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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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In Asia per un piatto di lenticchie

Sì sì, è tutto un “magna magna”.
Compreso il nostro.
Vengo al punto: magnamo meno e mandiamo lenticchie, zampone e quant’altro nel Sud Est Asiatico.
Magari sotto forma di euro alle associazioni elencate qui a fianco.
Nel punto mi permetto di segnalare particolarmente quelle (che so, anche via Macchianera
Cheppoi se uno da un’occhiatina al resto del mondo, la restituzione (niet donazione) è sempre un’attenzione minuscola, ma è già qualcosa per noi che, sculando, siamo nati “nell’atollo giusto”.
| Africa - 27.12.2004 |
| Una vita per la pace |
| Intervista a Wangari Maathai, premio Nobel per la pace nel 2004 |
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Una vita spesa nella lotta per i diritti delle donne, la conservazione ambientale e la conquista della democrazia. Quasi trent’anni di sforzi, riconosciuti lo scorso ottobre con il Nobel “per il suo contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace”. Wangari Maathai, sessantaquattro anni, è la leader del Green Belt Movement, “movimento della cintura verde”: una comunità di oltre 100mila persone che dal 1977 ha piantato più di 30 milioni di alberi sul territorio kenyano, promuovendo l’ambiente e al contempo lavorando per l’emancipazione delle donne. Dopo decenni passati all’opposizione contro il regime di Daniel Arap Moi, Wangari è stata eletta in Parlamento nel dicembre 2002. Il neopresidente democratico Mwai Kibaki l’ha nominata viceministro dell’ambiente e delle risorse naturali. In un’intervista rilasciata qualche giorno dopo aver ritirato il premio dal Comitato di Oslo, Wangari racconta la sua visione del mondo a PeaceReporter.
intervista completa qui.
(Grazie alla cortese segnalazione di Augusta ) |
Auguri di Natale di don Tonino Bello
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Non dimentichiamo Guantanamo
e tutti gli altri posti in cui i torturatori e le torturatrici,
agli ordini di mandanti eccellenti, distruggono
corpi e anime e dignità.
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La Corte Suprema del Kansas ha definito incostituzionale la pena di morte ch è in vigore ma non è mai stata applicata da quando nel 1976 la Corte Suprema Federale ha dato via libera ai singoli stati di riprendere le esecuzioni. Con un voto di stretta misura, quattro contro tre i giudici statali hanno definito contraria alla Costituzione americana la legge del Kansas sulla pena di morte perchè richiede alle giurie di comminarla se le prove pro e contro l'imputato sono equivalenti.
fonte: Espressonline
Riceviamo e inoltriamo volentieri, con preghiera di diffusione
Fra tanto berciare sulle "radici cristiane d'Europa" ci si prepara ad accogliere a braccia aperte un paese, la Turchia, che quelle radici ha strappato con il massimo di ferocia deportando, affamando, decapitando, bruciando e impalando un milione e mezzo di Armeni. Un paese che non solo non ha mai riconosciuto il genocidio, ma punisce con 10 anni di galera il solo fatto di evocarlo.
L'indifferenza del mondo alimentò i progetti di Hitler : "Chi si ricorda più del genocidio Armeno?" diceva preparando l'Olocausto...
Oggi propongo di non restare indifferenti.
In nome di centinia di migliaia di bambini portati a morire nel deserto al confine con la Siria, in nome di migliaia di donne violentate a morte dalle truppe Turche, chiediamo che l'ingresso della Turchia in Europa venga bloccato sino al giorno in cui il suo governo non riconoscerà il primo genocidio del '900
Mimmo Lombezzi
Per saperne di più sul genocidio del popolo Armeno Arcoiris Tv consiglia la visione di questo filmato:
DESTINAZIONE: IL NULLA - Il testimone
Il genocidio del popolo armeno.
Armenia e Siria. Il genocidio armeno del 1915 ad opera dei turchi, rievocato attraverso i racconti dello scrittore Armin T. Wegner, allora ufficiale tedesco testimone della tragedia.
