about
Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
:
adozioni a distanza
appelli
argentina
armi
bambini in guerra
centri
contro la pena di morte
costituzione
detenzione
diaro di augusta
diritti
emergency
etiopia
guerrenelmondo
intercultura
intervista
iraq giornali
manifestazioni
news
non violenza
opinioni degli altri
pacifismo
palestina
politica
putin
russia
sottoscrivi per emergency
storia
torture
traffico armi
uranio
usa
vicenza
vietnam
vignette
zapatisti
riferimenti
Bloggerscontroguerradona
Battello Ebbro
AgliIncrocideiventi
Adista
Emergency
Il Manifesto
Amnesty
Indymedia
Peacelink
Reporter Associati
Peacereporter
Un ponte per
<$$>
blog archivio
Oggi ricopio un appello che ho appena ricevuto. Del Baby Caritas Hospital ho parlato il 19 ottobre e, soprattutto, il 23 dicembre. Reperire quelle pagine non è difficile e a quelle rimando per le informazioni. Qui mi limito ad osservare che il Presidente del Consiglio italiano aveva detto (credo un anno fa o poco più) di voler mettere in moto un Piano Marshall per la Palestina. Non si potrebbe cominciare con richieste al governo di Israele di trasferire quanto dovuto ai destinatari? Per quanto ne so il blocco di ciò che in Palestina arriva e dei prodotti che dalla Palestina potrebbero partire è norma. In questo caso è una norma infanticida.
Ho visitato il Baby Caritas e anche un altro ospedale pediatrico e so di non esagerare.
Augusta
30 Agosto 2004
Cinque tonnellate di latte (France Lait) donato dalla “Cooperazione Italiana in Palestina” * e destinato al Baby Hospital é bloccato al porto israeliano di Ashdod.
Da tre mesi la Cooperazione Italiana sta lavorando per farlo uscire dal porto, ma inutilmente.
E` il latte destinato ai bambini di Betlemme.
Sono 2000 barattoli di 2500 grammi ciascuno.
In questo periodo è molto difficile trovare latte a Betlemme. Le restrizioni imposte da Israele sulle importazioni dei beni di consumo in aiuto alla popolazione palestinese stanno creando un grosso problema a livello umanitario.
Chi puo` fare qualcosa, lo faccia.
Lo chiediamo in nome dei bambini di Betlemme, che soffrono sulla loro pelle la povertà creata dalla violenza assurda che sta devastando la Terra Santa.
Sorelle del Baby Hospital
* La Cooperazione Italiana e` presente da vari anni nei Territori Palestinesi. Svolge significativi interventi nei seguenti settori: sanita`, istruzione pubblica, formazione professionale, risorse idriche, agroalimentare, energia elettrica, sostegno alla piccola imprenditoria, programmi di sostegno alle organizzazioni non-governative, nonche` interventi sociali e di emergenza, rivolti a far fronte a bisogni nutrizionali e alle pressanti necessita` dell’Amministrazione Palestinese.
Sogni


Ansia per i giornalisti francesi
I musulmani di Francia ne chiedono la liberazione
di Reporters Sans Frontieres
Numerose istituzioni e personalità musulmane hanno richiesto la liberazione dei due reporters francesi il cui rapimento è stato rivendicato il 28 agosto dall'esercito islamico dell'Irak". Reporters senza frontiere chiama i mass media arabi a trasmettere quanto più possibile queste prese di posizione. Il presidente del Consiglio francese del culto musulmano, Dalil Boubakeur ha condannato quest'atto "immorale ed inqualificabile".
Fonte: http://www.articolo21.com/index.php
I Musulmani si muovono in difesa della vita degli ostaggi e dell'Islam. h
Due pesi, due misure:
In primo luogo esprimo il mio cordoglio ai parenti della vittima, così vilmente assassinato, in secondo luogo vorrei fare qualche osservazione, che, penso sarà condivisa da molti: a nessuno sarà sfuggito la notevole differenza di trattamento che ha avuto il povero Enzo Baldoni nella disperata ricerca di salvezza messa in atto da parenti e amici, mentre quella del governo si è limitata ad un commento di Frattini, poche ore prima dello scadere dell'ultimatum, in cui diceva che " che l'Italia si sarebbe ritirata dall'Iraq, qualora l'avesse chiesto il governo interino di Bagdag" (come direbbe, nin). Le spasmodiche vicende degli ostaggi-mercenari hanno invece dato luogo ad un vero e proprio carossello che ci hanno tenuto col fiato sospeso fino alle elezioni, e i cui strani giri non li conosceremo mai. Allora si parlò di lunghe trattative, invece nel caso di Baldoni, che forse interessava meno (non si sono elezioni) hanno lasciato agire gli assassini. Forse sbaglierò nell'analisi, forse la rabbia che provo è cattiva consigliera, chissà!
