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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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Dopo un anno di "rodaggio", PeaceReporter si presenta ai suoi lettori
nella sua versione definitiva. Ogni giorno cinque articoli che
raccontano come sempre la pace e la guerra, attraverso la vita della
popolazione civile. Storie, reportage, buone nuove, interviste e
dossier che approfondiscono realtà e problematiche diverse. Schede
Paese e Schede conflitto con aggiornamenti settimanali diffusi in un
bollettino delle guerre pubblicato sul sito ogni venerdì.
Un servizio di brevi che aggiornano continuamente la cronaca degli
eventi, esportabile ad altri siti. Un notiziario audio acquistabile da
tutte le emittenti che vogliono trattare temi che quasi mai trovano
spazio nell'informazione tradizionale. Un canale tutto nuovo dedicato
interamente alle gallerie fotografiche.
PeaceReporter cambia la grafica e arricchisce i contenuti, ma non muta
obiettivo: fornire un'informazione critica su quello che accade nel
mondo e diffondere una cultura di pace. Anche e soprattutto con il
vostro aiuto. Neanche l'indirizzo cambia: www.peacereporter.net
fonte: www.emergency.it
Parola di Cane contro Parola di Presidente U. S.
Sto leggendo, con tre anni e più di ritardo, 'L'odore dei soldi' di Veltri e Travaglio, nonché il freschissimo 'Regime', sempre di Travaglio. Il confronto tra ciò che da noi si accetta più o meno seraficamente e le pulci che Cristof fa a Mr. Bush sostiene le mie simpatie Americane e le mie antipatie Italiane.
By NICHOLAS D. KRISTOF
Se dico che il Presidente Bush non è un bugiardo, i Democratici scagliano fulmini contro di me. E quando dico che Mr. Bush non è veritiero, i Repubblicani eruttano come il Monte St. Helens.
Che cosa voglio dire?
Lasciatemi fare un esempio – non dall’Iraq ma dalla biografia di Mr. Bush. In essa, egli racconta una piccola deliziosa storia che coinvolge le sue figliole nel 1988, al tempo del dibattito presidenziale tra suo padre e Michael Dukakis:
“Una notte, Laura e io eravamo fuori città impegnati in una campagna, e Barbara e Jenna passarono la notte nella casa vice presidenziale. Papà aveva dedicato la giornata a preparare il dibattito con Michael Dukakis. Sfortunatamente, Barbara aveva perduto il suo compagno di sonno, Spikey, il suo cane imbottito preferito. Lei protestava fortemente dicendo che non avrebbe potuto dormire senza Speikey, così ‘Gampy’, meglio conosciuto come Vice Presidente Bush, spese buona parte della notte prima del dibattito cercando in casa e nei campi della residenza vice presidenziale, con una torcia elettrica in mano, in una missione alla ricerca di Spikey. Infine, lo ritrovò e Barbara si addormentò profondamente. Non so se papà riuscì a dormire quella notte.”
E’ una commovente storia di valori famigliari. E, sebbene non sia ingannevole fino a considerarla come una menzogna, è inttrecciata a falsità.
Noi lo sappiamo perché la madre di Mr. Bush ha scritto sullo stesso incidente molto prima, nel 1990, nel “Millie’s Book“, nominalmente scritto dal suo cane. Per cominciare, l’episodio occorse quando le bambine avevano cinque anni e mezzo, nel 1987, un anno prima del dibattito presidenziale.
In più, il “Millie’s Book” dice che Spikey era un gatto, non un cane. E invece di cercare per tutta la notte e di trovare Spikey, il Vice Presidente Bush rinuncò, borbottando: “Io ho da lavorare. Che cosa sto facendo alla ricerca di un animale di pezza, fuori di casa nel buio?” Tuttavia, la piccola Barbara si addormentò con un altro animale di pezza. Spikey venne fuori dalle tende il giorno dopo.
(Posso sentire alcuni di voi che protestano: “Tu hai preso la parola di un cane contro quella del nostro presidente?" Bene, francamente, nessuno ha mai impugnato la parola di Millie. E Millie ha dei testimoni. Il primo Presidente Bush e sua moglie, Barbara, più tardi mi hanno confermato attraverso un portavoce che loro non credevano che Spikey si sia smarrito al tempo del dibattito presidenziale.)
La versione dell'incidente montata dall'attuale presidente riflette il suo rapporto "casual" con la verità. Come il Presidente Ronald Reagan, la realtà per lui non è nei fatti, ma intorno a pià alte meta-verità: Mamma e Papà sono amorevoli nonni, Saddam Hussein è un uomo malvagio, e così via. Per chiarire queste realtà sovrastanti, Mr. Bush barda i "fatti", sia veri che falsi.
Tutti noi facciamo questo in una certa misura, senza dubbio, facendo la tara a dati che non calzano con i nostri preconcetti. Il mio collega del Times John Tierney ha scritto pochi giorni fa a proposito di un nuovo rapportosuggestivo, basato sui punteggi nei test di military intelligence fatti nel 1960, che Mr. Bush aveva un I.Q. nel in the 95th percentile of the population and that John Kerry's was in the 91st percentile. (?) Ancora most liberal non hanno rivisto la loro opinione secondo cui Mr. Bush è un imbecille (nitwit).
A dire il vero, io sono convinto che Mr. Bush non è soltanto più intelligente, ma anche un uomo migliore di quanto non credano i suoi critici. E più importante, non è un ruffiano. Mentre Mr. Kerry zigs and zags sull'occupazione e la politica in Medio Oriente, Mr. Bush ha un nucleo di valori e fornisce una genuina leadership (rappresentativamente, credo, tentando di riformare l'America e il mondo in accordo con una far-right (?) agenda).
Un esempio è la determinazione di Mr. Bush dall' 11 Settembre di aumentare la Riserva Strategica U. S. di Petrolio, nonostante questo rialzo dei prezzi della benzina. L'approccio di Mr. Bush è folle dal punto di vista economico, ed è pazzesco politicamente. Pure questa feroce (grim) propensione all'aumento del prezzo della benzina durante la sua campagna per la ri-elezione sottolinea una solidità di carattere e di convinzioni.
Ma c'è anche il problema con la sua amministrazione: le sue convinzioni sono così solide da essere inflessibili e del tutto impenetrabili per la realtà. Quando Mr. Bush ha gonfiato l'intelligence su Iraqi W.M.D., le sue esagerazioni riflettevano una verità di primaria importanza, come si è visto, - che Saddam Hussein era una minaccia. Io penso che Mr. Bush si ritenesse veritiero, perfino quando non era realistico.
Se Mr. Bush fosse un privato cittadino, ammirerei la sua tenacia, esattamente come rispetto Barry Goldwater, i fans di Red Sox e Flat-Earthers. Ma per un presidente, mi auguro che noi abbiamo un pensatore acuto che capisca la differenza tra Osama bin Laden e Saddam Hussein, o tra un cane e un gatto di pezza.
Ecco Nicholas D. Cristof,
un giornalista che mi piace molto.
Oggi ha superato se stesso, a mio parere.
Allora penso ai molti giornalisti di casa nostra, non tutti fortunatamente, penso alla loro incredibile capacità di accogliere e trasmettere qualsiasi cosa il potente di turno dica, anche la più inverosimile o la più indegna, così, senza una critica o addirittura trasformandola o censurandola, quando è necessario.
Segnalo la lettura di:
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segnalato da melusina(che abbraccio) il blog di mirelladeparis(che ringrazio) segnala questo (dal sito http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Unique&id=1678
Lella Costa - Stanca di Guerra
segnalato da maestra anna, grazie molte Per Terzani: qui trovi un file audio di una trasmissione di radio popolare in cui ha partecipatp (e te lo puoi scaricare). maestra-anna (http://maestraanna.iobloggo.com) | ||||

Afganistan :Effetti collaterali -l'Unità
Se potete, se volete..cercate la videocassetta dai giornalai , la davano con l'Unità..
Se dopo aver visto gli effetti collaterali della guerra..nella lorosemplice, spaventosa natura
se vi viene voglia di associarvi a Emergency..o di ricominciare a raccogliere fondi per Emergency, come l'anno scorso
beh, pensiamoci, parliamone..mi sembra che questi gesti
abbiano una loro vita, si incamminano da soli..se solo ci mettiamo in ascolto..
E' impossibile guardare il film, vedere i bambini che hanno raccolto bombe inesplose, a farfalla, e non avere
subito un istinto di ribellione..
Dal Blog di Pino Scaccia
| CONDANNATA ALLA LAPIDAZIONE |
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Hajara Ibrahim, 18 anni, incinta di sette mesi, è stata condannata a morte per lapidazione. E' accusata di adulterio, e la prima sentenza del tribunale della Sharia di Lere, in Nigeria, l'ha già condannata. Hajara si è appellata a un secondo livello di giudizio. Speriamo che Hajara si salvi, come e’ gia’ successo per Amina e Safiyia, colpevoli anche loro di adulterio e condannate anche alla lapidazione, due vicende che hanno scosso l'opinione pubblica di tutto il mondo per una legge altamente incivile, disumana. >>> |
Tessera "Amici di Emergency" anno 2005
E' iniziata la campagna di tesseramento per l'anno 2005.
I sostenitori di Emergency che desiderano ricevere la tessera possono
richiederla inviando un contributo minimo di 20 euro tramite conto
corrente postale n. 28426203 oppure on-line dal sito www.emergency.it;
in entrambi i casi indicare nella causale "tessera 2005".
Ricordatevi di inserire tutti i vostri dati (nome e cognome, via, cap,
città e provincia) sia sul bollettino postale che sul form per la
donazione on-line.
Ulteriori informazioni sul sito www.emergency.it nella sezione "come
aiutarci" o telefonando al numero 02-881881
Grazie a tutti gli amici di Emergency che vorranno continuare ad
esserlo anche per il 2005
On-line altri documentari di Emergency
Continua, grazie a arcoiris.tv, la messa on-line dei documentari di
Emergency. Da oggi è possibile vedere "Eredi del silenzio", che
testimonia il lavoro di Emergency in Cambogia.
Per vedere il filmato www.emergency.it
attività culturali: documentari.
Direttamente su arcoiris potrete invece vedere un brano tratto da
"Stanca di guerra" di Lella Costa
http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Unique&id=1678
domenica 17 ottobre
VITTIME
Internazionale 15/21 ottobre - n. 561 pag. 15
Numero di vittime dall'inizio dell'intifada (28 settembre 2000). Dati aggiornati alle 16 del 13 ottobre 2004.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi 3.455
Israeliani 954
Altre vittime 71
Totale 4.480
Internazionale 15/21 ottobre - n. 561 pag. 16
Numero di vittime dall'inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003). Dati aggiornati alle 16 del 13 ottobre 2004.
Iracheni 13.224-15.296
Americani 1.079
Altre vittime 138
Hareetz del 16 ottobre specifica che: "Durante questo fine settimana le truppe cominciano ad allontanarsi dai dintorni di Jabalya, Beit Lahiya and Beit Hanun. La ragione di questo trasferimento, anche se ufficialmente negata, è la fine dell'attuale fase dell'operazione "Giorni di penitenza", che nei 17 giorni in cui si é dispiegata è costata la vita a circa 100 palestinesi, fra cui molti civili".
L'affermazione si trova nell'articolo: IDF pulls out from built-up areas in northern Gaza Strip, a firma di Amos Harel, Aluf Benn and Arnon Regular, Haaretz Correspondents, and News Agencies
-______________________________________________________________
Ieri ho segnalato i dati delle vittime come riportati da Internazionale e integrati con una nota tratta dal quotidiano israeliano Haaretz di sabato. Domenica (17 ottobre 2004 Cheshvan 2, 5765) Haaretz ha precisato ancora: ne riporto l'incipit di due articoli (citando le fonti, se qualcuno vuole leggerli nell'intero testo. Suggerisco in particolare quello di Gideon Levy, che purtroppo per ora non ho tempo di tradurre integralmente. Il sito inglese di Haaretz è <www.haaretzdaily.com>).
129 palestinesi uccisi durante l'incursione dell'esercito di Israele a Gaza.
di Arnon Regular, Aluf Benn and Amos Harel, Corrispondenti di Haaretz e News Agencies.
Secondo un'inchiesta promossa da Haaretz, dall'inizio della operazione all'interno della striscia di Gaza, 17 giorni fa, l'esercito israeliano ha ucciso con armi da fuoco 129 palestinesi. Di questi 42 erano civili, comprese donne e bambini, per lo più ammazzarti con i colpi sparati dai carri armati.
Secondo l'inchiesta 68 dei morti erano membri dell'ala militare dei movimenti radicali islamici, Hamas e la Jihad islamica.
L'articolo successivamente riferisce anche la distruzione di 80 case e il ferimento di 500 persone (dati questi attribuiti non alla autonoma inchiesta del quotidiano, ma all'Autorità palestinese).
Uccidere bambini non è più una faccenda tanto importante. di Gideon Levy
Più di 30 bambini palestinesi sono stati uccisi nella striscia di Gaza durante le prime due settimane dell'operazione "giorni di penitenza". <...> Mentre per l'intero conto di tutte le vittime dell'intifada il rapporto fra palestinesi uccisi e israeliani è di tre a uno, per i bambini è di cinque a uno.
Io sono fermamente convinta che il massacro di bambini sia uno dei punti di forza del terrorismo e della guerra per suscitare quell'acquiescenza alla violenza che si manifesta nell'abbandono di sé e degli altri e che qualcuno chiama vittoria (ricordo che durante la guerra nella ex Jugoslavia c'erano degli studi che parlavano proprio dell'abbandono dei bambini, per disperazione, come tipico fenomeno di guerra).
Beslan, che ha reso visibile un orrore grande e diffuso, dovrebbe aver insegnato molto . ma non credo sia così.
Il comportamento dell'ufficiale dell'IDF che ha crivellato di colpi il corpo di una bambina, probabilmente già ammazzata, dovrebbe essere un segnale (ne ho parlato il 12 ottobre) sui modi della pace militarmente garantita.
Collego a questa considerazione la notizia che ho pubblicato il 30 settembre quando ad Hebron sono stati aggrediti alcuni volontari statunitensi che accompagnavano i bambini a scuola: è davvero casuale che in molti paesi sia chiuso ad un'intera generazione il mondo della conoscenza? Per questa strada il futuro sarà di chi più ammazza e contemporaneamente più conosce. E' un accostamento che mi inorridisce. Augusta
fonte:www.betlemme.splinder.com
(inviato dall'autrice)
Il settimanale dedica la sua copertina alla storia di una "clamorosa truffa ai danni dell'Iraq" ricostruita da Naomi Klein. Stando all'anticipazione dell'Esperesso, la Carlyle ha intrapreso una trattativa con il Kuwait affinché il credito vantato dal Paese del Golfo nei confronti dell'Iraq sia interamente pagato.
Attraverso il consorzio appositamente costituito, Carlyle incasserebbe il 5 per cento della somma dovuta al Kuwait, insieme ad altri due miliardi di dollari da investire nei prossimi 12-15 anni.
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Ancora sangue a Gaza (Emblema) |
In edicola il vhs di "Afganistan: effetti collaterali?"
On line il documentario "L'arcobaleno e il deserto"
7 ottobre 2001: iniziano i bombardamenti sull'Afganistan.
In piena guerra, una breve tregua consente a Gino Strada e al team di
Emergency di raggiungere l'ospedale di Kabul.
"Afganistan. Effetti collaterali?" documenta questo viaggio
tra le
bombe, mostra le corsie dell'ospedale di Emergency occupate dalle
vittime, l'assistenza ai prigionieri, i programmi sociali di aiuto
alle donne.
Un film per ripensare la guerra dal lato di chi la subisce.
Il vhs è in edicola con l'Unità a 6,50 euro, dal 7 ottobre per due
settimane. Tutto l'utile derivante dalle vendite del vhs verra'
devoluto ad Emergency, a sostegno delle attività umanitarie in
favore delle vittime delle guerre.
--------
Continua, grazie alla collaborazione di www.arcoiris.tv , la messa
on-line dei documentari di Emergency. Da questa settimana potete
vedere "l'arcobaleno e il deserto" (Emergency in Iraq).
Per accedervi www.emergency.it (attivita' culturali-documentari).
Se sieti interessati, di questo documentario potete richiederci il
vhs, compilando il form sul nostro sito.
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fonte: carla trappotto - mailto:segreteria.roma@emergency.it gruppo:
Roma
Roma: presentazione del video di Emergency 'Eredi del Silenzio'
Venerdì 15 ottobre, dalle ore 22 presso L?Angolo dell?Avventura,
Lungotevere Testaccio 10, presentazione del video di Emergency
"Eredi
del Silenzio" di A. Di Peppo e G. Morozzi. Il documentario
realizzato
quest?anno in Cambogia, testimonia l?impegno di Emergency in favore
della popolazione locale e documenta la situazione attuale nel paese.
La proiezione sara? seguita dall?intervento di Sonia Riccelli, desk
officer del programma Cambogia. Presente banchetto informativo e
gadgets e per il tesseramento "amici di Emergency.
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fonte: claudia rivalta - mailto:claudiar@emergency.it gruppo: Sede
Emergency a Milano: Presentazione del gruppo Emergency di zona 2 e
Feste di via
Martedi' 12/10 alle ore 21 presso la Villa Pallavicini, via Meucci
3 -
MM2 Crescenzago - ci sara' la presentazione del gruppo di zona 2.
Interverra' Teresa Sarti , presidente dell'associazione , oltre
che i
volontari Emergency Milano di zona 2. Proiezione del filmato
"L'
Arcobaleno ed il deserto" sulle attivita'
dell'associazione in Iraq.
Per ulteriori informazioni: emergency_mi2@yahoo.it
Sabato 16/10 la Libreria dei ragazzi di via Tadino 53 ospitera' i
volontari Emergency Milano del gruppo di zona 3 ,con un banchetto
informativo e di raccolta fondi, dalle ore 16 alle 18, in occasione
della lettura di Bianca Pizzorno del suo libro "Giulia Bau e i
gatti
perlosi". Per ulteriori informazioni: www.lalibreriadei
ragazzi.it; in
merito alla presenza di Emergency, emergency_mi3@yahoo.it
Infine, domenica 17/10 i volontari Emergency di alcuni gruppi di zona
parteciperanno, con un banchetto informativo e di raccolta fondi, alle
seguenti feste di quartiere:
- Festa di Baggio, dalle ore 9 alle 19; per ulteriori informazioni:
emergency_mi6e7@yahoo.it
- Festa di via Mac Mahon, dalle ore 9.30 alle 18.30; per ulteriori
informazioni: emergency_mi8@yahoo.it
-----------------------------------------------------
fonte: serra margherita - mailto:margheritaserra@tiscali.it gruppo:
alghero
Alghero: Pizzata a favore di Emergency
il gruppo territoriale Emergency di Alghero organizza una
"pizzata"
lunedi 11 ottobre alle ore 21.00 al Poco Loco di Alghero. Il costo
della cena(pizza + bibita) è di 15 euro di cui 7 saranno devoluti a
Emergency. per prenotazioni e informazioni telefonare al
347.9151986(margherita) e al 079.977005(Patrizia)
-----------------------------------------------------
fonte: Marco Carnazzo - mailto:emergencybologna@virgilio.it gruppo:
Bologna
ITC Teatro di San Lazzaro (BO) per Emergency
Presso l'ITC Teatro di San Lazzaro, Via Rimembranze, 26 - San
Lazzaro
di Savena (BO) ogni giovedi' di ottobre, alle ore 21, si
svolgera' la
rassegna "La parola immaginata".
Il costo del biglietto e' di 3 euro e l'incasso sara'
devoluto
interamente ad Emergency.
Gli spettacoli sono i seguenti:
- Giovedi' 14 ottobre
"Il dolore perfetto" di Ugo Riccarelli
- Giovedi' 21 ottobre
"Senza perdere la tenerezza" di Paco Ignacio Taibo II
- Giovedi' 28 ottobre
"Mio padre" di Eliette Abecassis
Emergency sara' presente anche con un punto informativo e di
raccolta fondi.
Inoltre da Ottobre la sede del Gruppo Emergency Bologna riapre: la
sede e' in Via Pirandello n. 6 (c/o Circolo ARCI "La
Fattoria") ed e'
aperta ogni mercoledi' (dalle 18 alle 20) e ogni sabato (dalle 16
alle
19)
-----------------------------------------------------
fonte: Roberto Benvenuti - mailto:rbenvenuti@firenze.cna.it gruppo:
Firenze
Iniziative ottobre a Firenze e dintorni
Saremo presenti con un banchetto informativo e raccolta fondi:
giovedi' 14/10 - dalle ore 8,00 alle 24,00 -Fierone di Scandicci
venerdi' 15/10 - ore 20,30 - Palazzetto dello sport - Campo di
Marte (Fi) - Concerto di Francesco Guccini.
Lunedi' 18/10 - ore 20,30 - ristorante "i 3 pini" -
pozzolatico (FI) - Cena per Emergency
Lunedi' 18/10 - ore 20,30 - Saschall (FI) - Concerto di Fiorella
Mannoia
Venerdi' 22/10 - ore 21,00 - - Limonaia di Villa Strozzi - Campi
Bisenzio (FI) - Spettacolo teatrale a favore di Emergency
Venerdi'/Sabato 22/10-23/10 - ore 20,30 - Saschall (FI) - Concerto
della Bandabardo'
Per ulteriori informazioni consulta il sitto www.emergency.firenze.it o
invia una mail a info@emergency.firenze.it
-----------------------------------------------------
fonte: Fabrizio Jelmoni - mailto:fabrizio350@supereva.it gruppo:
Perugia
'La guerra com'è', 'Prima le donne e i Bambini' a
Perugia
le mostre fotografiche, organizzate da Emergency saranno esposte da
domenica 10 ottobre a domenica 24 ottobre in piazza Matteotti, 23
(accanto al Tribunale) a Perugia sarà presente banchetto gadget e
info. Orario:16.00-20.00 sabato e domenica 10.00-13.00
-----------------------------------------------------
Allistante 1.0 - Sistema di Informazione
http://www.allistante.it
Roberto Bàrbera - http://www1.emergency.it/pr/storia.php?id=168 09/10 storie e reportage, MONDO: Le bombe a grappolo sono una nuova emergenza mondiale. La ‘Campagna italiana contro le Mine’ lancia la mobilitazione
9 ottobre 2004 - “Le cluster bomb sono a tutti gli effetti armi di distruzione di massa. Si tratta di ordigni inumani, se mai qualcosa di umano può esserci in una guerra”. Nicoletta Dentico, presidente della Campagna italiana contro le Mine, non usa mezzi termini e continua: “Questi strumenti di morte sono la modernizzazione delle vecchie mine antipersona. Dopo la messa al bando degli antichi sistemi e col cambiamento delle strategie militari, adesso abbiamo i nuovi ritrovati. Se era possibile disinnescare le mine proibite, con quelle di oggi la bonifica è molto più difficile”.
Dopo il Trattato di Ottawa, del 1997 e la conseguente messa al bando delle mine, le munizioni cluster sono una nuova emergenza umanitaria per tutto il mondo.
Il terribile marchingegno di morte è composto da un contenitore che trasporta da 200 a 250 piccoli ordigni. Può esser sganciato da arerei tattici, bombardieri d’alta quota, sparato da cannoni o da sistemi di lancio multiplo. Poco prima di raggiungere l’obiettivo il dispenser si apre e le cluster, appese a piccoli paracadute, colpiscono il terreno.
Per comprenderne bene la capacità distruttiva bisogna pensare che un bombardiere può trasportare fino a trenta contenitori e quindi colpire anche 7500 volte un territorio nello stesso momento. L’area di attività delle cluster impegna, per ogni dispenser, un perimetro ovale di 1500-2000 metri per 500-700. Il pericolo, tuttavia, non si esaurisce al momento dell’impatto. Non tutte le piccole bombe esplodono.
Sebbene alcuni esperti militari e le case produttrici indichino il margine di inefficienza in un 5 per cento, gli artificieri hanno trovato dal 10 al 40 per cento di ordigni inesplosi. Simili a lattine di birra, dai colori sgargianti, attraggono i bambini, sembrando giocattoli. Basta toccarle perché scoppino, provocando ferite, mutilazioni spaventose e la morte.
Rae McGrath è un inglese della Landmine Action e uno dei maggiori esperti al mondo di cluster bomb. Racconta: “Il 31 marzo dello scorso anno gli aerei degli Stati Uniti hanno bombardato al-Hilla, nell’Iraq centrale. In quell’occasione sono morti 33 civili e 109 sono stati feriti. Non si è trattato di un episodio isolato. Già in Afghanistan nel 2001 e 2002 e in Jugoslavia nel 1999 si erano verificati fatti simili. Le bombe a grappolo lanciate su centri abitati hanno effetti ancor più devastanti di quelli prodotti in battaglia. Poichè questi oggetti hanno bisogno di un terreno liscio, duro e compatto per funzionare al meglio, quando cadono su una città rimbalzano sui tetti, entrano dalle finestre nelle case e in gran parte non esplodono, con conseguenze non difficili da immaginare, anche dopo la fine dei combattimenti”.
Una pubblicazione dell’esercito americano, Field Artillery, in un articolo sostiene: “Le piccole bombe inesplose sono un problema per la popolazione innocente, per le stesse nostre forze leggere, per la fanteria e per chi cammina dopo il bombardamento di un’area urbana.
Nicoletta Dentico, appassionata e piena di indignazione aggiunge: “Le leggi internazionali definiscono criteri chiari per ridurre al massimo i danni per le popolazioniinermi. Gli obiettivi permessi sono solo quelli militari, l’uso di armi indiscriminate è proibito. Dove sono finite le regole? Noi non sappiamo quasi più nulla dei conflitti in corso e la distruzione va avanti anche dopo la fine delle ostilità. I terreni inquinati da ordigni inesplosi continuano ad essere mortali per anni. Oggi la guerra è diventato uno strumento della politica, non è più, come sosteneva Jean Baudrillarde, un prolungamento dell'assenza di politica. Se il diritto è violato non vuol dire che è morto. Sappiamo delle menzogne del governo americano sull’Iraq solo perché questioni di politica interna, le elezioni presidenziali di novembre, hanno almeno in parte svelato la verità. Dopo Ottawa, le cluster rilanciano il discorso sulle violazioni del diritto anche in condizioni di guerra. Spetta alla società civile di tutto il mondo far emergere la tragedia e imporre soluzioni”.
Human Rights Watch, nel marzo 2003, ha segnalato la presenza in Italia di bombe a grappolo. Secondo la Campagna italiana contro le Mine “il nostro Paese sarebbe però solo uno dei tanti che stoccano questo tipo di munizioni. E’ anche uno dei 33, tra i quali 11 membri dell’Unione Europea, produttori di cluster. L’Italia ha avuto nel 1999 un ‘assaggio’ degli effetti di questi ordigni quando aerei NATO di ritorno alla base di Aviano dopo le missioni in Serbia e Kossovo hanno rilasciato nell’Adriatico, in manovre di emergenza, 235 bombe (comprese alcune bombe a grappolo contenenti a loro volta centinaia di submunizioni). In conseguenza di questo, si sono verificati alcuni incidenti tra cui il ferimento di quattro membri dell’equipaggio di un peschereccio”.
La Dentico conclude: “Con nuove iniziative nazionali e internazionali vogliamo proibire, una volta per tutte, i sistemi d’arma indiscriminati. Adesso, tuttavia, comincia la lunga strada per mettere al bando le cluster bomb”.

Fallujah, 8 ottobre 2004
Il comando Usa ha confermato il raid aereo di questa notte su un edificio della città sunnita di Fallujah, a ovest di Baghdad, in cui sono rimaste uccise 10 persone e altre 17 sono rimaste ferite.
L'esercito americano ha aggiunto di aver colpito un edificio in cui era in corso un vertice dei dirigenti del movimento Tawhid al Jihad (Monoteismo e Jihad), del terrorista giordano Abu Musab al Zarqawi, secondo le informazioni ricevute da "fonti d'intelligence credibili".
Un medico della città, Adil Khamis, ha detto che tra le vittime ci sarebbe "anche uno sposo alla sua prima notte di nozze". Khamis ha aggiunto che tra feriti ci sarebbe la sposa e alcune sue parenti.
Nel comunicato del comando Usa si precisa che raid aerei come quello di questa notte hanno inferto un "colpo significativo" al movimento di Zarqawi, uccidendone diverse figure chiave tra cui il capo luogotenente Mohammed al Lubnani e il consigliere spirituale Abu Anas al Shami.
fonte: rai.it
Car* amic*, vi inviamo l'intervento di oggi di Fabio Alberti che in parte risponde anche alle domande e ai dubbi che ci sono stati posti.
Da domani troverete sul sito www.unponteper.it un elenco dettagliato di risposte ai molti quesiti che sono stati sollevati in questi giorni (quelli a cui possiamo e riteniamo di rispondere)
Fraterni saluti
Ass. Un ponte per...
INTERVENTO DI FABIO ALBERTI, PRESIDENTE DI UN PONTE PER… AL CONGRESSO NAZIONALE DELL’ARCI
ROMA, VENERDI 8 OTTOBRE 2004
Cari amici, Care amiche,
Grazie.
Grazie per esserci stati vicino, davvero molto vicino, nei giorni terribili che abbiamo appena trascorso. Grazie per la mobilitazione, per le fiaccolate, per gli appelli, per le telefonate, per gli sms per le e-mail. Grazie per aver compreso senza discutere alcune cautele che abbiamo chiesto al movimento. Davvero, insieme al meraviglioso mondo delle bandiere arcobaleno ci avete permesso di sostenere il peso della responsabilità che ci è piovuto addosso il 7 di settembre. Avete contribuito, in modo determinante, a far si che tutti, in Italia facessero il loro dovere.
Grazie per l’onore che ci fate ad intervenire a questo vostro congresso. Al congresso dell’Arci, una associazione che Tom, il lampadiere, insieme a tutti voi, ci ha fatto considerare anche nostra, insostituibile per il ruolo di perno che ha svolto nel movimento dei movimenti, essenziale per favorire l’affermarsi, in Italia, della autonomia politica della società civile. Tom è stato maestro di tanti e se lo permettete, un po’ anche nostro.
All’Arci tutta e a Paolo, suo nuovo presidente, che ne raccoglie il cammino, vanno i nostri più calorosi auguri. Continuate ad esserci vicino, ne abbiamo bisogno.
Abbiamo descritto la storia del rapimento e della liberazione di Raad, Manhaz, Simona e Simona come una metafora della guerra e della pace.
Lo abbiamo fatto innanzi tutto per non rischiare di guardare il dito invece che la luna. Per non perdere di vista il contesto. Il contesto non giustifica, ma spiega. Il contesto è un contesto di guerra, in cui atti di barbarie, ed il rapimento è un atto di barbarie, diventano normali. Per quanto dolore provassimo per i nostri cari non abbiamo mai scordato - e abbiamo chiesto di non scordare mai - che loro erano solo quattro di molti milioni di ostaggi. Ostaggi sono gli altri occidentali e gli iracheni rapiti, ostaggi sono le persone incarcerate da mesi senza accuse specifiche, ostaggi sono i bambini che non possono andare a scuola, ostaggi sono i giovani che non possono arruolarsi nella polizia, ostaggi sono i civili nelle città assediate e bombardate dall’alto. Oggi un raid aereo su Falluja ha colpito una festa di nozze. 11 morti e 17 feriti. Ostaggio è l’intera popolazione irachena. Oggi Kennet Bigley è stato barbaramente trucidato. Nella situazione irachena non abbiamo il monopolio del dolore. E le immagini di decapitazioni si alternano nella nostra mente a quelle di Abu Ghraib. Barbarie contro barbarie.
Abbiamo letto decine di ricostruzioni sui motivi del rapimento e della liberazione. A noi sembra invece una storia semplice.
Raad, Mahnaz, Simona e Simona sono stati rapiti perché c’è la guerra e perché vi sono gruppi che considerano tutti gli occidentali, e tutti gli italiani in particolare, parte dell’occupazione del paese. Potrebbero esserci state cause scatenanti, ne abbiamo lette sui giornali alcune decisamente fantasiose. Potremmo fornirvi decine di altre ipotesi. Cercheremo anche noi di comprendere meglio, ma non cambierebbe il giudizio di fondo.
Raad, Mahnaz, Simona e Simona sono stati liberati perché la condanna del rapimento, la richiesta di rilascio e la pressione politica sul gruppo di rapitori è stata fortissima e generalizzata. Il gruppo che ha operato il sequestro è un gruppo politico religioso armato iracheno. Terroristi? Resistenti? Non sappiamo. Quello che sappiamo è che è stato sensibile alle pressione politiche del mondo arabo-islamico.
Per questo abbiamo ringraziato innanzi tutto il mondo arabo e islamico attirandoci le ire di chi confondendo la parte per il tutto considera l’attuale guerra una battaglia di civiltà. Il mondo arabo islamico è stato il principale protagonista della liberazione, che piaccia o no. Poi ci sono stati molti altri attori. Tutti, veramente tutti, e ne abbiamo dato atto, in Italia, hanno fatto la loro parte.
Certo potevamo essere in mano di qualche oscuro disegno politico o di una banda di criminali, sarebbe andata diversamente, ma così non è stato.
Questa è la verità semplice che conosciamo, il resto sono dettagli che ci interessa approfondire, e lo faremo, ma che se messi in primo piano ci fanno perdere lucidità e visione realistica della situazione.
Per questo la liberazione di Raad, Manhaz, Simona e Simona è una metafora della pace possibile.
Essa è stata ottenuta con il concorso di tanti utilizzando il metodo del dialogo e della collaborazione. E’ stata evitata ogni azione che potesse nuocere agli ostaggi, per una volta la vita è stata messa al primo posto. E’ stato cercato un rapporto negoziale. Si è cercata la collaborazione degli iracheni. Gruppi di resistenza compresi.
E’ stato detto, con scandalo, che vogliamo sostenere la resistenza. Certo sosteniamo la resistenza pacifica e nonviolenta all’occupazione, ma riconosciamo anche l'esistenza e la legittimità di una resistenza armata.
Riconoscere la esistenza e la legittimità di forme di resistenza anche armata all’occupazione è una necessità politica. Senza questo passo non sarà possibile né avviare quel processo politico unitario interno alla società irachena che può portare alla pace, né isolare il terrorismo. Ha fatto bene ad esempio la Francia a chiedere che rappresentanze della resistenza armata siano invitate alla conferenza internazionale. Senza questo passo le elezioni previste in gennaio preluderanno alla guerra civile.
Ma riconoscere l'esistenza e la legittimità della resistenza armata non significa né condividerne i mezzi - gli attacchi ai civili sono crimini di guerra sia che vengano fatti dai bombardieri che dalle autobomba - né condividerne la scelta politica. La volontà di recupero della pace e della sovranità è talmente forte e diffusa in Iraq, in tutte le comunità, che è possibile e desiderabile una via pacifica, fatta di mobilitazione di massa e di disubbidienza civile. L'azione nonviolenta con cui si è messo fine all’assedio della moschea di Ali a Najaf e si è negoziato un accordo tra l’esercito di Al Mahdi e il Governo Transitorio crediamo lo dimostri.
Ma c’è un’altra parte dell’Iraq a cui va dato riconoscimento di legittimità e rappresentatività.
E’ la società civile, è quella parte di società che non si fida del Governo Transitorio perché nominato dagli occupanti e non vuole imbracciare le armi perché questo prelude a nuovi intollerabili lutti per la popolazione. E’ probabilmente la parte maggioritaria della popolazione che chiede pace e sovranità. E’ compito nostro sostenere questa che crediamo sia la risorsa più importante per il futuro dell’Iraq e che oggi è schiacciata, quasi annichilita, dal fragore delle armi.
Ci si scandalizza anche per la richiesta di ritiro delle truppe, quando è chiaro a tutti che la presenza militare è oggi una parte del problema e non la soluzione. In termini semplici: dopo Abu Grahib, dopo l’assedio e il bombardamento delle città, l’esercito degli Stati Uniti e i loro alleati non sono credibili per nessuno in Iraq come portatori di pace e democrazia, se mai lo sono stati. Non c’è nulla da fare, anche se lo volessero non potrebbero. Certo ritirare le truppe non basta, lo abbiamo detto fino alla noia, occorre favorire e sostenere un processo politico unitario all’interno del paese, occorrono investimenti consistenti per la ripresa dell’economia e la ricostruzione, occorre il concorso di tutti i paesi dell’area, ma se non si comincia a ritirare gli eserciti non si potrà far nulla di tutto questo e si condannerà la popolazione ad un futuro di violenza.
E queste cose forse non bastano nemmeno.
La pace in Iraq, come in Palestina, come in Medio Oriente necessita di nuove idee.
Pensiamo che per scongiurare quello che chiamano lo scontro di civiltà e conquistare la pace in Medio Oriente, per noi e per loro, ci sia bisogno di una nuova capacità di analisi e di un nuovo ambizioso progetto politico culturale a cavallo tra l’Europa e il mondo arabo.
Il fondamentalismo si è sviluppato, anche con il sostegno iniziale dei paesi occidentali, sulla crisi o la sconfitta delle forze laiche che hanno guidato il processo di decolonizzazione e come reazione a governi dispotici e corrotti, filo-occidentali o meno, in gran parte dei paesi dell’area.
Per battere il terrorismo, ancora oggi c’è stato un terribile attentato in Egitto, occorre che emerga una alternativa democratica, indipendente e credibile al fondamentalismo e ai governi cosiddetti arabi moderati. E perché sia credibile occorre che questa alternativa abbia basi solide non solo nel mondo arabo, ma nella società civile mondiale e in Europa.
Un progetto politico culturale per la pace in medio oriente è un progetto che deve legare la parte migliore della società europea con la parte migliore della società araba e mondiale. Noi possiamo e dobbiamo contribuire a realizzarlo lavorando all’incontro e allo sviluppo di strategie comuni delle società civili europee e mediorientali.
Ma sono necessarie alcune condizioni politiche. Una è la rinuncia definitiva al controllo del prezzo dell’energia, l’altra è la rinuncia all’idea di universalismo dello stile di vita e dei modelli istituzionali occidentali.
Crediamo che il movimento se è per la pace e non solo contro la guerra ha molto da lavorare in questo senso e ne ha la possibilità. Abbiamo vissuto in questi ultimi anni una esperienza unica di lavoro comune ove contenuti, unità ed autonomia ci hanno permesso di affermare la società civile come attore politico in Italia. Le nostre idee hanno fatto molta strada dentro la società italiana dobbiamo continuare così.
Ritorneremo in pazza tutti insieme il 30 ottobre, contro lo scontro di civiltà, contro il razzismo, per la pace, i diritti di tutti, per una nuova politica estera. Sarà una nuova occasione per dire che continuiamo a esserci e a essere una speranza per il futuro.
Se permettete vorrei infine utilizzare questa occasione anche per togliermi qualche sassolino dalla scarpa. In questi giorni, come sapete, è in corso una campagna di denigrazione della nostra associazione e delle nostre operatrici. Pensiamo che questo riguardi tutto il movimento per la pace. Non parlo di Libero, la mazzetta di giornali è già nella mani degli avvocati. Parlo di un’opera più sottile tesa a mettere in dubbio le basi morali di chi fa solidarietà.
No. Gli operatori di Un ponte per all’estero non guadagnano 7/8000 euro come qualche giornale ha scritto. Gli operatori di Un ponte per all’estero guadagnano 1200 euro, in Iraq hanno una indennità aggiuntiva di disagio di 300 euro e si pagano il pranzo.
No. Un ponte per non ha finanziamenti occulti. Il nostro bilancio è formato per un terzo dal vostro sostegno, dalle sottoscrizioni di privati, per un terzo da contributi di enti locali italiani e per un terzo da contributi delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Il nostro bilancio è certificato a disposizione di tutti.
No. Non abbandoneremo l’Iraq. In questa vicenda abbiamo contratto un debito di riconoscenza verso la popolazione irachena. Ma non manderemo nemmeno gente allo sbaraglio a rischiare la vita in una situazione ove la percezione del confine tra umanitario e militare è stata ormai cancellata. Non abbiamo mai amato gli eroi.
La situazione ci obbliga a ripensare le modalità del nostro lavoro. Ne stiamo discutendo, e vorremo che questa discussione, che riguarda tutti, la facessimo insieme. Sappiamo che abbiamo una responsabilità in questo senso nei confronti di tutto il movimento.
Sì. Per l’ufficio di Un ponte per a Baghdad sono passati tutti, è passato Baldoni, come Gareeb e la Castellani. Dall’Ufficio di Un ponte per a Baghdad sono passati l’Ics, Intersos, Terres des Homme, la Cgil, Beati costruttori di pace, Pax Christi, la Fiom, la Uisp e molte altre organizzazioni E’ passata la delegazione di parlamentari contro la guerra. Nei 12 anni di nostra attività in Iraq sono passati sul Ponte artisti, atleti, professori universitari, giornalisti, parlamentari, assessori comunali, pacifisti nonviolenti, militanti antimperialisti, turisti, archeologi.
Sono passati nei due sensi, dall’Italia all’Iraq, dall’Iraq all’Italia.
Molti di questi hanno stretto legami di conoscenza che hanno poi avuto uno sviluppo autonomo. Ne siamo felici. E’ questa la mission principale della nostra associazione che padre Balducci ha voluto definire “un ponte sul baratro scavato dalla guerra”.
Siamo stati e vogliamo continuare ad essere strumento di incontro. Non incontro tra culture o tra civiltà, non abbiamo questa ambizione, semplicemente incontro tra persone di culture diverse, convinti che il conoscersi è il solo vero antidoto al razzismo e alla guerra.
Vogliamo continuare a farlo. Nei prossimi mesi non potendo più portare gente in Iraq, insieme a voi dell’Arci e ad altre associazioni faremo il contrario: porteremo gli iracheni in Italia. Esponenti della società civile, delle associazioni femminili, dei diritti umani, degli studenti, dei disabili, dei sindacati, personalità religiose attraverseranno questo ponte per incontrare la società civile italiana. Teniamo molto a questo progetto lo consideriamo parte di quel progetto politico-culturale per la pace in medio oriente di cui riteniamo ci sia assoluto bisogno.
Vorrei finire con una citazione. Alle volte litighiamo tra di noi perché abbiamo una visione diversa delle cose. Alcuni vedono il bicchiere mezzo pieno, altri mezzo vuoto. Ebbene qualcuno ci ha detto che “il problema non è come vediamo il bicchiere, il problema è riempirlo”.
La frase è di Raad Abdul Aziz, operatore di pace rapito a Baghdad il 7 settembre 2004 e liberato il 28 settembre.
Questa è anche la nostra e crediamo la vostra filosofia.
Grazie e ancora auguri
fonte: Un ponte per::
L'Unione Sovietica, gli Stati Uniti e la teoria della sinergia delle contraddizioni sincronizzate
Gli imperi vengono, gli imperi vanno. Nessun impero dura per sempre. Un impero è un insieme articolato di conquiste militari, dominio politico, sfruttamento economico e penetrazione culturale. Per una corretta definizione di cosa si intenda per impero non ci si può dunque ridurre alla sola dimensione economica. La conferma indiretta di questa teoria viene da un famoso pianificatore del Pentagono [Ralph Peters, colonnello dell'esercito americano durante gli anni ottanta e novanta, NdR], il quale ha affermato che il fine dell'esercito degli Stati Uniti sia quello di rendere il mondo sicuro per favorire, oltre all'interesse commerciale, l'offensiva culturale americana, prima di aggiungere con grande lungimiranza: "Toward this end there will be a fair amount of killing" ("Per questo scopo avremo un numero non trascurabile di morti").
A tal proposito è bene ricordare che, in seguito a settanta interventi militari a partire dal secondo dopoguerra, gli Stati Uniti si sono resi colpevoli della morte di un numero di persone compreso tra dodici e sedici milioni. L'ultimo di questi interventi, risalente a poche settimane fa, porta il nome di Haiti, il penultimo quello dell'Iraq. Nel 1980 ho sviluppato una teoria sulla fine dell'impero dell'Urss che aveva come fondamento la "sinergia delle contraddizioni sincronizzate" e che prevedeva il crollo sovietico entro dieci anni, preceduto dalla caduta del muro di Berlino. Un impero fortemente militarizzato, che imponga uno strettissimo controllo sociale, è in grado di impedire che una contraddizione generi una condizione di crisi irreversibile, ma quando le contraddizioni aumentano e si crea una correlazione tra di esse, l'unica soluzione è rappresentata da un cambio dell'intero sistema.
Nell'ex-Unione Sovietica erano presenti sei contraddizioni sincronizzate, tra l'Unione Sovietica stessa e gli Stati satellite, tra la nazione russa e le altre nazioni dell'impero, tra aree urbane e rurali, tra borghesia socialista e classe operaia socialista, tra liquidità e mancanza cronica di beni di consumo, tra miti e realtà. Due mesi prima rispetto alla mia previsione, nel novembre del 1989, è stato abbattuto il muro di Berlino, subito dopo si è smembrato l'impero sovietico. Ebbene, al momento gli Stati Uniti hanno ben quindici contraddizioni, che non elencherò in questa sede, ma che potete trovare sul sito di Transcend, l'organizzazione internazionale per la risoluzione dei conflitti di cui sono direttore.
Cinque anni fa, nel 1999, ho azzardato che l'impero americano sarebbe crollato entro venticinque anni. Da quando è stato eletto Bush, ho ridotto di cinque anni questa previsione: nelle teorie sistemiche si direbbe che siamo di fronte a un acceleratore di sistema! A differenza di Bill Clinton, persona brillante che non ha creduto nel ruolo imperiale statunitense e per questo si è occupato di altro alla Casa Bianca, anche di attività non proprio virtuose, trovo che Bush sia profondamente arrogante e ignorante. Meglio ancora, credo che egli sia stupido, esattamente come uno studente di un college che non riesce ad andare oltre una misera c nelle sue votazioni. Naturalmente sto sperando nella sua rielezione! Dietro questa battuta si celano una reale preoccupazione e una piccola provocazione nei confronti di John Kerry, che considero più come una sorta di Bush-light, che come un'alternativa affidabile in grado di segnare una svolta decisiva nei confronti della politica imperialista di Washington.
A questo punto proviamo a intraprendere un rapido giro del mondo per identificare i possibili scenari del cambiamento geopolitico dovuti alla scomparsa dell'attuale forma di dominio imperiale americano, iniziando proprio dagli Stati Uniti.
Golpe fascista o processo di verità e riconciliazione negli Stati Uniti?
Quando, come abbiamo detto, tra quindici o venti anni un presidente americano illuminato si renderà conto dell'inevitabilità, per gli Stati Uniti, di ritirare le truppe di occupazione, di ridurre drasticamente il numero delle basi militari dislocate ai quattro angoli del mondo, di partecipare alle relazioni internazionali come un paese uguale a tutti gli altri e non più sovraordinato a essi, quando insomma si appresterà a modificare radicalmente la politica estera americana, allora prevedo la minaccia incombente di un golpe di stampo fascista e reazionario. Lo scopo di questo colpo di stato, che ricalcherebbe quello sfiorato negli anni 1932-33 durante la presidenza di Roosevelt, sarebbe di riaffermare il dominio imperiale della nazione americana, naturalmente sotto il mandato di Dio come popolo eletto. Ciò che dobbiamo fare fin da ora, dunque, è insegnare al popolo americano i valori dell'uguaglianza, far capire loro che non esistono popoli scelti, che apparteniamo tutti allo stesso pianeta, che solo lavorando insieme possiamo migliorare le cose e che il luogo deputato per un'azione politica comune e condivisa si chiama Onu, a patto che il funzionamento di quest'ultimo non dipenda esclusivamente dal ruolo di un consiglio di sicurezza dotato di poteri esclusivi ed egemonizzato da un'unica superpotenza.
Quando mi reco negli Stati Uniti per tenere conferenze o seminari e faccio circolare la lista dei settanta interventi militari americani cui prima accennavo, mi accorgo che c'è un'ignoranza diffusa su questi temi. Un professore universitario americano mi ha raccontato che nel 1991 aveva chiesto in un test ai propri studenti di indicare tra quali nazioni fosse stata combattuta la guerra del Vietnam. La risposta più frequente era stata tra Corea del Nord e Corea del Sud! Uno studente aveva addirittura sbagliato a scrivere correttamente il nome dei due paesi! Da questo esempio si capiscono molte cose, si capisce ad esempio perché gli americani non abbiano compreso affatto l'11 settembre. Essi non colgono il nesso strettissimo tra economia e guerre. A questo proposito vorrei far notare che uno studioso italiano molto famoso ha scritto un testo, "Impero", senza analizzare gli interventi militari americani. Naturalmente questo libro, che personalmente non ho apprezzato affatto, è stato entusiasticamente pubblicato negli Stati Uniti dalla Harvard University Press!
Sono convinto che in America ci sia bisogno di un processo pubblico di verità e riconciliazione e che sia assolutamente realistico attendersi questo esito. È importante ricordare che l'emancipazione dei cittadini tedeschi dall'eredità del passato nazista è avvenuta proprio in seguito a un percorso analogo, che essi hanno compiuto non soltanto grazie all'ammissione delle proprie colpe, alla ricompensa economica nei confronti di chi è stato vittima del regime hitleriano, alla confessione totale dei propri crimini, ma anche grazie alla pubblicazione di testi scolastici e alla diffusione di un tipo di narrativa in cui la parola Auschwitz ricorre molto spesso. In questo modo le generazioni che si sono succedute dal dopoguerra hanno avuto la possibilità di capire e di imparare: oggi la Germania è uno Stato democratico e per molti aspetti illuminato. Il nostro compito, oggi, è quello di sostenere con forza le ragioni del dialogo e del confronto culturale in modo tale che anche i nostri amici americani possano svelare la verità che finora è rimasta loro nascosta. Tornando al nostro breve viaggio intorno al mondo, una scossa positiva negli Stati Uniti senza dubbio favorirebbe il processo di liberazione che sta avvenendo in America Latina, processo che vedo destinato alla futura costituzione degli Stati Uniti dell'America Latina: proprio come per gli Stati Uniti, ma senza la bomba atomica!
Spostiamoci ora in Europa occidentale, dove la situazione è particolarmente delicata.
L'effetto euro e il peso genetico del passato coloniale europeo
Gli europei non immaginano quale minaccia rappresenti per gli Stati Uniti il percorso di cementificazione dell'Unione Europea. Essi, preoccupati piuttosto dell'impatto dell'euro sulle rispettive economie nazionali, non conoscono il pericolo dell'introduzione di una moneta continentale sempre più forte e accreditata per gli scambi internazionali rispetto a un dollaro svalutato e soggetto a tendenze inflazionistiche. In America c'è il forte timore che l'euro venga utilizzato come moneta di scambio commerciale, che in euro, ad esempio, venga pagato il petrolio. Saddam Hussein, non a caso, è stato il primo capo di stato a concretizzare le paure americane: un'analisi esauriente della guerra irachena non può prescindere da una chiave di lettura che tenga conto delle relazioni geopolitiche ed economiche tra blocchi continentali.
Per quanto riguarda il futuro europeo, dobbiamo prestare molta attenzione al fatto che ben undici nazioni dell'Unione abbiano avuto un passato coloniale. L'Italia, ad esempio, è stato tra i primi paesi a utilizzare il terrorismo di stato per fini imperialistici. Quando, nel 1911, sono avvenuti bombardamenti e massacri di civili nel deserto libico, l'esercito italiano ha rivendicato il buon esito dell'operazione, sostenendo di aver prodotto un effetto morale molto positivo. Forse anche per l'Italia, almeno nel caso della vicenda libica, c'è bisogno di un processo di verità e riconciliazione. Tenere presente il peso genetico del passato coloniale europeo, allora, è di fondamentale importanza per impedire che si affermi in Europa una linea politica centrata sulla volontà di istituire un contrappeso, o meglio un'alternativa imperialista nei confronti degli Stati Uniti.
L'Europa, invece, deve restare sotto l'ombrello di un Onu riformato. L'entrata a breve termine della Turchia nell'Unione, inoltre, è un fatto molto positivo che può colmare il vuoto di relazioni, la distanza politica e culturale, tra l'Islam e l'Occidente, e può rappresentare l'occasione per un ruolo di pace e dialogo da parte di questo continente. Un altro elemento degno di considerazione è la possibilità di intrattenere buone relazioni con una futura e possibile Unione Russa, in cui per la Cecenia si prospetti una collocazione autonoma e federata, simile a quella del Lussemburgo rispetto all'Unione Europea. Quest'ultima dunque, se si delineasse il quadro che ho appena abbozzato, potrebbe risolvere due seri problemi, il rapporto con il mondo musulmano e quello con le regioni cattolico-ortodosse e potrebbe contare su un futuro più sereno e su un ruolo centrale nelle future relazioni internazionali.
Quando terminerà la fase imperiale americana prevedo che si verrà a costituire una comunità dell'Asia orientale tra paesi confuciani e buddisti, comprendente Giappone, Cina, Vietnam e Corea, forte di una popolazione di oltre un miliardo e mezzo di persone e di una economia dai tassi di crescita notevoli, con i cui futuri stati membri l'Unione Europea ha già intessuto buoni rapporti. Andiamo a verificare ora la situazione mediorientale e quella africana.
Un'autostrada, una ferrovia: un modello federativo per Africa e Medio oriente
L'idea di Abramo di indicare una terra promessa per un popolo eletto è interessante, ma, come dicono gli arabi, nessuno ha firmato questo patto, né esiste una registrazione o un rapporto stenografico in merito! Dico questo per sottolineare la presenza di un asse religioso di stampo fondamentalista tra giudaismo e cristianesimo, un'alleanza pericolosa e molto stretta, la cui voce, sostenuta negli Stati Uniti da una lobby di pressione più forte ancora della National Rifle Association, gode di grande ascolto e considerazione a Washington.
Personalmente credo nella legittimità dell'esistenza di uno stato israeliano e di uno palestinese, ma non ritengo che la soluzione dei "due popoli, due stati" sia la migliore. Tra i due paesi c'è una evidente sproporzione di forze a scapito della Palestina, attestata peraltro dalle risoluzioni Onu numero 242 e 338, che priverebbe di qualsiasi fondamento questo progetto. Dovremmo piuttosto pensare a un modello federativo, a creare cioè una comunità di paesi mediorientali, di cui facciano parte uno stato palestinese riconosciuto, Israele, Siria, Libano, Giordania e Egitto e in cui proprio le nazioni arabe, in particolare quella egiziana, possano rappresentare un legittimo contrappeso rispetto a Israele. Dopo mille anni senza traccia alcuna di una sinergia tra le culture mediorientali, questa soluzione permetterebbe, sul modello della Comunità europea del 1958, l'affermazione di un'economia cooperativa e, nel lungo periodo, della libera circolazione delle persone, oltre che degli investimenti, nell'intera regione.
Un primo segnale per dar corpo al progetto federativo potrebbe essere quello di realizzare un'autostrada che attraversi tutta la zona mediorientale, che parta da Damasco e arrivi al Cairo, passando per Tiberiade, Gerusalemme, Tel Aviv, Gerico, Amman e Akaba. Dal punto di vista politico il tracciato da seguire non può però essere quello, tradizionale, delle relazioni diplomatiche tra i governi della regione interessata. Oggi quei governi sono screditati, non godono di rappresentatività e non possono essere considerati interlocutori affidabili.
Ho tenuto moltissimi seminari, conferenze, incontri in Medio Oriente e ho accumulato una lunga esperienza da cui ho tratto un insegnamento e un'indicazione preziosi.
Occorre agire dal basso, coinvolgendo in modo ampio e costante quante più persone e gruppi possibili della società civile mediorientale per prospettare insieme gli scenari di una regione pacificata. Invece di rivolgere lo sguardo al passato, di risvegliare odi e rivalità mai sopiti attribuendo colpe e responsabilità, è necessario elaborare idee costruttive tenendo presente che l'unico collante possibile è la volontà di costruire un futuro comune di pace e cooperazione. Quando ho fatto questo, quando insieme si è discusso su quale futuro si immagina per il Medio Oriente, ho visto occhi lucidi e carichi di speranza. La pace sta nel futuro, non in un dibattito senza uscita sulle colpe del passato. Questo lo sanno soprattutto le giovani generazioni mediorientali, su cui ripongo grandi aspettative.
Il modello federativo che ho proposto per il Medio Oriente vale anche per l'Africa centrale. Qui, dove è molto forte il peso dell'imperialismo europeo, vedo infatti la possibilità della costituzione di una Confederazione Bioceanica, che comprenda Tanzania, Uganda, Ruanda, Burundi, Repubblica democratica del Congo e Congo Brazzaville. Parlo di una confederazione con confini aperti, dall'Oceano Indiano all'Oceano Atlantico, attraversata da una ferrovia, a patto che non venga costruita dagli europei: a essi piuttosto andrebbe cambiata la bussola dal momento che non conoscono la direttrice est-ovest, ma solo quella nord-sud! Per quanto riguarda, inoltre, l'intero continente, dobbiamo sostenere con forza il processo di unità africana, fortemente osteggiato da Europa e Stati Uniti. Noi occidentali non abbiamo alcun diritto di mantenere le divisioni, ma solo il dovere delle scuse, della ricompensa e della verità nei confronti delle popolazioni africane che abbiamo colonizzato e sfruttato.
La Cina, l'India, la Russia, il documento JCS570/2 e la terza guerra mondiale
Spostiamoci ora nella zona più delicata del mondo, quella che comprende Cina, India e Russia. Proprio qui gli Stati Uniti stanno preparando la terza guerra mondiale. Gli strateghi americani della Casa Bianca e del Pentagono seguono una dottrina imperiale che si può sintetizzare in una vecchia formula, risalente al periodo coloniale inglese dei primissimi anni del Novecento: chi domina l'Europa orientale, domina l'Asia centrale; chi domina l'Asia centrale, domina l'isola mondiale (cioè la regione che comprende Europa, Asia e Africa); chi domina l'isola mondiale, domina il mondo.
Questa tesi, evidentemente folle, gode di grande considerazione a Washington. Essa viene riproposta nientemeno che nel più importante e illuminante documento che attesta la linea geopolitica imperialista americana, il documento JCS570/2. Provate a richiederlo presso l'ambasciata o il ministero degli esteri americano, vedrete che faccia faranno! Questo documento rappresenta la risposta all'interrogativo di Roosevelt riguardo a quale linea di politica estera avrebbero dovuto tenere gli Stati Uniti dopo la conclusione della seconda guerra mondiale.
L'esigenza era quella di rendere il mondo sicuro per i commerci americani. A questo scopo furono individuate tre aree geografiche su cui imporre un rigido controllo, l'Europa occidentale, l'Asia orientale e l'America Latina del nord. Il progetto fu concretizzato e formalizzato attraverso la sigla di tre distinti trattati militari, rispettivamente la Nato, l'Ampo e il Tiap. Lo stesso Kerry si è pronunciato a favore del mantenimento di questo sistema di alleanze in modo tale da poter continuare a dominare il mondo con mezzi multilaterali, cioè con l'appoggio degli alleati. Da ciò si capisce il motivo per cui non mi aspetto molto da lui.
Tornando alla regione di Cina, India e Russia appare subito evidente che essa presenta il 40% dell'intera popolazione mondiale e che si situa precisamente nel bel mezzo dell'espansione della Nato, da una parte, e dell'Ampo, dall'altra. Se a questo poi aggiungiamo che gli Stati Uniti stanno prendendo il controllo della regione grazie alla costruzione di numerosi avamposti militari, ad esempio nelle repubbliche islamiche dell'ex-Unione Sovietica, e che i tre paesi in questione prevedibilmente raggiungeranno un accordo per il controllo comune della zona, avremo tutti gli elementi per comprendere la delicatezza della situazione.
Di tutto questo, naturalmente, nessuno sa nulla. I giornalisti invece di promuovere un dibattito, di informare l'opinione pubblica su temi così importanti, preferiscono restare a dormire nel proprio letto, in attesa di essere svegliati dall'esplosione di una bomba e di poter dare così notizia dell'inizio di una nuova guerra. Rimanendo ancora per un momento nell'area asiatica, vorrei accennare al fatto che l'idea di fare dell'Afghanistan e dell'Iraq due stati unitari è un'illusione occidentale. Sul territorio iracheno convivono quattro nazionalità, curda, turcomanna, sunnita e sciita, su quello afgano ben undici. Un modello federale è l'unica alternativa praticabile per questi due paesi.
Una ristrutturazione, un ampliamento, un trasloco: tre riforme per le Nazioni Unite
Da quanto detto finora apparirà chiaro che per prevenire il delinearsi di scenari drammatici legati alla volontà di dominio imperialista, gli Stati Uniti, molto semplicemente, dovrebbero lasciare la gestione del mondo al mondo stesso. Anche se necessita di una profonda riforma, lo strumento per l'auto-governo del mondo si chiama Onu. Penso che una complessiva riarticolazione possa avvenire nell'arco di venti anni e debba fondarsi su tre punti programmatici fondamentali.
Il primo di questi riguarda un ripensamento del ruolo e delle funzioni del Consiglio di sicurezza. Innanzitutto è necessario abolire il diritto di veto, un sistema feudale che non ha nulla da spartire con il mondo moderno e grazie a cui gli Stati Uniti, che lo hanno utilizzato 76 volte, hanno potuto paralizzare il funzionamento dell'intera Organizzazione. Si deve inoltre espandere il numero dei paesi membri del Consiglio di sicurezza a 54, cioè il numero degli stati presenti nel Consiglio economico e sociale, l'organo che dirige con buoni risultati le agenzie speciali. Infine occorre abolire l'articolo 12/A della carta delle Nazioni Unite, che afferma che sui temi di competenza del Consiglio di sicurezza, l'Assemblea generale non ha il diritto di promuovere risoluzioni. Più in generale si può affermare che la presenza di cinque membri permanenti, quattro cristiani e uno confuciano, con diritto di veto all'interno del Consiglio di sicurezza, sia un'assurdità clamorosa agli occhi dei 56 stati musulmani. Noi occidentali potremmo assegnare legittimità e promettere obbedienza a un Consiglio di sicurezza egemonizzato dalla presenza del veto di quattro membri musulmani e uno confuciano? Non credo. Inoltre non vedo come sia possibile che i paesi musulmani rispettino la volontà di un Consiglio che si è reso colpevole della morte di oltre 500mila persone, soprattutto bambini, in seguito all'imposizione delle sanzioni economiche in Iraq. Questo naturalmente non è un argomento a favore di Saddam Hussein, ma solo la constatazione di un fatto drammatico. Per uscire pacificamente dallo stallo e per garantire la piena sovranità irachena credo che si debba affiancare all'Onu, necessario ma non sufficiente, la Conferenza islamica, che conta 56 stati membri e di cui si sente parlare ben poco.
Il secondo punto di riforma riguarda la democratizzazione delle Nazioni Unite. È necessario creare un Parlamento che preveda un rappresentante per ogni milione di cittadini. In questo modo avremmo un Assemblea con 1.250 cinesi, 1.000 indiani, 275 americani, 190 russi, 9 svedesi, forse un pò troppi!, 4 norvegesi e via dicendo. La presenza degli occidentali in un Parlamento siffatto si ridurrebbe al 22%: un buon test per verificare la disposizione ai valori democratici che diciamo di sostenere! La precondizione che sta dietro a questa soluzione prevede che tutti i rappresentanti non siano scelti e designati, bensì vengano eletti in elezioni democratiche, regolari, libere e segrete. Questo elemento fondante consentirebbe, ad esempio, l'avanzamento del processo di democratizzazione in Cina. Se l'intervento militare in Iraq fosse stato discusso in questo Parlamento mondiale, e non al Congresso americano, certamente non sarebbe stato avallato.
Il terzo e ultimo punto di riforma consiste nel trasferimento dell'Onu. Credo che la sede ideale sia Hong Kong, dove si parlano le due lingue più importanti, inglese e cinese, e dove i servizi segreti cinesi sono sicuramente meno dannosi rispetto a quelli americani e inglesi. A me pare che il progetto di riforma che ho appena abbozzato sia pienamente realistico, non è invece realistica la continuazione della politica imperialista americana.
Mr. President, the choice is yours!
Ho da poco scritto il testo per un'inserzione su un'intera pagina del "Washington Post". Rivolgendomi direttamente al presidente Bush ho espresso un'opinione e un giudizio diffusi sugli Stati Uniti e sulla vicenda irachena. Noi tutti amiamo l'immensa forza creativa e la generosità americana e per questo ci aspettiamo una politica forte, generosa e creativa per l'Iraq.
Solo un paese debole non è in grado di cambiare una linea falsa e fallimentare. Desideriamo quindi scuse pubbliche e ufficiali nei confronti del popolo iracheno per aver intrapreso una guerra ingiusta e illegale e ricompense economiche per le vittime del conflitto, il cui costo sia in parte coperto dagli stati che hanno appoggiato l'intervento.
"Mr. President, the choice is yours", Signor Presidente, a lei la scelta! Se Bush, o chi verrà dopo di lui, avrà il coraggio di cambiare radicalmente la rotta della politica estera americana, guadagnerà rapidamente la stima per gli Stati Uniti e il terrorismo rapidamente cesserà, altrimenti con la perdita definitiva della prima avremo la crescita esponenziale del secondo.
Se, da una parte, devo ammettere di non essere ottimista sul tanto auspicato cambio di registro, dall'altra è doveroso sottolineare che la carta del cambiamento non sta esclusivamente nelle mani dei vertici dell'amministrazione politica e militare di Washington, ma anche in quelle dell'intero popolo americano. Su di esso ripongo le mie speranze.
Gli americani hanno l'occasione di liberarsi definitivamente dell'immagine ambigua che gli Stati Uniti hanno agli occhi del mondo, di rendere il loro paese esattamente uguale agli altri 191, di creare e governare insieme a essi un mondo migliore.
Fonte: Lo Straniero n° 52, ottobre 2004 - 7 ottobre 2004
| Su 82 palestinesi uccisi 24 sono bambini |
| TEL AVIV - Ventiquattro bambini palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano a Gaza a partire dal 28 settembre, secondo le stime elaborate da 12 organizzazioni umanitarie che fanno capo alle Nazioni Unite. In un comunicato emesso la scorsa notte, un portavoce delle Nazioni Unite calcola che dall’inizio della Operazione «Giorni di pentimento», lanciata da Israele una settimana fa nel Nord di Gaza per rimuovere la minaccia dei razzi palestinesi contro gli insediamenti israeliani nel Neghev, sono rimasti uccisi 82 palestinesi. Nello stesso lasso di tempo sono rimasti uccisi in quella zona anche cinque israeliani, fra cui due bambini e una donna. Nel comunicato si afferma poi che negli ultimi 14 giorni Israele ha negato al personale delle Nazioni Unite un ingresso sicuro a Gaza. Di conseguenza non è stato possibile all’Unrwa, la agenzia per i profughi palestinesi, distribuire razioni di cibo di emergenza a nord di Gaza. Pur riconoscendo «le legittime preoccupazioni di sicurezza di Israele e in particolare la necessità di fermare gli attacchi palestinesi con razzi e mortai contro aree civili», al tempo stesso le Nazioni Unite chiedono che ai propri dipendenti sia garantita la necessaria libertà di movimento. 6/10/2004 |
fonte: http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/
Nuovi imbarazzi per Bush
Un rapporto riferisce che non ci sono prove che Saddam avesse armi di distruzione di massa. Un documento della Cia nega le relazioni tra Saddam e Al-Qaeda
di Diario
L'ispettore Charles A. Duelfer ha testimoniato di fronte alla commissione per i servizi armati del Senato americano, Senate Armed Services Committee, che nell'Iraq di Saddam Hussein non c'erano armi di distruzione di massa. Rivelazioni che imbarazzano Bush alla vigilia delle elezioni.
Duelfer è a capo dell' Iraqi Survey Group, un gruppo di funzionari incaricati di ispezionare il Paese e studiare le migliaia di documenti che gli americani hanno raccolto, per trovare le prove della presenza di WMD (armi di distruzione di massa) in Iraq.
In realtà nel rapporto di 1500 pagine si dice che prima dell'invasione americana del 2003 il governo di Saddam aveva sì tentato di produrre armi proibite trasgredendo le sanzioni dell'Onu, ma non ne possedeva.
Duelfer aveva fatto rapporto sull'andamento delle indagini davanti al Congresso. Secondo tre ufficiali dell'amministrazione Bush che hanno parlato in forma anonima con il New York Times, se il documento definitivo seguirà la linea emersa nel primo rapporto, la conslusione sarà che gli elementi raccolti sono del tutto insufficienti ad affermare che l'Iraq avesse, o stesse fabbricando, armi di distruzione di massa.
Saddam aveva i mezzi per ricominciare la produzione. Quando l'America ha dichiarato guerra utilizzava laboratori clandestini per produrre armi chimiche e biologiche, probabilmente per assassinii mirati e non per attentati su larga scala.
Non è l'unica relazione imbarazzante per l'amministrazione Bush. Un rapporto della CIA che risale ad agosto basato su informazioni raccolte dopo l'invasione americana, e svelato oggi sempre dal New York Times, ritiene improbabile che Saddam Hussein abbia dato rifugio a uomini del terrorista giordano al-Zarqawi.
Un altro colpo alla tesi dei presunti legami con Al-Qaeda, elemento chiave con cui Bush legittimava l'attacco all'Iraq. Le nuove valutazioni dell'agenzia vanno a toccare il nervo scoperto della legittimità del conflitto iracheno.
Il portavoce della CIA ha rifiutato di fare commenti e c'è molta cautela anche tra gli ufficiali del governo nel parlare del rapporto poichè non si vogliono aumentare la tensione già esistenti fra l'agenzia e la Casa Bianca.
fonte: http://www.diario.it/?page=wl04100604
Più la situazione in Iraq peggiora e più grandi si fanno
le bugie che ci vengono dette da Tony Blair
Ricordate che l'Iraq doveva essere lo stato modello.
Sarebbe stato il catalizzatore, se non il 'crogiuolo',
del nuovo Medio Oriente
di Robert Fisk - 27 Settembre 2004
Stiamo ora attraversando la più grande crisi, che è cominciata dopo l'ultima crisi più grande. Questa è la maniera nella quale stiamo gestendo la guerra in Iraq - o la Seconda Guerra in Iraq per come il Blair di Kut-Al-Amara adesso ce la vorrebbe far passare. Gli ostaggi vengono fatti sfilare in tuta arancione per ricordarci della Baia di Guantanamo. I rapitori chiedono il rilascio delle donne che sono tenute prigioniere dagli Americani. Quello di cui stanno parlando è Abu Ghraib. Abu Ghraib?
C'è qualcuno che si ricorda di Abu Ghraib? Vi ricordate di quelle piccole, sporche istantanee? Ma non preoccupatevi. Quella non era l'America riconosciuta da George Bush e poi, noi alla fin fine stiamo solo punendo delle mele difettose, non è vero? Le donne? Perché, è rimasta soltanto una coppia di dame - e sono la "Dottoressa Germe" e la "Dottoressa Antrace".
Ma gli Arabi non dimenticano così facilmente. Era stata una donna Libanese, Samia Melki, che per prima aveva compreso la vera semantica che quelle fotografie scattate ad Abu Ghraib avevano per il mondo Arabo. L'Iracheno nudo, il suo corpo ricoperto di escrementi, di spalle alla macchina fotografica, le braccia allungate davanti al pube e l'Americano biondo con un bastone nelle mani, avevano, lei aveva scritto in CounterPunch, "tutto il dramma e il contrasto di colori di una pittura del Caravaggio".
Il meglio dell'arte Barocca invita chi guarda a sentirsi parte dell'opera d'arte. "Forzato a camminare in linea retta con le gambe incrociate, il suo torso leggermente torto e le braccia stese in fuori per restare in equilibrio, il corpo armonico del prigioniero Iracheno, accentuato dagli escrementi e dalla cattiva illuminazione, si estende nella forma del crocifisso. Trasudando una dignità a lungo negata, l'Arabo sta soffrendo per i peccati del mondo."
E quella, temo, è solo una minima parte della sofferenza che ha avuto luogo ad Abu Ghraib. Che cosa è poi successo a tutti quei video che ai membri delCongresso è stato consentito vedere in segreto e che a noi - il pubblico – non è stato permesso vedere? Perchè ci siamo improvvisamente dimenticati di Abu Ghraib? Seymour Hersh, il giornalista che aveva rivelato la storia di Abu Ghraib - ed uno dei pochi giornalisti in America che sta facendo il suo lavoro - ha parlato pubblicamente delle altre cose che sono accadute in quella terribile prigione.
Sono in debito con un lettore per il seguente estratto da una recente conferenza di Hersh: "Per quanto riguarda alcune delle cose più terribili che sono successe e che voi non sapete, una di queste riguarda i video. Ci sono delle donne rinchiuse in quella prigione. Alcuni di voi potrebbero aver letto che stavano cercando di far passare delle lettere verso l'esterno, delle comunicazioni per i loro uomini. Questo è avvenuto ad Abu Ghraib... Le donne stavano passando messaggi verso l'esterno nei quali supplicavano che qualcuno venisse ad ucciderle a causa di quello che era avvenuto. E fondamentalmente quello che era successo è che quelle donne erano state arrestate assieme a ragazzi giovani, bambini, in casi che sono stati registrati, e i ragazzi erano poi stati sodomizzati, con le telecamere che filmavano, e la cosa peggiore di tutte è la colonna sonora nella quale si sentono i ragazzi che gridano... "
Ma nonostante tutto lo abbiamo già dimenticato. Tanto quanto il fatto che non dobbiamo più parlare delle armi di distruzione di massa. E mentre lentamente emergono i particolari che riguardano i disperati sforzi compiuti da Bush e da Blair per trovare queste oscenità inesistenti, al momento non so più se ridere o piangere della cosa.
Squadre mobili per le investigazioni sul luogo degli Stati Uniti sono riuscite, ad un certo punto, a farsi largo in quello che precedentemente era stato uno dei quartier generali della polizia segreta Irachena a Baghdad, solo per trovarci una porta interna serrata con un lucchetto. Qui hanno creduto che avrebbero scoperto quegli orrori per i quali stavano pregando Bush e Blair. E che cosa hanno poi trovato dietro la seconda porta? Un vasto emporio di aspirapolvere nuovi di zecca. Invece alle sedi del partito Baath, un'altra squadra - guidata da un certo Maggiore Kenneth Deal -aveva creduto di essere riuscita a mettere le mani sui documenti segreti che avrebbero portato a galla il programma delle armi di Saddam. Le carte si sono poi rivelate essere una traduzione in Arabo del 'The Struggle for Mastery in Europe' -- La Battaglia per il Dominio in Europa -- di A J P Taylor, un libro che forse Bush e Blair dovrebbero leggersi.
Così mentre continuiamo a scendere barcollando lungo la traballante scalinata da noi stessi spaventosamente creata, veniamo costretti a sorbirci fandonie sempre più grandi. Iyad Allawi, il primo ministro fantoccio - ancora chiamato in maniera deferente "primo ministro ad interim" da parte di molti dei miei amici giornalisti - insiste che le elezioni si terranno il prossimo gennaio anche se il suo governo avrà un minor controllo della capitale Irachena (e tanto menodel resto del paese) di quello del sindaco di Baghdad. L'ex agente della CIA, che si è obbedientemente rifiutato di liberare le due donne prigioniere nel momento in cui Washington gli ha dato istruzioni di non farlo, trotterella pienamente sottomesso da Londra a Washington per puntellare ancora di più le bugie di Blair e Bush.
Così in verità staremmo combattendo la Seconda Guerra in Iraq: Quante più di queste stupidaggini pretendono di farci ancora ingoiare a noi, la pubblica opinione? Staremmo combattendo "nel crogiolo del terrorismo globale", questo secondo il Blair di Kut-Al-Amara: Che cosa dovremmo farci con questa assurdità?
Naturalmente, non ci aveva detto che avremmo dovuto fronteggiare una Seconda Guerra in Iraq, nel momento in cui ha contribuito ad iniziare la Prima Guerra in Iraq, non è vero? E non l'ha neppure detto agli Iracheni, giusto? No, certo che no, noi eravamo solo venuti per "liberarli": Così ricordiamoci solo della crisi dopo la crisi dopo la crisi. Andiamo di nuovo indietro allo scorso Novembre quando il nostro Primo Ministro aveva parlato al banchetto del Sindaco. La guerra in Iraq, ci aveva informato allora - e presumibilmente stava ancora riferendosi alla Prima Guerra in Iraq - era "la battaglia di importanza seminale per l'inizio del ventunesimo secolo".
Bene, questo lo può ancora dire. Ma prestate solamente un po' di attenzione ache altro il Blair di Kut-Al-Amara ci ha detto sulla guerra. "Definirà i rapporti fra il mondo Musulmano e l'Ovest. Influenzerà profondamente lo sviluppo degli stati Arabi e del Medio Oriente. Avrà implicazioni di largo raggio per il futuro della diplomazia Americana e quella Occidentale."
E questo lo può ancora dire, non è vero? Poiché è difficile pensare a un qualcosa di più profondamente pericoloso per noi, per l'Ovest, per il Medio Oriente, per i Cristiani e i Musulmani dalla Seconda Guerra Mondiale - quella che è stata la vera seconda guerra - della guerra di Blair in Iraq. E l'Iraq, ricordatevelo, era destinato ad essere il modello per l'intero Medio Oriente.
Ogni stato arabo avrebbe voluto essere come l'Iraq. L' Iraq sarebbe stato il catalizzatore - forse persino "il crogiolo" - del nuovo Medio Oriente: Risparmiatemi la vostra vuota risata.
Durante le scorse settimane sono rimasto profondamente colpito dal fatto che molte delle lettere che ho ricevuto dai lettori siano state scritte da uomini e da donne che hanno combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, e che sostengono ferocemente che a Blair e a Bush non dovrebbe mai essere consentito di paragonare questa palude alla vera lotta contro la malvagità che loro avevano intrapreso più di mezzo secolo fa.
"Io, che ho adesso 90 anni, ricordo gli uomini mutilati nel corpo e nella mente che come spettri si aggiravano nei vicoli del Galles rurale, dove sono cresciuto negli anni dopo il 1918," mi ha scritto Robert Parry. "Per questo motivo, il 'Dulce et Decorum est' di Owen rimane per me l'espressione ultima della realtà della morte in guerra, resa adesso ancor più orripilante dal bombardamento 'mirato' degli Americani e dagli attacchi suicidi. Abbiamo bisogno di un nuovo Wilfred Owen per aprire i nostri occhi e la nostra coscienza, ma fino a quando non ne comparirà uno, a questo grande poema deve essere dato lo spazio necessario per parlarci ancora una volta." Sarebbe difficile trovare una risposta più eloquente alle assurdità infantili che ci vengono adesso vendute dal nostro Primo Ministro.
Era da molti anni che non si vedeva un tale abisso - in America così come in Gran Bretagna - fra la gente ed il governo che hanno eletto. I commenti più recenti di Blair sono discorsi fatti - per citare quel poema di Owen - "a bambini che ardono per un briciolo di gloria disperata". La faccia con gliocchi bendati di Ken Bigley è la nostra ultima più grande crisi. Ma non dimentichiamoci di che cosa è successo prima.
Fonte: The Independent - http://www.independent.co.uk
Traduzione di Melektro - A cura di Peacelink - http://italy.peacelink.org/conflitti/articles/art_7122.html
E più grandi si fanno le bugie di Silvio Berlusconi, mi permetto
di aggiungere io, con un senso crescente di desolazione per
la 'situazione difficile' In Italia.
Ucciso a Baghdad l'italiano venuto dall'Iraq
In un video la «confessione» e l'esecuzione dell'ostaggio dimenticato, l'italo-iracheno Iyad Anwar Wali, e del turco Yalmaz Dabja. Liberate le indonesiane. Speranze per Bigley?
Falluja sotto le bombe Un ennesimo attacco americano alla città. Raid alla caccia dei seguaci di Zarqawi. Fonti ospedaliere: colpiti i civili, nove morti di cui tre donne e due bambini
R. ES.
Si riapre drammaticamente il capitoli ostaggi, anche per l'Italia, con l'esecuzione a Baghdad di Iyad Anwar Wali, cittadino iracheno ma residente in Italia da 24 anni. Una morte che sta già suscitando molti interrogativi e polemiche in Italia. La felice conclusione del sequestro delle due Simone aveva fatto passare nel dimenticatoio il rapimento dell'imprenditore, nonostante gli appelli della famiglia alle autorità italiane perché non dimenticassero il terzo ostaggio. Per il quale sembra invece che non ci sia stata particolare apprensione, forse anche perché non aveva un passaporto italiano. Non si capisce per quale motivo visto che non solo aveva una famiglia italiana ma anche una attività che, secondo il fratello Emad, andava a gonfie vele. Nonostante questo pare che il suo permesso di soggiorno fosse scaduto nel 2003, quando aveva deciso di tornare in Iraq. L'annuncio della macabra esecuzione di Iyad Anwar Wali, insieme ad un cittadino turco, è arrivata alle agenzie internazionali attraverso un video di appena un minuto, datato 2 ottobre. Nel video, i rapitori, il gruppo salafita «Le brigate di Abu Bakr al Seddiq», sostengono di aver ucciso «due spie» che lavoravano per «i servizi segreti israeliano, turco e iraniano». Se così fosse certo l'imprenditore avrebbe dovuto agire con notevole spregiudicatezza. Comunque, nel video si vedono due persone inginocchiate e bendate davanti a cinque uomini armati e incappucciati, uno dei quali legge un comunicato che non lascia dubbi sull'identità degli ostaggi: «Il primo è italiano, di origine turcomanna irachena, si chiama Iyad Anwar Wali, ha 44 anni, l'altro, Yalmaz Dabja, è turco e ha 35 anni». E poi la «confessione» non certo spontanea, prima dell'italo-iracheno: «sono arrivato in Iraq dopo la guerra» ho stabilito contatti con i servizi segreti «israeliani che volevano comprare uranio e mercurio rosso», i servizi «turchi che mi hanno chiesto di uccidere Jalal Talabani», il leader dell'Unione patriottica del Kurdistan, e poi con i servizi «iraniani». L'ostaggio turco invece «confessa» che gli erano stati offerti «10 milioni di dollari dai servizi turchi e 30 milioni di dollari dagli israeliani» per una fornitura di mercurio rosso. Poi gli ostaggi vengono colpiti più volte alle spalle mentre uno dei sequestratori urla: «questa è la punizione per i nemici di dio e del suo profeta» e l'invocazione: «Allah ul-akbar».
Iyad Anwar Wali, sequestrato il 31 agosto nel suo ufficio a Baghdad, insieme a una sua collaboratrice irachena poi rilasciata, viveva e lavorava in Italia dal 1980, negli ultimi anno a Castelfranco veneto, aveva spostato un'italiana. Imprenditore nel settore dell'arredamento, da quasi un anno era tornato in Iraq per aprire un ufficio di rappresentanza della Wali Italian Design. Il fratello Emad dice di essere stato in contatto con lui fino al giorno del rapimento quando Wali ha interrotto bruscamente una telefonata. E smentisce la notizia circolata al momento del rapimento in base alla quale suo fratello si occupava anche di aspetti legati al nucleare. Secondo alcune voci, nel suo ufficio sarebbe stata trovata una cartella di documenti con disegni e dati sul nucleare. Wali voleva tentare il colpo grosso? La situazione irachena si presta in questo momento a qualsiasi tipo di attività, anche le più pericolose. Tuttavia, per ora, gli inquirenti italiani che hanno scandagliato la vita passata dell'ostaggio ucciso non hanno trovato nessun legame con il nucleare.
Intanto resta ancora sospesa a un filo la sorte dell'ostaggio britannico Kenneth Bigley, anche se il fratello si dice ottimista, in base a notizie ricevute dal Kuwait. Kenneth potrebbe essere stato consegnato ad un altro gruppo disposto a trattare un riscatto. Si è invece già concluso felicemente il sequestro delle due indonesiane, consegnate all'ambasciata degli Emirati a Baghdad. Per il rilascio delle due donne, sequestrate insieme a sei iracheni e due libanesi, l'Esercito islamico in Iraq aveva chiesto alle autorità di Jakarta la liberazione di Abu Bakr Bashir, leader della Jemaah Islamiyah e sospettato di legami con attentati terroristici, ma era stato lo stesso islamista a rifiutare lo scambio. Invece per la liberazione di Isham Taleb al Aza, un ostaggio giordano, i sequestratori hanno chiesto un riscatto di 500 mila dollari.
E' stato trovato decapitato, a 80 km a ovest di Kirkuk, il corpo di Tahr Khodr, iracheno di 24 anni. «Sembra fosse un informatore delle forze americane», per la polizia irachena.
fonte : il manifesto 5-10-04
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Il governo dell'uomo mediatico ci trasforma in deportatori Il capo dell'Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite invita i ministri Europei a proteggere i rifugiati | |
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Date Posted: 10/04/2004 Articolo in inglese: http://www.unrefugees.org/usaforunhcr/news2.cfm?ID=2155&cat=Hot News&catid=2 |
Vittime della propria guerra
di Mark Benjamin - UPI
Centinaia di soldati americani malati e feriti, tra i quali molti di ritorno dalla guerra in Iraq, si trovano ora a languire in bollenti baracche di cemento, mentre aspettano - a volte per mesi - di vedere i medici. La Guardia Nazionale e i riservisti vivono in condizioni al di sotto degli standard minimi, e le cure mediche sono così scarse che molti di loro pensano che l'esercito stia cercando di farli fuori per ridurre le spese di mantenimento. Un documento ottenuto dall'UPI dimostra che non vi saranno visite mediche dal 14 ottobre al 11 novembre, giorno dei veterani.
“Ho amato l’esercito. Ho servito l’esercito fedelmente e ho fatto tutto quello che l’esercito mi ha chiesto di fare”, ha dichiarato il sergente Willie Buckels, che guidava camion per la 296esima compagnia di trasporto. Buckels è stato riservista per l’esercito per 27 anni, compresa l’Operazione Iraqi Freedom e la prima Guerra del Golfo. “Ora tutti i miei pensieri sull’esercito USA sono cambiati. Vengo trattato come un cittadino di terza classe”.
Dal suo ritorno dall’Iraq, in maggio, Buskels, che ha 52 anni, sta cercando di ottenere una visita per scoprire da cosa derivi un intenso dolore che sente all’addome. Ora il dolore è raddoppiato.
Dopo aver atteso sin da maggio questa diagnosi, Buckels ha accettato il 20 percento di quanto gli era dovuto per un problema cronico alle ginocchia ed è tornato dalla sua famiglia in Mississippi. “Qui non sono ancora riusciti a scoprire cosa non va nella mia salute, ma stanno provando”, ha detto Buckels.
Un mese dopo che il Presidente Bush ha ringraziato i soldati a Fort Stewart – sede della famosa Terza Divisione di Fanteria – come eroi di ritorno dall’Iraq, approssimativamente 600 membri, feriti o malati, tra i riservisti e la Guardia Nazionale sono stipati in pessime baracche buie, di cemento annerito, in un campo sabbioso, in attesa di dottori che curino i loro mali o le loro ferite.
I soldati della Guardia Nazionale o riservisti sono in quello stato che l’esercito chiama “trattenimento per fini medici”, mentre l’esercito decide quanto malati o disabili essi siano e che rimborso accordare loro, se glielo accorderanno.
Alcuni soldati hanno dichiarato che hanno atteso sei ore, ogni giorno, per ottenere un appuntamento, senza però riuscire ad essere visti da un medico. Altri hanno descritto attese di settimane o mesi senza ottenere una diagnosi o un trattamento adeguato.
Questi soldati affermano che i militari in servizio attivo stanno ottenendo un migliore trattamento mentre le truppe che servono la Guardia Nazionale o i riservisti vengono lasciati nel pantano del trattenimento per fini medici.
“Non c’è un esercito. Ce ne sono due: esercito vero e proprio da una parte e riservisti dall’altra”, ha dichiarato una soldatessa che è stata impiegata nell’Operazione Iraqi Freedom, e durante quest’operazione ha sviluppato una grave malattia cardiaca e uno strano male della pelle.
Una mezza dozzina di richieste di commenti rivolte dall’UPI sia ai funzionari che si occupano di affari pubblici di Fort Stewart che al Commando delle Forze USA di Atlanta, non hanno ricevuto risposta.
I soldati qui rinchiusi stimano che circa il 40% delle persone ora in attesa di cure mediche, siano state impiegate in Iraq. Di queste, molte descrivono una serie di strani mali, come problemi cardiaci e polmonari, e costoro prima erano tutti in buona salute.
Affermano che l’esercito ha tentato di rifiutare di dar loro qualunque rimborso o assistenza, dichiarando le ferite e le malattie dovute a “una condizione pre-esistente”, anteriore al servizio militare.
Così la maggior parte dei soldati in attesa di cure, a Fort Stewart, restano nelle loro file di baracche grigie, rettangolari, a un piano, senza bagno, senza aria condizionata. Sono al buio, nel calore e nell’umidità del sud della Georgia. Circa 60 soldati ammassati, cuccetta contro cuccetta, in ogni piccola baracca.
I soldati, per quanto malati, devono camminare, magari appoggiandosi a stampelle, per un lungo percorso in mezzo alla sporcizia e alla sabbia, per raggiungere i bagni comuni. Bagni che condividono due pareti con gli uffici, ma per il resto sono aperti e privi di alcuna privacy. Una fila di orinatoi si appoggia a una parete. Le latrine puzzano di urina e sono piene di insetti, le poche finestre non hanno vetri. La doccia è in una baracca comune. I soldati affermano che ognuno di loro deve comprarsi la propria carta igienica.
Essi hanno detto che queste condizioni possono essere anche sopportate durante un duro allenamento, ma non sono adatte a persone malate.
“Penso sia disgustoso”, ha detto un riservista che era in Iraq e ha chiesto che il suo nome non venisse fatto.
Ha detto anche che dopo essere stato impiegato ha accusato improvvisi sintomi neurologici, mentre era a Bagdad, che sono peggiorati molto velocemente. Ora ha frequentissime e improvvise convulsioni incontrollabili.
Ha affermato che l’esercito gli ha detto che ha il Parkinson e che si tratta di un malessere precedente l’impiego, ma lui ritiene che la causa siano stati i vaccini che contenevano antrace che l’Esercito gli ha imposto.
“Dicono che ho il Parkinson, ma si sta sviluppando troppo rapidamente”, dice. “Non ho mai avuto nessun problema prima di quei vaccini”.
Il sgt. Gerry Mosley è arrivato in Iraq dal Kuwait il 19 marzo, con la 296esima Compagnia, portando combustibile passando affianco a veicoli iracheni da combattimento in fiamme. Mosley ricorda che stava benissimo prima della guerra, a 48 anni poteva correre per due miglia in 17 minuti.
Ma ora sono comparsi tanti sintomi: problemi ai polmoni, respiro corto, vertigini, emicranie. Pensa anche che il vaccino all’antrace gli abbia provocato danni. Mosley ha avuto anche una spalla distrutta da una ferita, infertagli là.
Mosley non era mai stato depresso prima, ma ora si ritrova a guardare i fucili pensando al suicidio.
Mosley sta pagando all’esercito 300$ al mese per avere una sistemazione migliore della baraccca di cemento. Ha ricevuto un avviso dalla base che gli segnala che nessun appuntamento per visite mediche sarà disponibile per i riservisti dal 14 ottobre all’11 novembre. Ha lamentato di non essere mai stato trattato in questo modo in tutti i suoi 30 anni passati tra i riservisti.
“Ora, non tornerei a combattere per l’esercito”, ha detto Mosley.
I soldati nelle baracche bollenti hanno continuato a insistere sul fatto che i soldati regolari almeno vengono visitati, mentre loro aspettano.
"Questi tipi in servizio attivo che arrivano qui… vengono curati prima”, ha detto un altro soldato di ritorno dall’Iraq sei settimane fa con una seria ferita alla schiena. Ha visto un dottore, da allora, soltanto due volte.
Un altro riservista del 148esimo Battaglione di fanteria ha raccontato delle serie difficoltà incontrate per vedere medici. Ha avuto un piede completamente fatto a pezzi, schiacciato, in Iraq. “Non ci sono abbastanza medici. Sono sovraccarichi e non possono fare le operazioni chirurgiche assolutamente necessarie”, ha affermato questo soldato. “Guarda questi materassi. Ci si sente male solo a sedercisi sopra”, ha continuato indicando le cuccette. “Qui ci sono persone che sono tornate ad aprile, ma non hanno avuto accesso agli ambulatori sino a luglio. Si sta mettendo davvero male per queste persone e per le loro famiglie”.
Il Pentagono ha dichiarato di star pianificando di richiamare in servizio molti altri riservisti.
In un discorso del 9 ottobre alla Guardia Nazionale e ai riservisti, a Portsmouth, nel New Hampshire, Bush ha detto che essi erano la spina dorsale dell’esercito.
“I Cittadini-soldato stanno contribuendo alla guerra contro il terrorismo su tutti i fronti”, ha detto Bush. “E state rendendo il nostro paese, e vostro, davvero fiero di voi”.
Tradotto da Nuovi Mondi Media
Fonte: http://www.upi.com/print.cfm?StoryID=20031017-024617-1418r
For Fair Use Onl
| La principale forma di terrorismo è la nostra |
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Il mondo si divide in due parti, contrapposte, l'Islam e "noi". Questo è il messaggio, sbagliato, che proviene dai governi, dalla stampa, dalla radio e dalla televisione occidentali. Con Islam, si "legge" terroristi. Oggigiorno, come durante la guerra fredda, lo specchio della morale a senso unico è rivolto verso di noi come se fosse il veritiero riflesso degli eventi. Ma tutto questo è falso. |
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Il mondo si divide in due parti, contrapposte, l'Islam e "noi". Questo è il messaggio, sbagliato, che proviene dai governi, dalla stampa, dalla radio e dalla televisione occidentale. Con Islam, si "legge" terroristi. E' una reminiscenza della guerra fredda, quando il mondo era diviso tra "Rossi" e noi, e persino una strategia di annichilimento era giustificata in nome della nostra difesa. Ora sappiamo, o dovremmo sapere, che gran parte di tutto ciò era una farsa; informazioni ufficiali declassificate chiariscono che la minaccia sovietica veniva sfruttata solo per l'opinione pubblica. Osservate un paio di esempi del modo in cui il mondo viene presentato e di come è realmente. 1. L'occupazione dell'Iraq è presentata come "disordinata": un goffo movimento, un esercito americano incompetente contro i fanatici islamici. In verità, l'occupazione è un sistematico, omicida assalto alla popolazione civile compiuto da una classe corrotta di funzionari americani, permessa dai loro superiori a Washington. 2. Lo scorso maggio, i marines americani hanno usato carrarmati ed elicotteri bombardieri per attaccare le baracche di Falluja. Hanno ammesso di aver ucciso 600 persone, un numero comunque lontano dal numero totale di civili uccisi dagli "insorti" lo scorso anno. I generali sono stati sinceri; questo divertimento inutile è stato un atto di vendetta per l'uccisione dei tre mercenari americani. Sessant'anni prima, la divisione SS Das Reich uccise 600 civili francesi a Oradour-sur-Glane per vendetta in seguito al sequestro, da parte della resistenza, di un ufficiale tedesco.C'è differenza? In questi giorni, gli americani sparano quotidianamente missili su Falluja e su altre aree urbane molto popolate, uccidendo intere famiglie. Se la parola terrorismo può essere applicata all'attualità, tale applicazione è nel massiccio terrorismo di stato. Gli inglesi hanno uno stile differente. Ci sono più di 40 casi conosciuti di iracheni che sono morti per mano di soldati britannici, solo uno di questi soldati è stato radiato. Nel magazine The Journalist, Lee Gordon, un reporter freelance, ha scritto: "per un inglese lavorare in Iraq è pericoloso, soprattutto nel sud dove le nostre truppe hanno una reputazione (non riportata sugli schermi) di brutalità". Nemmeno della crescente disaffezione tra le truppe viene dato conto. Questo sta preoccupando il ministro della difesa a tal punto che si è mosso per placare la famiglia del soldato diciassettenne David McBride quando l'ha depennato dalla AWL (Alliance of Workers Liberty), dopo che si rifiutò di combattere in Iraq. Quasi tutte le famiglie dei soldati uccisi in Iraq hanno denunciato l'occupazione e Blair. Tutto questo è senza precedenti. Solo riconoscendo il terrorismo degli stati è possibile capire, e persino trattare, atti di terrorismo collettivi e individuali che, per quanto terribili, sono, in confronto, di entità minore. Per di più, la risorsa degli stati è inevitabilmente il terrorismo ufficiale, non coperto dai media. E così, lo stato di Israele è riuscito a convincerci che è meramente una vittima del terrorismo quando, invece, il suo inarrestabile, pianificato terrorismo è la causa nell'infame rappresesaglia dei kamikaze palestinesi. A causa della perversa rabbia israeliana nei confronti della BBC - un'efficace forma di terrorismo - i reporter della BBC non hanno mai menzionato gli israeliani come terroristi: questo termine è usato esclusivamente in riferimento ai palestinesi, prigioneri nella loro stessa terra. Non ci sorprende, come ha constatato il recente studio della Glasgow University, che molti telespettatori britannici credano che i palestinesi siano gli invasori. Il 7 settembre, un kamikaze palestinese ha ucciso 16 israeliani nella città di Beersheba. Ogni telegiornale ha permesso che il portavoce del governo israeliano usasse questa tragedia per giustificare la costruzione di un muro d'apartheid, che è una delle principali cause della violenza palestinese. Quasi ogni telegiornale ha sottolineato la fine del periodo di "relativa pace e calma" durato cinque mesi e di "una stasi della violenza". Durante questi cinque mesi di relativa calma e pace, quasi 400 palestinesi sono stati uccisi, 71 dei quali assassinati. Durante la stasi della violenza, più di 73 bambini palestinesi sono stati uccisi. Un tredicenne è stato assassinato con un proiettile nel cuore, a una bambina di cinque anni hanno sparato in viso mentre camminava a braccetto con la sua sorellina di due anni. Il corpo di Mazen Majid, 14 anni, è stato trapassato da 18 proiettili israeliani mentre, con la sua famiglia, stava scappando dalla sua casa rasa al suolo. Niente di tutto questo è stato riportato in Gran Bretagna col nome di " terrorismo". La maggior parte di questi avvenimenti non è stata menzionata. Dopo tutto, questo era un periodo di pace e calma, una stasi della violenza. Il 19 maggio, i carrarmati israeliani e gli elicotteri hanno sparato sui dimostranti pacifisti, uccidendo 8 persone. Queste atrocità hanno avuto un indubbio significato; la manifestazione era parte di un crescente movimento palestinese non violento che ha visto raduni pacifici di protesta, spesso con momenti di preghiera, lungo il muro dell'apartheid. La crescita del movimento che si ispira a Gandhi viene a mala pena menzionata. La verità riguardo alla Cecenia è celata in maniera analoga. Il 4 febbraio 2000, alcuni aerei russi hanno attaccato il villaggio ceceno di Katyr Yurt. Hanno usato "bombe a pressione" (proibite dalla convenzione di Ginevra), che rilasciano gas e saturano i polmoni. I russi hanno bombardato un convoglio di sopravvissuti sotto una bandiera bianca. Hanno ucciso 363 persone tra uomini, donne e bambini.. E' stato uno degli innumerevoli, sconosciuti, atti di terrorismo in Cecenia compiuti dallo stato russo, il cui leader, Vladimir Putin, ha la "piena solidarietà" di Tony Blair. "Alcuni di noi", ha scritto il commediografo Arthur Miller, "possono facilmente abbandonare la nostra convinzione che la società debba in qualche modo fornire significati. L'idea che lo stato sia impazzito e che stia punendo tanti innocenti è intollerabile. E per questa ragione le prove devono essere negate dall'interno". E' giunta l'ora di smettere di negare.
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Elogio del buon senso
Eduardo Galeano
Il nostro mondo malato di instabilità e di isolamento risente di un'altra ben crudele afflizione: la mancanza di ampi spazi aperti al dialogo e alla ripartizione del lavoro. Dove sono gli spazi aggregativi in cui sarebbero ancora possibili l'incontro e lo scambio? Non potremmo iniziare a cercarli nel senso comune? Quel buon senso ormai tanto prezioso e tanto raro.
Prendiamo ad esempio le spese militari. Ogni giorno, il mondo devolve 2, 2 miliardi di dollari in produzione di morte. Più precisamente, il mondo destina questa cifra astronomica alla promozione di gigantesche partite di caccia in cui il cacciatore e la preda sono della stessa specie, e da cui risulta vincitore colui che avrà ucciso il maggior numero di propri simili. Basterebbero nove giorni di spese militari a procurare cibo, educazione e cure a tutti i bambini della Terra che ne sono sprovvisti.
A priori, questa dissolutezza finanziaria rappresenta una evidente violazione del senso comune. E a posteriori, che cosa ne risulta?
La versione ufficiale giustifica questo sperpero per via della guerra contro il terrorismo. Ma il buon senso ci dice che il terrorismo gliene è profondamente grato. Non bisogna essere dei geni per constatare che le guerre di Afghanistan e Iraq hanno prodotto sul terrorismo un considerevole effetto dopante. Le guerre dipendono dal terrorismo di stato, e il terrorismo di stato si alimenta del terrorismo non organizzato, e viceversa...
Di recente sono state pubblicate le stime: l'economia americana è in ripresa e torna a crescere a un ritmo soddisfacente. Secondo gli esperti, senza le spese connesse alla guerra in Mesopotamia, questa crescita sarebbe decisamente meno energica. In qualche modo, la guerra contro l'Iraq rappresenta un'eccellente novità per l'economia. E per i morti? Il senso comune si fa sentire attraverso delle statistiche finanziarie, o per bocca di questo padre straziato, Julio Anguita (1), quando afferma: «Sia maledetta questa guerra e tutte le guerre»?
I cinque maggiori fabbricanti e commercianti d'armi (Stati uniti, Russia, Cina, Regno unito, Francia) sono gli stati che godono del diritto di veto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Che i garanti della pace mondiale siano allo stesso tempo i più importanti fornitori d'armi del pianeta non è un insulto al buon senso?
Al momento opportuno, sono questi cinque paesi a comandare. E sono sempre loro a dirigere il Fondo monetario internazionale (Fmi). La maggior parte di loro compare fra gli otto stati che prendono le decisioni determinanti in seno alla Banca mondiale, così come all'interno dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) in cui il diritto di voto è previsto ma mai utilizzato.
La lotta per la democrazia nel mondo non dovrebbe iniziare dalla democratizzazione dei sedicenti organismi internazionali? Che ne dice il senso comune? Non è previsto che esprima un parere. Il buon senso non ha diritto di voto, né quasi più diritto di parola. La gran parte dei crimini più atroci e dei pregiudizi peggiori commessi su questo pianeta sono perpetrati per il tramite di questi organismi (Fmi, Banca mondiale, Wto) che si definiscono internazionali. Le loro vittime sono i «dispersi»: non coloro che si sono smarriti nella notte e nella nebbia dell'orrore delle dittature militari, ma i «dispersi della democrazia». In questi ultimi anni, in Uruguay, il mio paese, come in tutto il resto dell'America latina e delle altre regioni del mondo, abbiamo visto scomparire gli impieghi, i salari, le pensioni, le fabbriche, le terre, i fiumi, e sono scomparsi anche i nostri stessi figli , costretti ad emigrare alla ricerca di ciò che hanno perduto, rifacendo all'inverso il cammino dei loro avi.
Il buon senso ci obbliga forse a sopportare questi evitabili sofferenze?
Ad accettarle, incrociando le braccia, come se fosse l'opera fatale del tempo o della morte? Accettazione, rassegnazione ? Siamo costretti ad ammettere che, a poco a poco, il mondo sta diventando sempre meno giusto. Per fare un esempio, la differenza fra il salario della donna e quello dell'uomo non è più tanto abissale come una volta. Ma alla velocità con cui vanno le cose, cioè non molto celermente, la parità salariale fra uomini e donne avrà luogo fra 475 anni! Che cosa suggerisce il buon senso? Di aspettare? Non esiste alcuna donna, a mia conoscenza, in grado di vivere così a lungo. La cultura autentica, quella che promana dal buon senso e che conduce al buon senso, ci insegna a lottare per recuperare quello che ci è stato usurpato. Il vescovo catalano Pedro Casaldaliga (2) ha una lunga esperienza degli anni trascorsi nella foresta brasiliana. E sostiene che, se è vero che insegnare a pescare è meglio che offrire un pesce, d'altro canto, è inutile insegnare la pesca se i corsi d'acqua sono stati inquinati o venduti.
Per far danzare gli orsi nei circhi, il domatore li addestra: a ritmo di musica, colpisce loro la groppa con l'aiuto di un bastone munito di punte. Se danzano correttamente, il domatore smette di batterli e dà loro del cibo. Altrimenti, la tortura continua e, scesa la notte, gli orsi fanno ritorno nelle loro gabbie a stomaco vuoto. Per paura, paura dei colpi, paura della fame, gli orsi danzano. Dal punto di vista del domatore, questo è semplicemente puro buon senso. Ma dal punto di vista dell'animale sfinito?
Settembre 2001, New York. Quando l'aereo sventrò la seconda torre, e questa iniziò a vacillare e poi a crollare, le persone si sono precipitate scendendo le scale a tutta velocità. Gli altoparlanti allora hanno intimato l'ordine a tutti gli impiegati di ritornare al proprio posto di lavoro. Chi di loro ha agito con buon senso?
Si salvarono soltanto quanti disobbedirono.
Per salvarci, dobbiamo raggrupparci. Come le dita di una stessa mano.
Come le anatre di uno stesso stormo. Tecnologia del volo collettivo: la prima anatra si lancia ed apre la strada alla seconda, che indica il percorso alla terza, e la spinta della terza fa spiccare il volo alla quarta, che trascina la quinta, e lo slancio della quinta provoca il volo della sesta, che fa coraggio alla settima...
Quando l'anatra esploratrice si stanca, raggiunge la coda dello sciame e lascia il posto ad un'altra, che risale alla punta di questa V capovolta che le anatre disegnano in volo. Tutte a turno prenderanno la testa e la coda del gruppo. Secondo il mio amico Juan Diaz Bordenave (3), che non è un «palmipedologo» ma che se ne intende, nessuna anatra si considera una superanatra se vola davanti, né una sottospecie di anatra se si trova in coda. Le anatre, almeno loro, non hanno smarrito il proprio buon senso.
fonte: http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/index1.html
note:
* Scrittore e giornalista uruguaiano, autore della trilogia Memoria del fuego, Madrid 1982-1986 (tr. it. di M. Antonietta Peccianti, Memoria del fuoco, Sansoni, Firenze 1989) e di ... (di prossima uscita).
(1) Julio Anguita, uomo politico spagnolo, storico dirigente d'Izquierda Unida (la Sinistra unita) il cui figlio, Julio Anguita Parrado, giornalista, corrispondente del quotidiano madrileno El Mundo e che accompagnava («embedded») la 3a Armata americana al momento dell'invasione in Iraq, è stato ucciso da un missile iracheno a sud di Bagdad il 7 aprile 2003, ndr.
(2) Pedro Casaldaliga, nato nel 1928, teologo della liberazione, vescovo titolare da 35 anni nella curia di Sao Felix de Araguaia, una delle più povere del Brasile, sperduta nello stato del Mato Grosso.
Nel 1992, il suo nome è stato proposto per il Nobel, ndr.
(3) Juan Enrique Diaz Bordenave, saggista paraguaiano, specialista della comunicazione, autore tra l'altro di Communicacion y Sociedad, Busqueda, Buenos Aires, 1985, ndr. (Traduzione di A. Pr.)

HEROES: Simona Pari and Simona Torretta
Incontriamo gli Eroi di quest'anno, 29 uomini e donne straordinari che non si sono accontentati di vivere soltanto nel mondo, ma si sono sforzati di cambiarlo.
I candidati e la lingua della sfida
Il secondo livello della battaglia in tv. Che passa per la scelta delle parole giuste
FRANCESCO DRAGOSEI
Difficile nella storia dei discorsi dei presidenti (o aspiranti presidenti) degli Stati uniti imbattersi - come nel faccia a faccia Bush-Kerry - in una tale preponderanza di parole di guerra (di ostilità, di cattiveria) sulle parole di pace o amore. Mettendo infatti assieme le parole di tutti e due i contendenti, quelle di odio (vale a dire «hatred», «kill», «killer», «terror», «terrorism», «threat», «war», «weapons of mass destruction» ammontano a un totale di 107. Quelle di pace invece («love», «peace», «peaceful», «pray», «heart») arrivano a un misero totale di 14. Uno squilibrio mai avvenuto prima d'ora, neppure nei discorsi dei presidenti che si trovavano nel pieno di una guerra aperta. Questo per la prima, generale impressione. Ma se ci si inoltra in una disamina più minuta, cominciano ad apparire delle forti differenze tra i due oratori. Se ambedue usano la parola «kill», è però solo Bush a servirsi di «killer», termine che ha una ben diversa connotazione «criminosa» rispetto al grado quasi neutro di «kill». O a servirsi del vocabolo «hatred» (odio) anch'esso carico di vibrazioni emotive. Tali termini tendono naturalmente a dare un'impressione più sanguigna, più terra terra, più popolare e meno politica della parola di Bush. Impressione che è rafforzata, questa volta sul versante positivo, anche da «heart» e «pray», due parole di forte risonanza affettiva che sono totalmente assenti in Kerry. La seconda, Bush la usa, oltre che per ricordare la propria religiosità, per fare una nuova irruzione negli affetti. Richiamandosi così a una vecchia astuzia dei politici americani di spogliarsi della (poco amata) veste politica (il presidente degli Stati uniti) per presentarsi negli umili panni di persone qualunque (presidenti nonni di nipotini, presidenti papà di marmocchi e padroni di cani, presidenti jogger della domenica). Per l'occasione Bush tira fuori l'asso della vedova e dell'orfano di un soldato caduto in Afganistan per servire appunto il suo presidente («le ho detto come il sacrificio di suo marito fosse nobile e onorevole»). Poi, un po' più in là, tira addirittura fuori quello della famiglia del suo «opponent» John Kerry, dicendogli come lo ammiri e, soprattutto, ammiri il fatto che sia un gran papà: «I admire the fact that he is a great dad».
Ma la carta più importante per questa marcia di allontanamento dalla politica e di avvicinamento alla gente, Bush la gioca addirittura con un giochetto subliminale. Si tratta della parola «people» (sia gente che popolo). Che non solo usa più spesso di Kerry (23 volte contro 17), ma soprattutto in modo molto più micidiale. Mentre Kerry la usa infatti quasi sempre nel senso connotativo di «gente» («some people don't like the fact»: «a certa gente non piace che»), Bush la usa assai più spesso nel senso emotivo di «popolo» («the American people»), innescando ogni volta negli spettatori non solo la memoria della Costituzione degli Stati uniti («We the people»), ma una loro inconscia identificazione con colui che tanto spesso pronuncia quel «the people». Ma una carta ancora migliore viene paradossalmente data a Bush da Kerry. Ma non perché Kerry faccia male la sua parte. Al contrario, perché la fa troppo bene. Egli surclassa infatti il povero Bush. Ha una pronuncia chiara, composta, non fischiata come quella di Bush, un vocabolario molto più articolato di quell'avversario che non fa che martellare su pochi concetti. Coglie spesso con i suoi limpidi ragionamenti Bush in castagna lasciandolo con una ridicola faccia infuriata come quella di Paperino.
Ma il guaio è proprio questo. In tal modo Kerry completa il processo di identificazione dello spettatore con Bush. Non certo l'intellettuale liberal. Ma quell'americano minuto, emotivo, che non solo si identifica con coloro che sono (o sembrano) semplici come lui, ma odia i «politici», quei tali che con capacità oratorie, con la dialettica, con la loro lucidità gira gira, finiscono sempre per infinocchiare quelli come lui. O come Bush.
fonte : Il Manifesto del 2-10-04
Nuova strage di bambine e bambini innocenti.
Nuove stragi di adulti innocenti.
Ieri: I bambini di Baghdad. 37 + 4 adulti.
Nella notte: Le persone di Samarra. 97.
E l'altro ieri? E i giorni prima? E tutti i giorni dal 20 Marzo 2003?
E gli altri posti del mondo, il cui elenco è lunghissimo?
Perché tanta confusione tra guerra e terrorismo? Terrorismo, certo, perché nessuna resistenza può pernsare ad azioni sicuramente mirate contro coloro che dovrebbero essere liberati.
Poveri, infelici Irachene e Iracheni, se solo nessuno volesse liberarli!
Dipinto Peruviano - Strage degli innocenti