Un documentario che rompe il silenzio della storia, che troppo spesso occulta i suoi misfatti e il sangue versato di milioni di innocenti.
Wegner assiste involontariamente alla cacciata di un intero popolo verso il deserto e vede fiumane di deportati morire lentamente disperdendosi nel “nulla”.
Annichilito da quello spettacolo, scatta, a rischio della propria vita, una lunga serie di fotografie e scrive testimonianze che in seguito utilizzerà per denunciare al mondo l’orrendo crimine contro l’umanità.
Per vedere il filmato clicca qui!
Vi segnaliamo anche le vignette di Molly Bezz e di Mauro Biani per Arcoiris Tv
Al momento sul sito www.arcoiris.tv ci sono 1826 filmati per un totale di più di 894 ore di filmati.
Per consultare i filmati presenti sul sito clicca qui!
fonte: arcoiris
Sono convinta che i processi di liberazione appartengano alla volontà politica dei protagonisti e non alla beneficenza (né ai buoni sentimenti degli aspiranti benefattori). Per questo seguo, credo fin dal suo inizio, l’iniziativa Semi di Pace. Israeliani e Palestinesi, pur determinati al dialogo (e processo di pace senza dialogo non può esservi) non hanno la possibilità di incontrarsi nel loro paese. Possono però farlo all’estero e Semi di pace è un’opportunità per loro, ma anche per chi voglia incontrarli e sappia ascoltarli. Certamente questi dialoghi, necessari, non sono risolutivi: ma non può essere attribuito a chi correttamente si impegna il disimpegno d’altri.
Propongo perciò all’attenzione di chi mi legge il documento che ho ricevuto dal direttore della rivista Confronti (www.confronti.net) che spesso ho citato e suggerisco, a chi volesse saperne di più su alcune associazioni israeliane e palestinesi che lavorano insieme per la pace la lettura di “Sentieri di pace(a cura di Confronti) edizione Lampi di stampa, 2004- I libri del Cric” augusta
Alle associazioni, ai gruppi ed alle istituzioni interessate Roma, 9 dicembre 2004
Cari amici, gentili amiche,
vi scrivo per proporvi di aderire all’edizione 2005 di “Semi di pace” che si svolgerà tra il 27 febbraio e il 6 marzo. Come saprete, si tratta di un programma di incontro tra testimoni di pace israeliani e palestinesi che vengono in Italia sia per conoscersi meglio tra di loro – l’attuale situazione politica e militare scoraggia o impedisce questo tipo di incontri – sia per condividere con il pubblico italiano le loro esperienze e le loro analisi.
La caratteristica di questa iniziativa è che, dopo un breve periodo di orientamento rispetto alla realtà italiana assicurato da Confronti, i “testimoni” si dividono in coppie – un israeliano e un palestinese – e si mettono a servizio dei gruppi, delle associazioni e delle istituzioni che li hanno “prenotati”.
Quest’anno i partecipanti proverranno dall’International Center di Betlemme, dall’Istituto di psicoterapia “Almadina” di Nazareth, dall'organizzazione Givat Haviva, dall'Istituto “Midreshet Iyun”, dall'associazione Parent’s circle (genitori di vittime del conflitto, di una parte e dell’altra) e di altre associazioni impegnate a favorire l’incontro e il dialogo. All’inizio di gennaio 2005 saremo in grado di indicare i nomi esatti dei partecipanti all’iniziativa. La proposta che rivolgiamo a tutti voi è di invitare almeno una coppia di persone del gruppo – ovviamente un israeliano e un palestinese – e organizzare per loro gli incontri che riterrete più opportuni. Negli anni passati hanno avuto natura molto diversa: alcuni si sono svolti nelle scuole, altri in sedi istituzionali, altri in parrocchie o nelle sedi di associazioni per la pace, altri ancora in seminari o monasteri!
L’accoglienza di queste persone è in sé un servizio alla pace: vengono da una situazione di conflitto e trascorrere qualche giorno in un paese tranquillo, bello e vivace come il nostro, è per molti di loro una preziosa occasione di ricarica.
