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Parole contro la guerra







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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it


Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà.

Raduno dei bloggers contro la guerra
Sermide (Mantova)
Gennaio 2004

10 Euro per Emergency, entra nell'Esercito dei Bloggers che hanno deciso concretamente di dire NO alla guerra, facendo una donazione per Emergency.
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giovedì, settembre 30, 2004
 

Mentono sulle cose piccole..quando ci sono in ballo questioni piu grosse, secondo voi..cosa fanno?

IL «TAROCCO» DI VESPA
Secondo Striscia la notizia, il tg satirico di Canale 5, Bruno Vespa nella puntata di Porta a porta della sera della liberazione degli ostaggi avrebbe «taroccato l'atterraggio delle due Simone». Alle 23,14 e trenta secondi, il conduttore ha infatti annunciato che l'aereo della Croce rossa ha toccato terra. Appena 30 secondi dopo il Falcon si è fermato davanti alle telecamere. Com'è possibile?, si è chiesta Striscia. La risposta è semplice: l'aereo fatto vedere da Vespa sarebbe un altro, come si noterebbe «dalle luci di posizione, dalla posizione dei reattori, dalle ali poste sopra la fusoliera (e non in basso come nel Falcon)», mentre «durante il vero atterraggio su Raiuno andava in onda la pubblicità». Infatti Ballarò, su Raitre, ha annunciato l'atterraggio «ben sedici minuti prima, alle 22 e 58 e 50 secondi». Bruno Vespa si è difeso sostenendo che non si è trattato di un «tarocco» bensì di un equivoco causato dall'arrivo quasi contemporaneo di due velivoli e che avrebbe portato a inquadrare l'atterraggio di un aereo a turboelica, mentre in pista sarebbe poi stato ripreso l'aereo giusto.
 




scritto da alp | 11:57 | commenti (1) Torna su
Categoria: vignette



mercoledì, settembre 29, 2004
 

scritto da broiolo | 03:36 | commenti (1) Torna su
Categoria: vignette



martedì, settembre 28, 2004
 

Sono libere! Liberi! Libere Simona, Simona e Mahnaz, e libero Ra'ad.

Felicità! Buon auspicio per i futuro, piccolo arcobaleno di speranza per altre e altri ostaggi,

per le vittime tutte, perché non vi siano più vittime.

scritto da harmonia | 18:07 | commenti (1) Torna su
Categoria:

 
Per le italiane un riscatto da un milione di dollari. I Servizi segreti: «Massima cautela»
di red.

Un riscatto da un milione di dollari
Un milione di dollari: questo il riscatto chiesto dai rapitori per liberare le due volontarie di Un Ponte per…. A rivelarlo è il quotidiano di Kuwait City Al-Rai al-Aam, che cita fonti «molto vicine alle fazioni islamiche», secondo cui esse si aspettano un «esito felice» della vicenda di Simona Torretta e Simona Pari. Ma c’è di più: il giornale rivela che i rapitori hanno ricevuto lunedì 500.000 dollari e che il resto della somma sarà consegnata da un mediatore oggi, cioè martedì. Palazzo Chigi e Farnesina non commentano la notizia.

Se le cose stessero così, la considerazione da fare è esattamente questa: il gruppo che ha rapito le due italiane non appartiene al movimento jihadista, né si nasconde dietro la sigla dei “Partigiani di Al Zawahiri”, ma sarebbe bensì un gruppo di nostalgici del regime di Saddam Hussein. Ali al Rooz, direttore di Al-Rai al-Aam, giornale da subito ritenuto attendibile e descritto dall’ambasciatore italiano a Kuwait City come “il Corriere della Sera del Kuwait”, aveva del resto ammonito: «Il gruppo è composto da persone di fede musulmana, ma non da jihadisti. Nei circoli politici iracheni si è diffusa la loro identità e non vogliono pagarne le conseguenze. Per loro il sequestro sta diventando una patata bollente». Come dire:sono corruttibili, accettano l’ipotesi del pagamento di un riscatto. La loro non militanza nella Jihad spiegherebbe anche il fatto che i sequestratori, in controtendenza rispetto ai precedenti, non hanno divulgato alcuna immagine o video delle due Simone. Il giornale scrive anche che «la liberazione delle due donne italiane in ostaggio avverrà molto probabilmente questa settimana, purché non intervengano impedimenti che possano ritardare questo annuncio».

I Servizi: «Massima cautela»
Anche l'intelligence italiana dà ormai per scontato che i sequestratori siano ex esponenti del regime baathista e del Mukabarat, i servizi segreti di Saddam. Eppure gli 007 frenano. In ambienti di intelligence viene sottolineato che «il momento attuale è molto delicato» e che non è certo quale sarà il comportamento dei sequestratori nelle prossime ore. Una delle preoccupazioni degli 007 è di tenere in piedi o attivare ex novo altri canali di comunicazione con i rapitori, visto che quello che negli ultimi tre giorni è passato attraverso il giornale kuwaitiano Al Rai Al-Alam deve considerarsi «ormai esaurito».

L'intelligence Usa "capta" la voce di una delle due volontarie
Altri segnali positivi: alcune intercettazioni dell'intelligence americana hanno captato la voce di una donna occidentale che secondo gli 007 Usa potrebbe essere una delle italiane rapite in Iraq. La voce "proviene" dal triangolo sunnita - dove si ritiene siano state portate Simona Pari e Simona Torretta dopo il sequestro in pieno centro a Baghdad - ed è stata "catturata" da un sistema chiamato "Sigint", che ha permesso di isolare la voce di una donna occidentale sullo sfondo di una conversazione. Secondo l'intelligence si tratta di un segnale che autorizza a essere ottimisti sulla sorte delle ragazze italiane rapite insieme a due iracheni tre settimane fa.

Anche Amman conferma: «Le italiane sono vive»
Anche da Amman arrivano voci che confermano che le ragazze sono vive e si tratta. A dire che c’è qualche speranza è il giovane sovrano hascemita Abdallah che giunge oggi in visita a Roma. Il re di Giordania sarà a pranzo a Palazzo Chigi e, nel pomeriggio, a colloquio con il presidente Ciampi. Intervistato dal Corriere della Sera il sovrano ha detto che le volontarie «sono vive» e ha specificato che basa questa convinzione sulle «informazioni» delle quali dispone. Non solo: re Abdallah ha aggiunto che Amman, che ha ottenuto nei mesi scorsi la liberazione di tutti gli ostaggi iracheni rapiti in Iraq, sta «cercando di localizzare le rapite utilizzando tutti i contatti» dei quali dispone l’intelligence in particolare quelli «con i leader ed i gruppi all’interno dell’Iraq per ottenere il loro rilascio». Le affermazioni del sovrano sono rafforzate dal fatto che la Giordania possiede un’efficace rete di informatori in terra irachena, e dunque nel corso del suo soggiorno romano il sovrano potrà forse portare qualche notizia in più anche se ieri, nel corso della tappa a Parigi, ha detto a Chirac di non avere nuove informazioni sulla sorte di Chesnot e Malbrunot, i due reporter catturati il 20 agosto dall’«esercito islamico» a sud di Baghdad.

Il nuovo messaggio dei "partigiani di Al Zawahiri"
Le affermazioni del re hascemita sono state commentate anche da coloro che, fin dal giorno successivo al sequestro, inviano messaggi al sito «alezah.com» e firmano «i partigiani di Al Zawhari». Utilizzando il lugubre linguaggio dei due precedenti documenti, sostengono che le due volontarie «non torneranno vive in Italia», ma, anche ieri (l’e-mail è datata 27 settembre) non suffragano le loro affermazioni con prove, filmati o fotografie delle rapite. C'è di più: il fatto che il gruppo di Al Zawahiri sostenga che «le due italiane non torneranno vive», alimenta l'ipotesi che le rivelazioni del giornale kuwaitiano siano assolutamente credibili.

Si mobilita l'Unione delle Comunità islamiche d'Italia
E se le affermazioni del direttore del quotidiano kuwaitiano sono fondate e veritiere la missione di Nour Dachan, medico siriano, e presidente dell’Unione delle Comunità e organizzazioni islamiche in Italia, ha scarse possibilità di successo. L’esponente musulmano infatti si è messo in viaggio ieri per Amman da dove intende quindi raggiungere Baghdad. L’obiettivo dell’iniziativa è ottenere la liberazione delle ragazze e la restituzione del corpo del reporter Enzo Baldoni. L’esponente musulmano, che vive in Italia da alcuni anni, annuncia «contatti ad ampio raggio» in particolare con gli Ulema sunniti. Però, secondo alcuni osservatori l’Ucoii è scarsamente rappresentativa. Dall'incotro tra Dachan e Ulema arriva una notizia che in teoria conferma ulteriormente che le due Simone non sono in mano di integralisti: «La sensazione - ha spiegato Dachan dopo l'incontro - è che si tratti di un sequestro ad opera di delinquenti comuni».

Gli altri ostaggi: liberati quatto egiziani
Sul fronte degli ostaggi vi è infine da registrare la liberazione del diplomatico iraniano Fereydun Jahani e di quattro egiziani dei dipendenti della Orascom, società telefonica del Cairo. Fereydun Jahani era stato sequestrato il 4 agosto mentre si recava nelle città santa sciita di Karbala per inaugurare il consolato. Le autorità di Teheran hanno lodato il governo iracheno per l’impegno dimostrato per giungere alla liberazione del sequestrato. Per quanto riguarda gli ostaggi egiziani liberati dalla guerriglia irachena, ieri sera il governo del Cairo aveva fatto sapere che solo uno dei dipendenti della compagnia telefonica Orascom era stato rilasciato, ma oggi la società ha reso noto che si tratta di due dei sei lavoratori sequestrati la scorsa settimana e che ci sono buone possibilità di vederne presto liberi altri due.

fonte: Unità on line del 28-09-04











scritto da alp | 16:22 | commenti Torna su
Categoria: guerrenelmondo, pacifismo



lunedì, settembre 27, 2004
 
I VIDEO
 
Quattro margherite tenaci: La campagna lanciata da "Un Ponte per"
per scaricare il video
scritto da alp | 17:17 | commenti Torna su
Categoria: manifestazioni



domenica, settembre 26, 2004
 

Margherite di Vita e di Pace per Simona e Simona e Mahnaz e Rad

scritto da harmonia | 22:58 | commenti Torna su
Categoria:

 

Ra'ad, Manhaz, Simona e Simona sono state rapite a Baghdad il 07
 settembre mentre lavoravano.

Quattro margherite tenaci sbocciate nella terra salata.

Aiutiamole a crescere.

Liberate la pace!

 

 

Car* tutt*,

stiamo lanciando una campagna di solidarietà per la liberazione degli
 ostaggi.

E' solo l'inizio, lo sappiamo, ora tocca voi. Fateci sapere
 cosa ne pensate, aiutatela a crescere con piccoli gesti quotidiani,
 che esprimano la vostra solidarietà, finchè non saranno liberate tutte
 le margherite!


