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Parole contro la guerra







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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it


Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà.

Raduno dei bloggers contro la guerra
Sermide (Mantova)
Gennaio 2004

10 Euro per Emergency, entra nell'Esercito dei Bloggers che hanno deciso concretamente di dire NO alla guerra, facendo una donazione per Emergency.
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mercoledì, marzo 30, 2005
 

Torture, l'esercito Usa si autoassolve
Il Pentagono decide di non processare i diciassette soldati accusati di «assassinio, cospirazione e omicidio colposo» per la morte di tre prigionieri in Iraq e Afghanistan
FRANCO PANTARELLI
'NEW YORK C'era stata un'indagine. Gli uomini della divisione criminale dell'esercito americano avevano fatto il loro lavoro e la loro raccomandazione finale era stata che disciassette soldati venissero processati per reati come «assassinio, cospirazione e omicidio colposo», riferiti a tre persone morte in Afhganistan e Iraq mentre si trovavano «sotto custodia» delle forze armate americane. Il Pentagono ha ricevuto quelle raccomandazioni, ha ringraziato gli investigatori, ha valutato le loro indicazioni e poi ha deciso di non processare quei diciassette soldati, compiendo così un ulteriore passo verso il generale auto-perdono. Non si tratta più di scaricare sulle «mele marce» la colpa di questo spaventoso passo indietro compiuto dagli Stati Uniti sul piano della civiltà: ora l'obiettivo sembra quello di perdonare le stesse mele marce. Non tutti i diciassette prodi sono stati prosciolti, tuttavia. Uno di loro ha dovuto subire nientemeno che una reprimenda scritta e un altro è stato congedato.

Un portavoce della divisione criminale, Chris Grey, ha rilasciato una dichiarazione molto rispettosa della decisione di non processare quei soldati, come si conviene a una struttura militare specie di questi tempi, ma anche così dalle sue parole traspare una certa «delusione» per come si è conclusa questa storia. «Noi - ha detto - consideriamo ogni morte molto seriamente e siamo impegnati a indagare ogni caso con la massima professionalità e accuratezza, determinati ad arrivare alla verità dovunque le prove possano portare e senza badare al tempo che ci vuole». Insomma, dice senza dire il portavoce, noi il nostro lavoro lo abbiamo fatto e lo abbiamo fatto bene. Se quei soldati sono riusciti a evitare il processo non prendetevela con noi. E chissà che non sia proprio quella delusione degli investigatori la ragione per cui i dettagli di questa storia hanno finito per trapelare.

I tre morti - solo di uno di loro, un colonnello iracheno, si conosce parzialmente il nome, Jameel, che forse è davvero il suo ma forse no - sono una sorta di primo stock dei «28 più 3" (nel senso che 28 sono di competenza dell'esercito e 3 della marina) su cui è stata avviata un'indagine. Nel primo dei tre casi, quello appunto del colonnello Jameel, si è deciso di non processare nessuno perché la sua morte è sopraggiunta come "conseguenza" di una serie di applicazioni legali della forza» e che quelle applicazioni si sono rese necessarie «in risposta alle ripetute aggressioni da parte del detenuto». Insomma è colpa sua, del colonnello, se a un certo punto lo hanno «dovuto» appendere a un bastone per la gola e lui è morto asfissiato. La cosa è avvenuta all'American Forward Operating Base di Al Asad, in Iraq, nel gennaio 2004.

Della seconda morte senza responsabili si sa molto poco, solo che è avvenuta in Afghanistan nell'agosto del 2002 e che il caso è stato archiviato per «mancanza di prove», mentre della terza si sa un po' di più: che è avvenuta in Iraq nel settembre 2003, che il morto era prigioniero della quarta divisione di fanteria, che il luogo dove era detenuto era uno dei tanti american detention center e che il suo caso l'archiviazione è stata decisa perché i soldati responsabili «non erano bene informati delle regole di ingaggio».