Anche per questo contiamo sul vostro sostegno e sulla vostra adesione.
Trattandosi di un’iniziativa sostanzialmente autofinanziata, ci permettiamo di chiedere un contributo a coppia di € 700, cui vanno aggiunte le spese di viaggio e di ospitalità.
Solo uno o due partecipanti parlano italiano e bisogna pertanto provvedere un servizio di traduzione dall’inglese (o dall’ebraico e dall’arabo!).
Se interessati, vi preghiamo di mettervi in contatto con Lucia Cuocci, ufficio programmi, tel. 06 4820503 fax 06 4827901 e-mail: programmi@confronti.net , entro e non oltre, il 20 gennaio 2005.
Sicuro che vorrete considerare con attenzione la nostra proposta, vi invio un caro saluto di pace, shalom, salam Paolo Naso
fonte: www.betlemme.splinder.com
Ringrazio molto Augusta per la segnalazione e invito tutti a girare la segnalazione di questa importante iniziativa di pace ,concreta
Il Senegal ripudia la morte: abolita la pena capitale
di red
L’Africa compie un grande passo avanti nel rispetto dei diritti umani. Il Senegal ha finalmente abolito la pena di morte per tutti i reati, facendo salire a quattro il numero dei paesi dell’Africa occidentale che hanno scelto di mettere fine a questo barbaro metodo di giustizia.
Venerdì l’Assemblea Nazionale senegalese ha approvato il provvedimento che abolisce la pena capitale ed ora la legge è passata alla firma del presidente della Repubblica, Abdoulaye Wade, che l’ha promulgata. La svolta è stata fortemente voluta dallo stesso capo dello Stato che si è reso conto dell’inutilità di una pena che non risolve nulla poichè «nei paesi dove è in vigore, il numero dei crimini non diminuisce. E nei paesi dove è stata abolita, i reati non sono aumentati». Va ricordato che il Senegal, di fatto, applicava raramente la condanna a morte e faceva parte dei cosiddetti paesi “abolizionisti di fatto” ovvero quelli in cui la pena è prevista ma raramente messa in pratica.
Dal 1960, anno dell’indipendenza del Senegal dalla Francia, infatti, soltanto due persone sono state condannate a morte, entrambe per attentati a uomini politici. «Le sole volte che la pena di morte è stata applicata in Senegal, è stato per ragioni politiche- ha dichiarato il capo del Partito Democratico Senegalese, Doudou Wade, ora al governo - E non si può uccidere per ragioni politiche». La cancellazione della norma dalla legislazione senegalese è una conquista importantissima, per la quale molte associazioni umanitarie, Amnesty International in prima fila, lavoravano da tempo.
E soprattutto, l’approvazione della legge salva le quattro persone che, dal 2001, sono state condannate a morte dai tribunali senegalesi e che erano in attesa dell’esecuzione. Il ministro della Giustizia, Serigne Diop ha garantito che saranno graziate.
E questa sera, per festeggiare l’evento, il sindaco di Roma, Walter Veltroni ha deciso di illuminare il Colosseo. Il giorno dopo l’anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti umani, una luce si accende, nella speranza che altri paesi scelgano la strada illuminata da Dakar.
fonte: Unità on line del 12-12-04
GIOCHI DI GUERRA
internazionale
Italia, 9 dicembrre 2004, settimanale
Immaginiamo che l’Iran sia sul punto di sviluppare l’arma atomica. Che fa Washington? E Israele? Un gruppo di esperti ha tracciato i possibili scenari
JAMES FALLOWS, THE ATLANTIC MONTHLY, STATI UNITI
James Fallows è national correspondent del mensile statunitense The Atlantic Monthly, per cui lavora da più di vent’anni. Il suo articolo The fifty first state, sulle difficoltà del dopoguerra in Iraq (Internazionale 461), ha vinto il National magazine award nel 2003.
