about

Tasto destro, copia collegamento per utilizzarlo con il tuo aggregatore. Questo Feed XML è offerto da www.jelot.net/rss/rssify.php


Parole contro la guerra







(clikka)


Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it


Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà.

Raduno dei bloggers contro la guerra
Sermide (Mantova)
Gennaio 2004

10 Euro per Emergency, entra nell'Esercito dei Bloggers che hanno deciso concretamente di dire NO alla guerra, facendo una donazione per Emergency.
-------------



categorie:
adozioni a distanza
appelli
argentina
armi
bambini in guerra
centri
contro la pena di morte
costituzione
detenzione
diaro di augusta
diritti
emergency
etiopia
guerrenelmondo
intercultura
intervista
iraq giornali
manifestazioni
news
non violenza
opinioni degli altri
pacifismo
palestina
politica
putin
russia
sottoscrivi per emergency
storia
torture
traffico armi
uranio
usa
vicenza
vietnam
vignette
zapatisti
riferimenti

Bloggerscontroguerradona
Battello Ebbro
AgliIncrocideiventi
Adista
Emergency
Il Manifesto
Amnesty
Indymedia
Peacelink
Reporter Associati
Peacereporter
Un ponte per


<$$>

blog archivio
oggi
ottobre 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003




counter
visitato *loading*
volte




martedì, agosto 31, 2004
 

 

Oggi ricopio un appello che ho appena ricevuto. Del Baby Caritas Hospital ho parlato il 19 ottobre e, soprattutto, il 23 dicembre. Reperire quelle pagine non è difficile e a quelle rimando per le informazioni. Qui mi limito ad osservare che il Presidente del Consiglio italiano aveva detto (credo un anno fa o poco più) di voler mettere in moto un Piano Marshall per la Palestina. Non si potrebbe cominciare con richieste al governo di Israele di trasferire quanto dovuto ai destinatari? Per quanto ne so il blocco di ciò che in Palestina arriva e dei prodotti che dalla Palestina potrebbero partire è norma. In questo caso è una norma infanticida.
Ho visitato il Baby Caritas e anche un altro ospedale pediatrico e so di non esagerare.   
 Augusta

30 Agosto 2004

Cinque tonnellate di latte (France Lait) donato dalla “Cooperazione Italiana in Palestina” * e destinato al Baby Hospital é bloccato al porto israeliano di Ashdod.
Da tre mesi la Cooperazione Italiana sta lavorando per farlo uscire dal porto, ma inutilmente.
E` il latte destinato ai bambini di Betlemme.
Sono 2000 barattoli di 2500 grammi ciascuno.
In questo periodo è molto difficile trovare latte a Betlemme. Le restrizioni imposte da Israele sulle importazioni dei beni di consumo in aiuto alla popolazione palestinese stanno creando un grosso problema a livello umanitario.
Chi puo` fare qualcosa, lo faccia.
Lo chiediamo in nome dei bambini di Betlemme, che soffrono sulla loro pelle la povertà creata dalla violenza assurda che sta devastando la Terra Santa.   
   Sorelle del Baby Hospital  

* La Cooperazione Italiana e` presente da vari anni nei Territori Palestinesi. Svolge significativi interventi nei seguenti settori: sanita`, istruzione pubblica, formazione professionale, risorse idriche, agroalimentare, energia elettrica, sostegno alla piccola imprenditoria, programmi di sostegno alle organizzazioni non-governative, nonche` interventi sociali e di emergenza, rivolti a far fronte a bisogni nutrizionali e alle pressanti necessita` dell’Amministrazione Palestinese.

 

tratto dal blog ( col consenso dell'autrice) : http://betlemme.splinder.com/














scritto da maqrolldeibattelli | 11:53 | commenti Torna su
Categoria: diritti

 
World Tribunal on Iraq
Tribunale Mondiale sull'Iraq - La Politica della Informazione di guerra
Una introduzione al progetto

Il “World Tribunal on Iraq” (WTI) è un'iniziativa internazionale da basso, la cui ispirazione di fondo è ricercare la verità sulla Guerra e sull'Occupazione in Iraq, per giudicare sulla base di quanto accertato.
Il WTI si situa nel solco dei tribunali morali come il tribunale Russell, il tribunale dell’International action center, il tribunale giapponese sui crimini della guerra in Afghanistan e nasce nell’ambito dei movimenti di opposizione alla guerra, da una proposta della coalizione contro la guerra Turca. Questa proposta è stata accolta dai movimenti mondiali contro la guerra nella riunione di Giacarta e in quella della fondazione Russell, nel giugno 2003 e nelle assemblee del forum sociale europeo a Parigi, novembre 2003 e del forum sociale mondiale a Mumbay, gennaio 2004.
Il WTI è organizzato da un gruppo di coordinamento internazionale e si svolge in diverse sessioni, ciascuna tenuta e curata da volontari e professionisti motivati in ogni diverso paese.
Il WTI è una iniziativa che utilizza diversi approcci in ciascuna sessione, legali, etici, politici e ha come oggetto i crimini della guerra e dell’occupazione, le rotture con le legislazioni internazionali e con la morale condivisa sui diritti umani, le premesse teorico e politiche della guerra e dell’occupazione, le modalità con cui si è indotto il consenso delle persone su questa guerra e le “ragioni” addotte per giustificare questa guerra.
Il WTI è quindi un processo di ricerca di verità e giustizia che coinvolge molti gruppi in molti paesi e che culminerà in una Sessione Finale ad Istanbul, il 20 Marzo del 2005.
Sessioni sono già state tenute a Londra, Tokio, Mumbay, Copenhagen, Bruxelles e New York e altre sessioni sono in preparazione, tra le altre, a New York, Hiroshima, Stoccolma, Berlino, Parigi e Tunisi
....continua a leggere








scritto da llewal | 09:38 | commenti Torna su
Categoria: pacifismo



lunedì, agosto 30, 2004
 

Sogni

scritto da broiolo | 20:56 | commenti (2) Torna su
Categoria: vignette

 

Ansia per i giornalisti francesi


I musulmani di Francia ne chiedono la liberazione

di Reporters Sans Frontieres


Numerose istituzioni e personalità musulmane hanno richiesto la liberazione dei due reporters francesi il cui rapimento è stato rivendicato il 28 agosto dall'esercito islamico dell'Irak". Reporters senza frontiere chiama i mass media arabi a trasmettere quanto più possibile queste prese di posizione. Il presidente del Consiglio francese del culto musulmano, Dalil Boubakeur ha condannato quest'atto "immorale ed inqualificabile".