Uso legale della forza, regole di ingaggio: sono termini che sembrano portare direttamente ai famosi «memo» stilati dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld e dal consigliere legale di Georege Bush, quell'Alberto Gonzales che poi è stato promosso ministro della Giustizia. E in effetti sembra principalmente questa la ragione per cui il Pentagono ha deciso di non andare avanti, il che non fa sperare niente di buono negli altri casi attualmente ancora in piedi. Di sedici di essi si sa che le indagini sono state concluse ma che ancora non sono state fatte le «raccomandazioni». Delle altre dodici morti si conosce in pratica solo il loro numero e i celebrati media americani non mostrano molto desiderio di saperne di più. Un'osservazione però è ancora possibile. Di queste 31 morti sotto indagine, solo una è avvenuta ad Abu Ghraib, il che fa pensare che la fama di quella prigione come pietra dello scandalo delle torture è probabilmente usurpata. In altri american detention center succede di peggio.

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scritto da alp | 09:40 | commenti (1) Torna su
Categoria: usa , torture, guerrenelmondo



lunedì, marzo 21, 2005
 
 La Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie

Il 21 marzo negli anni

Roma - 1996
Niscemi - 1997
Reggio Calabria - 1998
Corleone - 1999
Casarano - 2000
Torre Annunziata - 2001
Nuoro - 2002
Modena - 2003
Gela - 2004

"Vogliamo dire grazie a tutti coloro che con Libera si sono adoperati affinché nel primo giorno di primavera tante storie di uomini, di donne, di bimbi che non ci sono più, diventassero memoria di comunità. Grazie all'informazione, grazie alle coscienze che hanno contribuito a fissare un appuntamento da rispettare ogni anno".

Cos’è la Giornata
La "Giornata della memoria e dell'impegno" è un'iniziativa promossa, insieme ad "Avviso Pubblico - Enti locali per la formazione civile contro le mafie" per ricordare tutte le vittime innocenti della criminalità organizzata.
Il 21 marzo di ogni anno, primo giorno di primavera, Libera ricorda tutte le vittime innocenti delle mafie e rinnova in nome di quelle vittime il suo impegno di contrasto alla criminalità organizzata. Una data che non è stata scelta a caso: realizzare la Giornata della Memoria e dell’Impegno in concomitanza con l’inizio della primavera ha un significato, al tempo stesso, reale e ideale.
Realizzata per la prima volta nel 1996, a Roma, la Giornata è riproposta annualmente in città diverse: Roma, Niscemi (CL), Reggio Calabria, Corleone (PA), Casarano (LE), Torre Annunziata (NA) e Nuoro.

La memoria
Nel giorno in cui la natura rinasce, Libera ricorda che un’azione antimafia non può dimenticare l’esempio di coloro che hanno pagato con la vita la loro onestà e correttezza civile. Come il rigoglio della primavera esprime anche la memoria della semente morta per dare spazio alla nuova vita, così ogni nuovo passo sulla strada della legalità è possibile a partire da quei passi che sono stati stroncati su quella medesima strada, ogni nuovo diritto conquistato è possibile da quei diritti che sono stati calpestati. Semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell'ordine, sacerdoti, imprenditori e commercianti, sindacalisti, esponenti politici, amministratori locali, sono morti per mano delle mafie solo perché, con rigore e coerenza, hanno compiuto il loro dovere. E' quindi con grande rispetto e gratitudine che vogliamo ricordarli tutti, dai più famosi ai tanti "anonimi" su cui più facilmente è caduto il velo della dimenticanza. Per questo, un primo elemento fondamentale della Giornata è la lettura dei nomi delle vittime delle mafie: quei tanti, troppi nomi, che vengono fatti risuonare ininterrottamente durante la Giornata e alla lettura dei quali si alternano in tanti: dai parenti delle vittime agli studenti, dai semplici cittadini ai rappresentanti dello Stato o delle Forze dell'ordine, bambini come genitori, insegnati come studenti, uomini e donne che hanno deciso di fare memoria dei morti di mafia.

L’impegno
Le vittime delle mafie, tuttavia, non vanno soltanto ricordate: l’esempio che esse portano va anche accolto e vivificato, progettando apertamente un cammino di legalità e coinvolgendo la collettività su di esso. La Giornata, è il modo per affermare che ci siamo, che vogliamo fare la nostra parte. Non per essere "eroi" ma per essere pienamente cittadini, con diritti e doveri, capaci di solidarietà, rispettosi della legalità.
Come il rigoglio della primavera è anche promessa di un raccolto in estate, così la legalità ha bisogno di impegni concreti. È per questo che l’altro elemento fondamentale della Giornata è una effettiva attivazione del territorio nella lotta alle mafie. Risultato che si ottiene, sia realizzando una struttura nella città di volta in volta in visitata, sia facendo della Giornata l’evento centrale di una serie di incontri preparatori, con lo scopo di coinvolgere nelle attività di Libera, associazioni e cittadini presenti sul territorio.