 

L'idea delle margherite non è nostra, ce l'ha suggerita una
 lettera di Simona pochi giorni prima del sequestro. Pensiamo sia il
 messaggio più sincero da offrirvi.

 

Raccoglietele (dal nostro sito) e appendetele in camera, in ufficio, a
 scuola ., mettetele sul computer, sui vostri siti, sulle vostre
 biciclette, automobili e ciclomotori, ovunque possano fiorire.

 

Disegnatele, scrivetele, costruitele (noi le abbiamo fatte con un filo
 di rame o di ferro), immaginatele e diffondetele.

 

Tra poche ore il sito www.liberatelapace.it ospiterà la nostra
 campagna, per il momento ve la offriamo sul nostro sito.

 

Liberate la pace!
 

Da una mail a una amica
 

Di prima mattina avevamo appuntamento con lo sceicco per discutere del
 progetto scuole. Ci ha raccontato dei suoi fedeli uccisi mentre
 marciavano pacificamente, padri di famiglia. Io gli ho raccontato di
 Enzo. Abbiamo pianto sui morti comuni, un cordoglio italiano-iracheno.
 Ci ha detto di essere forti. In questi giorni rimane poco spazio per
 sperare; il dolore è dappertutto.

Poi alla sera è tornato, ci ha fatto una sorpresa: due piante di
 margherite. Voleva farci sorridere. "Dopo avervi viste così
 depresse questa mattina non sono riuscito a riposare tutto il
 giorno". E lo dice uno che da un anno vede morire amici,
 conoscenti. "Ho scelto questo fiore perché è l'unico che
 riesce a crescere nella terra salata. È come voi: vive e cresce anche
 in una condizione negativa". "Allora smettetela di essere
 tristi, siete una delle cose più preziose che abbiamo. E soprattutto
 voglio riposarmi". Ci ha fatto sorridere. A me è toccata la
 margherita rossa solitaria, con lo stelo lungo. A Simo quella rosa e
 carnosa.

 

Simona

 

 

 

 

"Un ponte per..."ONG - piazza Vittorio Emanuele II, 132 00185
 ROMA

tel.0644702906  mail to: uff-stampa@unponteper.it;

web: www.unponteper.it

 

 































scritto da alp | 11:11 | commenti Torna su
Categoria: pacifismo



sabato, settembre 25, 2004
 

 

 

 

 

 

 

Gli «amici» del Ponte: «Iscriviamoci tutti»

Conosciamo e lavoriamo insieme alle compagne e ai compagni di Un ponte per da quando, nel febbraio del 1991, alla «fine» della prima guerra del Golfo, cominciò un'attività crescente di solidarietà politica con le donne e gli uomini dell'Iraq. Insieme abbiamo lavorato contro l'embargo che colpiva la popolazione irachena. Insieme abbiamo cercato di costruire campagne di informazione per rompere il muro dell'indifferenza e dell'incomprensione, e per «rompere l'embargo». Insieme abbiamo creduto nell'importanza del movimento che - da Genova in poi - poteva finalmente rendere l'impegno contro la guerra patrimonio comune e diffuso di centinaia di migliaia di donne e uomini. Non abbiamo mai aderito a Un ponte per perché non ne avevamo la necessità: lavoravamo nella stessa direzione e questo ci sembrava sufficiente. E quando ci siamo trovati in disaccordo su qualche passaggio o qualche scelta, questo non è mai stato un problema ma una discussione fraterna. Oggi ci sentiamo particolarmente vicini a Un ponte per perché vogliamo loro bene e perché pensiamo di comprendere il loro difficile impegno di questi giorni sotto la pressione della situazione, il senso di responsabilità verso Simona, Simona, Mahnaz e Ra'ad, il faticoso lavoro quotidiano. Noi tutte/i siamo altrettanto impegnate/i nella costruzione delle mille iniziative di questi giorni, e ci siamo chiesti come potevamo dimostrare di più questa nostra vicinanza, politica oltre che affettiva, per sostenere questo lavoro, e quindi abbiamo deciso di aderire a Un ponte per, facendo appello perché tante/i dentro il movimento aderiscano a questa proposta. Per iscriversi, specificando causale: quota associativa annuale: 15.50 euro. Conto corrente postale 59927004 - Conto corrente bancario 100790 Banca Popolare Etica ABI 5018 CAB 12100CIN. Intestati ad ass. Un ponte per. Donazioni on-line: www.unponteper.it/chisiamo/form_e_payment.html. Piero Maestri (Guerre&Pace); Walter Peruzzi (Guerre&Pace); Isabella Balena(fotografa); Paolo Mazzo (fotografo); Claudio Jampaglia (free lance);Mariagiulia Agnoletto (Salaam Ragazzi dell'Olivo) ; Roberto Giudici (Fiom); Luciano Muhlbauer (Sin Cobas); Luigia Pasi (Sin Cobas) ; Flavio Mongelli (Arci); Graziano Fortunato (Arci); Emanuele Patti (Arci); Marco Bersani(Attac)


 fonte: il manifesto




scritto da alp | 10:56 | commenti (1) Torna su
Categoria: manifestazioni, pacifismo



giovedì, settembre 23, 2004
 

Nuovi Vecchi Giochi di Guerra?

Mentre in Iraq l'orrore dei criminali supera di giorno in giorno ogni limite precedente di ferocia e immoralità allargando la dimensione dell'indicibile, mentre l'angoscia soffoca quasi la possibilità di pensare lucidamente, mentre la tensione compassionevole verso le vittime coinvolge quasi completamente la mente e le emozioni, è necessario interessarsi anche ad altre cose che si stanno profilando all'orizzonte, è indispensabile non distrarsi, è doveroso fare uno sforzo di lungimiranza.

Le nostre televisioni non informano, mi pare, sugli sviluppi della politica internazionale, e in particolare di quella dell'amministrazione Bush. Ieri Il Manifesto ha pubblicato un articolo di Manlio Dinucci.Titolo e sottotitolo molto preoccupanti. http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/22-Settembre-2004/art26.html

Wargame nucleare, obiettivo Tehran

Lo scontro Usa con l'Iran somiglia tanto a quello con Saddam Hussein, lo dice anche il New York Times

«Mentre la violenta insurrezione in Iraq mette sotto pressione l'amministrazione Bush, gli eventi possono spingere gli Stati uniti a un ulteriore confronto, questa volta contro l'Iran».

Così scrive The New York Times (21 settembre), rilevando forti analogie con gli «avvertimenti e le minacce che portarono alla guerra per rovesciare Saddam Hussein»: l'amministrazione accusa infatti l'Iran di essere in procinto di costruire armi nucleari e di sostenere il terrorismo e l'insurrezione in altri paesi. A guidare la carica dei fautori della guerra è il «falco» John Bolton, sottosegretario di stato. http://www.nytimes.com/2004/09/21/politics/21diplo.html

Ma anche la «colomba» Colin Powell lancia a Tehran minacciosi avvertimenti, chiamando la comunità internazionale ad assumersi le sue responsabilità.

Su questo versante le cose non vanno tanto bene per Washington: nel consiglio dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Iaea) è prevalsa la posizione di Francia, Germania, Russia e Cina che chiedono a Tehran di congelare il programma di arricchimento dell'uranio e consentire le ispezioni della Iaea, ma rifiutano (come avrebbe voluto Bolton) di portare il caso-Iran al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Per di più il direttore della Iaea, El-Baradei, ha smentito Washington, dichiarando che nel complesso iraniano di Parchin non vi sono segni di attività nucleari militari.

Nonostante ciò, l'amministrazione Bush sta affilando le armi. Lo conferma la notizia pubblicata questa settimana su Newsweek:

«La Cia e la Dia (l'Agenzia di intelligence della difesa) hanno effettuato un wargame sulle probabili conseguenze di un attacco preventivo Usa contro gli impianti nucleari iraniani».

Non un gioco, ovviamente, ma una vera e propria esercitazione militare in cui è stato simulato l'attacco. Il risultato non è stato esaltante: secondo fonti dell'aeronautica ed esperti, il wargame ha dimostrato che gli Stati uniti hanno una «formidabile capacità di buttare all'aria le infrastrutture nucleari iraniane», ma «non riuscirebbero a impedire l'allargamento del conflitto», ossia una risposta iraniana.

Per questo i «falchi» dell'amministrazione stanno mettendo a punto un piano alternativo o integrativo: «Cambiare il regime iraniano, preferibilmente con mezzi coperti ma, se necessario, anche con la forza delle armi». Il piano è contenuto in una serie di documenti che stanno circolando a Washington sotto forma di «bozze» informali, per evitare che finiscano sotto la giurisdizione del Congresso. Alla luce della «fallimentare strategia dell'amministrazione in Iraq», sorge però un interrogativo: «Che cosa avverebbe in Iran dopo il rovesciamento dell'attuale regime e la sua sostituzione con un governo filo-Usa?».

Un'altra opzione è quella che a compiere l'«attacco preventivo» sia l'aeronautica israeliana, già esperta in materia: il 7 giugno 1981, con caccia F-16 ed F-15 forniti dagli Stati uniti e guidati dal sistema satellitare statunitense, distrusse il reattore iracheno di Osiraq. Vi è però il problema - scrive Newsweek - che gli impianti nucleari iraniani sono dispersi e, in molti casi, in bunker sotterranei. L'attacco potrebbe avere successo, quindi, solo con il sostegno statunitense.

A questo sta pensando il Pentagono che - informa il quotidiano israeliano Haaretz (21 settembre) - ha deciso (con l'assenso del Congresso) di fornire a Israele 5.000 «bombe intelligenti», per «permettergli di mantenere il vantaggio qualitativo e promuovere gli interessi strategici e tattici statunitensi» in Medio Oriente.

Tra le bombe a guida satellitare fornite all'aeronautica israeliana, vi sono «500 bunker busters da una tonnellata che possono penetrare attraverso pareti di cemento spesse due metri». Come ricorda Newsweek, il capo di stato maggiore dell'aeronautica israeliana, generale Shkedy, ha già dichiarato che «se lo stato decide una soluzione militare per l'Iran, il militare deve fornirla».

Tutto pronto, dunque, per tradurre in realtà il wargame. Magari con qualche «effetto collaterale», tipo quello di Cernobyl.

Non sono notizie da poco. Non si può che sperare che le cose rimangano nell'ambito della 'realtà virtuale'. Ma queste informazioni devono essere diffuse e condivise, perché le persone abbiano il tempo di capire e di formarsi un'opinione o cambiare opinione.

Che cosa si dice oggi, 23 Settembre 2004, a proposito di quanto detto sopra? Mi affido ancora una volta al NEW YORK TIMES, che ha pubblicato il seguente articolo:

Iran Would React to Israeli Nuclear Action - L'Iran potrebbe reagire a un'azione nucleare Israeliana

By THE ASSOCIATED PRESS

UNITED NATIONS (AP) -- L' Iran ha avvertito che reagirà ``most severely'' a qualsiasi azione Israeliana contro i propri impianti nucleari, dopo che Israele ha detto che gli Stati Uniti stavano inviando 500 bunker buster bombs.