Fonte: http://www.articolo21.com/index.php

I Musulmani si muovono in difesa della vita degli ostaggi e dell'Islam. h



scritto da harmonia | 08:23 | commenti (1) Torna su
Categoria:



venerdì, agosto 27, 2004
 

Due pesi, due misure:

In primo luogo esprimo il mio cordoglio ai parenti della vittima, così vilmente assassinato, in secondo luogo vorrei fare qualche osservazione, che, penso sarà condivisa da molti: a nessuno sarà sfuggito la notevole differenza di trattamento che ha avuto il povero Enzo Baldoni nella disperata ricerca di salvezza messa in atto da parenti e amici, mentre quella del governo si è limitata ad un commento di Frattini, poche ore prima dello scadere dell'ultimatum, in cui diceva che " che l'Italia si sarebbe ritirata dall'Iraq, qualora l'avesse chiesto il governo interino di Bagdag" (come direbbe, nin). Le spasmodiche vicende degli ostaggi-mercenari hanno invece dato luogo ad un vero e proprio carossello che ci hanno tenuto col fiato sospeso fino alle elezioni, e i cui strani giri non li conosceremo mai. Allora si parlò di lunghe trattative, invece nel caso di Baldoni, che forse interessava meno (non si sono elezioni) hanno lasciato agire gli assassini. Forse sbaglierò nell'analisi, forse la rabbia che provo è cattiva consigliera, chissà!

scritto da Delicebaltic | 08:47 | commenti (2) Torna su
Categoria:

 


 Click for Large Photo

I terroristi l'hanno assassinato.

scritto da harmonia | 08:27 | commenti Torna su
Categoria:



giovedì, agosto 26, 2004
 

Ci sono anche loro

Tear gas in La Paz : La Paz, -, BOLIVIA><p>
            Aymara native women run through a tear gas cloud after facing anti-riot police during a demonstration of the MTS (Landless Movement) in demand of the release of one of their leaders in La Paz.   (AFP/Aizar Raldes) (Click for Large Photo)

Tear gas in La Paz : La Paz, -, BOLIVIA Aymara native women run through a tear gas cloud after facing anti-riot police during a demonstration of the MTS (Landless Movement) in demand of the release of one of their leaders in La Paz. (AFP/Aizar Raldes)

AFP - Aug 25 5:18 PM

scritto da harmonia | 09:08 | commenti Torna su
Categoria:



domenica, agosto 22, 2004
 
Le donne di Tehran
di Denise Faticante
20 Aug 2004

Le sette ragazze salivano velocemente le scale, buttavano vesti e veli neri, si accomodavano in salotto e iniziavano a respirare. In quel momento tutto si strasformava, scompariva la dittatura, il tenebroso e barbuto potere maschile e rimaneva solo la letteratura. "Il romanzo è come qualcosa da inalare, rimane nei polmoni, dunque cominciate a respirare". Quelle parole venivano dallo loro insegnate, Azar Nafisi, che nel 1997 ha dovuto abbandonare l'università di Tehran, i Khomeini e i Kamenei, guardiani della rivoluzione e ora vive negli Stati Uniti. Qui ha partorito uno splendido romanzo:

"Leggere Lolita a Tehran".

In questi giorni le tredici deputate del parlamento dominato dai conservatori hanno dato un calcio a lei a tutte quelle donne che dentro o fuori il paese si battono perché non venga più ipotecata la vita femminile. Le parlamentari hanno votato contro una legge proposta dal governo riformista che mirava a promuovere la parità tra i sessi in campo giuridico, economico e sociale.

Un tradimento che siede negli scranni del palazzo dal quale è giunta un'altra proposta: introdurre una sorta di costume nazionale femminile che si confaccia alle regole islamiche. Un enorme passo indietro per un paese abituato a giocare alle leggi come fossero uno yo-yo.

Le donne iraniane, come le sette studentesse di Tehran, hanno respirato libertà ed emancipazione quando ancora le rivendicazioni femminili erano embrionali in Europa e in America.

- Nel 1977 viene legalizzato l'aborto.

- Il 1967 è l'anno in cui molte ragazze possono accedere all'università e conquistare il diritto al voto.

- Nel 1977 intanto le legge di protezione della famiglia impone l'assenso della prima sposa in caso di ricorso del marito alla poligamia, e l'età minima del matrimonio è fissata a 18 anni.

La rivoluzione del 1979 fa tabula rasa: il regime di Reza Pahlavi viene rovesciato e con la scomparsa dello scià di Persia scende sul volto delle donne iraniane il chador. E con il velo prendono vita violenze, arresti e maltrattamenti nei confronti di chi non si piega alle imposizioni. E poiché la storia insegna che il peggior nemico delle donne ha un volto femminile, nascono a alcune associazioni come "Le sorelle di Zeyanab" o la "Gaschtè" con il compito di redarguire le recalcitranti.

Queste stesse donne oggi occupano, per volere del Consiglio dei Guardiani, le poltrone del potere. E con un voto hanno bocciato la lotta, il coraggio e una vita dignitosa.

Denise Faticante
d.faticante@reporterassociati.org

Prego tutte e tutti i viaggiatori di non pensare assolutamente che io voglia sostenere la dittatura dello shah di Persia, ero radicalmente contraria. Ritengo, tuttavia, che sia un'orribile beffa per un popolo, desideroso di libertà e giustizia, lottare fino alla morte per poi ritrovarsi addosso una dittatura ben peggiore della precedente.

Le Iraniane e gli Iraniani sono stati ingannati e oppressi con sistemi diversi da poteri decisamente sovrastanti. Gli ultimi eventi della storia dell'Iran sono stati:

1953 - golpe della CIA contro il primo ministro Mossadeq (vedi post del) e restaurazione della dittatura dello shah;

1979 - crollo del regime dello shah; tentativo del primo ministro Bakhtiar di formare un governo socialdemocratico, dopo aver convinto lo shah a lasciare Tehran; tradimento da parte dell'esercito; vittoria della rivoluzione khomeinista;

1979 - comincia uno dei periodi più difficili per l'Iran; le prime a pagare sono le donne che, appunto, perdono tutti i diritti faticosamente conquistati;

2004 - il regime clericale è ancora al potere; le donne continuano ad essere oppresse; gli antichi nemici, quelli del colpo di stato contro Mossadeq, USA e Gran Bretagna, parlano di armi nucleari in Iran; dobbiamo assuefarci all'idea di un'invasione dell'Iran, stato canaglia per definizione?

harmonia

Importante:

Il libro "Leggere Lolita a Tehran" è stato recensito in

www.ilparnasoambulante.splinder.com

... precisamente
qui
... e anche qui.





scritto da harmonia | 10:40 | commenti (2) Torna su
Categoria:

 

 

 

 

 

 

 

 

FAHRENHEIT 9/11
Desideri ostinati nell'era del disincanto
Michael Moore Come una singola voce può bucare la cospirazione del silenzio

JOHN BERGER*

Fahrenheit 9/11 è straordinario. Non tanto come film - benché sia un film abile e toccante - quanto come evento. I commentatori cercano in genere di liquidare l'evento e di denigrare il film. Vedremo più avanti perché. Il film di Michael Moore ha commosso profondamente gli artisti della giuria del Festival di Cannes, che si dice abbiano deciso all'unanimità di premiarlo con la Palma d'oro. Da allora ha commosso vari milioni di persone. Durante le prime sei settimane di distribuzione negli Stati uniti ha incassato oltre cento milioni di dollari, vale a dire - ed è stupefacente - circa la metà di quanto ha totalizzato Harry Potter e la pietra filosofale in un analogo periodo di tempo.