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scritto da alp | 08:25 | commenti (1) Torna su
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giovedì, marzo 17, 2005
 

Rachel Corrie

I Giusti

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Jorge Luis Borges

In ricordo di Rachel Corrie

Proposto da: Sahishin



martedì, marzo 15, 2005
 

A proposito dell'informazione

La bussola della democrazia
Sandra Bonsanti
10/03/2005

Tra i vari motivi di sconcerto per la strada imboccata dal dibattito sul caso Sgrena (non ultimo un crescente fastidio per tutta la retorica che lo caratterizza), ce n’è uno che più degli altri mi inquieta: la straordinaria rassegnazione, direi quasi l’assoluta indifferenza sul fatto che dall’Iraq ormai non si abbiano più notizie di prima mano. Quasi si trattasse di un mondo a noi del tutto estraneo, una sorta di corpo celeste disperso nello spazio. Voglio essere sincera fino in fondo: non noto l’ombra di rammarico in coloro che avvertono: fuori i giornalisti da laggiù, non siamo in grado di proteggere nessuno. Non ha speso una parola Berlusconi, quando si è espresso in Parlamento. Non il ministro degli Esteri, il quale è parso addirittura accusare Giuliana Sgrena di voler inseguire una sua vanitosa ambizione. “Bellissimo mestiere”, è stato detto, il giornalismo, ma non tornate in Iraq. Io invece non mi rassegno. Sono assolutamente d’accordo sulla impossibilità di qualunque giornalista italiano di restare in quel campo di battaglia, non vorrei mai sapere che in questi giorni qualche collega sta sfidando la sorte e sta lavorando in Iraq. Troppo è il pericolo, il rischio: direi quasi la certezza del sequestro. Ma tutto ciò mi lascia inquieta. Credo che un precedente così non sia facile trovarlo. Dovremo ad esempio aspettare che l’auto di Calipari, dell’altro agente del Sismi e della Sgrena arrivi in Italia per vedere con gli occhi dei nostri cronisti da dove e quanto si è sparato. Dobbiamo appagarci di ogni e qualunque versione ufficiale ci provenga dalla commissione Usa-italia sulla questione delle informazioni date o non date sulla missione. Dovremo leggere sui giornali stranieri il corso della guerra, i tentativi di formare un nuovo governo, le tappe di una ricostruzione sempre annunciata e così drammatica nel suo avvio. No, non è una situazione normale e nessuno può farci credere che tutto questo sia ininfluente soprattutto rispetto alle modalità dell’impegno italiano in quella situazione. Un altro tema che appassiona è ovviamente quello del riscatto: pagare o non pagare, trattare o non trattare? Si rispolvera il dibattito che divise il Paese in altri momenti storici, quando la fermezza univa una gran parte del mondo democratico, teso in un disperato sforzo di vincere ora l’industria crudele dei sequestri, ora la tragedia del terrorismo. Fu saggio, anche se doloroso, imboccare la linea dura, anche se non fu scelta ferrea. Ma allora appunto c’era un intero Paese a combattere il cancro, c’era il comune sentire degli italiani a voler uscire dagli anni di piombo. Oggi, sull’Iraq, l’Italia è divisa. Saremmo in grado di assistere senza far nulla al rapimento di altri italiani? Reggerebbero le istituzioni che fino ad oggi hanno scelto una strada diversa Io non ho certezze, lo ammetto. Temo coloro che ne hanno troppe e tanto recenti. Comunque proprio ieri l’Herald Tribune in un articolo sul giornalismo, ricordava le parole di uno dei padri della Costituzione americana, James Madison: “I governi del popolo, senza una informazione del popolo, o senza i mezzi per poterla fare, non sono che il prologo o a una farsa o a una tragedia. Cerchiamo almeno di non perdere, sulla lunga strada dell’Iraq verso la democrazia, annebbiata da retorica e strumentalizzazioni, la bussola della nostra democrazia.