Ci sono anche loro
Tear gas in La Paz : La Paz, -, BOLIVIA Aymara native women run through a tear gas cloud after facing anti-riot police during a demonstration of the MTS (Landless Movement) in demand of the release of one of their leaders in La Paz. (AFP/Aizar Raldes)
| Le donne di Tehran | ||
| di Denise Faticante 20 Aug 2004 | ||
|
"Leggere Lolita a Tehran".
In questi giorni le tredici deputate del parlamento dominato dai conservatori hanno dato un calcio a lei a tutte quelle donne che dentro o fuori il paese si battono perché non venga più ipotecata la vita femminile. Le parlamentari hanno votato contro una legge proposta dal governo riformista che mirava a promuovere la parità tra i sessi in campo giuridico, economico e sociale. Un tradimento che siede negli scranni del palazzo dal quale è giunta un'altra proposta: introdurre una sorta di costume nazionale femminile che si confaccia alle regole islamiche. Un enorme passo indietro per un paese abituato a giocare alle leggi come fossero uno yo-yo. Le donne iraniane, come le sette studentesse di Tehran, hanno respirato libertà ed emancipazione quando ancora le rivendicazioni femminili erano embrionali in Europa e in America. - Nel 1977 viene legalizzato l'aborto. - Il 1967 è l'anno in cui molte ragazze possono accedere all'università e conquistare il diritto al voto. - Nel 1977 intanto le legge di protezione della famiglia impone l'assenso della prima sposa in caso di ricorso del marito alla poligamia, e l'età minima del matrimonio è fissata a 18 anni. La rivoluzione del 1979 fa tabula rasa: il regime di Reza Pahlavi viene rovesciato e con la scomparsa dello scià di Persia scende sul volto delle donne iraniane il chador. E con il velo prendono vita violenze, arresti e maltrattamenti nei confronti di chi non si piega alle imposizioni. E poiché la storia insegna che il peggior nemico delle donne ha un volto femminile, nascono a alcune associazioni come "Le sorelle di Zeyanab" o la "Gaschtè" con il compito di redarguire le recalcitranti. Queste stesse donne oggi occupano, per volere del Consiglio dei Guardiani, le poltrone del potere. E con un voto hanno bocciato la lotta, il coraggio e una vita dignitosa. Denise Faticante Prego tutte e tutti i viaggiatori di non pensare assolutamente che io voglia sostenere la dittatura dello shah di Persia, ero radicalmente contraria. Ritengo, tuttavia, che sia un'orribile beffa per un popolo, desideroso di libertà e giustizia, lottare fino alla morte per poi ritrovarsi addosso una dittatura ben peggiore della precedente. Le Iraniane e gli Iraniani sono stati ingannati e oppressi con sistemi diversi da poteri decisamente sovrastanti. Gli ultimi eventi della storia dell'Iran sono stati: 1953 - golpe della CIA contro il primo ministro Mossadeq (vedi post del) e restaurazione della dittatura dello shah; 1979 - crollo del regime dello shah; tentativo del primo ministro Bakhtiar di formare un governo socialdemocratico, dopo aver convinto lo shah a lasciare Tehran; tradimento da parte dell'esercito; vittoria della rivoluzione khomeinista; 1979 - comincia uno dei periodi più difficili per l'Iran; le prime a pagare sono le donne che, appunto, perdono tutti i diritti faticosamente conquistati; 2004 - il regime clericale è ancora al potere; le donne continuano ad essere oppresse; gli antichi nemici, quelli del colpo di stato contro Mossadeq, USA e Gran Bretagna, parlano di armi nucleari in Iran; dobbiamo assuefarci all'idea di un'invasione dell'Iran, stato canaglia per definizione? harmonia Importante: Il libro "Leggere Lolita a Tehran" è stato recensito in www.ilparnasoambulante.splinder.com ... precisamente qui redazioneparnaso (http://ilparnasoambulante.splinder.com)
... e anche qui.