Ufficiali dell'esercito Israeliano hanno detto Martedì che lo stato Ebraico ricerverà circa 5,000 smart bombs, incluse 500 bombe da una tonnellata che possono distruggere bunker di cemento armato da sei piedi. Nel 1981, Israele bombardò il reattore nucleare dell'Iraq prima che potesse cominciare a operare.

Il ministro degli Esteri Iraniano, Kamal Kharrazi, interrogato Mercoledì sulla vendita delle bombe, ai reporters ha detto: ``Israel è sempre stato una minaccia, non solo contro l' Iran, ma contro tutti i Paesi.'' ... continua in Inglese:  http://www.nytimes.com/aponline/international/AP-UN-Israel-Iran.html

Mi sembra che le notizie siano tali da imporre il dovere di occuparsene, in primo luogo al nostro governo che ha la responsabilità della nostra politica estera. "Stiamo forse diventando pazzi?" o 'siamo già diventati pazzi'? (parafrasando Ulla Berkéwicz - vedi post di martedì 21 settembre 2004)




scritto da harmonia | 10:12 | commenti (1) Torna su
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mercoledì, settembre 22, 2004
 
La Sharia 'usata dai politici in Nigeria'

 
Zamfara state sign
Sharia era molto popolare nel Nord quando fu introdotta
I governanti hanno introdotto in Nigeria l'aspetto criminale della legge Islamica come strumento politico, secondo il gruppo pressione, Human Rights Watch. [...]

Venti stati della Nigeria settentrionale hanno introdotto la Sharia dall'anno 2000. [...]

Fonte: http://news.bbc.co.uk/2/hi/default.stm

 


scritto da harmonia | 08:31 | commenti Torna su
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lunedì, settembre 20, 2004
 

Nella Polveriera Etnica, Paura della Vendetta per le Uccisioni nella Scuola

Una donna nel campo per rifugiati Ingusci nell'Ossezia Settentrionale. Lei ed altri 1,200 Ingusci hanno vissuto qui per 12 anni dopo la fuga dalla violenza.

By SETH MYDANS

Published: September 20, 2004

KARTSA, Russia, Sept. 19 - Mentre il lutto comincia a trasformarsi in rabbia dopo la strage di Beslan, questa grigia piccola città non lontano aspetta nella paura di possibili rappresaglie.

La gente è di etnia Ingush. Le vittime della strage erano per la maggior parte Ossete. Le contese e gli odi tra i due gruppi vengono troppo da lontano per calcolarle.

... nessuno degli attaccanti è stato identificato come Ingush, ma qui sembra che non ci siano dubbi nelle menti della gente di Beslan.

"Ingushis!" ha gridato un gruppo di persone in lutto quando è stato chiesto loro questa settimana che fosse responsabile."Gli Ingushi hanno ucciso i nostri bambini!" continua in inglese: http://www.nytimes.com/ - Foto: James Hill for The New York Times

Che cosa succederà? Si può solo sperare che non si inneschi un nuovo terrificante circolo vizioso di violenza.





scritto da harmonia | 08:41 | commenti Torna su
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domenica, settembre 19, 2004
 

Fermiamo il potere dei mediatori di armi

Chi sono i mediatori di armi?

I mediatori di armi (brokers) predispongono l’organizzazione e le facilitazioni tra fornitore e acquirente. Procurano la merce, preparano il trasporto e lo sdoganamento del carico alle frontiere e, senza entrare materialmente in possesso delle armi, realizzano altissimi guadagni. Spesso si utilizzano Paesi terzi senza che le armi passino sul suolo europeo. E’ un fenomeno relativamente nuovo che ha avuto una crescita esponenziale negli ultimi anni, per via dell’ampia disponibilità di armi, soprattutto di armi leggere, nei Paesi dell’Est europeo.


Qual’è il problema?
Le informazioni richieste dalla l. 185/90 in materia di intermediazione non vengono riversate in alcun archivio e non vengono quindi rese pubbliche. In particolare tali informazioni sono considerate dal Ministero per gli Affari Esteri strettamente confidenziali e soggette all’unico controllo formale degli addetti militari italiani nel Paese sede del soggetto intermediario. Il controllo dei diplomatici italiani tuttavia, in base alle informazioni in nostro possesso, attiene solo alla congruità della cifra di intermediazione pagata dalla ditta italiana e non alla legittimità del soggetto che riceve il compenso. Inoltre la maggior parte delle società che svolgono tale attività hanno sede legale in paradisi fiscali senza che si trovi in loco neppure un ufficio di rappresentanza.

A livello internazionale

Gli USA, il maggiore esportatore di armi a livello mondiale, hanno introdotto nel marzo 1998 una legge che impone l’autorizzazione governativa per ogni mediazione e che si applica a tutti i cittadini statunitensi, ovunque operino, e a tutti i cittadini stranieri che risiedono negli USA. In Europa Svezia, Germania, Olanda e Lussemburgo, hanno predisposto una regolamentazione per il controllo delle attività dei mediatori di armi, ma la maggior parte degli Stati no, lasciando costoro liberi nel loro commercio virtuale.


Caso studio: il Rwanda.

Un esempio di terza parte "mediatrice di armi" - che commercia in armi, equipaggiamento di sicurezza, personale o addestramento, attraverso una società o un agente che in un Paese organizza la vendita di questi beni e servizi da un secondo Stato per consegnarle in un terzo. Nella maggior parte delle mediazioni di armi non passerà niente dal Paese in cui avviene la negoziazione dell’affare.
Il prezzo di questo mercato senza legge è in vite umane.
Nel corso degli ultimi anni, per esempio, sono emerse prove schiaccianti: le forze armate rwandesi accusate di avere partecipato, nel 1994, al genocidio, erano riforniti con armi e munizioni provenienti da commercianti che agivano nel Regno Unito, in Francia, in Italia.
Documenti di provenienza militare trovati nel 1996 nello Zaire occidentale mostrano come, nel bel mezzo del genocidio, armi provenienti dall’Albania e da Israele sono finite in segreto in Zaire con aerei forniti dalla Jetlease International (Bahamas) Ltd. Dallo Zaire è un viaggio semplice e veloce fino in Rwanda. Alcuni documenti trovati successivamente nell’archivio militare segreto del Governo Rwandese in esilio mettono in luce il ruolo centrale che ha avuto la compagnia inglese Mil-Tec nella mediazione di questi beni.
Sulla base di documenti in possesso di Amnesty International, ad esempio, un trafficante che viveva a Roma ha potuto contrattare una vendita di armi in Rwanda proprio nel ’94.
Questi commercianti hanno contribuito alla carneficina, ma nessuno è stato mai perseguito.


Obiettivi

  • Ogni Governo - ed in particolare quelli che fanno parte dell’Unione Europea, dove questa attività è molto diffusa - deve introdurre misure esaustive per il controllo delle mediazioni.
  • In particolare in Italia si dovrebbe richiedere l’istituzione di un albo per chi esercita tali attività.
  • Le mediazioni di armi organizzate da mediatori italiani devono essere soggette a meccanismi di controllo chiari sulle operazioni commerciali svolte attraverso autorizzazione governativa.
  • I controlli sui mediatori devono essere applicati a tutti coloro che hanno un passaporto italiano, ovunque residenti, e a tutti gli stranieri residenti in Italia, così come alle società che lavorano o sono registrate in Italia.


fonte: http://www.amnesty.it/campaign/armi_leggere/mediatori.php3

 











scritto da alp | 11:30 | commenti Torna su
Categoria: pacifismo

 
Un video di "Un Ponte per..." per la liberazione degli ostaggi

di redazione
19 Sep 2004

Un video di "Un Ponte per..." per la liberazione degli ostaggi

Roma, 19 settembre 2004 -- "Un Ponte per…" ha lanciato un messaggio diretto ai media arabi. Il video, della durata di 4 minuti circa, traccia i profili di Simona, Ra’ad, Manhaz e Simona attraverso le loro parole (le voci sono quelle di amici e amiche). I loro volti si alternano alle immagini dell’Iraq, dalle centrali di purificazione delle acque, ai volti sofferenti dei malati a cui vengono distribuiti i medicinali, fino ai bambini nelle scuole a cui è stato restituito il sorriso. Una dichiarazione d’amore per l’Iraq; per un paese distrutto da anni di guerre, per una popolazione che non cessa di soffrire, ma da cui nessuno dei quattro ha mai voluto allontanarsi. Il filmato si conclude con l’appello ‘Liberate la pace’. Il video è stato lanciato dall' emittente araba Al-Arabya e da Al Jazeera. La versione italiana sarà messa in onda da Rai News 24 a partire dalle prime ore della mattina di oggi, domenica 19 settembre, e sarà a disposizione di tutti i media italiani su Evelina. Il video in versione inglese è disponibile per tutti i media del mondo su Reuters e Ap. Il video in arabo verrà, inoltre, trasmesso da Rai Med alle 22.00 di questa sera. Preghiamo tutti gli operatori dei media di utilizzare il video in versione integrale senza tagli e manomissioni, data la delicatezza del soggetto e il rispetto dovuto agli ostaggi e alle loro famiglie. Liberi tutti. Libero Iraq.
posta@unponteper.it
redazione@reporterassociati.org

fonte: http://www.reporterassociati.org/

 







scritto da alp | 10:23 | commenti Torna su
Categoria: manifestazioni, pacifismo

 
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Riportiamo qui il discorso di Marina Ponti per la UN Millennium Development Goals Campaign, all'iniziativa Italia-Africa a Roma, il Rome 17 Aprile 2004. Marina affronta le questioni della cooperazione internazionale, del debito estero, cooperazione allo sviluppo, debito estero, del commercio internazionale e del trasferimento di tecnologie. Il ruolo dell'Italia è molto importante per il raggiungimento globale degli obiettivi, in particolare nell'ottica dell'obiettivo 8, che identifica i compiti e le responabilità dei paesi ricchi.
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fonte:

 





scritto da alp | 09:25 | commenti Torna su
Categoria: pacifismo, non violenza

 
Riflessioni su una esecuzione

di David Atwood
traduzione di Arianna Ballotta

Houston (Texas)
Agosto 2004

In seguito all’esecuzione di James Allridge ho inviato la lettera che segue a diversi giornali texani. Mi risulta che soltanto l’Huntsville Item l’abbia pubblicata. Non è molto, però non è neanche poco, considerando che si tratta del quotidiano letto dagli abitanti di Huntsville [località dove, all’interno della Walls Unit, vengono praticate le esecuzioni di tutti i condannati a morte del Texas, N.d.T.], fra cui gli amministratori del TDCJ [Dipartimento di Giustizia Penale del Texas], i direttori carcerari e i membri della Commissione di Grazia.
Spero che le mie considerazioni servano a far riflettere almeno alcune di queste persone su ciò che stanno facendo.
David Atwood

Leggi l'articolo agli incroci dei venti

fonte. http://controlapenadimorte.splinder.com/

 





scritto da alp | 09:12 | commenti Torna su
Categoria: diritti

 

Il vice ministro degli Esteri iracheno in un'intervista al Tg2
Italiane rapite, al Bayati: ''Sarebbero nelle mani di al Zarqawi''
''Ieri abbiamo avuto informazioni secondo le quali sarebbero state trasferite da Baghdad occidentale a Falluja''


Roma, 18 set. (Adnkronos) - Le due volontarie italiane, Simona Pari e Simona Torretta, sono state rapite in Iraq da organizzazioni malavitose che potrebbero averle vendute ai membri del gruppo di Al Zarqawi. Ad affermarlo e' il vice ministro degli Esteri iracheno Al Bayati intervistato dal Tg2. ''Le informazioni che noi abbiamo e' che sono state rapite da organizzazioni malavitose che potrebbero averle vendute ai membri del gruppo di Al Zarqawi -ha affermato il vice ministro- e ieri abbiamo avuto informazioni secondo le quali sarebbero state trasferite da Baghdad occidentale a Falluja. Erano vicine alla zona di Latifiya che e' a ovest di Baghdad. Potrebbero essere nelle mani gruppi estremisti, proprio come quello di al Zarqawi''.
Alla domanda se potrebbe trattarsi dello stesso gruppo che ha rapito due americani e un britannico, Al Bayati ha risposto: ''Potrebbe essere perche' una delle richieste da parte dei sequestratori e' proprio il rilascio delle donne che si trovano nella prigione di Abu Ghraib , quindi potrebbe essere lo stesso gruppo con le stesse richieste. Pero' bisogna osservare il caso con molta attenzione prima di decidere chi e' il responsabile del sequestro''. ''Facciamo del nostro meglio per liberarle -ha aggiunto il ministro- e la nostra speranze e che siano liberate sane e salve al piu' presto.

fonte: http://www.adnkronos.com/







scritto da alp | 08:55 | commenti Torna su
Categoria: pacifismo



sabato, settembre 18, 2004
 

Un colpo di mortaio davanti a un liceo di Baquba (tredici feriti), un’autobomba a Kirkuk (23 morti), ordigni a Baghdad…
Oggi, la mobilitazione permanente per la liberazione degli ostaggi, promossa dal Comitato Fermiamolaguerra e da centinaia di realtà, farà sventolare le bandiere di pace dai ponti e dalle piazze di tante città. Per liberare tutti, fermare i bombardamenti e la fine dell’occupazione. Molti di noi ci saranno, senza striscioni. Chiediamo a tutti e tutte di dimostrare la stessa calorosa solidarietà e responsabilità che finora è stata molto utile per favorire le migliori condizioni per la liberazione degli ostaggi.

Anche in Palestina il coordinamento delle Ong palestinesi invita la società civile a Ramallah e Gerusalemme per un raduno e una fiaccolata per la liberazione di tutti gli ostaggi in Iraq. Conosciamo il loro impegno e dramma, per questo il nostro ringraziamento è commosso. Lo stesso che inviamo alle donne di Srebreniça che ci hanno scritto e sostenuto. Ricordiamo anche la Comunità mussulmana di Regina Coeli e il gruppo di solidarietà “Simona & Simona” del polo universitario della casa circondariale di Torino.

Dopo una sezione completamente in arabo aperta ieri, oggi ci dedicheremo a pubblicare i dossier e i report internazionali sulla condizione dei detenuti e dei diritti umani in Iraq. Ci sembra doveroso. Da liberare c’è un popolo intero.


fonte : un ponte per

 








scritto da alp | 14:20 | commenti (1) Torna su
Categoria: pacifismo



venerdì, settembre 17, 2004
 

Iraq, la Cia vede nero
Il pessimismo dell'intelligence Usa, svelato dal New York Times, contro l'ottimismo di Bush. Nuova ondata di sequestri: due americani, un britannico e un siriano. E di esecuzioni: uccisi tre camionisti. Trovato il cadavere di un occidentale a Samarra. La Nuova Zelanda ritira il proprio contingente
GIULIANA SGRENA
Due americani e un britannico sono stati rapiti, ieri mattina all'alba, da un commando di uomini armati arrivati a bordo di un minibus. Gli uomini, undici, hanno fatto irruzione nella casa, che si trova nella zona residenziale della capitale e hanno portato via i tre impiegati della Gulf services company, una ditta di costruzioni del Golfo che fornisce non meglio precisati equipaggiamenti. Sebbene la tecnica del commando ricordi il rapimento dei quattro volontari delle ong italiane, tra cui le due volontarie del Ponte per Baghdad, gli uomini, secondo i testimoni non avevano divise da paramilitari, uno era vestito di nero e il viso coperto da un fazzoletto rosso. I rapitori hanno portato via anche la macchina dei rapiti che, secondo un testimone, avrebbero già ricevuto minacce in passato. Per la prima volta il sequestro è avvenuto in una zona protetta - da guardie private - come quella residenziale di al Mansur, dove hanno sede molte multinazionali e dove vivono molti uomini d'affari, diplomatici, politici. Quelli che non vivono dentro la superprotetta zona verde, comunque sempre bersagliata quotidianamente da colpi di mortaio. Il rapimento comunicato dal colonnello Adnan Abdul Rahman, portavoce del ministero dell'interno, è stato confermato dalle ambasciate americana e britannica. Le autorità diplomatiche Usa hanno anche fornito i nomi dei rapiti: Jack Hensley e Eugene Armstrong. I tre sono gli ultimi di una lunga serie di rapimenti che ha superato il centinaio, attualmente nelle mani dei rapitori vi sono una ventina di stranieri, tra i quali i due giornalisti francesi e le italiane, Simona Pari e Simona Torretta. Ieri è stato liberato un giordano -la sua ditta si è ritirata dall'Iraq -, ma è stato sequestrato un siriano, mentre Ansar al Sunna ha annunciato l'esecuzione di tre camionisti - non si conosce la nazionalità - catturati nel sud. Un cadavere probabilmente di un occidentale è stato trovato vicino a Samarra. La pratica dei rapimenti è il segno della degenerazione della situazione in Iraq, spesso per salvare gli ostaggi viene richiesto il ritiro delle truppe di occupazione, richiesta ottemperata solo dalle Filippine. Ha invece deciso unilateralmente il ritirare entro la settimana del proprio contingente di 60 uomini la Nuova Zelanda. Motivo? Le nostre truppe sono venute con un ruolo non-combattente «ma quello che sta succedendo è che tutti sono combattenti che lo vogliano o meno. Con il passare del tempo la situazione è diventata sempre più letale e nessuno è in grado di garantire la propria sicurezza», ha detto l'ex capo della difesa aerea, Carey Adamson. Il portavoce del ministero degli esteri neozelandese ha invitato tutti i suoi connazionali a restare fuori dall'Iraq, dove aumenta il numero degli ostaggi. Per la stessa ragione anche i volontari italiani hanno lasciato il paese, vi restano solo giornalisti, la Croce rossa, sotto protezione dei carabinieri, e alcuni diplomatici.

E la situazione non è certo destinata a migliorare, soprattutto in vista dell'improbabile scadenza elettorale del gennaio prossimo. Profondo pessimismo sul futuro dell'Iraq è contenuto anche in un rapporto elaborato dai servizi dell'intelligence - approvato dal direttore ad interim della Cia, John McLaughlin - e presentato a Bush a fine luglio. Un documento - finora segreto - che, secondo le rivelazioni fatte ieri dal New York times, prevede - nel peggiore dei casi - entro la fine del 2005 una evoluzione dell'Iraq verso la guerra civile e nel «migliore» un paese in balìa dell'instabilità politica, economica e militare. Previsioni che contrastano pesantemente con l'«ottimismo» espresso da Bush, evidentemente per ragioni elettorali. Effetto delle rivelazioni del New York times è stata la polemica scoppiata nella commissione esteri del senato che ha esaminato la richiesta del dipartimento di stato di stralciare il 20% dei 18,4 miliardi di dollari, stanziati un anno fa per la «ricostruzione». 3,5 miliardi di dollari verrebbero stornati per operazioni di sicurezza per stroncare la resistenza. Contro questa richiesta si è scagliato anche il senatore repubblicano del Nebraska, Chuck Hagel, veterano del Vietnam: «non si conquista il cuore di un popolo minacciandolo con la canna del fucile, lo si fa con un processo che abbiamo avviato stanziando 18,4 miliardi di dollari per la ricostruzione». Peccato che di quei 18,4 miliardi siano finora stati assegnati solo briciole.

fonte: il manifesto 17-09-04




scritto da alp | 16:32 | commenti Torna su
Categoria: guerrenelmondo

 

Liberare gli ostaggi, fermare la guerra», sabato grande manifestazione a Roma
di red.

 Continuano le fiaccolate per la liberazione di Simona Torretta e Simona Pari. Per sabato 18 settembre il “Comitato per il ritiro dei militari italiani dall’Iraq” ha invitato «alla massima mobilitazione» in tutte le piazze d’Italia. «Invochiamo l’unità popolare contro la guerra – si legge nella nota – che continua a rappresentare la maggioranza nella società e che ha da subito detto no alla guerra e che chiede il rilascio delle cooperanti italiane sequestrate ed il ritiro del contingente militare italiano dall'Iraq».

Alla manifestazione di Roma, che si annuncia imponente, parteciperanno anche il Coordinamento romano di Roma città aperta alla pace, che racchiude tutte le organizzazioni pacifiste, e il Comitato nazionale per il ritiro dei militari italiani dall'Iraq. A promuovere la manifestazione della mattina con le bandiere arcobaleno sui ponti di Roma è proprio il Coordinamento romano che a Ponte Sant'Angelo incontrerà dei rappresentanti della comunità islamica. Il corteo partirà da Piazza della Repubblica per poi raggiungere Piazza Venezia. «Esprimiamo la nostra piena solidarietà ai familiari e agli amici di tutti i cooperanti rapiti - si legge in una nota del Comitato - Dopo un giornalista schierato contro la guerra come Baldoni e due reporter provenienti da un paese non belligerante come la Francia, adesso sono stati rapiti quattro esponenti di quel vasto mondo della solidarietà col popolo iracheno che mai chi si oppone all'occupazione straniera potrebbe considerare un obiettivo da colpire».

A Roma una parte del movimento, quello più vicino all'area dei Disobbedienti, ha promosso per giovedì due mobilitazioni: un corteo cittadino nel pomeriggio e un sit in davanti Palazzo Chigi mentre, per la mattina, l'esposizione di bandiere della pace sui ponti di Roma. Le due manifestazioni saranno precedute da un'assemblea cittadina del «Movimento contro la guerra» al centro sociale dell'Ex Snia. La mobilitazione è stata decisa «per chiedere l'immediato rilascio dei volontari sequestrati ed il ritiro dei militari dall'Iraq».

Prima di sabato, si sono tenute altre manifestazioni. Il 13 settembre, a Bologna, alle ore 21 in Piazza Maggiore, è stato indetto dal “Bologna Social Forum” un raduno a sostegno della liberazione degli ostaggi e per rinnovare la richiesta di ritiro delle truppe dall'Iraq.

Il giorno dopo, il 14 settembre, si sono svolte fiaccolate per la pace a Perugia e Terni. L’iniziativa ha visto la “Tavola della Pace” coordinare le varie e numerose associazioni che hanno sollecitato gli umbri a partecipare alle due iniziative per ribadire «un chiaro e forte no alla guerra, al terrorismo e alla violenza». Numerose associazioni e organizzazioni umbre hanno aderito alle iniziative.
 

fonte: Unità on line del 13-09-04



scritto da alp | 07:00 | commenti Torna su
Categoria: manifestazioni, guerrenelmondo



giovedì, settembre 16, 2004
 

I nomi dimenticati della cooperazione
Autisti, medici, ingegneri. Sono iracheni la spina dorsale delle organizzazioni non governative
MARINELLA CORREGGIA
Si chiamava Leila. Capelli neri e mal di testa in quel marzo 2003. Malgrado le bombe intorno alla centrale di potabilizzazione di Al Mansour, lei l'ingegnera direttrice rimaneva fra le vasche con tutto il personale fino al tramonto. Poi tornava dai figli, salutando noi stranieri del gruppo pacifista Iraq Peace Team che - inutilmente, ovvio - presidiavamo ogni tanto quell'infrastruttura civile. «L'acqua è buona, abbiamo ancora i disinfettanti, tutti i parametri sono a posto», assicurava Leila. Invece come si chiamava quell'autista che verso Kufa, guidando con la mano non ferita, aveva portato fino all'ospedale un intero pulman di morti e feriti a causa di un attacco americano al check-point? E come si chiamavano quei due medici - uno era yemenita, borsista bloccato lì dalla guerra, l'altro era Matin, giovane chirurgo turcomanno - chini a pulire l'atrio pieno di sangue dell'ospedale universitario, visto che molti degli inservienti abitavano troppo lontano per poter arrivare al lavoro senza autobus? Neela si chiamava quella giovane dottoressa che il 13 aprile si vergognava dei saccheggi: «Cosa pensate adesso degli iracheni, che sono tutti ladri?». Zeinab si chiamava la direttrice in un orfanotrofio pubblico: continuava a gestirlo senza aver più capi dopo la caduta del regime; e la gente del quartiere portava ogni giorno cipolle e riso, olio e cavoli.

Ala era invece il giovane dalla camicia sorprendentemente bianca che faceva servizio anti-saccheggio fuori da un ospedale di Sadr City, nei primi giorni dell'occupazione. E dall'aprile di quest'anno fino a oggi, chissà come si chiamano i numerosi autisti offertisi volontari per portare aiuti a Falluja e Najaf assediate; e i nomi di tutti gli iracheni che hanno raccolto aiuti, dappertutto, presso i ricchi e i poveri.

Insomma, chi aiuta gli iracheni? Loro stessi, in primo luogo. Gratis o per lavoro, comunque a rischio della vita. Di loro non si parla. E tristi vicende come il rapimento dei quattro cooperanti rischiano di far credere che il popolo iracheno sia costituito da una maggioranza di vittime passive aiutate dalle Ong straniere e intanto bombardate da eserciti stranieri, e poi da una minoranza di ingrati kamikaze o rapitori.

Tutto il resto è oscurato. Oscurato il ruolo di associazioni e movimenti già attivi clandestinamente sotto Saddam oppure nati da poco e che, con pochi mezzi, aiutano la popolazione nell'emergenza quotidiana e quando i bombardamenti isolano quartieri o città. Oscurati i gruppi che lavorano per i diritti umani o nel campo dell'informazione. Oscurate le comunità locali che sono state in grado di organizzarsi da sole nel caos del dopoguerra. Oscurati i marciatori disarmati su Najaf nello scorso mese di agosto, i quali hanno fatto «interposizione» tra i combattenti. Oscurato, ovviamente, l'impegno politico dei gruppi di opposizione non armati fra cui il National Foundation Congress: piattaforma antioccupazione che riunisce sciiti, sunniti, laici «di sinistra», caldei, curdi.

Oscurate persone come Ra'ad e Mehnaz, sfortunatamente rapiti, forse per fare da «mediatori culturali e di genere» alle «due Simone». I media italiani sono spesso segnati da: tivù e giornali, mentre definiscono le ragazze italiane «volontarie», o «pacifiste», o «volontarie pacifiste» (in realtà sono cooperanti, impiegate di un'organizzazione umanitaria con progetti nella ricostruzione, in collaborazione con agenzie Onu, Unione Europea ed enti locali italiani), intanto liquidano Ra'ad e Mehnaz come «personale locale», «collaboratori», «traduttori», «dipendenti». In realtà, i due cooperanti iracheni sono la spina dorsale delle rispettive organizzazioni. In Iraq, paese ricco di risorse umane e professionali in ogni campo, molto del (costoso) personale internazionale ha funzioni di rappresentanza, se si escludono alcuni specialisti. Se l'Onu ha sbagliato evacuando nel 2003 il proprio personale politico internazionale, ha invece fatto bene a portar via il personale straniero «umanitario» e ad affidare le attività di assistenza ai propri dipendenti iracheni: «Sono più che sufficienti», ha ammesso.

Devastato, rapinato, impoverito, l'Iraq ancora per un po' avrà bisogno di solidarietà internazionale: non sono generosi aiuti, è giusto un «risarcimento danni». E allora fra i due estremi, cioè lasciar perdere i progetti in Iraq o invece rimanere con il personale espatriato, alcune Ong internazionali hanno già scelto una terza via: affidare i progetti ai tecnici iracheni, ingegneri, insegnanti, medici.

Dar fiducia a Mehnaz e Ra'ad. E a organizzazioni locali, composte sopratutto da donne. I progetti andranno avanti benissimo e forse non saranno più a rischio rapimenti: agli estorsori - qualunque movente essi abbiano - gli iracheni come Ra'ad e Mehnaz da soli non servirebbero a niente.

Sono invece quel che serve al paese.





















scritto da alp | 14:42 | commenti Torna su
Categoria: guerrenelmondo, pacifismo

 

Esteri
Rapiti due americani e un inglese. Kofi Annan: «La guerra di Bush è stata illegale»
di red

Sono due americani e un inglese (e non tre cittadini britannici come si è detto in un primo momento) gli ultimi rapiti in Iraq. La notizia è stata diffusa dal ministero dell'Interno di Baghdad. Ieri sera, il segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, alla Bbc londinese, ha detto: «Dal punto di vista dell'Onu, la guerra di Bush fu illegale». Rapporto dell'intelligence americana: in Iraq manca la sicurezza, la guerra civile non è da escludere. Bomba a Baghdad: un morto e 10 feriti.

fonte unità on line




 

«Libere, in nome della pace»

La società civile irachena in piazza a Baghdad per chiedere il rilascio delle due Simone, di Mahnaz e Ra'ad. Insieme per la prima volta kurdi, sunniti, sciiti e cristiani. Ieri altri morti, trovati tre corpi decapitati a nord della capitale
GIULIANA SGRENA
Centinaia di iracheni, di tutte le etnie, religioni e tribù, donne, uomini e bambini, si sono ritrovati ieri insieme, in piazza, a Baghdad per chiedere la liberazione di Simona Pari, Simona Torretta, Mahnaz e Ra'ad, i quattro ostaggi rapiti nella sede delle ong italiane il 7 settembre. Una manifestazione della società civile, come non si era mai vista nella capitale irachena, dilaniata prima dalla guerra e poi dall'occupazione. Un corteo, organizzato dal Comitato della società civile che riunisce tutte le ong presenti in Iraq, aperto da ragazzi sulle sedie a rotelle - uno dei tanti effetti delle guerre -, seguiti da capi tribali in abiti tradizionali, kurdi, sunniti, sciiti, cattolici, insieme per una volta, senza bandiere, hanno percorso la centralissima e commerciale Saadun street per giungere alla piazza Firdaus (paradiso), dove una volta campeggiava la statua di Saddam, abbattuta all'arrivo degli americani, il 9 aprile dell'anno scorso. Dopo essere stata il palcoscenico mediatico dell'invasione, per la presenza di centinaia di giornalisti negli hotel - Palestine e Sheraton - che vi si affacciano, la piazza Firdaus è generalmente meta delle manifestazioni della società civile irachena che protesta contro la disoccupazione, i desaparecidos, e anche, ieri, per chiedere la liberazione degli operatori umanitari presi in ostaggio. Mai un sequestro aveva suscitato tanta emozione. E non a caso. Mai, finora, erano state colpite persone tanto vicine ai bisogni della popolazione irachena, ora, e ancora prima, ai tempi dell'embargo: «Il sequestro delle due operatrici umanitarie italiane calpesta i principi di tutte le religioni, i criteri fondamentali dell'umanità e viola le regole sacre dell'Islam», si è detto nel comizio. E' la voce di quella maggioranza di iracheni che aspira alla pace ed è invece ostaggio di chi conosce solo la legge delle armi e della violenza. «Vogliamo la pace per l'Iraq, giù le mani dagli innocenti», recitava uno striscione. E ancora: «no alla violenza, no ai rapimenti, no ai bombardamenti casuali contro gli iracheni, no alle aggressioni, no all'occupazione». In poche parole, una piattaforma chiara della resistenza all'occupazione, quella che fautori della violenza, siano essi americani e alleati o iracheni e arabi, vogliono occultare.

Una manifestazione di solidarietà, insieme alle tante che arrivano dal mondo arabo e musulmano, che ha commosso il Ponte per ..., l'organizzazione per la quale lavorano le due Simone, di cui non si hanno ancora notizie. «Nonostante i morti dei giorni scorsi hanno voluto manifestare per la liberazione degli ostaggi», si legge nel sito del Ponte «Liberate la pace», che pubblica tutti gli appelli.

E le vittime irachene degli ultimi quattro giorni sono oltre 200. A Ramadi ieri dieci persone, iracheni, tra cui due donne, sono rimaste uccise negli scontri tra ribelli, che avevano attaccato un convoglio militare Usa, e forze americane che hanno risposto al fuoco. Un marine era invece rimasto ucciso il giorno prima nella stessa provincia di Anbar. Un'autobomba è esplosa ieri a Suwayra, a sud di Baghdad, davanti a un posto di blocco, uccidendo due persone (un militare e un civile iracheni) e ferendone un'altra decina. In una imboscata nella città petrolifera di Kirkuk sono invece stati uccisi due «collaborazionisti», due operai edili iracheni che lavoravano per le forze militari americane nella base di Baquba, a una cinquantina di chilometri a nord di Baghdad.

Tre corpi decapitati, con le teste legate dietro la schiena, sono stati invece trovati racchiusi in sacchi di plastica ieri vicino a Dujail, a una sessantina di chilometri a nord di Baghdad. Secondo il colonnello Adnan Abdul-Rahman del ministero degli interni erano maschi e avevano dei tatuaggi, si tratterebbe, secondo i militari americani, di «arabi», non meglio specificati, anche perché i tre non portavano documenti.

Sempre sul fronte degli ostaggi è stato rilasciato ieri un turco. «Oggi (ieri per chi legge), i mujahidin mi hanno rilasciato, andrò all'ambasciata», ha detto Aytulla Gezmen, ritratto in un video ottenuto dalla Associated press television news. Per impedire che un proprio dipendente venga decapitato, come minacciato dai suoi rapitori, una compagnia di trasporti giordana ha annunciato ieri di interrompere il proprio lavoro in Iraq. «Abbiamo ritirato i nostri camion e non ne manderemo altri in Iraq. Abbiamo bloccato tutto il nostro lavoro», ha detto Ibrahim Zoghaby alla tv al Jazeera, senza citare il nome della compagnia, che trasporta derivati del petrolio e acqua dalla Giordania all'Iraq.


fonte : il manifesto 16/09/04

 





scritto da alp | 11:50 | commenti Torna su
Categoria: manifestazioni



mercoledì, settembre 15, 2004
 

 

 

 

Le due straordinarie Simone hanno provocato una situazione decisamente ironica.
Hanno fatto ciò che non é riuscito al maggior esercito del mondo, nato dall'unica potenza planetaria (con un po' di servitorelli associati, decisa a portare ovunque la democrazia) ...
Hanno suscitato le prime dimostrazioni partecipate in Iraq, hanno dato il coraggio di prendere voce a chi ha saputo esprimere dissenso da una parte e solidarietà dall'altra (poche voci certo, ma le prime! e poi voci di donne e bambini) ...
Hanno dimostrato che la pace ha strade che la guerra ignora ... ma anche bisogno di aperti consensi.
Facciamo qualunque cosa perché tornino e interroghiamoci subito, seriamente sul significato delle croci celtiche che qualche infame ha tracciato!
Se le due grandi Simone hanno suscitato la voce della pace c'é chi suscita e sostiene quella della violenza (Bossi e accoliti vari, Feltri, Fallaci e via intristendoci...).
Cerchiamo di renderli insignificanti.


aug http://betlemme.splinder.com/

 








scritto da alp | 13:13 | commenti (2) Torna su
Categoria: guerrenelmondo, pacifismo



martedì, settembre 14, 2004
 

SABRA E CHATILA
Una strage che non si dimentica
Ventidue anni fa, gli uomini di Ariel Sharon davano il via a Beirut a un massacro che avrebbe segnato per sempre la storia dei rapporti fra israeliani e palestinesi

Il «lavoro sporco» fu affidato alle Falangi cristiane: poi si cercò di cancellare la memoria degli uccisi. Una storica ha ricostruito parte della verità, dando un nome a quasi 1300 fra morti e scomparsi; ma molti altri restano anonimi
STEFANO CHIARINI
«Il primo impulso ad iniziare un progetto di storia orale basato sulle testimonianze dei sopravvissuti al massacro di Sabra e Chatila mi venne in quei tragici giorni di settembre del 1982 per uscire da quel senso di impotenza che ci attanagliava di fronte a tanto orrore e per ribadire che il sangue palestinese, libanese e arabo è uguale a quello di tutti gli altri uomini. Il mondo in questi giorni ricorda, giustamente, le vittime delle torri gemelle ma i profughi palestinesi massacrati a Beirut, più o meno lo stesso numero, sono stati del tutto dimenticati. Nessuno ha pagato e anzi il principale responsabile, Ariel Sharon, è stato definito dal presidente Bush un uomo di pace». Bayan el Hout - originaria di Gerusalemme, allieva di Edward Said, insegnante nella facoltà di scienze politiche a Beirut dal `79 - racconta così nella sua casa tranquilla casa di Beirut, non lontana dal quartiere di Fakhiani, cuore della resistenza palestinese sino all'estate del 1982, le motivazioni che l'hanno portata a scoprire verificare e pubblicare, prima in arabo e ora in inglese, non solo i nomi di 906 uccisi e 484 scomparsi, ma anche le circostanze della loro morte e le responsabilità dei comandi israeliani. E' difficile da credersi ma in realtà fino ad oggi nessuno aveva mai voluto sapere quante fossero state le vittime del massacro avvenuto dal sedici al diciotto semmbre del 1982 nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila circondati dall'esercito israeliano: certamente non il governo di Tel Aviv, non quello di Washington, arrivato a minacciare il governo belga di spostare il comando della Nato da Bruxelles a Varsavia se non avesse bloccato il processo ad Ariel Sharon, non i governi di Usa, Francia e Italia che nel settembre del 1982 avevano precipitosamente ritirato le loro truppe lasciando i campi profughi senza alcuna difesa, non gli esecutori materiali delle Falangi libanesi, non il governo di Beirut dai fragili equilibri e per nulla interessato alla sorte dei palestinesi; e neppure l'Anp, sempre di fronte a tragiche e più impellenti necessità, ma anche timorosa delle pressioni americane e israeliane. Ma c'è chi ha rotto questa soffocante omertà.

Una pattuglia in visita

La vita di Bayan el Hout sarebbe cambiata per sempre alle tredici di quel sabato, 18 settembre 1982. «Ero nella mia casa di Corniche el Mazra, l'edificio era completamente vuoto, sola con una vicina e i suoi tre figli - ci dice ricordando quei giorni terribili - quando ricevetti la visita di una pattuglia israeliana guidata da un ufficiale che cercava mio marito, direttore dell'ufficio dell'Olp in Libano. Al momento di andare via l'ufficiale bruscamente mi disse `Vede quanto siamo civili... non è come pensate...'. Avevo appena chiuso la porta quando un annunciatore alla radio, con la voce rotta, cominciò a parlare del massacro nei campi di Beirut. Tutta quella ipocrisia mi fu insopportabile: di quale civiltà aveva parlato? Ci si può ritenere civili solo perché si spinge un bottone e non si sente nelle narici l'odore della carne bruciata dalle bombe al fosforo? O perché si sono assoldati dei killer locali per `finire il lavoro' senza sporcarsi le mani con il sangue delle vittime?».

Il periodo più difficile e pericoloso della ricerca fu senza dubbio quello iniziale, all'indomani del massacro. Beirut Ovest era ancora occupata dagli israeliani e al governo con Amin Gemayel c'erano le Forze libanesi, gli uomini che avevano portato a termine la strage. «Incontravamo i testimoni segretamente al di fuori dei campi dove avremmo rischiato di essere uccisi o arrestati - continua Bayan el Hout - e i nastri registrati venivano subito copiati per impedire che potessero essere distrutti». «Gli israeliani -aggiunge la storica palestinese - hanno sempre fatto di tutto non solo per cancellare la nostra esistenza ma anche la nostra memoria. Il loro primo obiettivo a Beirut furono proprio gli istituti di ricerca, il centro studi palestinesi, gli archivi cinematografici, fotografici e cartacei». Le copie dei nastri, dieci alla volta, venivano poi sistemate in pacchetti regalo coloratissimi e dati ad amici e conoscenti in occasione di qualche festa o compleanno. Per maggior sicurezza occorreva però trascriverne il contenuto, «ma il terrore era tale - ricorda sorridendo Bayan el Hout - che non trovammo nessuna dattilografa disposta a farlo. Una nostra conoscente ci disse persino che non se la sentiva di aiutarci perché il vicino di casa avrebbe potuto sentire il rumore della macchina e denunciarla. Finalmente una ragazza si offrì di farlo, scrivendo a mano durante la notte quando i suoi dormivano.

La ricerca su Sabra e Chatila, iniziata come un progetto di storia orale, dal 1983 sarebbe diventata una vera indagine per identificare le vittime del massacro e lo svolgersi degli eventi. La svolta si ebbe in occasione della pubblicazione del rapporto israeliano sulla strage secondo il quale non vi sarebbero stati più di 700-800 morti: «In particolare - sostiene Bayan el Hout - andai su tutte le furie quando dissero che erano stati uccisi non più di una ventina di bambini e una quindicina di donne. A quel punto capii quanto fosse importante stabilire scientificamente i nomi e il numero delle vittime».

Liste ufficiali top secret

Occorreva però incrociare le testimonianze orali con le liste ufficiali, per quanto parziali fossero, tutte «top secret». Il lavoro rischiava di fermarsi quando, per uno di quei casi sorprendenti che spesso avvengono in momento così drammatici, uno dei «tecnici» presenti nella compagine governativa, lo psichiatra Abdul Rahman al-Labbani, ministro degli affari sociali, riuscì a farsi consegnare, per poi girarle a Bayan el Hout, le liste con i nomi delle vittime della Croce rossa, della Difesa civile, e un altro elenco. Tutte e tre ancor oggi inedite. A questo punto i contorni e le dimensioni del massacro cominciarono ad apparire per quelli che erano e la ricerca potè ripartire utilizzando anche altre liste palestinesi e i registri di un vicino cimitero.

Il numero dei nomi delle vittime palestinesi e libanesi arrivò così tra interviste e liste ufficiali a 906 e a questi vennero poi aggiunti quelli di altri 484 «scomparsi» e «rapiti», dei quali erano note le circostanze dell'arresto da parte dei falangisti o degli israeliani, per un totale di 1390 vittime. Al di fuori di questa cifra vi sono poi coloro che sono scomparsi senza lasciare alcuna traccia e i membri di intere famiglie che con vicini e conoscenti sono stati sepolti tutti insieme nei rifugi dove si erano riparati. Tra le vittime delle quali non si ha notizia vi sono molti abitanti stranieri del campo, lavoratori immigrati o volontari uniti ai loro vicini palestinesi dalla comune miseria o da comuni ideali. Tra questi, sei immigrati bengalesi uccisi nella loro casa o il giovane infermiere di colore di nazionalità britannica, volontario al Gaza Hospital, chiamato da tutti «Osman», rapito e ucciso la mattina di sabato diciotto settembre 1982. Nessuno ha mai saputo chi fosse. Tenendo conto di questi fattori il numero totale delle vittime del massacro potrebbe arrivare e forse superare le 3.000 persone.

Nella ricerca di Bayan el Hout, accanto agli elenchi degli uccisi, degli scomparsi e dei rapiti vi sono anche 47 storie particolarmente rilevanti sotto il profilo umano, per l'efferatezza delle esecuzioni - molte donne incinte vennero squartate per le strade, alcuni neonati tagliati a pezzi e ricomposti sulle tavole a mo' di dolci, dei ragazzi vennero legati per le gambe a due jeep che partendo in direzioni opposte li tranciarono in due - le responsabilità dei comandi e dei soldati israeliani ma anche per isolati e inaspettati gesti di pietà. Alcuni soldati permisero a delle famiglie di fuggire dal campo, altri fecero rapporto ai superiori, ma nessuno fermò i killer. Sharon e i suoi generali sapevano bene cosa stava succedendo a Chatila. Un barlume di umanità brillò anche tra i macellai delle Forze libanesi come nel caso di un uomo, già dentro un pozzo nel quale venivano gettati i vivi e i morti, salvato da un falangista figlio di un collega di lavoro con il quale passava, prima della guerra, tutte le domeniche.