scritto da harmonia | 09:21 | commenti (1) Torna su
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sabato, marzo 12, 2005
 

«La notte più lunga della mia vita»
Giuliana Sgrena racconta la notte di venerdì. Il viaggio con i rapitori, la grande paura durante l'attesa, la gioia della liberazione e il fuoco americano che ha ucciso Nicola Calipari, a 700 metri dall'aeroporto
ALESSANDRO MANTOVANI
«Venerdì e sabato erano giorni di novità. Di sabato avevo fatto il video, di sabato avevo scritto la lettera. Così venerdì aspettavo che dicessero qualcosa, anche perché lui, il carceriere che si mostrava più disponibile, sembrava allegro. E l'altro a un certo punto era uscito. 'Vabbè, mi sono detta, per chiedere aspetto `». E' il racconto di Giuliana Sgrena, il giorno della grande paura e della gioia che dura mezz'ora, fino alle raffiche che ammazzano il suo liberatore, Nicola Calipari, il poliziotto che dirigeva le Operazioni internazionali del Sismi. La nostra inviata è ancora all'ospedale militare del Celio, aspetta di essere operata e ha male alla spalla ma sta meglio, anche gli ematomi sul volto stando andando via. Ci accoglie seduta, con lei c'è Pier. Giuliana sapeva già dei contatti in corso, sabato 19 febbraio aveva scritto di suo pugno la lettera ai familiari, la prova che il Sismi cercava. E per due volte l'avevano fatta parlare al telefono, sabato 25 e ancora lunedì 28: una cassetta è finita alla Croce rossa italiana, l'altra chissà. Domenica 27 le avevano detto che sarebbe stata liberata e il giorno è arrivato di venerdì, un mese esatto dopo il rapimento alla moschea Al Nahrein di Baghdad. Era venerdì anche il 4 febbraio.

«Quando l'iracheno mi ha portato il pranzo gli ho chiesto: `Sei felice perché resto o perché me ne vado?'. 'So che te ne andrai ma non so quando, chiedi all'altro...'. E poi: `Te ne andrai domani, Inshallah, se Dio vuole'. `Giorno più giorno meno', così ho pensato. E invece dopo qualche ora, non so quante, sono entrati tutti e due. Ero a letto come al solito - ricorda Giuliana - e ho notato che non portavano il consueto camicione lungo, si erano quasi vestiti eleganti, camicia e pantaloni. Ho provato a scherzare: `Che è? Un matrimonio?'. E loro: `Complimenti, te ne vai a Roma, la tua roba dov'è?'. Avevano fretta. Mi chiedevano: `Sei pronta? Sei sicura?'. Volevano prepararmi: `Guarda che sarà una cosa difficile... Abbiamo promesso alla tua famiglia - perché loro parlavano sempre della famiglia - di rimandarti a casa sana e salva, ma se qualcosa va storto ci ammazzano tutti'. Sapevo già che era il momento più delicato. `Se ci fermano, sia gli americani che la polizia irachena, non fare segni, non dire che sei un'occidentale».

 

Sull'auto dei rapitori

«Mi sono messa la felpina nera con la zip, che nel primo video sembrava verde. Jeans neri e sopra il mio vecchio cappottino molto anonimo, che in un paese arabo va sempre bene. Mi hanno ridato la mia roba - dice ancora Giuliana - ma non tutto. C'erano gli accrediti, i documenti e i soldi, quasi tutti. Erano mille dollari e ne ho riavuti ottocento, hanno voluto fare il gesto... Non mi hanno restituito tutti i blocchetti, né i telefoni, né la macchina fotografica digitale. Prima di uscire dalla casa mi hanno fatto mettere un'imbottitura sotto gli occhiali da sole, non se fosse giorno o già notte».