Per tutta l’estate e l’autunno l’Iran si è avvicinato a grandi passi a uno scontro con gli Stati Uniti. Al centro del contrasto, il programma nucleare di Teheran. A giugno l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha dichiarato che l’Iran non aveva fornito sufficienti informazioni sulla portata dei suoi programmi. A luglio Teheran ha comunicato che non intendeva ratificare un protocollo del Trattato di non proliferazione nucleare che avrebbe dato agli ispettori internazionali più libertà di movimento all’interno del paese.
Ad agosto il ministero iraniano della difesa ha lanciato un avvertimento: se Teheran avesse avuto il sospetto che una potenza straniera – in particolare gli Stati Uniti o Israele – si preparava a colpire i suoi impianti nucleari, avrebbe potuto lanciare un attacco preventivo contro le forze statunitensi stanziate nel vicino Iraq. A settembre l’Iran ha annunciato che stava per arricchire 37 tonnellate di uranio, presumibilmente destinate a impianti nucleari. A ottobre, infine, ha fatto sapere che disponeva di missili in grado di colpire bersagli situati a 1.250 miglia di distanza, capaci cioè di colpire a ovest l’Europa sudorientale e a est l’India. Nel frattempo Israele ha fatto capire varie volte – in modo più o meno sfumato – che se l’Iran fosse andato troppo in là con i suoi piani avrebbe fatto ricorso all’azione preventiva per proteggersi.
Fonte: http://www.rainews24.it/ran24/magazine/internazionale/default.htm
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Chi non ricorda Enzo Baldoni, poco prima del sua assassinio, insieme a Mohammed, il giovane in cerca di nuove gambe?
Emergency ha curato e sostituito ciò che la guerra aveva strappato a Mohammed, che è tornato a casa.
Una buona notizia che conferma la determinazione contro la guerra e richiama il ricordo di un uomo di pace come Enzo. L'ho letta nel sito di PeaceReporter.
| Iraq - 09.12.2004 |
| Ricominciare a camminare |
| Mohammed, il ragazzo aiutato da Emergency e da Baldoni, torna a casa |
“Mohammed è veramente felice adesso. Finalmente può lasciare l'ospedale e cominciare la sua nuova vita”. Il dottor Hama al telefono, il direttore del centro di riabilitazione di Emergency a Suleymania, in Iraq, è molto soddisfatto e il tono concitato della sua voce tradisce l'emozione sempre nuova di restituire la gioia a un paziente. Soprattutto per un medico come lui, abituato a lavorare con esseri umani ai quali la guerra toglie ogni speranza nel futuro.
continua: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=606
Compagni d'armi
E' ufficiale. L'Italia vuole che sia cancellato il divieto di vendere armi alla Cina. Lo annuncia Fini, lo conferma Ciampi che dimentica parlamento e Costituzione. L'embargo sul materiale bellico risale ai tempi di Tien an men, ma adesso «la Cina è cambiata». E le imprese italiane devono fare affari. Nessuna protesta a sinistra, tranne Verdi e Rifondazione. «Sono allibito, Ciampi non può assumere queste decisioni per conto del paese». Non è Fassino, è Calderoli
PAGINE 2 E 3 del Manifesto
Kerry e il dono dell'immunità
di Naomi Klein

Le immagini simboliche suscitano attrazione e avversione. È il caso della fotografia di James Blake Miller, il ventenne marine di Appalachia ribattezzato "il volto di Falluja" dagli autorevoli sostenitori della guerra, e "l'Uomo Marlboro" da quasi chiunque altro.
Riproposta da più di un centinaio di quotidiani, la foto del Los Angeles Times mostra Miller "dopo più di dodici ore di intenso e quasi ininterrotto combattimento" a Falluja, la faccia dipinta con pittura di guerra, un graffio sanguinante sul naso e la sigaretta, appena accesa, tra le labbra.