Un film come Fahrenheit 9/11 non lo si era mai visto. A quanto pare solo i cosiddetti opinionisti della stampa e dei media ne sono stati disturbati. Il film, considerato come atto politico, può essere un punto di riferimento storico. Tuttavia, per rendersene conto, bisogna avere una qualche prospettiva sul futuro. Vivere mettendo in primo piano solo le notizie dell'ultima ora, come capita a molti opinionisti, limita le prospettive: riduce tutto a una seccatura e niente di più. Il film invece crede di poter dare un sia pur piccolissimo contributo al cambiamento della storia mondiale. È un'opera carica di speranza.

Ciò che lo rende un evento è il fatto che interviene in modo efficace e indipendente nel vivo della politica mondiale. Oggi è raro che un artista (e Moore è un artista) riesca in un intervento del genere e sappia essere d'ostacolo ai politici e alle loro dichiarazioni preconfezionate e capziose. L'obiettivo immediato di Moore è rendere più improbabile la rielezione del presidente Bush il prossimo novembre. Il suo film è, dall'inizio alla fine, un invito alla discussione politica e sociale.

continua qui





scritto da alp | 09:25 | commenti (1) Torna su
Categoria: guerrenelmondo, intercultura



venerdì, agosto 20, 2004
 

CENTOMOVIMENTI NEWS - 20 AGOSTO 2004
L'Iran: "Gli Usa non ci fanno paura, presto avremo l'atomica"
REDAZIONE
Il Governo iraniano, lanciando l'ennesima sfida alla comunità internazionale, ha annunciato che presto sarà in grado di sviluppare armamenti nucleari. Secondo quanto dichiarato dal sottosegretario di Stato americano John Bolton, il regime di Teheran ha infatti comunicato a funzionari tedeschi, britannici e francesi che entro la fine del 2005 sarà in grado di produrre una bomba atomica.

Una notizia confermata dal ministro della Difesa iraniano Ali Shamkhani che, nel corso di un'intervista con l'emittente araba al Jazeera, ha spiegato che il suo Paese non ha alcuna intenzione di "restare con le mani in mano ad aspettare che gli altri facciano di noi quello che vogliono".
In sostanza, Ali Shamkhani ha voluto chiarire che la sua nazione sta preparando le armi non convenzionali per essere in grado di rispondere ad un'eventuale operazione bellica statunitense.
E, se Washington provasse a colpire le installazioni nucleari per impedire la creazione della bomba all'uranio, la risposta militare sarebbe ugualmente violenta.
"Gli attacchi preventivi di cui parlano gli americani non sono un monopolio americano - ha avvertito - considereremo qualsiasi attacco contro le nostre installazioni nucleari come un attacco a tutto l'Iran e vi risponderemo con tutta la nostra forza".

La possibilità che il paese mediorientale possa veramente essere bombardato o invaso dagli Stati Uniti non è a questo punto così remota. Solo pochi giorni fa il segretario alla sicurezza nazionale Usa Condoleezza Rice aveva annunciato che la Casa Bianca è pronta ad impedire i progetti atomici di Teheran a qualunque costo e con ogni mezzo.
Parole che avevano tranquillizzato lo stato d'Israele, particolarmente preoccupato dalla possibilità che l'Iran possa costruire armi di distruzione di massa.
"Nulla è più importante per lo stato di Israele delle affermazioni della Rice, nella speranza, nell’auspicio e nella fiducia che gli Stati Uniti, indipendentemente da quale sia il loro presidente, useranno strumenti diplomatici e forza militare per impedire che si arrivi a una atomica iraniana - si leggeva in un recente editoriale del quotidiano Yediot Aharonot - dal punto di vista israeliano non c’è mai stato un momento più appropriato per ripetere: Dio benedica l’America".

 










scritto da alp | 10:37 | commenti (2) Torna su
Categoria: usa , guerrenelmondo



giovedì, agosto 19, 2004
 

Abbiamo bisogno di ricordare i fatti storici per cercare di capire

attraverso quali processi siamo arrivati alle vicende odierne.

USA e Gran Bretagna agiscono insieme da molto tempo, nello stesso

modo,per gli stessi scopi. Per questo è istruttivo ricordare come

andarono le cose in Iran, 51 anni fa.

Nelle vicende dell'Iraq, oggi, siamo tutti coinvolti. Noi Italiani più di

altri a causa della nostra illegittima partecipazione all'impresa dei due

compagni, l'Americano e il Britannico.

L'ineffabile Edward Luttwak, grande interventista, molto noto anche

in Italia, ieri sul New York Times ha sostenuto la necessità ormai

inelluttabile per gli Usa di venire via dall'Iraq. Per gli stessi motivi che

avrebbero dovuto dissuadere dal cominciare la guerra (che comunque

lui continua a ritenere giusta, roba da pazzi!)

http://www.nytimes.com/2004/08/18/opinion/18luttwak.html

19 Agosto 1953 - 19 Agosto 2004

51° anniversario del colpo di stato in Iran contro il primo ministro

Mossadeq, liberamente e democraticamente eletto.

Sull'argomento un articolo de

LE MONDE diplomatique - Ottobre 2000

Rivelazioni sul colpo di stato contro Mossadeq

Iran 1953, il complotto della Cia

Il 19 marzo scorso, la segretaria di stato americana Madeleine Albright riconosceva per la prima volta il «coinvolgimento» degli Stati uniti nel colpo di stato che, nel 1953, aveva fatto cadere il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq. Se le circostanze di quell'operazione non sono ancora del tutto chiare, un rapporto della Cia, divulgato nell'aprile scorso dal New York Times, rivela quale fu il ruolo dei servizi segreti di Londra e di Washington in questa vicenda, che capovolse i rapporti di forza in Medioriente.

di MARK GASIOROWSKI*
Qualche mese fa, il New York Times ha ricevuto il rapporto ufficiale del colpo di stato organizzato nel 1953 dalla Cia contro il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq e, il 16 giugno scorso, lo ha pubblicato sul suo sito web.

http://www.nytimes.com/library/world/mideast/iran-cia-intro.pdf

... Questo documento avvincente contiene importanti rivelazioni sul modo in cui fu condotta quell'operazione e chiunque si interessi alla politica interna iraniana o alla politica estera statunitense dovrebbe leggerlo. Il colpo di stato avvenne in un periodo di grande fermento per la storia iraniana, nel momento in cui la guerra fredda era al suo culmine.
Mossadeq era allora leader del Fronte nazionale, organizzazione politica fondata nel 1949 che mirava alla nazionalizzazione dell'industria petrolifera, all'epoca sotto controllo britannico, e alla democratizzazione del sistema politico. ... continua

l'articolo completo, straordinariamente attuale, all'indirizzo:

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Ottobre-2000/0010lm07.01.html





scritto da harmonia | 21:41 | commenti (1) Torna su
Categoria:

 
“Don’t say you didn’t know”   –   Non dire che non lo sapevi
Ieri, nel notiziario che Internazionale <www.internazionale.it> invia quotidianamente ai suoi abbonati, ho trovato la nota che trascrivo:
”Ha'aretz, Israele.  Uccisi cinque palestinesi a Gaza  -  < http://www.haaretzdaily.com >              
Cinque palestinesi sono morti e sette sono rimasti feriti a Gaza nel tentativo fallito dell'esercito israeliano di uccidere Ahmed Jaberi, uno dei leader di Hamas. Secondo le forze israeliane, tra le vittime ci sono militanti di Hamas e della Jihad islamica. Per uccidere Jaberi l'esercito israeliano ha provocato una misteriosa esplosione vicino alla sua casa. I militari israeliani hanno parlato di un raid aereo, ma i palestinesi presenti sul posto hanno escluso la presenza di aerei o elicotteri al momento dell'attacco”. 
Cinque morti e sette feriti non previsti nel linguaggio corrente sono gli “effetti collaterali” di una “esecuzione mirata” (mi sembra che così si dica nella sciagurata terminologia che la guerra ormai ha reso normale! Io direi: “un tentativo di omicidio, compiuto con armi pesanti, ha avuto un effetto maggiore di quello che gli assassini prevedevano”). Spero che qualcuno non pensi ai tanti morti negli attacchi suicidi,e magari a Micah Garen, il povero giornalista americano interessato di archeologia, ora nelle mani di altri aspiranti omicidi, come ad un contrappeso sulla bilancia che dovrebbe renderci accettabili le morti dell’una o dell’altra parte.
Quella bilancia è ormai un attrezzo di molta (dis)informazione e vorrei fare qualche cosa per distruggerla. Ogni morte ha un significato compiuto in sé e, quando è il risultato di un omicidio (anche se qualcuno crede di esorcizzarlo chiamandolo guerra), coinvolge nel suo significato gli assassini.
Lunedì ho scritto della tortura inflitta nelle carceri israeliane ai detenuti palestinesi in sciopero della fame. Ora trascrivo il testo di un comunicato stampa di EJJP e ringrazio Gianna Taverna che lo ha pubblicato in versione italiana nel suo blog <paceinmedioriente.ioblocco.com>
Comunicato stampa EJJP 17 agosto 2004   -  A partire dalle nostre convinzioni basate su democrazia, rispetto dei diritti umani ed uguaglianza, noi, “Ebrei Europei per una Pace Giusta” (EJJP), sosteniamo le richieste e la protesta dei prigionieri palestinesi per un reale cambiamento delle loro condizioni di detenzione. Nel farlo, vogliamo sottolineare la nostra condanna dell’uso che le autorità israeliane fanno della cosiddetta “detenzione amministrativa” imprigionando persone per lunghi periodi senza processo, così come del fatto che minorenni vengono detenuti insieme con adulti e di altre pratiche umilianti e/o arbitrarie imposte ai prigionieri stessi ed ai loro parenti.
Chiediamo all’Unione Europea di esigere ancora una volta il rispetto della legalità internazionale e che insieme ad organizzazioni per i diritti umani, vigili sulle condizioni dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane per garantire che venga messa fine a simili trattamenti illegali.  Il Comitato Esecutivo di EJJP EJJP è una rete di 18 gruppi di ebrei per la pace in 10 paesi europei. La citazione che ho posto come titolo di questa nota fa parte dei loro principi fondanti (European Jews for a Just Peace - www2.ejjp.org)
Voglio sottolineare in quel comunicato il richiamo ai minorenni. Non posso togliermi dalla mente l’idea di quei giovani corpi affamati e di quei ragazzi beffati da chi, torturandoli con l’esibito piacere del proprio cibo, probabilmente ritiene di avere le mani pulite: E penso ai villaggi in cui molti di quei ragazzi e ragazze vivono: abitati costretti in un territorio piccolissimo, sovrastati dagli insediamenti, raggiungibili per strade insozzate dalla spazzatura che i coloni rovesciano da dietro il filo spinato che protegge gli insediamenti e alla paura che ho condiviso percorrendo qualcuna di quelle strade: la paura di essere presi a sassate. Può capitare. E ricordo ancora che non si tratta di percorsi opzionali: quelle strade sono l’unico modo per andare al lavoro, dal medico, a scuola…
Ne ho parlato nel miei diari del 27-28-29 gennaio e vorrei averne detto di più.
Infine segnalo da < bloggerscontroguerra.splinder.com> una singolare operazione editoriale.
Viene offerto ai naviganti un libro di libera consultazione (non l’ho ancora letto, quindi la mia segnalazione non è un giudizio). Volendo è possibile offrire un versamento a PeaceLink.
Si tratta di “Storia della pace e della nonviolenza (1444 Kb - Formato RTF). I movimenti di opposizione alla guerra e per il rispetto dei diritti umani, dalla preistoria ad oggi. Il libro è su un file di 1,41 Mb”.
I proponenti di questa singolare operazione editoriale scrivono: “Useremo i contributi per azioni di pace e di solidarietà, in particolare per riprodurre in più copie questo libro e potenziare la diffusione dell’educazione alla pace nelle scuole”.
Spero di non annoiare con la citazione di note proposte da altri: ne metto sempre la fonte (e chi vuole può accedervi), ma cerco di rendere un servizio anche a chi ha poco tempo proponendo a chi legge notizie di regola snobbate dai media più diffusi.                                                augusta  http://betlemme.splinder.com/


















mercoledì, agosto 18, 2004
 
<P align=center>

Dall'antichità ad oggi, le vicende di chi si è opposto

alle guerre e alle ingiustizie

La storia della pace e della nonviolenza
 
un nuovo libro di PeaceLink è on line
 
 
 
Pablo Picasso, Pace sulla Terra
scritto da harmonia | 11:05 | commenti (2) Torna su
Categoria:



martedì, agosto 17, 2004
 

 

non riesco a smettere di pensare al palio a siena di ieri sera e atutti gli stronzi che continuano a sfruttare gli animali e farli morire cazzo per delle sttronzate così..cazzo cazzo cazzo

 

 

scritto da GEMMAAMMEG | 12:02 | commenti (1) Torna su
Categoria:



lunedì, agosto 16, 2004
 

ANCORA! FINO A QUANDO, ANCORA?

14.08.2004
Burundi, torna la pulizia etnica
di Virginia Lori

Torna alla ribalta lo scontro etnico nella regione dei Grandi Laghi, nell’Africa centrale. E il teatro dello scontro è sempre lo stesso: il confine tra l’ex Zaire e il Burundi. Il presidente di quest’ultimo paese, Domitien Ndayizeye, ha detto che sono stati «uomini armati provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo (Rdc, ex Zaire)» ad attaccare venerdì sera il campo di rifugiati tutsi di Gatumba (ovest del Paese), uccidendo 160 persone.

«Il nostro paese è stato attaccato, la nostra frontiera è stata violata da uomini armati provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, che volevano massacrare civili congolesi che avevano ottenuto asilo da noi», ha detto Ndayizeye, che ha visitato ieri il campo, occupato principalmente da congolesi di etnia tutsi. Il presidente burundese ha aggiunto che, «in quanto governo, abbiamo l'obbligo di prendere le disposizioni necessarie per assicurarci che i responsabili di questi crimini siano puniti». ...