«Mi hanno fattoo salire in macchina, sono saliti anche loro due e, pur non vedendo, mi sono accorta che alla guida c'era un altro. Hanno parlato al cellulare, forse altri ci precedevano o ci seguivano. Non lo so. Abbiamo girato un po' ma non molto, una ventina di minuti. Finalmente siamo arrivati, non so dove perché ero bendata, e ci siamo fermati. Mi hanno detto `aspetta' e sono rimasta lì, con una fifa pazzesca. Sempre nella stessa macchina. Ero lì da sola con il terrore. Ho capito che era un punto di passaggio, c'erano automobili che si fermavano. `Sarà questa?', pensavo. A un certo punto ho sentito da fuori voci concitate. No, non è durata più di mezz'ora, ero agitata ma non è durata di più». C'è stato un ritardo di due ore nella consegna ma Giuliana esclude di aver passato così tanto tempo ad aspettare. «Sentivo sirene della polizia e soprattutto un elicottero americano sopra di me. Mi sono ricordata di Mogadiscio, quando ho intervistato Osman Atto che era ricercato: sopra di noi c'era un elicottero americano. `Se va bene, mi sono detta, non mi beccano neanche stavolta'».

 

«Sono Nicola, sei libera, vieni»

«Quando è tornato, uno dei miei carcerieri mi ha detto: `Dieci minuti'. `E ora che faccio?', ho pensato. Così ho cominciato a contare, 'quando arrivo a sessanta sarà un minuto'. Per arrivare a seicento ci avrò senz'altro messo meno di dieci minuti. E intanto mi domandavo: 'Chissà chi verrà?'. Sapevo che sarei potuta finire in mano ad un altro gruppo. Finché non è arrivato Nicola, che ha aperto la portiera di destra mentre io ero seduta dall'altra parte: `Sono un amico di Pier e di Gabriele, sei salva, libera, vieni con me'. Gli occhiali non li tolgo, non ci penso nemmeno. `Abbandonati a me', dice Nicola. La loro macchina doveva essere lì, la raggiungiamo subito. `Mi siedo vicino a te', dice Nicola. Alla guida c'è il suo collega, il posto accanto è vuoto. Ho ancora le bende, solo dopo qualche minuto Nicola dice: `Puoi toglierle'».

«La prima cosa che vedo? Una strada periferica di Baghdad, però non sto a fissarla: se quando mi hanno rapita cercavo di fissare ogni dettaglio, in quel momento di gioia guardavo lui, non mi interessava guardare fuori. E poi Nicola mi ha travolto di parole, ha fatto un sacco di nomi di amici: `Mi hanno detto di non tornare senza Giuliana'. Allora ho capito di essere libera, mi sembrava di essere rinata». A bordo non c'era nessun altro, il quarto uomo Giuliana non l'ha visto. «Non posso escludere che ci fosse un'altra auto, una staffetta, ma non ho avuto questa sensazione».

 

Le telefonate dall'auto

«Quando mi sono tolta le bende l'autista ha telefonato, secondo me a Baghdad: `Siamo in tre, stiamo arrivando'. Ho intuito che qualcuno ci aspettava in aeroporto, forse un loro collega, ma nessuno me l'ha detto, neanche dopo, l'ho solo intuito. Nel frattempo Calipari mi ha detto: `Ora chiamiamo Roma'. Ma non trovava i suoi occhiali, non riusciva a chiamare. Ha buttato un telefono sul sedile davanti perché non funzionava. Con l'altro telefono è riuscito a chiamare il capo del Sismi a Roma e me l'ha passato, non so cosa gli ho detto: 'Grazie', senz'altro ho detto `grazie'. 'Ti richiamo', gli ha detto poi Nicola. Non so se ha detto `ti richiamo quando siamo in salvo', non ricordo, ma certo non era una situazione di sicurezza assoluta. Lo stesso anche dopo, quando l'autista ha detto `da qui sono 700 metri all'aeroporto' e subito sono arrivati gli spari. In una situazione normale avrebbe detto: 'Siamo quasi arrivati'».

 

«Non ho visto il faro dei soldati»

«Non ho visto posti di blocco. Certo io parlavo, guardavo Nicola, ero euforica, però mi sarei accorta se ci avessero fermato, perché avrei avuto paura. Calipari e il suo collega hanno acceso la luce interna: forse per poter telefonare, forse proprio per motivi di sicurezza, perché la prima cosa è farsi vedere in faccia. Il viaggio sarà durato venti minuti o mezz'ora, non di più. Ricordo un sottopassaggio, però non ho seguito la strada: di sicuro non era la strada principale, sarebbe stato da pazzi, ma una strada alternativa fuori dalle zone abitate. Comunque siamo arrivati su questa strada, tutta allagata, la macchina ha sbandato e ho detto: 'Ma guarda tu se ora andiamo a sbattere'. Poi quella frase, `ancora settecento metri', e subito i colpi».

«C'è una curva a destra, le raffiche sono arrivate mentre la macchina girava, sempre dal lato destro dove era seduto Nicola. Non ho visto nessun fascio di luce, ho solo sentito le raffiche». Il maggiore che guidava l'auto invece l'ha visto, ma i colpi, ha spiegato, sono arrivati contemporaneamente, in violazione di tutte le procedure, subito sull'abitacolo e non al motore. «Non so - dice Giuliana - se fosse un'arma sola o di più, era buio. So che i colpi hanno investito subito l'auto, nessuno ha sparato in aria, l'ufficiale al volante ha gridato: `Ci stanno attaccando' e mi pare abbia cercato di telefonare, però ce l'ha fatta solo dopo, da fuori. E' uscito gridando: `Siamo italiani'. Nicola invece non ha detto più niente, si è buttato addosso a me che intanto cercavo di scivolare più giù che potevo, tra i due sedili. Mi ha salvata».

 

«Sono ancora viva, Nicola è morto»

«L'autista era sceso, mi sembrava impossibile che gli americani ci attaccassero. Sono rimasta in macchina, con un fanale hanno illuminato la zona e allora ho visto un mezzo blindato a una decina di metri dalla strada, sulla destra. E' la dinamica del fatto che fa pensare a un agguato, voi cosa avreste pensato? Faccio in tempo a sentire l'ufficiale, che era sceso e da lì telefonava, credo a Roma, mi è sembrato che si fidasse più di chiamare Roma che non Baghdad: `Nicola è morto, lei è lontana ma ha gli occhi aperti...'».

«Sento Nicola sopra di me, cerco di spostarlo e non ci riesco. In quel momento si avvicinano i soldati, sette otto. Aprono la porta sul lato destro, capiscono che Nicola è morto e lo tirano su. Mi sembrano interdetti, forse a uno sfugge un'imprecazione, poi chiama: `C'è un morto'. Allora vengono dalla mia parte, a sinistra. Aprono. Ma sono bloccata, incastrata. Vicino a me, sul sedile, sento un mucchio di proiettili: ci saranno state anche le schegge dei vetri dei finestrini ma a me sembravano proiettili. E quelle che ho nella spalla non sono schegge di vetro».

 

Con gli americani all'ospedale

«'Sono ancora viva', ho pensato. Sentivo la ferita alla spalla ma non ero morta. I soldati mi hanno tirata fuori, sono rimasta sdraiata per terra mentre uno di loro mi tagliava i vestiti. Pensavano fossi messa peggio. Un altro ha provato a mettermi una flebo, ecco il risultato», e mostra una tumefazione sul polso. «Non so cosa sia successo all'autista, io sono rimasta con i soldati, mi hanno portato all'ospedale sul blindato. Erano americani, giovani. Americani e non d'origine latinoamericana. Non respiravo più, il polmone si stava stringendo, chiedevo continuamente acqua. Lì per lì mi hanno solo chiesto il nome e la nazionalità, più tardi in un'orecchio uno mi ha chiesto: `Ma tu sei la giornalista che avevano rapito?'. Non sapevo che dire, poi ho detto sì. `Mica mi potrà ammazzare qui dentro', ho pensato».

«Nel frattempo, su mia richiesta, era arrivato l'ambasciatore De Martino. L'ambasciatore ha chiamato Gianni Letta e me l'ha passato. Poi mi hanno fatto l'anestesia totale per togliere il proiettile. Quando mi sono svegliata ho chiesto della collana che avevo, la collana della resistenza apparsa nel video. Gli americani non l'hanno più trovata».


 
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/11-Marzo-2005/art32.html

 

scritto da alp | 11:14 | commenti (1) Torna su
Categoria: diritti



venerdì, marzo 11, 2005
 

Castelli insulta Giuliana Sgrena: «Una sciocca, ci ha creato problemi e lutti»
di red

Mentre i magistrati romani che indagano sulla morte di Nicola Calipari annunciano il ritorno in Italia nelle prossime ore dei tre telefoni satellitari in dotazione al funzionario del Sismi rimasti in mano alle forze Usa. Mentre Giuliana Sgrena affida i suoi ricordi ad una lunga intervista pubblicata su il manifesto in cui parla dell'attacco Usa alla macchina che la stava portando in aeroporto. Mentre a Baghdad si mette in moto la commissione d’inchiesta congiunta Italia–Usa. Il ministro della Giustizia Roberto Castelli butta ingiurie a manate sulla reporter rapita: «Ha detto un cumulo di sciocchezze, parla da poco accorta, ci ha creato problemi e lutti che era meglio evitare».

scritto da alp | 20:57 | commenti Torna su
Categoria: diritti, iraq giornali



domenica, marzo 06, 2005
 
Le donazioni per Emergency raccolte da questo blog
sono iniziate
il 3 novembre 2004


Totale al 05.03.2005

Euro 1190,00


e sono terminate
il 5 marzo 2005

elenco
donatori 2004/05

(Posizionare il mouse sui link per evidenziare gli estremi del versamento)

Aizarg
Alp
Anna
Arimar
Banananews
Baronerosso
Chatterbox
Cicabu
Cigale
Colfavoredellenebbie
Cucciolo52
Dolittle
Ella
Flor
Harmonia
Hladik
Ilvecchiodellamontagna
Invincibile
Justannie
La Sirenetta
Lam
mammalara
Melusinach
NicDwaRazy
Pattinando
Quellachenonsei
Sahishin
Skipper
socrate-51
Spuma
Stazitta
Stepa
Treunonove
Usermax
anonimo

 


venerdì, marzo 04, 2005
 

Giuliana

Giuliana Sgrena è stata liberata oggi a Bagdad ad un mese dal rapimento.Evviva.






























 
scritto da alp | 20:21 | commenti Torna su
Categoria: manifestazioni, iraq giornali



martedì, marzo 01, 2005
 
 

La morte di Mario Luzi

E' morto Mario Luzi, grande poeta italiano e senatore a vita: i suoi versi per la pace

Mario Luzi è scomparso a Firenze il 28 febbraio 2005 all'età di 90 anni. Nato nella città toscana il 20 ottobre del 1914, era considerato l'ultimo esponente della corrente dell'Ermetismo. Proprio in occasione del suo novantesimo compleanno era stato nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Ciampi. Spesso le sue poesie hanno affrontato la tematica della guerra.
Ripubblichiamo un suo intervento proprio su questo tema tratto dal convegno "Gli stati generali dell'informazione" dello scorso anno e una sua poesia.
 
 
"Confesso di parlare dal fondo di un’esiziale delusione, di un atroce disinganno che hanno come unico conforto la certezza di essere amplissimamente condivisi in tutto il pianeta. Negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, proprio contestualmente ai negoziati tra vincitori e sconfitti, si fece strada l’esigenza di dotarsi di istituti internazionali di mediazione per ogni controversia, oltre che di studio e di elaborazione dei problemi generali del mondo.

La Società delle Nazioni, nata dopo il primo conflitto, non aveva fatto buona prova, le dittature l’avevano sbeffeggiata, ma nel 1945 c’era diffusa una disposizione al rifiuto della guerra. L’orrore di quella appena terminata, insieme alla constatazione dei disastri che aveva prodotto in ogni campo, eccitarono l’inventiva politica a realizzare alcuni organismi di salvaguardia.

Nacquero le Nazioni Unite, l’UNESCO, la FAO, nacque è vero anche la NATO, ma con intenzioni esclusivamente difensive. Si enunciarono in una solenne Charta i diritti umani. Si celebrarono con enfasi gli anniversari della nascita di queste istituzioni, a proposito delle quali bisogna dire abbiamo fatto più chiasso per i casi vistosi e scandalosi di violazione, che per il lento difficile cammino del loro affermarsi. Amnesty International ha avuto certo molto lavoro ma ritenevamo il suo zelo proficuo e produttivo e non influiva molto sulla fiducia riposta nelle nuove istituzioni qualche mezza notizia che filtrava sui massacri africani. Precedettero il primo conflitto del Golfo lunghissime trattative durante le quali mi resi conto, mi divenne chiaro, quanta disparità divideva chi quelle trattative le voleva davvero e le riteneva necessarie a dirimere lo scontro e chi invece era impaziente e pronto a menare le mani.

Tralascio ogni altra considerazione, ma voglio sottolineare come emergevano due attitudine contraddittorie: una adeguata allo spirito, diciamo così, civile del dialogo e del confronto, e un’altra fedele alla dottrina di Clausevitz e alla pratica delle cannoniere. Il prevalere di questa seconda e del suo anacronismo, offese profondamente la coscienza di molti. Anche per esortazioni di amici e confratelli, avevo stilato una dichiarazione-manifesto nella quale accusavo l’evidenza e il cinismo di quella palese regressione della civiltà che credevamo evoluta. Sono qui per essere sincero, a costo di apparire poco avveduto. Ebbene, quell’appello-dichiarazione fu sottoscritto da duecento persone, di qualche rilievo nella cultura e nella vita pubblica nazionale e internazionale. La stampa italiana, perfino quella a cui ero solito collaborare, ne dette minima notizia e non ne pubblicò il testo. Solo “Il Manifesto” lo riportò per intero. Nei giornalisti che erano in larga misura stati critici riguardo all’operazione in fieri si era operata la prevedibile mutazione in nome dell’opportunità, del sì, ma…, ed erano passati all’ammissione e poi all’assenso dell’intervento militare. Ciò che mi ha procurato di angoscia e di indignazione questa nuova caduta del processo civile l’ho detto, credo, abbastanza forte in varie occasioni.

Ma devo riconoscere che lo spettacolo dell’allineamento dei maîtres à penser e dei giornalisti di seconda linea non si è ripetuto. Ormai le manifestazioni popolari in vaste zone del pianeta significano che la guerra non solo è temuta come evento terribile e deprecata come evenienza, riprovata come fatto, ma ha finito per essere concettualmente inammissibile, fuori della comune logica umana. L’anacronismo della guerra come prosecuzione della politica è divenuto clamoroso, plateale. Solo una larga parte della classe politica e di governo è schiacciata dalla potenza inerziale di quell’antico principio. Sono detti pacifisti – e c’è una certa commiserazione del termine, analoga a quella certo più offensiva e derisoria che i fascisti mettevano nella parola “pantofolai” – tutti coloro che riflettono su questi temi. I pacifisti non sono una setta né una tribù. Di questo passo con questi luoghi comuni non si va lontano, non si resta neppure sul posto, si torna addietro di un bel po’ nel cammino civile del mondo."

Scelus

E' notte, c'è luna e silenzio.
Caino decide il suo misfatto
Si sta
ora miracolosamente perpetrando
un rovinoso agguato - a chi? Non si sa bene,
certo alla povera
illusione del mondo
d'esse con le sue pene
immani andato avanti,
cresciuto alquanto. No,
vogliono il crimine, il sicario,
la funesta ricaduta
all'indietro dalla scala,
preparano la cruda empietà antropologica,
consumano il reato
primario,
ontologico della volontaria
regressione nella storia
della specie.
Ma ben oltre
l'ottuso anacronismo,
pervade l'uomo ormai una ripugnanza,
ormai concettualmente
la mente umana espelle
da sé la guerra, la sua oltranza.
E questa umanità dilaga
e si protesta e grida
offesa e tradita dai suoi capi,
ripensa ai suoi profeti,
profondamente intesa
da Cristo e dal suo impavido vicario.
scritto da harmonia | 19:14 | commenti Torna su
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Fahrenheit (Radio3): il mestiere di Giuliana

Fahrenheit, la trasmissione radiofonica in onda su Radio3, dedica la puntata di martedì 1 marzo – dalle 15 alle 18 – al ruolo dell’inviato di guerra e al rapimento di Giuliana Sgrena, unica giornalista italiana presente oggi in Iraq. Ne discuteranno i giornalisti Renato Caprile, Monica Maggioni e Mimmo Candito

il manifesto 28/02/2005 19:07 
scritto da alp | 07:50 | commenti Torna su
Categoria: manifestazioni