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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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In questo sito si vogliono offrire alcuni contributi di riflessione e di studio dedicati a quella che per molti cittadini del mondo è la “terra più amata”, alle popolazioni che la abitano e ai conflitti e agli orrori che la segnano da oltre un secolo. Questi contributi sono stati raccolti da varie fonti e sono qui presentati e annotati in lingua italiana, quando ne esiste la traduzione, altrimenti in lingua inglese
segnalo questo sito molto bello:
Con chi parlo?
di Furio Colombo
da l'Unità - 28 novembre 2004
La sera del 19 novembre sono stato invitato a parlare ad un gruppo di iscritti Ds della sezione “Forte Aurelio Bravetta”, un punto della immensa cerchia suburbana di Roma.
Trovarsi di fronte a decine di persone, giovani e anziane, che hanno appena finito di fare tutti i tipi di vecchi e nuovi lavori, un po’ affannati e con il casco del motorino sotto il braccio, di pensionati ancora attivi che fanno molte cose e sanno molte cose perché seguono gli eventi con attenzione e perché sono impegnati con la politica da una vita, donne e uomini che hanno opinioni, certezze, incertezze e idee, è una bella responsabilità.
Il direttore de l’Unità deve spiegare, nel modo più chiaro e più persuasivo possibile, la vasta differenza che si vede ogni giorno fra i titoli, le interpretazioni dei fatti del nostro giornale e le “finestre sul mondo” delle tante televisioni italiane. Mostrano tutte lo stesso mondo: quello di Berlusconi. Non ha quasi nulla a che fare con il nostro.
Nostro di chi? Alcune decine di militanti e di iscritti, che non si astengono certo dal continuo esaminare gli eventi quotidiani, scrutavano attenti.
Cercavano di decifrare quel tipo di affanno, di enfasi che c’è nella comunicazione politica (certo nella mia) quando sei convinto di parlare di eventi straordinari (straordinariamente pericolosi e assolutamente unici) per dire che c’è, dal punto di vista del vivere democratico, una grave emergenza, un pericolo.
Devo avere pronunciato la parola “regime”, e ho avuto l’impressione che un piccolo fremito (di comprensione o di irritazione) abbia diviso la piccola folla. Il segretario della sezione, attento e benevolo, chiamava per nome i partecipanti e prendeva nota degli interventi. Non ero solo a parlare. La Federazione Ds di Roma aveva inviato il giovane esperto di politica estera Fabio Nicolucci.
Il tema era «Interpretiamo insieme le elezioni americane» e - dico io - confrontiamole con l’Italia, situazione e attese.
Dunque il giovane rappresentante della Federazione Ds romana ha parlato degli Stati Uniti. Ha detto che George Bush ha vinto perché ha saputo toccare corde profonde, interessi e valori di molta gente. E che Kerry ha perso perché il suo linguaggio e i suoi argomenti interessavano soltanto le élite colte delle città.
Poi ha parlato della situazione italiana e ha detto francamente, con un sorriso gentile: «La parola regime mi provoca l’orticaria».
È stato accolto, come me, da applausi rituali e scrutato con la stessa attenzione. Da che parte stiamo? Sembravano chiedere a se stessi - più che a noi - i nostri ascoltatori. Come fanno ad esserci linguaggi così diversi, così distanti, da cui non si possono trarre le stesse conclusioni, in questa piccola stanza piena di attese e di impegno politico, in un punto della grande periferia romana?
Chiarisco per i lettori. Primo, ho ascoltato il giovane rappresentante della Federazione Ds di Roma presentare la vittoria di Bush («Un saper cogliere lo spirito del Paese») con parole che ricordano l’elogio tributato a Berlusconi in molte analisi Ds dopo le elezioni del 2001. Si diceva che «Berlusconi aveva colto la domanda di innovazione della maggioranza degli italiani».
Nessun commentatore americano, che non sia un repubblicano militante, condividerebbe l’analisi di Nicolucci sulla vittoria di Bush (verificare su tutta la stampa e tutti i “transcript” televisivi di quel Paese).
D’altra parte, nessun commentatore europeo ha mai colto spunti o aspetti di innovazione in Berlusconi e nella sua gente. E oggi non lo direbbe più nessun italiano che non si chiami Bondi o Schifani. Finti tagli di tasse, condoni edilizi che hanno fatto scempio del Paese, promesse impossibili per tutti e favori, anche grandi, per alcuni fedeli che non si allontanano mai dal leader, oltre al controllo totale delle informazioni, sembra essere la formula del governare di Berlusconi.
Secondo. Una cosa accomuna Bush a Berlusconi. Entrambi vengono dal passato. Sono il mondo delle lobby e dei privilegi. Si fanno scortare da squadracce di intolleranti, religiosi o leghisti o affaristi. Portano molto all’indietro la civiltà dei loro Paesi. Producono indebitamenti spaventosi e privilegi giganteschi. Sono, come in certi film dell’orrore, le ombre del passato che cercano di impedire ai cittadini normali la vita normale. Bloccano il futuro, come se si fosse rotto l’orologio del tempo, e la Storia ricominciasse dai suoi punti peggiori: disprezzo per la legalità, barbari pregiudizi religiosi che diventano legge, false affermazioni accreditate dai media, saldo sostegno ai più ricchi, spaventoso destino di guerra per i poveri.
Terzo. Berlusconi ha portato all’Italia un problema in più. Ha imposto subito un rigoroso regime mediatico, fatto di proprietà (il primo ministro è il maggiore proprietario tv del mondo), di illegalità (il primo ministro, che è proprietario delle televisioni private, controlla dalla sua postazione di governo tutte le tv di Stato e le usa come un teatro dei Pupi pronto a rappresentare le sue gesta) e di intimidazione (il primo ministro, quando vuole, taglia la testa al Corriere della Sera; quando vuole caccia via dalla tv di Stato Enzo Biagi, il maggior giornalista italiano).
A guardia del regime (ci racconta il 26 novembre il notista politico Francesco Verderami) Berlusconi si prepara a schierare «mille giovani pronti per avviare sul territorio nazionale una campagna con lo slogan “Forza Silvio”, che potrebbe diventare un movimento, e domani magari un partito».
