla costruzione del muro in Palestina, ci aspettiamo che l' Alta Corte condanni Israele ed il muro. Non sarà una sentenza che produce effetti pratici immediati, ma il valore morale di una simile condanna è più comprensibile se si pensa che da una simile sentenza contro l'aparthaied in Sud Africa nacque il movimento di popolo e dei governi che portò alla modifica radicale della situazione, speriamo che una sentenza di condanna apra finalmente gli occhi di quanti sono timidi ed esitanti, credono alle menzogne di Israele sulla sicurezza , e non si rendono conto di come l'ocucpazione, la repressione, la violenza quotidiana siano la causa prima dell' insicurezza di Israele stessa. I due popoli si possono salvare soltanto se si salveranno insieme, con rispetto ed incontro tra le parti, non certo con i muri, i buldozers od i carir armati.
Sta crescendo in questi tempi foschi un fenomeno che mi sembra sempre più diffuso: libri, filmati, testimonianze fatte insieme od in contrappunto da israeliani e palestinesi che mettono a confronto i punti di vista, le esperienze, le analisi: la società civile ha un interlocutore per costruire pace ed incontro, sono i governi, quello israeliano in particolare, visto che i palestinesi non hanno uno stato ed un governo legittimi, a non volere una soluzione giusta e pacifica, per motivi di equilibri interni. Basta osservare la reazione dei coloni a qualunque timido, limitato, insifficiente e pure fasullo, accenno di ritiro dai terriotri occupati da Israele: le varie anime che abitano la realtà israeliana si scontrerebbero nel momento che una scelta di giustizia spingesse un governo davvero democratico a ritirarsi secondo i confini riconosciuti dall' ONU ed a cercare la possibilità di una pace giusta in Palestina.
Noi speriamo che le coscienze dei cittadini divengano una forza dirompente che obblighi i governi a cercare vie di pace.(N.C.)

«Entrare è un nostro diritto»
Appello dalla Cap Anamur, bloccata al largo della Sicilia. La Germania: la priorità è salvarli
PABLO TRINCIA*
Sei giorni e ancora nulla di fatto. La Cap Anamur e i suoi naufraghi restano tra le onde, in attesa che un accordo tra Roma e Berlino sbrogli l'impasse burocratico in cui galleggiano tedeschi, sudanesi, sierraleonesi e autorità italiane. A quindici miglia da Porto Empedocle, in acque extraterritoriali, il quadro è lo stesso da quasi 150 ore. Sulla nave il morale è basso, l'attesa lunga, la Guardia Costiera vigile, le navi della Marina all'orizzonte. Nulla sembra muoversi. Dal ministero dell'Interno arriva qualche vaga informazione del tipo «sono diretti verso la Spagna» o più semplicemente «se ne stanno andando». «Non siamo diretti da nessuna parte - commenta secco dalla nave Elias Birdel - siamo intenzionati a restare qui finché la situazione non sarà chiarita. Ora siamo costretti a prendere vie legali. Ci sembra l'unico modo per uscire da questa situazione di stallo». Ieri il presidente della Cap Anamur ha lanciato un appello che chiarisce la posizione dell'organizzazione sui profughi e sull'atteggiamento dell'Europa. «Da giovedì mattina la nostra nave è alla deriva a 15 miglia davanti a Porto Empedocle, in Sicilia. Noi insistiamo a voler entrare nel porto così come avevamo progettato ed eravamo anche stati autorizzati a fare. Finora le autorità non ci hanno comunicato perché venga ora negata l'autorizzazione che ci era stata precedentemente concessa. I naufraghi che abbiamo salvato non sono "clandestini", non avendo ancora oltrepassato le frontiere europee. Conformemente agli ordini e in ossequio ai precetti del diritto internazionale, come da prassi, abbiamo immediatamente comunicato la lista di tutte le persone a bordo. Non abbiamo intenzione di scontrarci con il governo italiano o di fare pressione su chicchessia. Chiediamo semplicemente il diritto a entrare a Porto Empedocle, perché la situazione a bordo diventa sempre più difficile. E' certo che coloro che ci impediscono di portare i naufraghi in un porto sicuro sono anche pienamente responsabili delle conseguenze. Facciamo appello a tutti gli europei e soprattutto ai cittadini italiani affinché chiariscano che una simile politica non viene condotta in loro nome. Noi continueremo a salvare tutte le vite umane che possiamo. Lo facciamo perché non vogliamo che la morte di centinaia, forse migliaia di persone, venga considerata un "caso normale" in Europa. Chiediamo pertanto alle donne e agli uomini d'Europa di farsi carico di questa situazione».
Una presa di posizione dura, quella di Birdel, determinato a restare immobile tra il 36 esimo grado di latitudine nord e il 13 esimo di longitudine est - in Mediterraneo aperto - finché le autorità italiane non si assumeranno le proprie responsabilità. Tuttavia il caso è spinoso e i due paesi più coinvolti, Italia e Germania, non hanno ancora trovato il modo di gestirlo. In Italia il nodo è chiaro. La Cap Anamur, una volta ritrovati i naufraghi il 20 giugno scorso, doveva subito avvisare le autorità competenti, presentandosi il prima possibile al largo di Porto Empedocle. Cosa che non è avvenuta, tant'è che la nave umanitaria tedesca ha bussato alle nostre porte solo dieci giorni dopo il salvataggio. Ritardo inspiegabile per la Capitaneria di Porto Empedocle e per Roma, ma che Birdel e l'equipaggio della Cap dicono di poter giustificare e documentare. Alla base ci sarebbero stati una serie di problemi tecnici - cosa fare dei naufraghi, dove attraccare, dove trovare un agente - e imprevisti, come il famoso peschereccio di somali trovato in panne tra le onde e scortato fino a Malta.
La piccola isola mediterranea è un tassello importante nel complesso pasticcio burocratico e umanitario che si sta consumando poco fuori le nostre acque. Se la nave tedesca fosse passata di lì con a bordo i naufraghi, questi ultimi avrebbero dovuto fare richiesta d'asilo lì, come previsto dalla legge internazionale. «Non è facile - ammette da Berlino Jens Plutner, portavoce del ministero degli Esteri tedesco - ci sono una serie di complicazioni legali che vanno risolte. E' ancora troppo presto per ipotizzare scenari, è una questione che riguarda noi, l'Italia e la stessa Malta. Ma l'aspetto umanitario e la vita di quei profughi devono essere una priorità per tutti noi».
* peacereporter.net
fonte: il manifesto del 6 luglio 2004
Up to 1 million African refugees could die this year in Sudan's Darfur region due to government-supported ethnic cleansing, a senior U.S. official said on June 29, 2004. International donors and relief organizations are racing to beat incoming rains to place food and medicine at camps for those driven from their villages in the world's worst humanitarian crisis. (Reuters Graphic)