 

Fonte: http://www.unita.it/



scritto da harmonia | 21:14 | commenti Torna su
Categoria:

 

Veglie e proteste per un'impiccagione
Eseguita a Calcutta, in India, una condanna a morte: una delle rare, la prima da dieci anni
«Tolleranza zero» Gruppi per i diritti civili accusano: la prima esecuzione da anni è nello stato governato dai comunisti. Ma il ministro della giustizia del Bengala Occidentale rivendica la «condanna esemplare»
MARINA FORTI
Centinaia di persone hanno vegliato ieri notte davanti alla Alipore Central Jail, il carcere centrale di Calcutta, India. Una veglia di protesta: candele, canti, il vecchio We shall overcome che l'americano Pete Seeger aveva composto per la lotta dei neri per i diritti civili negli Usa degli anni `60. Cartelli: «la pena di morte è omicidio sponsotizzato dallo stato», «abolite la pena di morte», «120 paesi hanno abolito la pena capitale, perché l'India no?». I canti sono cessati quando il cielo cominciava appena a schiarire. Poco dopo l'ispettore generale delle prigioni è uscito dal portone del carcere e ha annunciato: «Abbiamo eseguito la pena. Dhananjoy Chatterjee è stato impiccato alle 4,30». La notizia, diffusa con i primi notiziari radio del mattino, ha gettato nella disperazione il villaggio di Kuludihi, 200 chilometri a ovest di Calcutta, dove l'anziano padre del condannato è il locale brahmino (il prete). Il villaggio è chiuso nel silenzio in solidarietà, le donne in pianto, la polizia schierata nel timore di proteste.

Erano quasi dieci anni che una condanna a morte non veniva eseguita in India, e l'impiccagione eseguita ieri mattina a Calcutta ha suscitato particolari polemiche. Il condannato, un uomo di 41 anni, era stato giudicato colpevole dello stupro e uccisione di una ragazza di 14 anni nel 1990, in un appartamento dell'edificio di cui era responsabile come guardiano. In isolamento da allora, ha continuato a proclamarsi innocente fino all'ultimo, mentre l'anziano boia lo portava alla forca (pare che poi abbia avuto un crollo). L'avvocato difensore dice che è stato condannato solo su indizi vaghi. Aveva fatto tutti i ricorsi possibili, sù fino alla Corte suprema. I familiari avevano infine chiesto la grazia al presidente della repubblica Abdul Kalam, che l'ha negata il 4 agosto. Ora gli attivisti dei gruppi indiani contro la pena capitale fanno notare che ci sono 180 condannati a morte nelle carceri indiane, tutti in attesa di appello (le fonti ufficiali parlano di oltre una decina).

In realtà l'India ha fatto pochissimo uso della pena capitale, nei quasi 60 anni trascorsi dalla proclamazione dell'indipendenza (che per pura coincidenza si celebra proprio oggi, il 15 agosto): forse 40 esecuzioni, sempre per impiccagione. La prima fu quella di Naturam Godse, il fanatico che aveva sparato al Mahatma Gandhi. Sono stati condannati e impiccati gli assassini della premier Indira Gandhi (nel 1989). Per l'uccisione di suo figlio Rajiv furono condannate a morte 27 persone, poi però le pene furono convertite per tutti meno 4; uno è stato graziato, gli altri hanno pendenti le domanda di grazia.

Nel 1983 un ricorso contro la forca, considerata un modo crudele di mettere a morte, fallì: la Corte Suprema rifiutò di dichiarare l'impiccagione una «forma di tortura». Ma decretò anche che la pena capitale va comminata «solo nel più raro dei casi rari». In effetti la legge ammette la pena di morte per delitti molto gravi (rapina con omicidio, spingere al suicidio un minore o incapace) o per reati politici (dichiarare guerra al governo, suscitare l'ammutinamento nelle forze armate). E però nel 2002 le leggi di emergenza emanate per «combattere il terrorismo» hanno esteso la pena di morte. Soprattutto, dicono ora gli attivisti di numerosi gruppi contro la pena capitale, si sta affermando un senso comune forcaiolo. Così, dagli anni '70 il numero di condanne a morte era andato calando, ma dalla metà dei `90 ha ricominciato a salire. Ma ancora, l'ultima sentenza era stata eseguita nel `95 (un uomo condannato come serial killer di ragazze).

L'esecuzione della condanna di Dhananjoy Chatterjee ha suscitato grandi polemiche. Molti hanno fatto notare in modo polemico che il Bengala Occidentale, lo stato di cui Calcutta è capitale, è governato dai comunisti: e il ministro della giustizia qui ha dichiarato che l'esecutione è «una punizione esemplare per prevenire simili crimini in futuro». Tra le risposte polemiche quella di Ossie Fernandes, della Campagna contro la Pena di morte: «E' stupefacente che un governo sostenuto dai comunisti decisa di eseguire una condanna a morte in nome del "più raro dei casi rari"». Aggiunge: in nessun posto al mondo la condanna a morte si è mai dimostrata un deterrente al crimine, «è solo un atto vendicativo» e irrevocabile, «usata in modo spoporzionato contro i poveri o le minoranze». Ma tant'è, anche qui vince la politica della «tolleranza zero».

dal manifesto del 15-08-04








mercoledì, agosto 11, 2004
 

Non esiste una “guerra giusta”.

E nessuno lo sa meglio di un soldato.

di Howard Zinn da AlterNet

"L’esaltazione della “guerra giusta” persiste nella nostra televisione, sugli schermi cinematografici, sui giornali e nei pretenziosi discorsi dei politici. Sono profondamente indignato per il modo in cui la seconda guerra mondiale è stata usata per giustificare tutte le guerre immorali che abbiamo combattuto negli ultimi cinquant’anni: Vietnam, Laos, Cambogia, Grenada, Panama, Afghanistan e Iraq" .

Non esiste una “guerra giusta”. E nessuno lo sa meglio di un soldato.
Mentre sto qui a scrivere, i suoni della commemorazione dei caduti nella Seconda Guerra Mondiale, tenutasi a Washinghton D.C. risuonano ancora nella mia testa. L’ Istituto Smithsoniano mi aveva invitato a far parte di una tavola rotonda; seppi dall’uomo che aveva chiamato per invitarmi che il tema sarebbe stato : “Storie di guerra”. Gli dissi che sarei andato, ma non a raccontare “storie di guerra”, bensì a parlare della Seconda Guerra Mondiale e del significato che essa ha per noi oggi. “Bene”, disse.

Mi feci strada in uno scenario che somigliava al set di una fantasia cinematografica di Cecil B. DeMille - enormi tende piantate a destra e a manca, venditori ambulanti con souvenir, migliaia di visitatori, molti di loro veterani della Seconda Guerra Mondiale, alcuni in vecchie uniformi, portavano berretti militari e indossavano le loro medaglie. Nella tenda designatami incontrai la persona che avrebbe preso parte insieme a me alla tavola rotonda, una donna afro-americana che era stata in servizio nel WACS (Women's Army Corps), i corpi armati femminili, durante la Seconda Guerra Mondiale, e che avrebbe parlato della sua personale esperienza in un’arma in cui la segregazione razziale era molto forte.