Che cosa sia un “regime mediatico” e quali siano le sue conseguenza di frantumazione della democrazia e di controllo dei cittadini anche senza i carri armati, ce lo ricorda, in questi giorni, una accurata ricostruzione di quel che in America, negli Anni Cinquanta, è stato il fenomeno del “Maccartismo”, la caccia alle streghe, o meglio a presunti comunisti, nella cultura, nel giornalismo, nella diplomazia, nel mondo dello spettacolo e persino delle Forze armate americane. Oltre a bloccare, intimorire, spaccare o istigare al peggio tutto il Paese, quella macchina di persecuzione è costata la libertà o la vita ad almeno diecimila persone, terrorizzando o riducendo a spie e delatori centinaia di migliaia di altri. La più paurosa descrizione del fenomeno è di Philip Roth, che ci fa notare allarmanti somiglianze col presente italiano: «McCarthy comprese il valore spettacolare dell’infamia e imparò a soddisfare i piaceri della paranoia. Ci portò indietro, al Seicento, alla gogna. McCarthy era un impresario. Più barbaro lo spettacolo, più grande il disorientamento e lo spasso». Ricordate quando l’Unità veniva definita “giornale omicida”, e i suoi direttori e articolisti “fiancheggiatori del terrorismo”?
Scrive Vittorio Zucconi (la Repubblica, 26 novembre) « C’è chi benedice la televisione per avere smascherato e fermato Joe McCarthy, cinquanta anni orsono, con una implacabile diretta di 187 ore ininterrotte (...) c’è chi benedice il presidente Eisenhower, che pose fine alla Commissione McCarthy quando cominciò ad attaccare le Forze Armate (...) ma cinquant’anni dopo, la domanda, di perfetta attualità, rimane: è possibile proteggere una democrazia dai suoi veri nemici senza compromettere l’organismo che si vuole difendere?».
È possibile - come ci dimostra l’accurata ricostruzione di Zucconi - se, in difesa della democrazia, resta libera la televisione, come nel caso delle 187 ore di trasmissione in diretta delle udienze persecutorie del senatore McCarthy, che hanno aperto gli occhi ai cittadini americani; se si può contare su un argine istituzionale (è arrivato in ritardo, il presidente Eisenhower, ma è arrivato) se l’opinione pubblica resta viva e può essere risvegliata. Sembrano condizioni da fiaba, ma sono i tre fatti che hanno salvato gli Usa dal restare soffocati nel regime del Maccartismo. Molti, in quegli anni, e durante quella persecuzione, hanno negato di essere vittime di un regime, per convenienza, per paura, per salvarsi. Ma non lo hanno negato coloro che hanno tenuto testa. Dice oggi Arthur Miller, uno dei grandi perseguitati e dei grandi avversari del Maccartismo (uno dei grandi del teatro americano), uno che non ha mai ceduto: «La paura paralizzava tutti, ma nessuno voleva associare il proprio nome al mio. Solo molti anni dopo mi arrivarono scuse e ripensamenti. Ma insieme a tanta vigliaccheria voglio ricordare coloro che si sono battuti come leoni. Oltre al coraggio, c’è qualcosa di allora da ricordare anche oggi: abbiamo cominciato a reagire alla richiesta di comportamenti politici basati sulla paura» (articolo di Antonio Monda, la Repubblica, 26 novembre).
Serve ricordare tutto ciò nell’Italia di oggi? Serve perché ci dice che in quest’Italia sottoposta ad amministrazione controllata, in cui il ministro leghista Castelli si ribella, come in Sudamerica, al presidente della Repubblica, il ministro leghista Calderoli propone ai cittadini di farsi giustizia da soli, come nel mondo primitivo, il Primo ministro finge di tagliare le tasse, nella peggiore legge Finanziaria della vita italiana, e tutto il regime mediatico si schiera per celebrarlo come un Cesare vincitore mentre nessuno prima di lui aveva tanto impoverito l’Italia, noi, che dobbiamo opporci, siamo divisi.
Io non so se il giovane funzionario della Federazione romana parlava soltanto per se stesso.
Nel momento più buio, sottoposto al controllo mediatico più rigido della televisione e della stampa italiana, è venuto a dire che a lui «la parola regime fa venire l’orticaria». Lo ha detto accanto al direttore de l’Unità, il giornale che da anni descrive dettagliatamente le vicende di questo regime, con qualche conseguenza personale per chi vi lavora.
Pensavo che il nostro compito, quella sera, fosse di dare e di ricevere coraggio (così succede quando si va a parlare nelle sezioni Ds in Italia). Evidentemente c’è anche un altro progetto: pretendere (o credere davvero, chissà) che questo Paese, nel quale è stata appena approvata la Legge Gasparri che blocca totalmente la libertà di stampa, sia un’Italia normale a cui guardare con aria composta per prepararsi a una regolare alternanza. Il suggerimento sembra essere che, altrimenti, comportandosi come Arthur Miller, si può dare l’impressione di diventare sovversivi.
Posso dire che in quel momento mi sono sentito solo? Mi sono chiesto: con chi parlo?
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Realtà terribili
di cui l'informazione dovrebbe occuparsi continuamente, di cui tutte e tutti dovremmo occuparci testardamente, ossessivamente. Ma io per prima non so che cosa io personalmente possa fare. Denunciare non basta. La 'gente comune' come me può fare dei piccoli atti, qualche grande manifestazione, ma mi sembra che cia sia un grande scoramento in giro.
Chiedo scusa, ma oggi ho dentro un po' di disperazione. Neanche sui nostri telegiornali (unica fonte di informazione o quasi) per la maggioranza delle persone si riesce a premere perché abbandonino la cronanca nera e rosa e azzurra, per impegnarsi invece nelle tragedie dell'umanità intera. Non solo quella che subisce, ma anche quella che agisce gli orrori e quella che assiste impotente o indifferente. Mai abituarsi all'abiezione. h
22/11/2004 | |
| Bambini che non giocano, fanno la guerra | |
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Speranza di breve, brevissima durata ...
Non passa l'impeachment di Blair
La mozione presentata ai Comuni da 23 deputati - 10 conservatori, 2 liberal-democratici e 9 indipendenti scozzesi e gallesi - per l'impeachmente e la destituzione del premier Tony Blair non [...] dal Manifesto di oggi.
«IMPEACHMENT» PER BLAIR
Un gruppo di parlamentari inglesi presenta oggi una mozione nella quale si chiede un dibattito sulla «grossolana cattiva gestione» della guerra contro l'Iraq da parte del premier Tony Blair. Per trovare nella storia inglese un precedente a quella che è di fatto una richiesta di impeachment bisogna risalire alla metà del XIX secolo. La mozione è stata sottoscritta da 23 membri del Parlamento appartenenti a differenti partiti di opposizione. In occasione della discussione, hanno già preannunciato la loro presenza a Westminster il drammaturgo Harold Pinter, gli scrittori Iain Banks e Frederick Forsyth, l'attore Corin Redgrave. Tutti si sono impegnati a diffondere i contenuti di un dibattito che si preannuncia assai acceso ma che, è quasi certo, non porterà alla rimozione di Blair dal suo incarico per «alti crimini e misfatti» dal momento che il premier può contare, nella Camera dei Comuni, su una solida maggioranza di 150 seggi. Ma l'iniziativa è destinata a imbarazzare il premier, riportando in auge una questione che ha già notevolmente deteriorato la fiducia dell'elettorato. Nella mozione si chiede che venga nominata una commissione di parlamentari che dovrà condurre un'inchiesta e riferire ai Comuni entro 48 giorni.
fonte il manifesto
La politica si fa con i fatti: a tal proposito occorre sottolineare un episodio della vita politica europea di Fini che forse non tutti ricordano ma che conferma la sua chiara volontà di lasciare l'Ue senza effettivi poteri e quindi subalterna agli Usa. Il riferimento è ai lavori della Convenzione europea incaricata dal Consiglio di Laeken di redarre una bozza di trattato costituzionale.
Il 17 febbraio 2003, due giorni dopo la più grande manifestazione mondiale per la pace, Gianfranco Fini, rappresentante del governo italiano in Convenzione, ha presentato un emendamento ai primi articoli della Costituzione europea volti a cancellare la prospettiva federale quale modello di riferimento dell'Unione nell'articolo 1 e ogni riferimento alla pace tra gli obiettivi nell'articolo 3.
Il modello di Europa, che ha in testa Gianfranco Fini e il suo governo, non potrà giocare un ruolo costruttivo per la pace nel mondo perché le leve di comando restano in mano agli Stati nazionali. Tale situazione consente a paesi come l'Italia di sostenere la guerra all'Iraq contro la volontà della maggior parte dei cittadini e delle cittadine d'Europa.
Solo l'attribuzione al Parlamento europeo di reali poteri anche nei campi della politica fiscale, economica ed estera e la creazione di un governo federale europeo responsabile di fronte al Parlamento potrà sovvertire l'attuale status quo.
Di fronte a una posizione euroscettica del governo italiano sarebbe opportuno che il centro sinistra inserisse nel suo programma alternativo l'obiettivo di un'Europa democratica, federalista, sociale e pacifista sostenendo, in tal modo, le richieste provenienti dal movimento dei movimenti per la costruzione dal basso dell'altra Europa.
Nicola Vallinoto
Redazione di Europace
Note:
http://italy.peacelink.org/europace/docs/404-6570_emendamenti_fini1-16.rtf
La lettura di questi emendamenti è molto istruttiva, almeno secondo me.

Vorrei andare sola
Dove c'è un'altra gente migliore
In qualche posto sconosciuto
Dove nessuno più uccide
Alena Synkova
Terezìn 1943
Io ho paura
ROSSANA ROSSANDA
Diversamente dal giovane eroe di Niccolò Ammanniti, io ho paura. E mi spaventa che non l'abbiamo gli altri, che non sembrano vedere l'avviso di incendio che Walter Benjamin scorgeva nella crisi di Weimar non ancora dispiegata. Mi sgomenta l'indifferenza con la quale l'Italia ha digerito il trionfo di Bush; la più modesta rissa, vera o finta, nella Casa delle Libertà o fra le sinistre la appassiona di più delle minacciose intenzioni del presidente americano e della sua nuova squadra. Gli esperti che avevano dato Kerry vincente fino a un mese prima, spiegano con i valori caldi, abilmente manovrati da Karl Rove, che milioni di americani siano stavolta usciti di casa per iscriversi alle liste elettorali e impedire che quel sovversivo di Kerry arrivasse alla Casa bianca. Gli Usa ci sembrano sempre un passo più avanti, i loro politici sanno parlare alle viscere più delle nostre teste rinsecchite da un eccesso di ragione. Che cosa sia diventata quella società fra i materialissimi interessi del liberismo e quelli della guerra, non appassiona nessuno. Non solo. Gli osservatori dei più grandi media perseverano in previsioni confortanti e non si prendono cura di spiegare perché così spesso le sbaglino. Ci avevano detto che Bush faceva sì la guerra all'Iraq, peraltro poco simpatico, ma che con ciò avrebbe costretto Sharon a un accordo con i palestinesi. S'è visto. Sempre gli stessi restano i soli al mondo che non si accorgono della crescente privatizzazione della guerra, che non contano quanto sia cresciuto il terrorismo da quando il Pentagono l'ha iniziata e non sembrano darsi cura che l'amico di Bush, Putin, stia agitando una nuova e a quanto pare terribile atomica. Ancora ieri ci hanno assicurato che il secondo Bush, sentendosi ormai sicuro, si sarebbe trasformato da falco a colomba perché è notorio che sono le destre a sanare i conflitti aperti dalle sinistre: non fu De Gaulle a far la pace in Algeria? Non è stato Nixon il furfante a riaprire i rapporti con la Cina? Nessuna di queste acute menti ci spiega perché Sharon sia più aggressivo che mai, perché sia stato licenziato Colin Powell e promossa l'efferata Condoleezza Rice (forza, grazia e cortesia per l'innamorato Foglio e alcune femministe della differenza); perché vengano fuori in cariche prestigiose altri personaggi da film horror mentre il Partito democratico si batte il petto per aver proposto un candidato troppo poco rozzo e affida il partito a chi più simile ai repubblicani non potrebbe essere. Si discute se Bush nel secondo mandato perfezionerà l'opera domestica, facendo di ogni americano un proprietario e sopprimendo quel poco che resta di protezione sociale o se darà la precedenza alla guerra infinita, riuscendo a trascinare il resto del mondo in modo che non siano soltanto i boys americani a essere ammazzati. E che magari si possano spostare le forze armate, come gli suggeriscono i giovani leoni dell'American Enterprise Institute, contro l'Iran. Impresa che sarebbe ancora più demente dell'attacco all'Iraq perché l'Iran è immenso, ricco e assai più difeso.
Tutti contenti perché è stato nominato ministro degli esteri lo sdoganato Fini, già pupillo di Almirante, nessuno del nostro establishment e una minuscola parte dell'opinione pubblica si da' pensiero dell'attacco che il Dipartimento di stato sta menando contro le Nazioni unite nella persona di Kofi Annan, peraltro neanche lui sovversivo, accusandolo di aver stornato i soldi destinati ai palestinesi. Non che Washington si proponga di demolire l'Onu, che raramente gli ha dato fastidio, ma la vuole più obbediente. Del resto, osservano i nostri finissimi laici, che cosa sono le Nazioni unite se non un coacervo di dittature canaglia e di europei egoisti?
Qualcosa di difficilmente reversibile è avvenuto nel livello culturale e nel senso comune del paese. Ha prodotto una sorta di anestesia e di perdita di senso delle parole. Gli accenti degli autodefiniti democratici e liberali stanno assumendo la violenza e l'intolleranza di quelli dei fascisti di una volta. Mi ricordo l'aria che tirava nel 1938 e 1939, e mi faceva paura anche se ero una ragazzina. Come ora tutti gli anticorpi al nuovo ordine che veniva agitato erano stati messi fuori uso da un pezzo.
fonte: http://www.ilmanifesto.it
Iran - 2004-11-20 17:45:00
Bush accusa Teheran di mentire sul programma nucleare
Parlando oggi da Santiago del Cile, il presidente Usa Gorge Bush continua ad accusare il governo di Teheran di lavorare segretamente per dotarsi della bomba atomica.
Secondo le informazioni in mano all’intelligence Usa, l’Iran starebbe al contrario accelerando la produzione di uranio arricchito (UF6) prima della scadenza del 22 novembre che Teheran ha concordato con la troika europea (Francia, Germania, Gran Bretagna) per il congelamento del processo di arricchimento dell’uranio e tutte le attività relative.
Secondo Bush, la mossa di Teheran serve ad evitare che l’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), nella sua riunione fissata a Vienna per il 25 novembre, decida di portare il caso dell’Iran al Consiglio di Sicurezza.
Teheran nega sia di avere l’ambizione di dotarsi di armi atomiche - le sue attività sono da anni tese alla costruzione di una centrale nucleare per usi civili, afferma - sia di aver ripreso e intensificato al produzione di UF6.
Il capo dell’Aiea, Mohamed ElBaradei, nel suo rapporto presentato lunedì scorso, ha affermato che dopo due anni di indagini sulle attività iraniane, non ci sono prove che i materiali nucleari in possesso di quel Paese siano destinati a fini bellici, anche se, in astratto, non esclude la possibilità che ci siano attività segrete non rivelate durante le ispezioni.
Non è ancora ben chiaro che accoglienza avrà questo ennesimo appello di Bush sull’Iran dopo la vicenda irachena: le fonti di intelligence usate per denunciare le attività nucleari di Teheran sono dello stesso tipo di quelle citate da Washington per sostenere la presenza di armi di distruzione di massa in Iraq.
Il timore che Bush stia pensando di lanciarsi in un'altra avventura bellica sta prendendo sempre più corpo, tando che oggi un editoriale del New York Times metteva in guardia Bush dai gravi rischi che comporterebbe un'operazione militare contro l'Iran.
fonte http://www.peacereporter.net
Eduardo Galeano
Prendiamo ad esempio le spese militari. Ogni giorno, il mondo devolve 2, 2 miliardi di dollari in produzione di morte. Più precisamente, il mondo destina questa cifra astronomica alla promozione di gigantesche partite di caccia in cui il cacciatore e la preda sono della stessa specie, e da cui risulta vincitore colui che avrà ucciso il maggior numero di propri simili. Basterebbero nove giorni di spese militari a procurare cibo, educazione e cure a tutti i bambini della Terra che ne sono sprovvisti.
A priori, questa dissolutezza finanziaria rappresenta una evidente violazione del senso comune. E a posteriori, che cosa ne risulta?
La versione ufficiale giustifica questo sperpero per via della guerra contro il terrorismo. Ma il buon senso ci dice che il terrorismo gliene è profondamente grato. Non bisogna essere dei geni per constatare che le guerre di Afghanistan e Iraq hanno prodotto sul terrorismo un considerevole effetto dopante. Le guerre dipendono dal terrorismo di stato, e il terrorismo di stato si alimenta del terrorismo non organizzato, e viceversa...
Di recente sono state pubblicate le stime: l'economia americana è in ripresa e torna a crescere a un ritmo soddisfacente. Secondo gli esperti, senza le spese connesse alla guerra in Mesopotamia, questa crescita sarebbe decisamente meno energica. In qualche modo, la guerra contro l'Iraq rappresenta un'eccellente novità per l'economia. E per i morti? Il senso comune si fa sentire attraverso delle statistiche finanziarie, o per bocca di questo padre straziato, Julio Anguita (1), quando afferma: «Sia maledetta questa guerra e tutte le guerre»?
I cinque maggiori fabbricanti e commercianti d'armi (Stati uniti, Russia, Cina, Regno unito, Francia) sono gli stati che godono del diritto di veto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Che i garanti della pace mondiale siano allo stesso tempo i più importanti fornitori d'armi del pianeta non è un insulto al buon senso?
Al momento opportuno, sono questi cinque paesi a comandare. E sono sempre loro a dirigere il Fondo monetario internazionale (Fmi). La maggior parte di loro compare fra gli otto stati che prendono le decisioni determinanti in seno alla Banca mondiale, così come all'interno dell' Organizzazione mondiale del commercio (Wto) in cui il diritto di voto è previsto ma mai utilizzato.
La lotta per la democrazia nel mondo non dovrebbe iniziare dalla democratizzazione dei sedicenti organismi internazionali? Che ne dice il senso comune? Non è previsto che esprima un parere. Il buon senso non ha diritto di voto, né quasi più diritto di parola. La gran parte dei crimini più atroci e dei pregiudizi peggiori commessi su questo pianeta sono perpetrati per il tramite di questi organismi (Fmi, Banca mondiale, Wto) che si definiscono internazionali. Le loro vittime sono i «dispersi»: non coloro che si sono smarriti nella notte e nella nebbia dell'orrore delle dittature militari, ma i «dispersi della democrazia». In questi ultimi anni, in Uruguay, il mio paese, come in tutto il resto dell'America latina e delle altre regioni del mondo, abbiamo visto scomparire gli impieghi, i salari, le pensioni, le fabbriche, le terre, i fiumi, e sono scomparsi anche i nostri stessi figli , costretti ad emigrare alla ricerca di ciò che hanno perduto, rifacendo all'inverso il cammino dei loro avi.
Il buon senso ci obbliga forse a sopportare questi evitabili sofferenze?
Ad accettarle, incrociando le braccia, come se fosse l'opera fatale del tempo o della morte? Accettazione, rassegnazione ? Siamo costretti ad ammettere che, a poco a poco, il mondo sta diventando sempre meno giusto. Per fare un esempio, la differenza fra il salario della donna e quello dell'uomo non è più tanto abissale come una volta. Ma alla velocità con cui vanno le cose, cioè non molto celermente, la parità salariale fra uomini e donne avrà luogo fra 475 anni!
Che cosa suggerisce il buon senso? Di aspettare? Non esiste alcuna donna, a mia conoscenza, in grado di vivere così a lungo. La cultura autentica, quella che promana dal buon senso e che conduce al buon senso, ci insegna a lottare per recuperare quello che ci è stato usurpato. Il vescovo catalano Pedro Casaldaliga (2) ha una lunga esperienza degli anni trascorsi nella foresta brasiliana. E sostiene che, se è vero che insegnare a pescare è meglio che offrire un pesce, d'altro canto, è inutile insegnare la pesca se i corsi d'acqua sono stati inquinati o venduti.
Per far danzare gli orsi nei circhi, il domatore li addestra: a ritmo di musica, colpisce loro la groppa con l'aiuto di un bastone munito di punte. Se danzano correttamente, il domatore smette di batterli e dà loro del cibo. Altrimenti, la tortura continua e, scesa la notte, gli orsi fanno ritorno nelle loro gabbie a stomaco vuoto. Per paura, paura dei colpi, paura della fame, gli orsi danzano. Dal punto di vista del domatore, questo è semplicemente puro buon senso. Ma dal punto di vista dell'animale sfinito?
Settembre 2001, New York. Quando l'aereo sventrò la seconda torre, e questa iniziò a vacillare e poi a crollare, le persone si sono precipitate scendendo le scale a tutta velocità. Gli altoparlanti allora hanno intimato l'ordine a tutti gli impiegati di ritornare al proprio posto di lavoro. Chi di loro ha agito con buon senso?
Si salvarono soltanto quanti disobbedirono.
Per salvarci, dobbiamo raggrupparci. Come le dita di una stessa mano.
Come le anatre di uno stesso stormo. Tecnologia del volo collettivo: la prima anatra si lancia ed apre la strada alla seconda, che indica il percorso alla terza, e la spinta della terza fa spiccare il volo alla quarta, che trascina la quinta, e lo slancio della quinta provoca il volo della sesta, che fa coraggio alla settima...
Quando l'anatra esploratrice si stanca, raggiunge la coda dello sciame e lascia il posto ad un'altra, che risale alla punta di questa V capovolta che le anatre disegnano in volo. Tutte a turno prenderanno la testa e la coda del gruppo. Secondo il mio amico Juan Diaz Bordenave (3), che non è un «palmipedologo» ma che se ne intende, nessuna anatra si considera una superanatra se vola davanti, né una sottospecie di anatra se si trova in coda.
Le anatre, almeno loro, non hanno smarrito il proprio buon senso.
note:
* Scrittore e giornalista uruguaiano, autore della trilogia Memoria del fuego, Madrid 1982-1986 (tr. it. di M. Antonietta Peccianti, Memoria del fuoco, Sansoni, Firenze 1989) e di ... (di prossima uscita).
(1) Julio Anguita, uomo politico spagnolo, storico dirigente d'Izquierda Unida (la Sinistra unita) il cui figlio, Julio Anguita Parrado, giornalista, corrispondente del quotidiano madrileno El Mundo e che accompagnava («embedded») la 3a Armata americana al momento dell'invasione in Iraq, è stato ucciso da un missile iracheno a sud di Bagdad il 7 aprile 2003, ndr.
(2) Pedro Casaldaliga, nato nel 1928, teologo della liberazione, vescovo titolare da 35 anni nella curia di Sao Felix de Araguaia, una delle più povere del Brasile, sperduta nello stato del Mato Grosso.
Nel 1992, il suo nome è stato proposto per il Nobel, ndr.
(3) Juan Enrique Diaz Bordenave, saggista paraguaiano, specialista della comunicazione, autore tra l'altro di Communicacion y Sociedad, Busqueda, Buenos Aires, 1985, ndr. (Traduzione di A. Pr.)
Fonte: http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Settembre-2004/0409lm02.01.html
Colori e sottolineature sono miei.
Quindicesimo anniversario dell'approvazione all'ONU della
Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia 
Un documento fondamentale, uno strumento insostituibile per eliminare i crimini contro le bambine e i bamini. Il quadro fornito dall'UNICEF è desolante, ci ricorda le grandi e le piccole responsabilità, le colpe collettive e quelle individuali, il dovere dell'impegno e della non rassegnazione.
What issues are addressed under child protection?
A lack of protection affects children in many different situations.
Children deprived of their primary caregiver: In Central and Eastern Europe alone, almost 1.5 million children live in public care. Globally, an estimated 13 million children are orphaned as a result of AIDS alone.
Juvenile justice: More than 1 million children worldwide live in detention as a result of coming into conflict with the law.
Forced and bonded child labour: Approximately 246 million children work, with about 180 million engaged in the worst forms of child labour.
Trafficking of children: An estimated 1.2 million children are trafficked every year.
Sexual exploitation of children: 2 million children are believed to be exploited through prostitution and pornography.
Children in armed conflict: At any given time over 300,000 child soldiers, some as young as eight, are exploited in armed conflicts in over 30 countries around the world. More than 2 million children are estimated to have died as a direct result of armed conflict since 1990.
Female genital mutilation/cutting: An estimated 100 to 130 million women and girls alive today have undergone some form of genital mutilation/cutting.
Violence: 40 million children below the age of 15 suffer from abuse and neglect and require health and social care.
Fonte: http://www.unicef.org/protection/index_bigpicture.html
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Se la vita avesse un senso- e non ce l'ha, non il nostro
non ci sarebbero morti di bambini per guerre decise da gruppi di lupi/beoni
non ci sarebbe il pianto senza lacrime in una lingua straniera perfino a se stessa
adesso tu potresti pensare alla tua terra, e non quella per seppellirti
ma, c'è sempre un ma- anzi ce ne sono molti
ma i bambini continuano a vivere in altri, i sorrisi ignorano occhi persi in un vuoto
troppo grande da rimpiangere
ma, forse non c'è un ma, tu devi andare avanti come
come se fossi un piccolo soldatino ubbidiente alla guerra del non-sense
e, e,riempilo tu, come fossi cieca/sorda/stupida
riempilo tu ,quel vuoto che ci separa noi increduli, disperati, affranti
un passo dietro l'altro
avanti,ancora,un po', di nuovo, domani,ancora
Se la vita avesse un senso
sarebbe quello di Fatima, che conta i minuti che mancano
a diventare grande,per andarsene
a diventare sorda, per non ricordare
a diventare..
In memoria di un bambino palestinese di quattro anni,
ucciso dai proiettili di un soldatino israeliano, e di una ragazzina crivellata di pallottole,
per aver spinto troppo maldestramente la sua borsa. si che i soldati temessero che..
“Se noi salveremo i nostri corpi e basta da campi di prigionia (…),
dovunque essi siano, sarà troppo poco (…)
se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati ad ogni costo -
e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione - allora non basterà.
Etty Hillesum
“Diario 1941-1943”, Adelphi

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La piccola Shadan torna a casa
30/04 Sulaimaniya, iraq: Shadan, che ha passato metà della sua vita nel nostro ospedale di Sulaimaniya, è stata dimessa stamattina. Era stata ferita all’inizio della guerra, nel suo villaggio vicino a Kifri: un frammento di razzo le aveva provocato uno squarcio sulla schiena che partiva dalla scapola fin sotto il gluteo; una brutta ferita, che però non aveva leso il midollo spinale. Era il 2 aprile quando è arrivata nel nostro ospedale con parte della sua famiglia: quel razzo aveva infatti ferito anche la mamma, il papà e la nonna. Alcuni
nostri lettori ci hanno scritto nei giorni successivi per chiedere notizie sulle sue condizioni, che per alcuni giorni sono state critiche e
hanno preoccupato i nostri medici, ma pian piano Shadan si è rimessa, e così anche i suoi familiari.
La nonna e il papà sono stati dimessi dopo pochi giorni.
Shler, la sua mamma di 25 anni, aveva una ferita abbastanza leggera alla mano sinistra, ma è rimasta in ospedale tutto il tempo per allattare la sua bambina: Shadan aveva 30 giorni quando è stata ricoverata. Da allora, per un mese, il Centro chirurgico di Emergency è stata la sua casa.
Stamattina se ne sono andate: Shadan, con la faccia sporca di rossetto per i numerosi baci delle infermiere che pr tutto questo
periodo si sono prese cura di lei con un affetto particolare; è venuta a prenderle la nonna Nazira. Tornano nel loro villaggio, con l’impegno di recarsi quotidianamente nel nostro FAP di Kifri per cambiare le medicazioni alle ferite.
Sul lettino che i nostri infermieri avevano comperato apposta per lei c’era scritto “Buona salute e felicità”. E’ anche il nostro augurio a Shadan, e che della guerra le rimanga solo la cicatrice sulla schiena e nessun altro ricordo, che non ci sia piu’ nessuna guerra a mettere in pericolo la sua vita e quella della sua gente.
Fonte Emergency
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Chi ha ucciso Margaret Hassan? |
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Dopo il dolore, lo stupore, il cuore distrutto, l'indignazione e la rabbia per l'apparente uccisione di una donna tanto buona e santa, questa è la domanda che i suoi amici - e, con ogni probabilità, i ribelli iracheni - si stanno facendo.
Questa donna angloirlandese aveva un passaporto iracheno. Aveva vissuto 30 anni in Iraq, dedicando la sua vita al benessere degli iracheni bisognosi. Detestava le sanzioni dell'ONU e si oppose all'invasione angloamericana.
Dunque, chi ha ucciso Margaret Hassan?
Naturalmente chi di noi la conosceva rifletterà ora riguardo alle atroci implicazioni del video (inviato ad Al Jazeera ieri e in cui viene apparentemente mostrata la sua esecuzione).
Suo marito crede all'evidenza della sua morte.
Se Margaret Hassan può essere sequestrata e assassinata, quanto ancora possiamo cadere nel profondo abisso dell' Iraq?
Non ci sono barriere nè frontiere per l'immoralità. Quanto vale l'innocenza nell'anarchia che abbiamo portato in Iraq? La risposta è semplice: nulla.
Ricordo Margaret mentre discuteva con medici e camionisti, quando le venne affidato l'incarico di trasportare un carico di medicine per bambini iracheni ricoverati per cancro nel 1998. Sorrideva, li persuadeva e supplicava affinchè quei medicinali per la leucemia arrivassero a Bassora e Mosul.
Non le sarebbe piaciuto essere chiamata angelo- a Margaret non piacevano i clichè. Anzi, voglio scrivere "non ama i clichè". Veramente abbiamo il diritto di dire che è morta?
Verso i burocrati e i leader occidentali che questo martedì esprimeranno indignazione e dolore per la sua morte, lei non provava nient'altro che disprezzo.
Si, sapeva i rischi che correva. Margaret Hassan era cosciente che molte donne irachene erano state sequestrate, violentate, rapite per ottenere un riscatto o uccise dalla mafia di Bagdhad. Visto che è una donna occidentale - la prima donna occidentale sequestrata e uccisa - ci dimentichiamo quante donne irachene hanno patito questo terribile destino; si dice poco di loro, in un mondo che conta solo soldati americani morti e non fa caso alle vittime che hanno la pelle più scura, occhi più neri e una religione differente, quelli che sosteniamo di aver liberato.
Ora ricordiamo i primi video. Margaret Hassan piange. Margaret Hassan si dispera e qualcuno le bagna la faccia con dell'acqua per farla ritornare in sè. Margaret Hassan piange di nuovo, implora che la Guardia Nera sia ritirata dal fiume Eufrate. Dietro a queste terribili immagini non c'erano le solite bandiere islamiche. Non c'erano i soliti uomini armati e incappucciati. Non c'erano nastri che recitavano il Corano.
E quando a Falluja e Ramadi si diffuse la notizia, il solo fatto di sequestrare Margaret Hassan fu considerato quasi un atto di eresia e tutti i gruppi di resistenza - il messaggio era totalmente sincero - chiesero la sua liberazione.
Fece lo stesso, incredibile, Abu Musab al-Zarqawi, l'uomo di al Qaeda accusato falsamente dagli Stati Uniti di capeggiare l'insurrezione irachena, ma che in definitiva è coinvolto nel sequestro e nella decapitazione di stranieri.
Altre donne sequestrate - le due operatrici umanitarie italiane, per esempio - sono state liberate subito quando i rapitori hanno riconosciuto la loro innocenza. Ma questo non è accaduto con Margaret Hassan, che parlava arabo fluentemente e che poteva spiegare ai suoi carcerieri il lavoro che faceva.
Quest'anno è apparso un video misterioso: uomini armati promettevano di catturare Zarqawi, accusato di essere "anti-iracheno" e, nel frattempo, si riferivano all'esercito con cortesia chiamandolo "le forze di coalizione". Subito questo video è stato battezzato come "il nastro di Allawi". Cioè, il nome dell'ex agente CIA ed ex membro del partito Ba'ath che gli americani nominarono "primo ministro ad interim" dell'Iraq. Lo stesso Allawi che ha annunciato che non sono morti civili a Falluja.
Se qualcuno dubitava della natura assassina degli insorti, quale miglior prova della sua pervasività che mostrare l'evidenza dell'assassinio di Margert Hassan? Quale modo più avventato per dimostrare al mondo che gli Stati Uniti e l'esercito di Allawi lottano contro il "male" a Falluja e in altre città irachene?
No, certamente non possiamo dire che il governo di Allawi sia coinvolto nella morte di Margaret Hassan. Non perchè tutta Badghad crede che il "primo ministro ad interim" abbia ucciso sette prigionieri nel commissariato di Amariya giusto prima di assumere il potere - cosa che egli nega - ciò deve suggerire che abbia avuto qualcosa a che vedere con un fatto tanto terribile. L'Iraq, dopo tutto, è inondato da oltre 20 gruppi ribelli e anche da bande rivali di criminali che cercano di estorcere denaro dai rapimenti
Tuttavia, qualcuno deve rispondere a questa domanda: chi ha ucciso Margaret Hassan?
© 2004 The Star & Independent Online
Fonte: http://www.commondreams.org/views04/1117-29.htm
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media
Quanti dubbi, quante certezze, quanta sacrosanta indignazione in questo pezzo di Robert Fisk!

soldati usa. quanti di loro sono chicanos, neri, portoricani, ragazzi senza lavoro o permesso di soggiorno?
USA, IL RIFIUTO DEI RISERVISTI
L'esercito Usa incontra sempre più resistenze tra i riservisti da inviare in Iraq e in Afghanistan. Negli ultimi mesi su 4.000 ex soldati richiamati in servizio attivo, 1.800 di loro hanno già richiesto esenzioni o rinvii. Di altri 2.500 che avrebbero dovuto arrivare alla base militare il 7 novembre per un training di nuovo addestramento, 733 non si sono presentati. The Individual ready reserve comprende circa 110.000 nomi di ex soldati che non sono più nell'esercito ma che potrebbero essere richiamati a ruolo attivo in qualsiasi momento. E negli ultimi mesi è successo spesso, ma l'Iraq fa paura ai riservisti.

Com'era la storia? La forza..la grazia..
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A proposito di armi e commercio d'armi, di cui si parla nel post precedente, e a proposito degli atti che possono far inceppare i criminali meccanismi della violenza armata, copio un mio post dal blog 'Pitagora' [pitagora.splinder.com]
Questa seconda mozione riprende la prima e rilancia, chiedendo al Comune di "predisporre un Regolamento per la selezione delle banche con le quali avere rapporti finanziari in base a principi etici, in particolare istituendo un sistema di punteggi".
Oltre ai due punti già citati si chiede anche che l’amministrazione "consideri come elementi negativi le condanne inflitte agli istituti per posizione dominante o per pubblicità ingannevole, oppure inflitte per violazione dello statuto dei lavoratori e/o delle norme anti–riciclaggio; si preferisca rapporti con imprese bancarie che mostrino condizioni particolarmente favorevoli di credito nei confronti delle piccole e medie imprese, dei soggetti no-profit, dei paesi del Sud del mondo; si preferisca rapporti con imprese bancarie le cui fondazioni di riferimento finanzino associazioni: onlus, cooperative sociali e altri soggetti no-profit su scala locale; si preferisca rapporti con imprese bancarie le cui fondazioni di riferimento finanzino iniziative di finanza etica e di salvaguardia ambientale; si preferisca rapporti con istituti di credito che praticano condizioni di favore per l’erogazione di credito ai giovani ed ai lavoratori precari".
Una volta completato, il regolamento sarà discusso dalla Commissione affari istituzionali. ... continua
fonte: http://italy.peacelink.org/mosaico/articles/art_7609.html

Ho registrato dalla programmazione televisiva il film di Moore, BOWLING FOR COLOMBINE, che trovo di gran lunga migliore di ogni altro successivo per l'impatto illuminante sul tema della violenza alimentata ad arte per numerose diverse ragioni, ma non ultima quella di alimentare sempre più la richiesta di consumi in armi e munizioni. Da buoni amici del presidente George, quali ci costringe ad essere il nostro Silvio, non dobbiamo dimenticare che lo stesso percorso compiuto dagli stati uniti riguarda anche noi, nel nostro paese e che alimentare conflitti internazionali favorisce lo stesso progetto.
A FUTURA MEMORIA
(giudiziaria e storica)
Atti di Mr. Bush, W., nel suo Secondo Mandato
1. Scatena l'attacco alla città di Falluja (è lui il comandante supremo delle forze armate).

Qualcuno la definisce la Guernica dell'America: http://italy.peacelink.org/conflitti/articles/art_8138.html
2. Ha rimpiazzato il ministro della Giustizia John Ashcroft con Alberto Gonzales.
Bisognerà ricordare John Ashcroft, capo del dipartimento alla Giustizia americano: si era inventato il Patriot Act, il corpo di leggi speciali contro il terrorismo, dei super poteri all'Fbi, degli arresti in massa tra la comunità musulmana, dei processi segreti. (In poche parole autore della soppressione dei diritti civili negli Stati Uniti ... possa raggiungerlo un giorno la giustizia del suo paese e del mondo intero)
Il guardasigilli dei falsi allarmi in tv, dei gruppi di preghiera la mattina al ministero, instancabile soprattutto nello sveltire le pratiche per l'esecuzione dei condannati a morte. Agli occhi del presidente George W. Bush era caduto in disgrazia da tempo. E non per ragioni ideologiche. (Silurato non per deficit di etica democratica e fanatismo, ma perché oscurava il piccolo Bush!!!) Nella capitale si parla piuttosto del suo smisurato eccesso di zelo, del presenzialismo ossessivo, dell'ambizione cieca con cui ogni tanto provava a rubare la scena a Bush in prima linea nella lotta al terrorismo. Alla fine Ashcroft è stato costretto a presentare le dimissioni. Ha scritto la lettera di suo pugno su cinque paginette, in cui si gloria di aver protetto l'America da nuovi attacchi dopo l'11 settembre. «L'obiettivo di mettere gli americani al riparo dal crimine e dal terrorismo è stato raggiunto. Credo che adesso le mie energie e il mio talento debbano essere dirette verso altre sfide».
Comunque sia, Bush è riuscito a sostituire il ministro più controverso della sua amministrazione con un personaggio altrettanto discusso, ma di provata fedeltà. Tutta la carriera di Gonzales segue passo passo l'ascesa di Bush: in Texas comincia come consigliere legale del governatore, poi segretario di Stato, poi uno scranno alla corte suprema.
GONZALES E' L'UOMO CHE
- "A Washington s'è ingegnato sui trattati internazionali, per concludere che il presidente degli Stati Uniti può tranquillamente ignorare la convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra, basta che lo faccia per difendere la sicurezza nazionale.
- Al Pentagono ha offerto rassicuranti presupposti di legittimità per le gabbie di Guantanamo e per gli orrori del carcere di Abu Ghraib. Ora che la magistratura americana sta facendo a pezzi quest'interpretazione un po' emergenziale un po' à la carte del diritto, e dichiara fuori legge i tribunali speciali di Guantanamo, Gonzales viene promosso guardasigilli.
- Protestano le associazioni per i diritti civili, facendo notare che Gonzales in passato è stato un legale della Enron, il colosso texano dell'energia finito in bancarotta quando s'è scoperto che presentava bilanci fasulli. (falso in bilancio!!! il reato che da noi è stato depenalizzato!!! il reato che permette di ingannare frodare defraudare gli investitori, soprattutto i piccoli!!!)
3.
Sceglie Condoleeza Rice come Segretario di Stato al posto di Powell. E die lei dice:
"E' la persona ideale per un paese in guerra"
(grande grande Condoleeza, cara fidata cocca del giovane texano. Che sguardo nella fotografia a fianco, strabico di compiacimento! E' la sua grande donna, che diamine! Ma ve la ricordate mentre veniva interrogata sulle menzogne ignobili usate per portare l'America verso una guerra ingiusta?)
"Negli ultimi quattro anni, ho contato sui suoi consigli, mi sono giovato della sua grande esperienza, e ho apprezzato la sua fermezza di giudizio" (ha detto il virgulto Bush della dolce Condoleeza, dandoci così la misura delle responsabilità di sua 'dolcitudine'.) [da Repubblica, 10 /11/ 2004]
E lei ha accettato la designazione con un bacio sulla guancia a lui, l'orante Capo teoguidato, e gli ha detto: “È stato un onore e un privilegio lavorare con lei negli ultimi quattro anni, in tempi di crisi, di decisioni e di opportunità per il nostro Paese. Sotto la sua guida, l’America sta combattendo e vincendo la guerra contro il terrorismo. Lei ha guidato grandi coalizioni che hanno liberato milioni di persone dalla tirannide e che stanno ora aiutando iracheni ed afghani a costruire democrazie nel cuore del Mondo arabo”.
4.
Dopo Falluja, attacco a Mosul
Nessun cambiamento finora, o forse sì, un indurimento di posizioni già inflessibili. Un grande 'exodus' di vecchi collaboratori e l'arrivo di nuovi personaggi.
Potrebbe essere questa la strategia d'uscita dal pantano infernale per l'uomo che prega mentre scorre il sangue umano e si levano le urla dei torturati?
Molti siti d’informazione, italiani e stranieri, hanno pubblicato le immagini riprese dall’operatore Kevin Sites della Nbc all’interno di una moschea di Falluja dove si vede un soldato dei Marine uccidere un iracheno ferito e disarmato che era disteso a terra assieme ad altri uomini, uccisi o gravemente feriti.
L’Unità On Line ha scelto diversamente. Mentre sentiamo necessario denunciare e condannare l’atto di inutile crudeltà e barbarie commesso dentro quel luogo di culto devastato, pensiamo che non sia necessario aggiungere orrore all’orrore e che la pietas debba prevalere sul documento.
La morte è uguale sempre, che sia di un americano o di un iracheno, anche se i media occidentali troppo spesso sembrano ritenere che solo quella dei “bianchi” meriti attenzione e cordoglio.
(Nella foto che pubblichiamo, si vede un fotogramma del video. L'uomo ripreso non è lo stesso che è stato ucciso dai marines)
Media. Sì, una cippa.

Falluja, una carneficina. Ma, la notizia.