redazioneparnaso (http://ilparnasoambulante.splinder.com) | ||

FAHRENHEIT 9/11
Desideri ostinati nell'era del disincanto
Michael Moore Come una singola voce può bucare la cospirazione del silenzio
JOHN BERGER*
Fahrenheit 9/11 è straordinario. Non tanto come film - benché sia un film abile e toccante - quanto come evento. I commentatori cercano in genere di liquidare l'evento e di denigrare il film. Vedremo più avanti perché. Il film di Michael Moore ha commosso profondamente gli artisti della giuria del Festival di Cannes, che si dice abbiano deciso all'unanimità di premiarlo con la Palma d'oro. Da allora ha commosso vari milioni di persone. Durante le prime sei settimane di distribuzione negli Stati uniti ha incassato oltre cento milioni di dollari, vale a dire - ed è stupefacente - circa la metà di quanto ha totalizzato Harry Potter e la pietra filosofale in un analogo periodo di tempo.
Un film come Fahrenheit 9/11 non lo si era mai visto. A quanto pare solo i cosiddetti opinionisti della stampa e dei media ne sono stati disturbati. Il film, considerato come atto politico, può essere un punto di riferimento storico. Tuttavia, per rendersene conto, bisogna avere una qualche prospettiva sul futuro. Vivere mettendo in primo piano solo le notizie dell'ultima ora, come capita a molti opinionisti, limita le prospettive: riduce tutto a una seccatura e niente di più. Il film invece crede di poter dare un sia pur piccolissimo contributo al cambiamento della storia mondiale. È un'opera carica di speranza.
Ciò che lo rende un evento è il fatto che interviene in modo efficace e indipendente nel vivo della politica mondiale. Oggi è raro che un artista (e Moore è un artista) riesca in un intervento del genere e sappia essere d'ostacolo ai politici e alle loro dichiarazioni preconfezionate e capziose. L'obiettivo immediato di Moore è rendere più improbabile la rielezione del presidente Bush il prossimo novembre. Il suo film è, dall'inizio alla fine, un invito alla discussione politica e sociale.
continua qui
CENTOMOVIMENTI NEWS - 20 AGOSTO 2004
L'Iran: "Gli Usa non ci fanno paura, presto avremo l'atomica"
REDAZIONE
Il Governo iraniano, lanciando l'ennesima sfida alla comunità internazionale, ha annunciato che presto sarà in grado di sviluppare armamenti nucleari. Secondo quanto dichiarato dal sottosegretario di Stato americano John Bolton, il regime di Teheran ha infatti comunicato a funzionari tedeschi, britannici e francesi che entro la fine del 2005 sarà in grado di produrre una bomba atomica.
Una notizia confermata dal ministro della Difesa iraniano Ali Shamkhani che, nel corso di un'intervista con l'emittente araba al Jazeera, ha spiegato che il suo Paese non ha alcuna intenzione di "restare con le mani in mano ad aspettare che gli altri facciano di noi quello che vogliono".
In sostanza, Ali Shamkhani ha voluto chiarire che la sua nazione sta preparando le armi non convenzionali per essere in grado di rispondere ad un'eventuale operazione bellica statunitense.
E, se Washington provasse a colpire le installazioni nucleari per impedire la creazione della bomba all'uranio, la risposta militare sarebbe ugualmente violenta.
"Gli attacchi preventivi di cui parlano gli americani non sono un monopolio americano - ha avvertito - considereremo qualsiasi attacco contro le nostre installazioni nucleari come un attacco a tutto l'Iran e vi risponderemo con tutta la nostra forza".
La possibilità che il paese mediorientale possa veramente essere bombardato o invaso dagli Stati Uniti non è a questo punto così remota. Solo pochi giorni fa il segretario alla sicurezza nazionale Usa Condoleezza Rice aveva annunciato che la Casa Bianca è pronta ad impedire i progetti atomici di Teheran a qualunque costo e con ogni mezzo.
Parole che avevano tranquillizzato lo stato d'Israele, particolarmente preoccupato dalla possibilità che l'Iran possa costruire armi di distruzione di massa.
"Nulla è più importante per lo stato di Israele delle affermazioni della Rice, nella speranza, nell’auspicio e nella fiducia che gli Stati Uniti, indipendentemente da quale sia il loro presidente, useranno strumenti diplomatici e forza militare per impedire che si arrivi a una atomica iraniana - si leggeva in un recente editoriale del quotidiano Yediot Aharonot - dal punto di vista israeliano non c’è mai stato un momento più appropriato per ripetere: Dio benedica l’America".
Abbiamo bisogno di ricordare i fatti storici per cercare di capire
attraverso quali processi siamo arrivati alle vicende odierne.
USA e Gran Bretagna agiscono insieme da molto tempo, nello stesso
modo,per gli stessi scopi. Per questo è istruttivo ricordare come
andarono le cose in Iran, 51 anni fa.
Nelle vicende dell'Iraq, oggi, siamo tutti coinvolti. Noi Italiani più di
altri a causa della nostra illegittima partecipazione all'impresa dei due
compagni, l'Americano e il Britannico.
L'ineffabile Edward Luttwak, grande interventista, molto noto anche
in Italia, ieri sul New York Times ha sostenuto la necessità ormai
inelluttabile per gli Usa di venire via dall'Iraq. Per gli stessi motivi che
avrebbero dovuto dissuadere dal cominciare la guerra (che comunque
lui continua a ritenere giusta, roba da pazzi!)
http://www.nytimes.com/2004/08/18/opinion/18luttwak.html
19 Agosto 1953 - 19 Agosto 2004
51° anniversario del colpo di stato in Iran contro il primo ministro
Mossadeq, liberamente e democraticamente eletto.
Sull'argomento un articolo de
LE MONDE diplomatique - Ottobre 2000
Il 19 marzo scorso, la segretaria di stato americana Madeleine Albright riconosceva per la prima volta il «coinvolgimento» degli Stati uniti nel colpo di stato che, nel 1953, aveva fatto cadere il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq. Se le circostanze di quell'operazione non sono ancora del tutto chiare, un rapporto della Cia, divulgato nell'aprile scorso dal New York Times, rivela quale fu il ruolo dei servizi segreti di Londra e di Washington in questa vicenda, che capovolse i rapporti di forza in Medioriente.
di MARK GASIOROWSKI*
Qualche mese fa, il New York Times ha ricevuto il rapporto ufficiale del colpo di stato organizzato nel 1953 dalla Cia contro il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq e, il 16 giugno scorso, lo ha pubblicato sul suo sito web.
http://www.nytimes.com/library/world/mideast/iran-cia-intro.pdf
... Questo documento avvincente contiene importanti rivelazioni sul modo in cui fu condotta quell'operazione e chiunque si interessi alla politica interna iraniana o alla politica estera statunitense dovrebbe leggerlo. Il colpo di stato avvenne in un periodo di grande fermento per la storia iraniana, nel momento in cui la guerra fredda era al suo culmine.
Mossadeq era allora leader del Fronte nazionale, organizzazione politica fondata nel 1949 che mirava alla nazionalizzazione dell'industria petrolifera, all'epoca sotto controllo britannico, e alla democratizzazione del sistema politico. ... continua
l'articolo completo, straordinariamente attuale, all'indirizzo:
http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Ottobre-2000/0010lm07.01.html

Dall'antichità ad oggi, le vicende di chi si è opposto
alle guerre e alle ingiustizie
non riesco a smettere di pensare al palio a siena di ieri sera e atutti gli stronzi che continuano a sfruttare gli animali e farli morire cazzo per delle sttronzate così..cazzo cazzo cazzo
|
ANCORA! FINO A QUANDO, ANCORA? 14.08.2004 «Il nostro paese è stato attaccato, la nostra frontiera è stata violata da uomini armati provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, che volevano massacrare civili congolesi che avevano ottenuto asilo da noi», ha detto Ndayizeye, che ha visitato ieri il campo, occupato principalmente da congolesi di etnia tutsi. Il presidente burundese ha aggiunto che, «in quanto governo, abbiamo l'obbligo di prendere le disposizioni necessarie per assicurarci che i responsabili di questi crimini siano puniti». ...
|
Veglie e proteste per un'impiccagione
Eseguita a Calcutta, in India, una condanna a morte: una delle rare, la prima da dieci anni
«Tolleranza zero» Gruppi per i diritti civili accusano: la prima esecuzione da anni è nello stato governato dai comunisti. Ma il ministro della giustizia del Bengala Occidentale rivendica la «condanna esemplare»
MARINA FORTI
Centinaia di persone hanno vegliato ieri notte davanti alla Alipore Central Jail, il carcere centrale di Calcutta, India. Una veglia di protesta: candele, canti, il vecchio We shall overcome che l'americano Pete Seeger aveva composto per la lotta dei neri per i diritti civili negli Usa degli anni `60. Cartelli: «la pena di morte è omicidio sponsotizzato dallo stato», «abolite la pena di morte», «120 paesi hanno abolito la pena capitale, perché l'India no?». I canti sono cessati quando il cielo cominciava appena a schiarire. Poco dopo l'ispettore generale delle prigioni è uscito dal portone del carcere e ha annunciato: «Abbiamo eseguito la pena. Dhananjoy Chatterjee è stato impiccato alle 4,30». La notizia, diffusa con i primi notiziari radio del mattino, ha gettato nella disperazione il villaggio di Kuludihi, 200 chilometri a ovest di Calcutta, dove l'anziano padre del condannato è il locale brahmino (il prete). Il villaggio è chiuso nel silenzio in solidarietà, le donne in pianto, la polizia schierata nel timore di proteste.
Erano quasi dieci anni che una condanna a morte non veniva eseguita in India, e l'impiccagione eseguita ieri mattina a Calcutta ha suscitato particolari polemiche. Il condannato, un uomo di 41 anni, era stato giudicato colpevole dello stupro e uccisione di una ragazza di 14 anni nel 1990, in un appartamento dell'edificio di cui era responsabile come guardiano. In isolamento da allora, ha continuato a proclamarsi innocente fino all'ultimo, mentre l'anziano boia lo portava alla forca (pare che poi abbia avuto un crollo). L'avvocato difensore dice che è stato condannato solo su indizi vaghi. Aveva fatto tutti i ricorsi possibili, sù fino alla Corte suprema. I familiari avevano infine chiesto la grazia al presidente della repubblica Abdul Kalam, che l'ha negata il 4 agosto. Ora gli attivisti dei gruppi indiani contro la pena capitale fanno notare che ci sono 180 condannati a morte nelle carceri indiane, tutti in attesa di appello (le fonti ufficiali parlano di oltre una decina).
In realtà l'India ha fatto pochissimo uso della pena capitale, nei quasi 60 anni trascorsi dalla proclamazione dell'indipendenza (che per pura coincidenza si celebra proprio oggi, il 15 agosto): forse 40 esecuzioni, sempre per impiccagione. La prima fu quella di Naturam Godse, il fanatico che aveva sparato al Mahatma Gandhi. Sono stati condannati e impiccati gli assassini della premier Indira Gandhi (nel 1989). Per l'uccisione di suo figlio Rajiv furono condannate a morte 27 persone, poi però le pene furono convertite per tutti meno 4; uno è stato graziato, gli altri hanno pendenti le domanda di grazia.
Nel 1983 un ricorso contro la forca, considerata un modo crudele di mettere a morte, fallì: la Corte Suprema rifiutò di dichiarare l'impiccagione una «forma di tortura». Ma decretò anche che la pena capitale va comminata «solo nel più raro dei casi rari». In effetti la legge ammette la pena di morte per delitti molto gravi (rapina con omicidio, spingere al suicidio un minore o incapace) o per reati politici (dichiarare guerra al governo, suscitare l'ammutinamento nelle forze armate). E però nel 2002 le leggi di emergenza emanate per «combattere il terrorismo» hanno esteso la pena di morte. Soprattutto, dicono ora gli attivisti di numerosi gruppi contro la pena capitale, si sta affermando un senso comune forcaiolo. Così, dagli anni '70 il numero di condanne a morte era andato calando, ma dalla metà dei `90 ha ricominciato a salire. Ma ancora, l'ultima sentenza era stata eseguita nel `95 (un uomo condannato come serial killer di ragazze).
L'esecuzione della condanna di Dhananjoy Chatterjee ha suscitato grandi polemiche. Molti hanno fatto notare in modo polemico che il Bengala Occidentale, lo stato di cui Calcutta è capitale, è governato dai comunisti: e il ministro della giustizia qui ha dichiarato che l'esecutione è «una punizione esemplare per prevenire simili crimini in futuro». Tra le risposte polemiche quella di Ossie Fernandes, della Campagna contro la Pena di morte: «E' stupefacente che un governo sostenuto dai comunisti decisa di eseguire una condanna a morte in nome del "più raro dei casi rari"». Aggiunge: in nessun posto al mondo la condanna a morte si è mai dimostrata un deterrente al crimine, «è solo un atto vendicativo» e irrevocabile, «usata in modo spoporzionato contro i poveri o le minoranze». Ma tant'è, anche qui vince la politica della «tolleranza zero».
dal manifesto del 15-08-04
|
Non esiste una “guerra giusta”. E nessuno lo sa meglio di un soldato. |
|
"L’esaltazione della “guerra giusta” persiste nella nostra televisione, sugli schermi cinematografici, sui giornali e nei pretenziosi discorsi dei politici. Sono profondamente indignato per il modo in cui la seconda guerra mondiale è stata usata per giustificare tutte le guerre immorali che abbiamo combattuto negli ultimi cinquant’anni: Vietnam, Laos, Cambogia, Grenada, Panama, Afghanistan e Iraq" . |
|
Non esiste una “guerra giusta”. E nessuno lo sa meglio di un soldato.
Fonte: http://www.alternet.org/waroniraq/19317/ |
La mappa interattiva della fame nel mondo
«Basta guerre», lettera ai soldati americani
Inziativa dei «Beati i costruttori di pace» davanti alla base di Ederle (Vicenza) nell'anniversario di Hiroshima
ERNESTO MILANESI
VICENZA
«Anche quest'anno, nell'anniversario dell'esplosione atomica su Hiroshima, vorremmo rivolgervi un saluto. Lo scorso anno ci è stato impedito di comunicare con voi. Anche questo è il frutto della guerra». Comincia così la lettera dei Beati i costruttori di pace che stamattina alle 8 manifestano davanti alla caserma Ederle, in occasione dell'anniversario della bomba atomica su Hiroshima. «In un anno la devastazione della guerra e dell'occupazione è continuata. La situazione sul terreno in Iraq mostra ogni giorno che passa con maggiore chiarezza che violenze, massacri e distruzioni non aprono vie di pace, ma chiudono inesorabilmente tutte le porte alla convivenza, alla democrazia, alla riconciliazione. Sono ormai quasi 1000 i vostri commilitoni che hanno perso la vita in Iraq, mentre il popolo iracheno piange più di 13.000 morti».
« Alcuni di noi sono appena tornati da Baghdad - spiega ancora la lettera - dove abbiamo visto come l'occupazione militare di quel Paese sia oggi la causa della mancanza di sicurezza e non la soluzione. Abbiamo visto iracheni terrorizzati dalle azioni improvvise dei militari USA in mezzo alla folla o al traffico; abbiamo ascoltato persone che hanno perso un familiare nelle famigerate random shootings , abbiamo visto i minacciosi cartelli che recitano Deadly Force Authorized (è autorizzato l'uso della forza letale). Ma abbiamo anche intravisto, dietro la apparentemente invincibile corazza che indossate, elmetti e giubbotti di Kevlar, la paura negli occhi, i gesti nervosi di chi sa di poter diventare un bersaglio da un momento all'altro. Nell'anniversario di Hiroshima, vi rivolgiamo una richiesta. Accettate di incontrarci, di avere con noi uno scambio. Il futuro del mondo non sta nella guerra ma nella pace, nella giustizia, nel rispetto reciproco» si legge nella lettera che don Albino Bizzotto e gli altri cercheranno di «recapitare» ai militari Usa.
«Disarmiamo la storia»
Fino al 9 agosto i «Beati» (in collaborazione con la Rete italiana per il Disarmo ControllArmi, il Movimento Nonviolento, la Campagna obiezione alle spese militari, Peacelink, Arco Iris e il coordinamento Contro la guerra senza se e senza ma) hanno promosso un seminario di riflessione intitolato Disarmiamo la storia. Incontri, dibattiti, riflessioni che saranno ospitate nella sede di Padova, in via Antonio da Tempo 2 (telefono 049.8070522).
L'inizio è previsto per oggi pomeriggio alle 14.30 con Francesco Vignarca, autore di «Li chiamano ancora mercenari» e con le proposte del Gruppo di lavoro sugli aspetti culturali del disarmo nella rete italiana: Mao valpiana, Massimiliano Pilati e Daniele Lugli del Movimento Nonviolento; Gianvito Padula e Alberto Capannini dell'Operazione Colomba; Lorenzo Scaramellini della campagna di obiezione alle spese militari.
In serata proiezione di alcune inchieste (nucleare e uranio impoverito) realizzate da Giorgio Fornoni per il programma Report. Sabato mattina, sempre a Padova, dibattito sul nucleare con Manlio Dinucci e Giorgio Fornoni; alle 15, l'incontro con Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo che presentano il volume «Donne disarmanti».
Domenica alle 9.30 si affronta il nodo dell'informazione senza elmetto: intervengono Roberto Reale della Rai, Rodrigo Vergara di Arco-Iris Tv e Francesco Iannuzzelli di Peacelink. Previsto, sempre in serata, anche un concerto con una cena. Infine, lunedì pacifisti di nuovo in manifestazione. L'appuntamento è alle ore 11 davanti alla base militare di Longare (Vicenza)
fonte: il manifesto 6-08-04
8, 15 del 6 Agosto 1945

ECCIDIO NUCLEARE A HIROSHIMA
Oggi, 6 Agosto 2004, sussiste ancora la possibilità, forse anche la probabilità, di un nuovo crimine nucleare.
MAI PIU' HIROSHIMA
... "La fine della guerra fredda avrebbe potuto porre fine anche alla lucida follia della corsa agli armamenti nucleari. Così non è stato: mentre decine di migliaia di armi nucleari sono sulle rampe di lancio, pronte all'uso, si è passati dal pericoloso «equilibrio del terrore» della guerra fredda a un ancora più pericoloso «squilibrio del terrore», originato dal tentativo dell'unica superpotenza, rimasta sulla scena mondiale, di accrescere il proprio vantaggio su tutti gli altri, sia nel campo degli armamenti convenzionali ad alta tecnologia, sia in quello degli armamenti nucleari. In tale situazione, in cui un piccolo gruppo di stati pretende di mantenere l'oligopolio delle armi nucleari, in cui il possesso di armi nucleari conferisce lo status di potenza, è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e prima o poi ci riescano. Oltre agli otto paesi che già posseggono armi nucleari (l'unico a rinunciarvi è stato alla fine il Sudafrica), ve ne sono almeno altri 37 che si ritiene siano in grado di costruirle. Tra questi la Corea del nord, che probabilmente ha già acquisito tale capacità.
Il restauro dello «storico» B-29 e la sua esposizione al posto d'onore nel nuovo museo hanno un significato politico attuale: rivendicare, attraverso il simbolo dell'Enola Gay, la giustezza dell'impiego delle armi nucleari, non a caso nel momento in cui l'amministrazione Bush vara la nuova dottrina militare che ne prevede lo sviluppo e l'eventuale uso. L'Enola Gay sta riscaldando i motori prima di un altro decollo."
da Il Manifesto, 6/8/2004 - http://www.ilmanifesto.it/
Le miniere di Potosì, la città più alta del mondo
Il viaggio verso Potosì è simile al precedente, con la variante di un bastardo ubriaco che russa alla grancassa; di tanto in tanto dò dei colpi allo schienale per farlo smettere, fino a quando la stanchezza non prende il sopravvento.
Arriviamo verso le 4.30, e con una turista olandese ci dirigiamo verso l’hostal prescelto. Bussiamo insistentemente, e finalmente ci apre la porta una donna grassa, confusa dall’ora con cui iniziamo una trattativa febbrile per risparmiare il costo della notte in corso: abbiamo dalla nostra che è rincoglionita dal sonno, lei dalla sua che siamo stanchi e disperati. Salomonicamente, ci accordiamo per pagare la metà.
Potosì, a circa 4.000 m.t. s.l.m., è magnifica, cresciuta e sviluppata grazie alle ricchezze delle sue miniere: decine di chiese in stile meticcio, tirate sù da indios dell’epoca; palazzi storici e la famosa Casa della Moneda, zecca reale dove si coniavano i Potosis, moneta in argento che ha sovvenzionato per secoli l’economia della monarchia spagnola.
Tuttavia, quello che m’interessa di più è visitare le miniere, così per l’indomani mi accordo per un’escursione. Mi viene a prendere quella che si rivela un’intermediaria, portandomi in un’agenzia turistica. Dopo un pò, insieme ad altri turisti, ci muoviamo.
Durante il tragitto, ci fermiamo al mercato dei minatori, dove acquistiamo alcune cose che porteremo loro in dono: candelotti di dinamite con detonatore, foglie di coca con catalizzatore (ne prendo anche per me) e sigarette.
Di lì a poco siamo alla miniera al cui ingresso ci forniscono di attrezzatura varia: elmetto, giacca e lampade all’acetilene. Pensavo a carrelli su binari, elevatori elettrici e cunicoli larghi, dove passeggiare come in un museo, ma la realtà che mi si para davanti è peggiore di ogni aspettativa: come in un tunnel dell’orrore di una Disneyland medievale, iniziamo a calarci attraverso angusti varchi obliqui, scavati centinaia d’anni fa nella montagna, di un soffocante inimmaginabile; se avessi sofferto di claustrofobia, sarei morto all’istante,
in preda ad una tachicardia galoppante.
Dopo neanche dieci minuti, pensieri cervellotici mi assalgono: del tipo che Francesco, non vedendomi tornare, magari in seguito al crollo di una volta, avrebbe di sicuro allertato la Farnesina, per salvare noi ricchi turisti, visto che di quei miseri minatori pochi si sarebbero preoccupati. Cerco inoltre di tenere a mente il buio percorso che stiamo percorrendo, per eventuali fughe: macché, dopo poco perdo ogni orientamento. C’inoltriamo attraverso cunicoli dentro cui mi abbasso, mi storco, striscio a quattro zampe nel fango, scivolo col culo. In altri, verticali per scendere di livello, ci caliamo da scale di legno, tiriamo giù a vicenda con argani manuali: faccio presente che peso 95 chili, ma Adolfo, la guida, non mi ascolta, così al buio vengo fatto calare per 15 metri in una gola buia che ci avrebbe portato in compagnia di minatori al lavoro.
Stanno in gruppo o da soli, e quando ne incontriamo qualcuno, le domande di Adolfo sono rituali: quanti anni hai, da quando sei minatore ecc. Vogliamo fare una foto, chiedere qualcosa? Non ho macchina fotografica, e mi astengo dal chiedere al diciannovenne che lavora come minatore da fare domande che in quella situazioni sembrerebbero assurde. Lo fanno per le origini, per cui sono costretti per tradizione e bisogno, a continuare il lavoro dei loro genitori e progenitori. Il ragazzo è annichilito a terra, in uno spazio di pochi decimetri cubi, a fare buchi per due-tre ore, dove poi sistemare la carica d’esplosivo.
Un uomo di 42 è arrampicato su una montagnella di terra a provvedere al suo, di buco. Proseguiamo, e troviamo, in uno slargo (si fa per dire), un uomo di 49 anni accasciato su se stesso a masticare foglie di coca, che servono ad alleviare l’enorme peso di questa fatica. Sono persone che lavorano, se non fosse per la dinamite, in condizioni vergognosamente primitive, costituiti in cooperative dopo la rinuncia dello stato a gestire le miniere nell’86. Devono provvedere da soli all’acquisto di tutto quello di cui hanno bisogno, lavorare come bestie, e guadagnare pochi dollari a settimana, vendendo quello che estraggono e dando una percentuale al gruppo cui appartengono.
Ad un certo punto incontriamo El Tìo, lo zio, figura di diavolo rossa, fallicamente dotata, cui i minatori settimanalmente donano foglie di coca, alcool a 95 gradi, lo stesso che bevono, e sigarette accese infilate nella sue bocca; tutto ciò per ottenere la sua benevolenza.
In questo momento di pausa, Adolfo ci dice che in quasi 300 anni di occupazione coloniale spagnola, è stato estratto tanto argento da questi posti da costruirne un ponte da qui alla Spagna, così come sarebbe possibile con le ossa degli otto milioni e più di schiavi indios ed africani morti nell’estrazione dalla plata.
Il giro volge al termine, ancora arrampicandoci per cunicoli; grida di Adolfo e del bambino di 12 anni che ci accompagna risuonano, assorbiti dall’oscurità: cuidado alla cabeza, …a isquierda, …a derecha...Ci sfottono chiamandoci Indiana Jones nei passaggi più difficili, ma possono farlo quanto vogliono, basta che mi tirano fuori da quest’incubo, che è fuori dal mondo a me conosciuto. Non ce la faccio più, e vorrei piangere a tratti, astenendomi solo per non perdere la
faccia con i boliviani, e i turisti, che mi chiedo se siano disperati quanto me.
Usciamo, ed avrei bisogno di ore di massaggi thailandesi, schiatsu, turchi, e quant’altro, per distendere i miei muscoli che in queste due ore si sono attanagliati per la postura assurda cui sono stati sottoposti. Addio minatori, vi auguro un destino migliore, se possibile.
Ci aspetta ancora un breve giro della città, poi la partenza per Sucre.
Alla Prossima.
Marco.
fonte: turisti per caso
![]() |
Friends killed
Thirty-year-old Mariam Khamis Abdelkerim walked from Sudan to the camp last week with her five-year-old daughter.
She describes the morning she fled: “I heard shouting… and saw men had arrived and were starting to kill my friends and neighbours. “I grabbed my baby and ran. We hid for two days in the bush… before creeping back. We found 10 dead bodies of men from our village. “Everything was destroyed or stolen. The clothes we are now wearing have been given to us |