Venni presentato come veterano delle forze aeree dell’esercito, pilota di bombardiere che aveva volato su tutta l’Europa per missioni di combattimento negli ultimi mesi della guerra. Non ero sicuro di come i presenti avrebbero reagito a ciò che avrei detto sulla guerra in quell’atmosfera celebrativa, durante gli onori ai caduti, tra lo splendore di una grandiosa vittoria costellata da innumerevoli atti di eroismo militare.

Questo è grosso modo ciò che dissi: “ Sono qui per rendere omaggio ai miei due più cari commilitoni nell’aviazione – Joe Perry ed Ed Plotkin, entrambi uccisi nelle ultime settimane del conflitto. E per rendere omaggio anche a tutti gli altri che in quella guerra morirono. Ma non sono qui per rendere omaggio alla guerra stessa. Non sono qui per rendere omaggio a quegli uomini di Washington che spedirono in guerra i ragazzi. E certamente non sono qui per rendere omaggio alle autorità che oggi intraprendono una guerra immorale in Iraq".

Andai avanti: “La Seconda Guerra Mondiale non è semplicemente una ‘guerra giusta’. Fu accompagnata da troppe atrocità da parte nostra – troppi bombardamenti sulle popolazioni civili. Troppe volte si tradirono i principi per i quali si credeva che questa guerra fosse stata combattuta.
"Sì, la Seconda guerra Mondiale aveva un forte aspetto morale – sconfiggere il fascismo. Ma sono profondamente indignato per il modo in cui la cosiddetta guerra giusta è stata usata per irradiare il suo splendore su tutte le guerre immorali che abbiamo combattuto negli ultimi cinquant’anni: Vietnam, Laos, Cambogia, Grenada, Panama, Iraq, Afghanistan. E certamente non voglio che il nostro governo usi l’esaltazione trionfale che circonda il secondo conflitto mondiale per occultare gli orrori che oggi hanno luogo in Iraq.

"Non voglio rendere omaggio all’eroismo militare – che dissimula troppe morti e sofferenze. Io voglio rendere omaggio a coloro che in tutti quegli anni si opposero agli orrori della guerra".

I presenti applaudirono. Ma non ero sicuro di cosa ciò volesse significare. Sapevo che questo era contrario all’ortodossia, alla guerra romanzata vista nei film e in televisione e ora nelle commemorazioni nella capitale.

Ci fu un momento di confronto in cui il pubblico poteva porre delle domande. La prima persona a farsi avanti fu un veterano della Seconda Guerra Mondiale, che indossava parti della sua vecchia uniforme. Parlò al microfono: “Fui ferito nella Seconda Guerra Mondiale e ho una Purple Heart che lo dimostra. Se il Presidente Bush fosse qui adesso gli sbatterei questa medaglia in faccia."
Ci fu un attimo di shock, almeno credo, per la veemenza della sua affermazione. Poi applausi. Mi chiesi se in quel momento stessi osservando un fenomeno che ricorre spesso nella società: quando una voce si leva contro il senso comune, e qualcuno riconosce che sta dicendo la verità, la gente rompe il suo silenzio.

Fui incoraggiato dall’idea che fosse possibile combattere la glorificazione standardizzata della Seconda Guerra Mondiale e, cosa più importante, rifiutarle la possibilità di dare alla guerra una buona reputazione. Non volevo che questa celebrazione facesse sì che l’opinione pubblica americana accettasse qualsiasi mostruosa avventura venisse architettata a Washington.

Mi rendo sempre più conto di non essere l’unico veterano che rifiuta di essere usato come difesa per giustificare le guerre odierne, facendo appello al patrimonio emotivo e morale della Seconda Guerra Mondiale. Ci sono altri veterani che non vogliono chiudere un occhio sulla complessità morale di quella guerra, con gli intenti imperialisti degli Alleati (anche se la dichiararono una guerra contro il fascismo e per la democrazia) e i deliberati bombardamenti sulle popolazioni civili, per distruggere il morale del nemico.

Paul Fussell era un tenente di fanteria che venne gravemente ferito durante la Seconda Guerra Mondiale mentre era in Francia a capo di un plotone.
"Durante gli ultimi cinquant’anni la guerra degli Alleati è stata ripulita e romanzata quasi senza cognizione di causa da sentimentali, patrioti da manicomio, ignoranti e assetati di sangue” scrisse in tempo di guerra.
“Era più facile, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, far leva su tali stupidità e crudeltà nella finzione piuttosto che in un attacco diretto a quella che fu universalmente acclamata come una ‘guerra giusta’”. Così Joseph Heller, nel suo libro Comma 22, catturò l’idiozia della vita militare, il profittantismo, i bombardamenti insensati. E Kurt Vonnegut, in Mattatoio Cinque, portò a conoscenza di un ampio pubblico di lettori la terribile storia del bombardamento di Dresda.

La mia critica alla guerra – mi arruolai come volontario ed ero un entusiasta pilota di bombardiere – iniziò quando cominciai a riflettere sulla mia partecipazione al bombardamento di Royan, un piccolo paese sulla costa atlantica della Francia occupato da migliaia di soldati tedeschi, che aspettavano la fine della guerra. Milleduecento bombardieri pesanti volarono in prossimità di Royan e sganciarono napalm, uccidendo soldati tedeschi e civili francesi, distruggendo quella che una volta era una graziosa cittadina adatta per la villeggiatura.

Poco tempo fa mi ha scritto un uomo che mi aveva sentito alla radio parlare di quella missione, dicendomi che anche lui vi aveva preso parte. Dopo il conflitto aveva fatto il pompiere, poi il carpentiere e adesso è un forte oppositore della guerra. Mi raccontò di un suo amico, anch’egli in quella missione, che era stato più volte arrestato durante attività contro la guerra. Ad ascoltarlo, mi sentii incoraggiato.

Di tanto in tanto dei veterani della Seconda Guerra Mondiale si mettono in contatto con me. Uno di questi è Edward Wood Jr. di Denver, che, quando sentì che sarei andato al Memorial Day a Washington, mi scrisse: "Se fossi lì direi: Come veterano della Seconda Guerra Mondiale, gravemente ferito in Francia nel 1944, e non come l’uomo che potrei essere stato a causa di quella ferita, desidero che questo ricordo della Seconda Guerra Mondiale sia fatto più che di pietra e marmo. Io piango i fallimenti della mia generazione fin dalla sua vittoria nella Seconda Guerra Mondiale… la nostra eredità di un incessante stato di guerra nelle nazioni più piccole lontane dai nostri confini."

Un altro aviatore, Ken Norwood, venne abbattuto durante la sua decima missione in Europa e rimase per un anno in Germania come prigioniero di guerra. Ha scritto delle memorie (finora inedite) che per lui creano “intenzionalmente una storia contro la guerra." Stipato in un primo tempo in un carro merci e poi costretto a marciare per due settimane attraverso la Baviera nella primavera del 1945, Norwood vide i corpi straziati delle vittime delle bombe degli alleati, rioni popolari distrutti. Tutte queste esperienze, afferma, “si aggiungono alla cruda testimonianza sulla futilità e sull’oscenità della guerra."