«Nel corso della ricerca - ci dice Bayan el Hout - sono emersi molti particolari inediti di grande interesse, come il fatto che il massacro non riguardò solamente Sabra e Chatila ma anche diversi quartieri circostanti; o che i killer, per non allarmare gli altri abitanti del campo e poterli quindi sorprendere nelle loro case, tentarono nelle prime ore, sembra su consiglio di alcuni esperti israeliani, di utilizzare solamente armi da taglio, coltelli, accette, ma furono costretti ad aprire il fuoco in seguito alla disperata resistenza di una quindicina di ragazzi palestinesi: altro che i 2500 terroristi armati di cui andava vaneggiando Ariel Sharon». Un gesto eroico che permise a molti di mettersi in salvo.

Un massacro in più fasi

Il massacro, emerge dalla ricerca, ha avuto in realtà varie fasi: «All'inizio -sostiene Bayan el Hout, mostrandoci alcuni grafici - non volevano lasciare in vita nessuno, e così il primo giorno il numero degli uccisi è di gran lunga superiore a quello dei rapiti o scomparsi. Poi con il passare delle ore, il rapporto si inverte sia per una certa stanchezza e sazietà dei killer, sia perché i comandi israeliani, con i giornalisti che già si stavano dirigendo verso Chatila, decisero di far fare il 'lavoro' altrove, lontano da occhi indiscreti».

Sul tema, centrale, dei rapporti tra comandi israeliani e i responsabili delle Forze libanesi, primo tra tutti Elie Hobeika, ucciso due anni fa a Beirut alla vigilia di un suo possibile viaggio in Belgio per testimoniare contro Ariel Sharon, sono usciti recentemente importanti documenti di prova fatti arrivare agli avvocati delle vittime da una anonima fonte dei servizi segreti americani o israeliani. Sino ad oggi però né da parte israeliana, né da parte falangista è arrivato alcun elemento di verità, un dato che forse la pubblicazione della ricerca in inglese, e il passare del tempo potrebbero modificare. «Dopo aver concluso questo lavoro ventennale - ci dice Bayan el Hout prima di tornare ai suoi studi - spero che ora, anche grazie alla mobilitazione internazionale `per non dimenticare Chatila' che oggi vede a Beirut delegazioni provenienti dall'Italia, Spagna, Stati uniti, Malesia, Francia, il mondo cominci a dare lo stesso valore anche al sangue dei palestinesi e soprattutto che i responsabili di questo orrendo massacro siano giudicati e paghino per i loro crimini. Non c'è altra strada, se vogliamo la pace, che passare dalla scomoda e stretta porta della memoria e della giustizia».

fonte: il manifesto 13-09-04





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Categoria: guerrenelmondo, pacifismo

 

TAKFIRISMO

«Al Qaeda punta allo scontro totale»

«... L’ideologia Al Qaeda è una ideologia takfiri, il che vuol dire che gli obiettivi che vengono menzionati di quando in quando da Al Qaeda come obiettivi politici sono semplicemente fumo negli occhi, perché al Qaeda ha un solo obiettivo proprio dell’ideologia takfiri: la guerra contro tutti quelli che non la pensano come loro. Il takfirismo è una cosa seria, non è una cosa inventata, e tutti i grandi capi di Al Qaeda sono takfiri».

«Il takfirismo, l’idelogia che ispira e arma la mano di Al Qaeda, fa sì che io che mi dichiaro takfiro decido chi è un musulmano vero. Ragion per cui se tu dichiari musulmano ma io non sono d’accordo, ti ammazzo comunque. Sono io takfiro - questo è l’assunto che li anima - a decidere chi è buono e chi è cattivo, e chi è cattivo io l’ammazzo. Punto. Nel mirino di Al Qaeda non c’è solo l’Occidente, ci sono tutti gli altri. Al Qaeda non può esistere senza il nemico perpetuo, a cui corrisponde la sua guerra perpetua. Senza il Nemico assoluto, Al Qaeda si scioglierebbe come neve al sole». (1)

La caccia al nemico interno

Se bin Laden ha diretto la sua azione contro i nemici esterni dell'Islam (Usa in testa), Zarqawi e gli altri nuovi leader radicali applicano in Iraq il takfir in riferimento alle società musulmane che non si ribellano (jihad fil sabil Allah, lotta armata sulla strada tracciata da Dio) al capo politico o religioso arabo che agisce facendo gli interessi degli occupanti americani.

Ciò spiega, ad esempio, gli attentati contro le forze di polizia irachene che agiscono in collaborazione con i militari Usa o contro enti, partiti, associazioni, gente comune che cooperano con il governo nato per volontà delle forze di occupazione. «Il Jihad è un obbligo di tutti i musulmani e quello che stiamo portando avanti è la lotta contro la miscredenza e contro gli apostati del consiglio governativo e dei suoi alleati», era scritto nel comunicato diffuso giorni fa dal gruppo Ansar Al-Sunna.

Allo stesso tempo gli ideologi di questi gruppi riprendono con forza la salafiyya, ovvero il ritorno alla purezza della fonti: il Corano e la Sunna. Non riconoscono tutti gli hadith (detto, racconto, riferito a Maometto) ma soltanto quelli riconducibili ai Salaf, ossia ai primi compagni ed eredi del profeta. Ciò presuppone un rigorismo islamico portato alle estreme conseguenze.

La stragrande maggioranza dei musulmani, in tutto il mondo, non condivide l'esasperazione dei concetti di jihad e takfir e ritiene il dibattito sulla validità di certi hadith piuttosto di altri una questione da lasciare agli studiosi. Crede inoltre nel dialogo con l'Occidente e le altre fedi e nella coesistenza.

La negazione del diritto internazionale da parte degli Usa, l'occupazione dell'Iraq e l'aggravarsi della condizione dei palestinesi sotto occupazione, unita alla corruzione di regimi arabi che violano i diritti umani e politici e agiscono solo su ordine di Washington, stanno tuttavia togliendo spazio alle voci moderate e convincendo tanti giovani musulmani della validità del jihad come unica possibile soluzione dei problemi.

Oggi per le vie del Cairo è più facile trovare i libri (illegali) di Qutb e Abdel Salam Faraj che il saggio pubblicato nel 1969 dalla seconda guida suprema dei Fratelli Musulmani, Hasan Al-Hudaibi: Duah, la Qudah (Siate predicatori, non giudici) rivolto agli islamisti radicali che, armi in pugno, sognano di imporre il regno di Dio in terra. (2)

(1) 29 Agosto 2004. Dall'intervista a Giandomenico Picco, già sottosegretario generale delle Nazioni Unite. - http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=DOSSIER&TOPIC_TIPO=I&TOPIC_ID=37333&DOSSIER_ID=114

(2) da "il manifesto" del 06 Luglio 2004 - http://www.ilmanifesto.it/g8/dopogenova/40eade7dcf134.html

Mi sembra fondamentale approfondire le conoscenze sul 'wahabismo' e sui concetti che gli sono correlati nell'ideologia di Al Qaeda. E' una visione del mondo che mi dà i brividi, come ad Abraham Yehoshua (secondo post del 13 Settembre 2004). Ma è ragionevole pensare che dia i brividi anche alla maggioranza dei Musulmani in tutto il mondo. Per questo dichiarare guerra a tutto l'Islam, come molti fanno senza distinguere e senza capire le differenze, è sbagliato e ingiusto, sia sul piano strategico che su quello etico. Più rilevante quest'ultimo per chiunque abbia a cuore il progresso civile delle società umane.





scritto da harmonia | 17:58 | commenti (1) Torna su
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lunedì, settembre 13, 2004
 
SCADUTO ULTIMATUM, ANSIA PER LE ITALIANE RAPITE IN IRAQ
Ancora incerta la sorte di Simona Torretta e Simona Pari, dopo la scadenza dell' ultimatum di 24 ore lanciato ieri mattina in Internet della 'Jihad islamica' in Iraq - molti dubbi sono stati sollevati sulla sua attendibilita' - e mentre il ministro degli esteri Franco Frattini comincia il suo giro nei paesi del Golfo alla ricerca di contatti utili per la loro liberazione.

Nella tarda mattinata la tv 'Al Arabiya' ha mostrato le foto delle due italiane, e la notizia scritta che il mufti di Baghdad ha rivolto un appello per la liberazione di tutti gli ostaggi stranieri, tanto i due giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot quanto Torretta e Pari.

Nessuna valutazione certa e' venuta finora, neanche da esperti egiziani, sulla eventualita' autenticita' del messaggio della 'Jihad islamica' in Iraq che non e' chiaro se sia collegata alle omonime formazioni di altri paesi arabi. Tra i piu' noti sono la 'Jihad islamica' operante nei territori palestinesi e quella egiziana, che molti considerano ormai sciolta. Questi gruppi hanno compiuto attacchi terroristici ma mai sequestrato persone.

Mentre gli interrogativi sul futuro delle due operatrici umanitarie italiane sembrano ancora tutti aperti, la speranza di un loro rilascio continua ad essere consistente anche nel mondo arabo, del quale molti esponenti religiosi e politici hanno lanciato altri appelli estremamente significativi.

PACIFISTI, APPELLO PER MOBILITAZIONE
Un appello ''alla massima mobilitazione con una giornata di manifestazioni in tutta Italia per sabato 18 settembre''. E' quanto chiede in una nota il Comitato per il ritiro dei militari italiani dall'Iraq. ''Invochiamo l'unita' popolare contro la guerra -si legge nella nota- che continua a rappresentare la maggioranza nella societa' e che ha da subito detto no alla guerra e che chiede il rilascio delle cooperanti italiane sequestrate ed il ritiro del contingente militare italiano dall'Iraq''. ''Invocare l'unita' nazionale contro il terrorismo o il modello francese -si legge nella nota- e' un orribile inganno che vorrebbe assolvere il governo Berlusconi dalle sue responsabilita' ''.

COMITATO ULEMA CHIEDE LIBERAZIONE
Il Comitato degli Ulema musulmani, la piu' importante organizzazione religiosa sunnita dell'Iraq, ha lanciato oggi un appello per la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta, rapite in Iraq il 7 settembre e delle quali non si hanno notizie. ''Chiediamo la liberazione dei due ostaggi italiani e dei due iracheni che lavoravano con loro, cosi' come dei giornalisti francesi'', ha detto alla stampa il portavoce del Comitato, lo sceicco Mohammad Bachar al-Fayqzi. ''Voi conoscete la nostra posizione nei confronti del governo italiano, ma noi siamo amici del popolo italiano'' ha ancora aggiunto il portavoce.


13/09/2004 15:30


fonte: ANSA

 



















scritto da alp | 16:23 | commenti (2) Torna su
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domenica, settembre 12, 2004
 
Quindici maggio.

L\'ospedale di Erbil 15/05 Erbil, Iraq: Buon compleanno, Emergency. Vorrei dire: cento di questi giorni. In realtà no, non lo vorrei dire. Perché Gino, dieci anni fa, ci ha detto chiaramente che il nostro obiettivo era diventare inutili. Cento di questi giorni, proprio no. Anche per un altro motivo.