Osservando Miller con benevolenza, Dan Rather, anchorman di CBS News, ha confidato: "Mi ha coinvolto personalmente. È un guerriero che scruta l'orizzonte lontano, per cogliere con lo sguardo il pericolo. Guardatelo, studiatelo, assimilatelo. Pensateci su. Quindi tirate un profondo respiro di orgoglio. E se non vi ritrovate con gli occhi umidi, siete più bravi di me". Qualche giorno dopo, il LA Times dichiarava che la foto era "entrata nel regno dell'allegoria". A dire il vero, l'immagine sembra allegorica solo perché è evocativa in modo quasi ridicolo: è uno scopiazzamento bello e buono dell'icona più forte della pubblicità americana, l'uomo della Marlboro, che a sua volta imita la stella più brillante che Hollywood abbia mai creato, John Wayne, che impersonava il più grande mito originale d'America, il cowboy sull'impervio confine. È come una canzone che ti sembra di aver già sentito mille volte, perché è proprio così.
Ma non è questo il punto. Per un Paese che ha appena eletto un aspirante uomo Marlboro come suo Presidente, Miller è un'icona, e lo prova il fatto che lui stesso abbia dato origine ad una disputa. "Molti bambini, ma soprattutto ragazzi, giocano 'ai soldati' e si divertono a imitare questo giovanotto. Il chiaro messaggio della foto è che il modo giusto di rilassarsi dopo una battaglia è una sigaretta", ha scritto Daniel Maloney in una lettera di protesta allo Houston Chronicle. Linda Ortman ha mosso lo stesso appunto agli editori del Dallas Morning News: "Non ci sono foto di soldati in Iraq che non fumano?". Un lettore del New York Post ha suggerito qualche immagine per una propaganda più politically correct: "Mostrare un marine su un carro armato, mentre aiuta un altro militare, o beve acqua, avrebbe un impatto più favorevole sui vostri lettori".
Proprio così: coloro che hanno scritto lettere ai giornali da tutta la nazione esprimono unanimi la stessa indignazione: non che il soldato dagli occhi d'acciaio che fuma rende l'uccisione di massa accattivante, bensì che un'azione encomiabile come l'uccisione di massa renda accattivante il terribile crimine del fumo. Questo mi ricorda la battuta sul rabbino della comunità hasidic, secondo il quale sono accettabili tutte le posizioni sessuali tranne una: quella in piedi, "perché potrebbe indurre a ballare".
A pensarci bene, forse Miller merita davvero di essere elevato allo status di icona: non della guerra in Iraq, ma della nuova era della dilagante immunità americana. Poiché, al di fuori dei confini americani, come sappiamo, c'è un altro il marine a cui è stato assegnato il titolo di "volto di Falluja": il soldato ripreso da una videocamera mentre uccide un prigioniero ferito e disarmato in una moschea. A seguire, ci sono le fotografie del bimbo di due anni di Falluja in un letto d'ospedale senza la gamba che gli è stata strappata via; del bambino morto, steso sulla strada e aggrappato al corpo senza testa di un adulto; e di un centro di pronto soccorso ridotto in macerie. All'interno degli Stati Uniti, queste istantanee di un'occupazione fuorilegge sono comparse solo brevemente, se mai sono comparse. Al contrario, lo status di icona di Miller ha resistito, tenuto vivo da storie di umano interesse sui suoi fan che inviano stecche di Marlboro a Falluja, interviste alla mamma orgogliosa del marine e accese discussioni sulla possibilità che il fumo possa ridurre l'efficienza di Miller come macchina da combattimento.
L'immunità, la percezione di essere al di là della legge, è stata a lungo il marchio del regime di Bush. Ciò che è allarmante è la sensazione che si sia accentuata dopo le elezioni, sfociando in quella che può ben essere descritta come un'orgia dell'immunità. In Iraq, le forze statunitensi e i loro delegati iracheni stanno prendendo di mira bersagli civili e attaccano apertamente medici, religiosi e giornalisti che hanno osato contare i corpi. In patria, la politica dell'immunità è stata ufficializzata da Bush con la sua nomina a ministro della Giustizia di Alberto Gonzales, l'uomo che, attraverso l'infamante "memoriale sulle torture", aveva personalmente informato il Presidente che le norme della Convenzione di Ginevra sono ormai "obsolete".