L’ esaltazione della “guerra giusta” persiste nella nostra televisione e sugli schermi cinematografici, sui giornali, nei pretenziosi discorsi dei politici. Più sono brutte le storie che provengono dall’Iraq – i bombardamenti sui civili, la mutilazione dei bambini, la violazione delle case, e ora le torture sui prigionieri – più è urgente che il nostro governo provi a lasciar fuori tutte queste immagini mediante le trionfanti storie del D-Day e della Seconda Guerra Mondiale.

Chi ha combattuto in quel conflitto può, forse più di chiunque altro, insistere sul fatto che qualunque credito morale venga affibbiato a quella guerra non debba essere usato per distogliere il nostro sguardo dalle atrocità perpetrate da Bush in Afghanistan ed Iraq.

Fonte: http://www.alternet.org/waroniraq/19317/
Tradotto da Valeria Pierri per Nuovi Mondi Media
For Fair Use Only








































scritto da harmonia | 08:09 | commenti (1) Torna su
Categoria:



domenica, agosto 08, 2004
 

La mappa interattiva della fame nel mondo

 
 
scritto da harmonia | 16:09 | commenti Torna su
Categoria:



venerdì, agosto 06, 2004
 

«Basta guerre», lettera ai soldati americani
Inziativa dei «Beati i costruttori di pace» davanti alla base di Ederle (Vicenza) nell'anniversario di Hiroshima

ERNESTO MILANESI
VICENZA
«Anche quest'anno, nell'anniversario dell'esplosione atomica su Hiroshima, vorremmo rivolgervi un saluto. Lo scorso anno ci è stato impedito di comunicare con voi. Anche questo è il frutto della guerra». Comincia così la lettera dei Beati i costruttori di pace che stamattina alle 8 manifestano davanti alla caserma Ederle, in occasione dell'anniversario della bomba atomica su Hiroshima. «In un anno la devastazione della guerra e dell'occupazione è continuata. La situazione sul terreno in Iraq mostra ogni giorno che passa con maggiore chiarezza che violenze, massacri e distruzioni non aprono vie di pace, ma chiudono inesorabilmente tutte le porte alla convivenza, alla democrazia, alla riconciliazione. Sono ormai quasi 1000 i vostri commilitoni che hanno perso la vita in Iraq, mentre il popolo iracheno piange più di 13.000 morti».

« Alcuni di noi sono appena tornati da Baghdad - spiega ancora la lettera - dove abbiamo visto come l'occupazione militare di quel Paese sia oggi la causa della mancanza di sicurezza e non la soluzione. Abbiamo visto iracheni terrorizzati dalle azioni improvvise dei militari USA in mezzo alla folla o al traffico; abbiamo ascoltato persone che hanno perso un familiare nelle famigerate random shootings , abbiamo visto i minacciosi cartelli che recitano Deadly Force Authorized (è autorizzato l'uso della forza letale). Ma abbiamo anche intravisto, dietro la apparentemente invincibile corazza che indossate, elmetti e giubbotti di Kevlar, la paura negli occhi, i gesti nervosi di chi sa di poter diventare un bersaglio da un momento all'altro. Nell'anniversario di Hiroshima, vi rivolgiamo una richiesta. Accettate di incontrarci, di avere con noi uno scambio. Il futuro del mondo non sta nella guerra ma nella pace, nella giustizia, nel rispetto reciproco» si legge nella lettera che don Albino Bizzotto e gli altri cercheranno di «recapitare» ai militari Usa.

«Disarmiamo la storia»

Fino al 9 agosto i «Beati» (in collaborazione con la Rete italiana per il Disarmo ControllArmi, il Movimento Nonviolento, la Campagna obiezione alle spese militari, Peacelink, Arco Iris e il coordinamento Contro la guerra senza se e senza ma) hanno promosso un seminario di riflessione intitolato Disarmiamo la storia. Incontri, dibattiti, riflessioni che saranno ospitate nella sede di Padova, in via Antonio da Tempo 2 (telefono 049.8070522).

L'inizio è previsto per oggi pomeriggio alle 14.30 con Francesco Vignarca, autore di «Li chiamano ancora mercenari» e con le proposte del Gruppo di lavoro sugli aspetti culturali del disarmo nella rete italiana: Mao valpiana, Massimiliano Pilati e Daniele Lugli del Movimento Nonviolento; Gianvito Padula e Alberto Capannini dell'Operazione Colomba; Lorenzo Scaramellini della campagna di obiezione alle spese militari.

In serata proiezione di alcune inchieste (nucleare e uranio impoverito) realizzate da Giorgio Fornoni per il programma Report. Sabato mattina, sempre a Padova, dibattito sul nucleare con Manlio Dinucci e Giorgio Fornoni; alle 15, l'incontro con Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo che presentano il volume «Donne disarmanti».

Domenica alle 9.30 si affronta il nodo dell'informazione senza elmetto: intervengono Roberto Reale della Rai, Rodrigo Vergara di Arco-Iris Tv e Francesco Iannuzzelli di Peacelink. Previsto, sempre in serata, anche un concerto con una cena. Infine, lunedì pacifisti di nuovo in manifestazione. L'appuntamento è alle ore 11 davanti alla base militare di Longare (Vicenza)


fonte: il manifesto 6-08-04






 

8, 15 del 6 Agosto 1945

ECCIDIO NUCLEARE A HIROSHIMA

Oggi, 6 Agosto 2004, sussiste ancora la possibilità, forse anche la probabilità, di un nuovo crimine nucleare.

MAI PIU' HIROSHIMA

... "La fine della guerra fredda avrebbe potuto porre fine anche alla lucida follia della corsa agli armamenti nucleari. Così non è stato: mentre decine di migliaia di armi nucleari sono sulle rampe di lancio, pronte all'uso, si è passati dal pericoloso «equilibrio del terrore» della guerra fredda a un ancora più pericoloso «squilibrio del terrore», originato dal tentativo dell'unica superpotenza, rimasta sulla scena mondiale, di accrescere il proprio vantaggio su tutti gli altri, sia nel campo degli armamenti convenzionali ad alta tecnologia, sia in quello degli armamenti nucleari. In tale situazione, in cui un piccolo gruppo di stati pretende di mantenere l'oligopolio delle armi nucleari, in cui il possesso di armi nucleari conferisce lo status di potenza, è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e prima o poi ci riescano. Oltre agli otto paesi che già posseggono armi nucleari (l'unico a rinunciarvi è stato alla fine il Sudafrica), ve ne sono almeno altri 37 che si ritiene siano in grado di costruirle. Tra questi la Corea del nord, che probabilmente ha già acquisito tale capacità.