Siamo arrivati a Erbil da tre ore, e Hussein chiama dall’ospedale: un’esplosione, sette bambini. Nei dieci minuti che impieghiamo a raggiungere l’ospedale, i bambini sono diventati nove. I parenti dicono che stavano giocando, fuori casa, con qualcosa trovato per terra. Poi l’esplosione. La solita storia. I soliti resti della guerra, delle tante guerre che son passate di qui.
Due bambini sono già in sala operatoria, gli altri in terapia intensiva. Uno perderà entrambe le mani. Un altro ne perderà una sola, se è fortunato.
Ahmed avrà otto, nove anni. In sala operatoria Gino e Hussein gli tolgono lunghe schegge di ferro dal fegato, dall’intestino. E forse riusciranno a salvargli le gambe. Forse.

E’ buio, quando usciamo dalla sala operatoria. La bandiera della pace sul tetto dell’ospedale mi fa uno strano effetto. Avrà mai fine, tutto questo?
Fuori dal cancello, i parenti e gli amici, tutti uomini, stanno in silenzio. Gino fa chiamare il papà di Ahmed, gli spiega com’è andata l’operazione, gli dice che non è più in pericolo di vita, e che inshallah si riuscirà a salvargli le gambe. Inshallah, risponde il padre, e grazie.

Domani cercherò di saperne di più, di questi bambini, e vi scriverò.
Buon compleanno, Emergency. Con un abbraccio a tutti voi, e un solo augurio: che arrivi presto il giorno in cui saremo inutili.

Cecilia

  fonte:http://www1.emergency.it/mdgidp/storia.php?id=61

 













scritto da alp | 22:04 | commenti Torna su
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Diciassette maggio.

Gailan 17/05 Erbil, Iraq: La pioggia è venuta, la pioggia è andata via. Le rose nel giardino dell’ospedale sono ancora umide. E la sala della terapia intensiva è ancora piena di bambini. Piccoli piccoli nei lettoni grandi. Al loro fianco, molte mamme siedono cupe in volto. Hanno tutte un identico vestito pulito, quello che l’ospedale fornisce loro. E identico velo, verde. Verde speranza, si dice da noi. Ma questo è verde sala operatoria, lo stesso colore dei camici dei chirurghi.
Ahmed sembrava più grande, sul tavolo operatorio. O forse erano i miei occhi ad essere più piccoli. Otto, nove anni, azzardavo. Ne ha solo cinque. La prima operazione è andata bene, e la gamba è ancora dove dovrebbe essere. Ma serve ancora tempo, e altre operazioni, per essere sicuri che si possa salvarla.
Nel frattempo abbiamo scoperto che cos’è successo. I bambini stavano giocando in uno spiazzo di cemento. Lì vicino, un uomo stava lavorando. Un lavoro che a noi può sembrare inconcepibile, ma che è molto frequente in posti come questo, reduce da decenni di guerra. Riciclare materiale bellico, smontare ordigni inesplosi per recuperare metallo e polvere da sparo. Cose che poi avrebbe venduto in Iran, a quattro ore di macchina da qui. Non porterà più niente, in Iran: quando il razzo che stava smontando è esploso, quell’uomo è morto sul colpo. E il nostro ospedale si è riempito di bambini. A giudicare dal tipo di ferite, qualcuno di questi cuccioli si era avvicinato a guardare l’uomo al lavoro.
Sicuramente lo stava guardando Karwan, otto anni. L’esplosione gli ha sbranato entrambe le mani e i piedi. E’ il più grave.
Sicuramente lo stava guardando Rebaz, con la curiosità dei suoi quattro anni. E forse non guarderà più niente, adesso: ha perso un occhio, e il chirurgo oculistico lotta per salvare l’altro. Con poche speranze di farcela.
Jamal è stato il più fortunato: era molto lontano, le ferite sono superficiali, fra un paio di giorni sarà in piedi.

Questi bambini non sono certo i primi a finire così, e non saranno nemmeno gli ultimi, in un paese che conta milioni di ordigni inesplosi. E non bisogna cadere nella facile tentazione di dare tutta la colpa a chi smontava il razzo. E’ la guerra, la vera responsabile. La guerra che lascia sul terreno mine, razzi, missili. La guerra che ti toglie il lavoro e ti costringe a rischiare la vita per mangiare. La guerra che toglie spazio ai bambini, e valore alla vita umana.
La guerra.
Odore di carne bruciata, Mohammed ha quattro anni. Facce annerite dal fuoco, Hemin ne ha nove. Corpi pieni di schegge, Watan e i suoi dodici anni, Gailan che va per i dieci, un altro Mohammed che va per i sei.

E siamo a nove bambini. L’ultimo non è in terapia intensiva. Non gioca in giardino, non è da nessuna parte. Era vicinissimo al razzo, è arrivato in ospedale in condizioni disperate. E’ morto nella notte. Si chiamava Diar. Aveva sei anni.

Cecilia

  fonte: http://www1.emergency.it/mdgidp/storia.php?id=62

 

 














scritto da alp | 21:58 | commenti Torna su
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sabato, settembre 11, 2004
 

Marelli: vedo una manovra contro le ong più scomode

di Paolo Manzo (p.manzo@vita.it)

07/07/2004   
 
 
 
 
Il Presidente dell'Associazione delle Ong italiane a Vita: "Spero proprio di essere smentito dai fatti, ossia dal prossimo Dpef, ma questa è la mia convinzione" 
 
 
 
 


 
“Le informazioni che ho a disposizione confermano il taglio della cooperazione allo sviluppo allo 0,13 per cento sul Pil nel prossimo Dpef. Proprio come Vita aveva anticipato una settimana fa”. Sergio Marelli, Presidente dell'Associazione delle Ong italiane, non è assolutamente certo che il dopo Tremonti spenga i riflettori sulla questione dei tagli ai fondi stanziati per il 2004 a favore della Cooperazione Internazionale. Il problema rimane all'ordine del giorno e, se è plausibile che il Terzo settore l'abbia “sfangata” (testuale, ndr) sulla “questione del taglio da 250 milioni di euro minacciato dall'ex Ministro dell'Economia nel suo decreto taglia spese, per i cosiddetti fondi a dono”, per Marelli il silenzio di questi giorni del governo sui tagli alla cooperazione allo sviluppo “non deve farci abbassare la guardia”. Per il Presidente dell'Associazione delle Ong italiane anche i tagli di 500 milioni ipotizzati sui fondi a rotazione dovrebbero essere rientrati, ma l'ottimismo di Marelli si limita solo al brevissimo periodo perché se dolori forti non dovrebbero arrivare dal prossimo Consiglio dei ministri in programma sabato 10 luglio, il redde rationem arriverà – quasi certamente - alla presentazione del Documento di programmazione economica e finanziaria, che si dovrà approvare entro fine luglio. “Io vedo l'esistenza chiara di una manovra ad hoc da parte di questo governo, architettata contro le ong più scomode. Spero proprio di essere smentito dai fatti, ossia dal prossimo Dpef, ma questa è la mia convinzione. Anche perché, ogni volta che in passato è diminuita la quota d'aiuti alla cooperazione allo sviluppo, quella destinata alle ong è calata di molto di più in percentuale”. Senza considerare che, giorni fa, l'Associazione delle Ong italiane chiese un tavolo di confronto con Gianfranco Fini e Franco Frattini, sulla “necessità di tenere su piani distinti l'intervento umanitario e le missioni militari, come quella di Nassirya, ma sinora non abbiamo avuto nessuna risposta”, conclude Marelli.   
 
 http://www.vita.it/















scritto da alp | 18:06 | commenti Torna su
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Logo (2° Giornata dell'Interdipendenza)11 SETTEMBRE:INTERDIPENDENCE DAY A ROMA
FRA MEMORIA E POLITICA

(AGI) - Roma, 9 set. - Una giornata dedicata alla memoria in Campidoglio, sabato 11 settembre a tre anni di distanza dalle stragi di New York, e una giornata dedicata alla politica, domenica 12 settembre al Parco della Musica. Questo il filo rosso che leghera' la manifestazione capitolina della "Giornata dell'interdipendenza" durante la quale oltre venti paesi, non solo europei, si confronteranno sul comune destino che lega, e sotto diversi aspetti, tutti i popoli e i paesi del mondo.

Nata da una idea del politologo statunitense Benjamin Barber, l'interdipendenza risponde alla convinzione che i destini delle nazioni e delle etnie siano legati da una stretta relazione, molto piu' reale e forte di ogni possibile divisione. Un anno fa, il 12 settembre 2003, enti, associazioni, sindaci e movimenti, hanno firmato la dichiarazione di interdipendenza. Ad un anno di distanza, nella serata di domenica, sara' sottoscritta dai rappresentanti di almeno venti paesi del vecchio continente la "carta europea per l'interdipendenza". ...

..."che fare" di fronte al terrorismo e alla sua violenza, come promuovere l'interdipendenza positiva ...


"Trent'anni fa l'interdipendenza era una aspirazione oggi e' un fatto perfino brutale nella sua evidenza", ha sottolineato Barber osservando che "e' spesso malvagia: pensiamo all'Aids, alla Sars, all'industria delle armi, alla criminalita' e alla prostituzione, al capitalismo predatorio e senza regole, alla guerra e al terrorismo. Cio' che manca, e che bisogna costruire, sono la democrazia e la giustizia senza frontiere. C'e' bisogno di una interdipendenza buona e democratica. Le due volontarie italiane rapite - ha proseguito - rappresentano la potenza della interdipendenza benefica.


Cerchiamo a Roma, dove sono nati i fondamenti della Res publica, una soluzione senza frontiere, cerchiamo una alternativa alla guerra, alla fallimentare politica militare sia dei terroristi che di coloro che sostengono di volerli combattere".
Luigi Bobba ha sottolineato l'esigenza di "costruire una alternativa alla guerra preventiva che porta il mondo in un vicolo cieco chiunque la dichiari"; Mario Giro della comunita' di Sant'Egidio ha marcato il valore di negare "la rassegnazione al sonno della ragione e della politica"; Lucia Fronza, del movimento dei Focolari ha affermato che "non vogliamo trovare la nostra identita' per opposizione o per difesa, ma attraverso il dialogo. Terrorismo e guerra per noi stanno dalla stessa parte". Il presidente di Legambiente, Roberto della Seta ha centrato l'attenzione sulle dubbie capacita' della politica di rispondere alla realta' dell'Interdipendenza.


"Una comunita' di destino ci lega tutti", ha affermato il sindaco Veltroni sottolineando che "l'interdipendenza mette in relazione persone, culture, identita'. Bisogna creare un mondo - ha aggiunto - in cui le identita' convivono, ma non e' un compito facile, servono grande intelligenza e finezza politica e civile".

Fonte: http://www.agi.it/private/

Benjamin Barber, americano, è il teorico dell'INTERDIPENDENZA. E' autore del saggio "Jihad vs. McWorld" che già nel '95 prevedeva il conflitto tra globalizzazione economica e fondamentalismi religiosi. E' stato consigliere del presidente Clinton. E' docente di scienze politiche alla University of Maryland e dirige a New York la Fondazione Soros per la promozione della democrazia.








scritto da harmonia | 17:45 | commenti (2) Torna su
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