Questo genere di provocazione non può spiegarsi semplicemente con la vittoria di Bush. Qualcosa nel modo in cui ha vinto e in cui si sono tenute le elezioni deve aver dato a questa amministrazione la netta impressione di aver ricevuto una sorta di franchigia dalla Convenzione di Ginevra. Poiché questo è esattamente il dono che è stato consegnato proprio da John Kerry.
Per mantenere la possibilità di vittoria, la campagna di Kerry ha lasciato correre la macchina elettorale di Bush per cinque mesi senza mai affrontare questioni importanti come la violazione delle leggi internazionali. Nel timore di essere considerato troppo tenero riguardo al terrorismo e sleale verso le truppe statunitensi, Kerry ha scandalosamente taciuto riguardo ad Abu Ghraib e Guantanamo. Quando è diventato chiaro che su Falluja si sarebbe abbattuto l'inferno subito dopo le votazioni, Kerry non si è mai opposto a tale piano, né ai bombardamenti illegali di zone civili che si sono verificati durante tutta la campagna. Anche dopo la pubblicazione su The Lancet dello studio in cui si stimava che 100.000 iracheni erano morti in seguito all'invasione e all'occupazione, con una frase oltraggiosa, anzi francamente razzista, Kerry aveva ripetuto che gli americani "hanno subito il 90% delle perdite in Iraq". Messaggio inequivocabile: i morti iracheni non contano. Dando credito alla teoria altamente discutibile secondo cui gli americani sono incapaci di avere riguardo a qualunque vita che non sia la propria, la campagna di Kerry e i suoi sostenitori sono divenuti complici nella disumanizzazione degli iracheni, rafforzando l'idea che la vita di alcuni non sia così importante da rischiare di perdere voti. Più che l'elezione di un qualsiasi candidato, è questa logica moralmente insostenibile che consentire che crimini del genere possano susseguirsi senza freni.
L'effettivo risultato di tutte queste idee "strategiche" è stato che al danno hanno aggiunto anche la beffa: non hanno consentito a Kerry di essere eletto e hanno trasmesso a chi, invece, lo è stato, il chiaro messaggio che non avrebbe pagato alcun prezzo politico per i crimini di guerra commessi. È questo il vero regalo di Kerry per Bush: non tanto la presidenza, quanto l'immunità. La dimostrazione migliore è, forse, nell'uomo Marlboro di Falluja e nei dibattiti surreali che lo hanno coinvolto.
La vera immunità genera una specie di delirante decadenza, e la sua faccia è questa: una nazione che si scalda con il fumo, mentre l'Iraq brucia.
Fonte: http://www.thenation.com/doc.mhtml?i=20041213&s=klein
Traduzione di Tiziana la Cecilia per Nuovi Mondi Media
Naomi Klein fa affermazioni pesanti in questo articolo. Le condivido tutte. Sono d'accordo sulla responsabilità di chi collabora e di chi non si oppone con determinazione ai crimini di guerra.
Questo, tuttavia, non mi fa dimenticare che metà della popolazione degli Stati Uniti non è d'accordo con Bush junior e si oppone anche attivamente alla sua politica, benché l'opposizione democratica sia diventata paradossalmente difficile e pericolosa in quel paese. ( vedi post di sabato 4 dicembre 2004: "L'altra America" )
Non dimentico, inoltre, che il nostro governo ha costretto noi, cittadine e cittadini italiani, a un'alleanza militare sotto il comando militare dell'amministrazione Bush junior, calpestando l'articolo 11 della nostra Costituzione e rendendoci di fatto volenterosi collaboratori dei suddetti individui.
'Untitled', by artist Leon Ferrari, is displayed as part of Ferrari's 1954-2004 retrospective exhibit at Buenos Aires' Recoleta Cultural Center. (AFP/Daniel Garcia)
Troppo impressionante da postare? Pronta a cancellare, ma ...
E quest'altro uomo? Impressionante anche lui.
Penso che siamo tutte e tutti in diversa misura responsabili di ciò che accade nel mondo. Mi domando, tuttavia, se questi individui ( e un certo numero di altri potenti come loro ) non abbiano responsabilità personali immani, responsabilità unicamente ascrivibili a loro e alle loro ideologie.

"Era una di quelle epoche in cui la ragione umana si trova presa in un cerchio di fuoco"
Marguerite Yourcenar, L'opera al nero, Feltrinelli Editore
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DATTERI IRACHENI
PER LA TUTELA DEI DIRITTI UMANI NELLE CARCERI IN IRAQ
Frutto di un impegno, sarà questo lo slogan della campagna che per il quinto anno consecutivo porterà i datteri iracheni sulla tavola natalizia degli italiani.
Un impegno che ci ha visti nei primi tre anni importare i datteri illegalmente, come atto di disobbedienza civile all’embargo che condannava un intero popolo alla fame, e ci ha consentito di sostenere il dispensario medico Sinbad di Bassora (10.000 bambini curati ogni anno dalle affezioni gastrointestinali) e di riabilitare un Centro Sanitario di Base nella stessa città.
Nel 2003, con la fine dell’embargo, il ricavato della vendita dei datteri, ormai importati legalmente, è servito a sostenere lo sviluppo della società civile irachena e ad avviare un progetto di sostegno ai piccoli coltivatori di datteri a Bassora.
Quest’anno i proventi della vendita dei datteri iracheni serviranno a finanziare il progetto Tutela dei diritti umani nelle carceri irachene.
Il sequestro dei nostri operatori umanitari ha alimentato la sensibilità verso il tema della reclusione e della privazione della libertà individuale, rendendo a noi più vicino il dolore delle famiglie irachene che hanno i loro cari in stato di arresto, spesso senza conoscere i luoghi di detenzione né le accuse loro rivolte.
Il progetto ha la finalità principale di sostenere l’attività delle associazioni irachene per i diritti umani e si articola in una serie di iniziative da svolgere in Iraq e in Italia: monitoraggio e raccolta di documentazione sulla situazione carceraria in Iraq, riferita in particolare alle donne; produzione di rapporti e di campagne informative e di sensibilizzazione in Italia; formazione degli operatori e dei volontari iracheni; apertura di un centro di assistenza a Baghdad per i detenuti rilasciati.
L’iniziativa vedrà la stretta collaborazione di altre realtà italiane che operano da anni sul tema delle carceri quali Antigone, il Gruppo Abele e Ora d’Aria.
Lo scorso anno, abbiamo vissuto direttamente il paradosso della nuova libertà irachena: un assalto ai camion di trasporto da parte di alcune bande criminali ha ritardato la spedizione del carico, impedendo in tal modo di far arrivare i datteri nei tempi previsti. Un evento tra i tanti che testimonia la difficoltà attuale di lavorare in Iraq.
Molti sostenitori della campagna, botteghe e singoli cittadini, sono rimasti delusi. Noi ancor più di loro. Ciò nonostante abbiamo distribuito quattro tonnellate di datteri e per questo ringraziamo tutti per la pazienza e la comprensione dimostrata.
I datteri saranno venduti presso le Botteghe del Commercio Equo e Solidale e tutte le associazioni e gruppi locali che vorranno sostenere la Campagna.
Facciamo appello al movimento per la pace, alle associazioni, ai partiti e alla società civile tutta ad essere protagonisti della distribuzione dei datteri nelle piazze italiane il 23 dicembre 2004
Per ordinare i datteri:
scarica i moduli dal sito www.unponteper.it
richiedili a bottega@unponteper.it
Vent’anni dopo Bhopal, Greenpeace e Amnesty International indicono una campagna affinchè la Dow Chemical bonifichi il sito.
Per firmare la petizione vai alla pagina: http://www.petitiononline.com/bhopal/
Ricordare Bhopal, ricordare il presente, ricordare il fututo.
Vent'anni dopo. Oggi, ora. Domani. Tutte noi, tutti noi. E le generazioni future.
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