Il restauro dello «storico» B-29 e la sua esposizione al posto d'onore nel nuovo museo hanno un significato politico attuale: rivendicare, attraverso il simbolo dell'Enola Gay, la giustezza dell'impiego delle armi nucleari, non a caso nel momento in cui l'amministrazione Bush vara la nuova dottrina militare che ne prevede lo sviluppo e l'eventuale uso. L'Enola Gay sta riscaldando i motori prima di un altro decollo."

da Il Manifesto, 6/8/2004 - http://www.ilmanifesto.it/


ATOMIC BOMB: DECISION -- Documents on the decision to use atomic bombs on the cities of Hiroshima and Nagasaki

http://www.dannen.com/decision/




scritto da harmonia | 14:53 | commenti Torna su
Categoria:



domenica, agosto 01, 2004
 

Le miniere di Potosì, la città più alta del mondo
Il viaggio verso Potosì è simile al precedente, con la variante di un bastardo ubriaco che russa alla grancassa; di tanto in tanto dò dei colpi allo schienale per farlo smettere, fino a quando la stanchezza non prende il sopravvento.
Arriviamo verso le 4.30, e con una turista olandese ci dirigiamo verso l’hostal prescelto. Bussiamo insistentemente, e finalmente ci apre la porta una donna grassa, confusa dall’ora con cui iniziamo una trattativa febbrile per risparmiare il costo della notte in corso: abbiamo dalla nostra che è rincoglionita dal sonno, lei dalla sua che siamo stanchi e disperati. Salomonicamente, ci accordiamo per pagare la metà.

Potosì, a circa 4.000 m.t. s.l.m., è magnifica, cresciuta e sviluppata grazie alle ricchezze delle sue miniere: decine di chiese in stile meticcio, tirate sù da indios dell’epoca; palazzi storici e la famosa Casa della Moneda, zecca reale dove si coniavano i Potosis, moneta in argento che ha sovvenzionato per secoli l’economia della monarchia spagnola.
Tuttavia, quello che m’interessa di più è visitare le miniere, così per l’indomani mi accordo per un’escursione. Mi viene a prendere quella che si rivela un’intermediaria, portandomi in un’agenzia turistica. Dopo un pò, insieme ad altri turisti, ci muoviamo.

Durante il tragitto, ci fermiamo al mercato dei minatori, dove acquistiamo alcune cose che porteremo loro in dono: candelotti di dinamite con detonatore, foglie di coca con catalizzatore (ne prendo anche per me) e sigarette.
Di lì a poco siamo alla miniera al cui ingresso ci forniscono di attrezzatura varia: elmetto, giacca e lampade all’acetilene. Pensavo a carrelli su binari, elevatori elettrici e cunicoli larghi, dove passeggiare come in un museo, ma la realtà che mi si para davanti è peggiore di ogni aspettativa: come in un tunnel dell’orrore di una Disneyland medievale, iniziamo a calarci attraverso angusti varchi obliqui, scavati centinaia d’anni fa nella montagna, di un soffocante inimmaginabile; se avessi sofferto di claustrofobia, sarei morto all’istante,
in preda ad una tachicardia galoppante.

Dopo neanche dieci minuti, pensieri cervellotici mi assalgono: del tipo che Francesco, non vedendomi tornare, magari in seguito al crollo di una volta, avrebbe di sicuro allertato la Farnesina, per salvare noi ricchi turisti, visto che di quei miseri minatori pochi si sarebbero preoccupati. Cerco inoltre di tenere a mente il buio percorso che stiamo percorrendo, per eventuali fughe: macché, dopo poco perdo ogni orientamento. C’inoltriamo attraverso cunicoli dentro cui mi abbasso, mi storco, striscio a quattro zampe nel fango, scivolo col culo. In altri, verticali per scendere di livello, ci caliamo da scale di legno, tiriamo giù a vicenda con argani manuali: faccio presente che peso 95 chili, ma Adolfo, la guida, non mi ascolta, così al buio vengo fatto calare per 15 metri in una gola buia che ci avrebbe portato in compagnia di minatori al lavoro.

Stanno in gruppo o da soli, e quando ne incontriamo qualcuno, le domande di Adolfo sono rituali: quanti anni hai, da quando sei minatore ecc. Vogliamo fare una foto, chiedere qualcosa? Non ho macchina fotografica, e mi astengo dal chiedere al diciannovenne che lavora come minatore da fare domande che in quella situazioni sembrerebbero assurde. Lo fanno per le origini, per cui sono costretti per tradizione e bisogno, a continuare il lavoro dei loro genitori e progenitori. Il ragazzo è annichilito a terra, in uno spazio di pochi decimetri cubi, a fare buchi per due-tre ore, dove poi sistemare la carica d’esplosivo.

Un uomo di 42 è arrampicato su una montagnella di terra a provvedere al suo, di buco. Proseguiamo, e troviamo, in uno slargo (si fa per dire), un uomo di 49 anni accasciato su se stesso a masticare foglie di coca, che servono ad alleviare l’enorme peso di questa fatica. Sono persone che lavorano, se non fosse per la dinamite, in condizioni vergognosamente primitive, costituiti in cooperative dopo la rinuncia dello stato a gestire le miniere nell’86. Devono provvedere da soli all’acquisto di tutto quello di cui hanno bisogno, lavorare come bestie, e guadagnare pochi dollari a settimana, vendendo quello che estraggono e dando una percentuale al gruppo cui appartengono.

Ad un certo punto incontriamo El Tìo, lo zio, figura di diavolo rossa, fallicamente dotata, cui i minatori settimanalmente donano foglie di coca, alcool a 95 gradi, lo stesso che bevono, e sigarette accese infilate nella sue bocca; tutto ciò per ottenere la sua benevolenza.
In questo momento di pausa, Adolfo ci dice che in quasi 300 anni di occupazione coloniale spagnola, è stato estratto tanto argento da questi posti da costruirne un ponte da qui alla Spagna, così come sarebbe possibile con le ossa degli otto milioni e più di schiavi indios ed africani morti nell’estrazione dalla plata.

Il giro volge al termine, ancora arrampicandoci per cunicoli; grida di Adolfo e del bambino di 12 anni che ci accompagna risuonano, assorbiti dall’oscurità: cuidado alla cabeza, …a isquierda, …a derecha...Ci sfottono chiamandoci Indiana Jones nei passaggi più difficili, ma possono farlo quanto vogliono, basta che mi tirano fuori da quest’incubo, che è fuori dal mondo a me conosciuto. Non ce la faccio più, e vorrei piangere a tratti, astenendomi solo per non perdere la
faccia con i boliviani, e i turisti, che mi chiedo se siano disperati quanto me.
Usciamo, ed avrei bisogno di ore di massaggi thailandesi, schiatsu, turchi, e quant’altro, per distendere i miei muscoli che in queste due ore si sono attanagliati per la postura assurda cui sono stati sottoposti. Addio minatori, vi auguro un destino migliore, se possibile.

Ci aspetta ancora un breve giro della città, poi la partenza per Sucre.
Alla Prossima.
Marco.

fonte: turisti per caso


 




























scritto da alp | 19:53 | commenti Torna su
Categoria: diritti

 
Chad refugee camp
Friends killed

Thirty-year-old Mariam Khamis Abdelkerim walked from Sudan to the camp last week with her five-year-old daughter.

She describes the morning she fled: “I heard shouting… and saw men had arrived and were starting to kill my friends and neighbours.

“I grabbed my baby and ran. We hid for two days in the bush… before creeping back. We found 10 dead bodies of men from our village.

“Everything was destroyed or stolen. The clothes we are now wearing have been given to us


scritto da harmonia | 08:39 | commenti Torna su
Categoria: