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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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My name is Clementina
Un video con Clementina Cantoni è stato trasmesso questa mattina dall'emittente televisiva Tolo Tv. La cooperante italiana rapita in Afghanistan appare in buona salute e parla in inglese. "Oggi è il 28 maggio, domenica", dice la ragazza. (Il 28 maggio era un sabato, ndr.). Di fianco a lei si vedono due uomini armati e con il volto coperto, che le puntano contro il kalashnikov. Nel video, trasmesso poco fa dall'emittente afgana Tolo Tv, non viene fatta alcuna richiesta. Tolo Tv è la televisione afghana in cui lavorava la conduttrice Shaima Razayee, uccisa la scorsa settimana.
24 maggio 1915
Per l'Italia ebbe inizio l'orrore della "inutile strage" della 'grande guerra.
Per questo diario ho il conforto della trascrizione della registrazione del relativo incontro. Me l’ha inviata una delle partecipanti al viaggio di Confronti, Emanuela Savelli, che sta pazientemente sbobinando tutti i materiali.
Il 28 marzo a Jerusalem incontriamo due rappresentanti di Parent’s Circle (associazione di cui ho parlato anche nel mio “vecchio diario”); si chiamano Rami (israeliano) e Adel (arabo israeliano).
Rami, che vive a Jerusalem con la moglie e numerosi figli, inizia raccontando la sua storia.
Durante la seconda intifada perse una figlia di 14 anni in un attentato di fronte a una discoteca.
Trascorsi i tradizionali nove giorni di lutto, quando la casa è affollata di visitatori, si è trovò solo con la sua famiglia, privo di qualsiasi motivazione per continuare a vivere.
Un giorno fu avvicinato da una donna di Parent’s Circle che gli parlò dell’associazione.
Fu molto chiara: nessuno avrebbe potuto ridargli sua figlia, nulla avrebbe potuto lenire il suo dolore, ma avrebbe potuto continuare a sentirsi utile per una causa giusta: quella della pace. Al primo incontro dell’associazione, cui partecipò senza troppa convinzione, lui, figlio di un sopravvissuto della Shoà, vide fra i partecipanti un sopravvissuto, lui stesso colpito da un analogo lutto.
Nel nominare la Shoà Rami precisa (e mi sembra una considerazione altamente significativa proprio in questo contesto) “quando tutto il mondo è stato a guardare”.
Adel, arabo-israeliano, è medico e lavora in un ospedale di Jerusalem (ha studiato in Italia e parla ancora un ottimo italiano). Ha sempre dedicato il suo tempo, la sua competenza e le sue energie a guarire le persone, senza considerare a quale etnia o religione appartenessero. Si è impegnato a soccorrere feriti gravissimi, in condizioni disperate, a causa del conflitto. Un giorno in ospedale arrivò suo padre che non gli fu possibile salvare: era stato ferito a morte da un colono israeliano, che aveva sparato all’impazzata vicino alla sua automobile, sentendosi minacciato.
Nonostante la polizia avesse archiviato immediatamente il caso, tramite indagini personali Adel riuscì ad identificare l’assassino, che fece due giorni di prigione e durante il processo fu scagionato.
Perse così ogni fiducia nella giustizia ufficiale, soprattutto considerando che non sarebbe successa la stessa cosa se a morire fosse stato un ebreo e l’assassino fosse stato un arabo. Anche lui, mentre meditava pensieri di vendetta, fu avvicinato da un rappresentante di Parents’ Circle, che lo inserì nel gruppo, convincendolo alla causa della pace.
Insieme ora Rami ed Adel collaborano ai diversi progetti dell’organizzazione.
Ci segnalano
- gli incontri nelle scuole sia israeliane che palestinesi (in Israele e nei Territori). Sono già più di 1400. Il loro target privilegiato sono le classi dei ragazzi di 16/17 anni, prossimi al servizio militare (che, con l’eccezione di coloro che vengono esonerati per ragioni religiose, fanno tale servizio prima di frequentare l’università). Durante il servizio ragazzi e ragazze entreranno in contatto con una nuova realtà, conosceranno la società palestinese, gli scontri, i blocchi stradali e potranno capire e vedere ciò che riesce incomprensibile a chi non ne fa esperienza.
Interrogati sui loro rapporti con il movimento dei refuseniks Rami sorridendo precisa che i suoi sono molto stretti. Al movimento infatti appartengono due suoi figli di 26 e 28 anni, di cui dichiara di essere molto orgoglioso;
- i campi estivi con ragazzi più giovani, israeliani e palestinesi.
Sono iniziati due anni fa a Neve Shalom - Wahat as-Salam (Oasi di pace, di cui ho più volte scritto nel mio vecchio diario) con 20 ragazzi palestinesi e 20 esraeliani. Per cinque-sei giorni questi ragazzi hanno avuto l'opportunità di vivere insieme, di conoscersi. L’esperienza si è ripetuta anche nel 2004, con un numero doppio, 40 e 40. Vorrebbero farne un progetto continuativo nella loro attività;
- il dono incrociato del sangue. E’ esperienza che risale a due anni fa quando un gruppo di palestinesi andò a donare il sangue in un centro medico della Croce Rossa israeliana mentre, nello stesso giorno, alcuni israeliani, compreso Rami, andavano a Ramallah a donare il sangue in un ospedale palestinese. E’ evidente che il significato del dono è simbolico: il sangue è dello stesso colore, uguale per tutti –precisa Adel – ma l’iniziativa è un modo per dire basta alla perdita di sangue, è più efficace donare il sangue invece che versarlo per terra;
- la linea telefonica che collega israeliani e palestinesi dei Territori. Aperta nell’ottobre del 2002, ha avuto finora mezzo milione di chiamate. Un milione di persone quindi hanno parlato fra loro, superando la difficoltà enorme a spostarsi fra lo stato di Israele e i Territori.
Lotti, una giovane collaboratrice di Parent’s Circle che si occupa in particolare dei permessi che consentono lo spostamento non solo dei Palestinesi ma anche degli Israeliani che si recano nei Territori (i nostri interlocutori chiamano Lotti “la regina dei permessi”), ci parla delle difficoltà non solo ad ottenerli (e sono essenziali, ad esempio, per le iniziative che prevedono incontri) ma anche a farne uso: spesso infatti vengono revocati dopo essere stati concessi, in un regime di assoluta arbitrarietà e confusione.
Il problema è significativo anche su un piano quantitativo: circa l’80% dei membri di Parent’s Circle vive nei territori occupati. Ci citano Nablus, Ramallah, Bethlehem, Hebron dove è in corso un lavoro enorme e molto significativo.
Interrogati in merito alla significatività della loro esperienza a livello politico segnalano che il fatto della perdita o del martirio è considerato in modo sacro da entrambe le società. Quando qualcuno ha perso qualche stretto familiare nel conflitto è ben considerato sia in Israele che nei Territori: ha pagato un prezzo molto alto ed è perciò degno di grande rispetto. I membri di Parent’s Cicle godono, anche per la loro attività associativa, della stima dei vicini e degli amici pur se c’è chi dice che sono come un ragazzino che cerca di prendere l'acqua dall'oceano con un cucchiaino. I gruppi politici che non condividono la scelta nonviolenta li temono invece come movimento che potrebbe avere un’influenza su entrambe le società proprio per l’alta considerazione di cui godono i componenti.
I nostri interlocutori ci riferiscono che gli incontri con il governo Sharon sono stati meno numerosi di quelli con l’autorità palestinese. La ragione –secondo Rami- risiede nella differenza basilare tra chi occupa e chi è occupato. Inoltre, l'attuale leadership israeliana non è affatto interessata a dimostrare che dall'altra parte c'è qualcuno interessato alla pace; sarebbe una palese contraddizione con il mito fondamentale su cui si è basata la politica israeliana degli ultimi quattro anni: l’inesistenza dall'altra parte di un interlocutore valido.
Ma se l'occupazione consente tutto ciò bisogna anche considerare che mette in pericolo la stessa esistenza di Israele, molto più di ogni altra cosa. “Dobbiamo fermarla per sopravvivere” dice ancora Rami.
Alla fine viene “evocato” Zacharia Zubeidi, uno dei nostri interlocutori di Jenin (di cui ha scritto Filippo, integrando con il suo commento il mio diario del 14 aprile)
Mi piace riassumere, a questo proposito, le considerazioni di Adel:
Ci sono dei luoghi comuni che vengono trasmessi all'estero, quando si riprende un campo profughi, ad esempio, c’è sempre l’immagine di qualcuno armato. Da Jenin da quattro anni vengono sempre trasmesse immagini di Zacharia Zubeidi. Parent’s Circle ha ottimi contatti con i responsabili di quel campo, e può affermare che questa immagine di Jenin, sempre correlata alle armi, non è esatta. Continua Adel: “Fanno parte di Parent’s Circle anche persone di Jenin e di altri campi profughi. Abbiamo contatti, ad esempio, con il campo profughi di Dheisheh, a Bethlehem. Certamente Zacharia è famoso, e quando il campo di Jenin è stato raso al suolo si è stretto intorno a lui un gruppo di gente armata; erano tutte persone che avevano perso uno o più familiari. Anche per questo quel campo viene sempre associato alle immagini di ragazzi armati. C’è anche un film che parla di questa esperienza”.
Tempo fa alcuni componenti di Parent’s Circle, mentre organizzavano un campo estivo con palestinesi e israeliani, chiesero a Zacharia se apprezzava la loro iniziativa e lui rispose di no, a suo parere non valeva la pena di perdere tempo con queste cose. Riferì che lui stesso, molto tempo fa, aveva cercato di organizzare momenti e occasioni di incontro tramite un teatro palestinese-israeliano che poi gli israeliani rasero al suolo. Allora era un attivista della pace, ma gli israeliani lo hanno deluso moltissimo, come hanno deluso tanti altri palestinesi, trasformati da attivisti pacifisti in militanti armati
Per questo – concludono Rami e Adel – “il nostro compito è ridare a questa gente la fiducia. Gli israeliani devono ridare fiducia ai palestinesi, questo è il nostro lavoro”.
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XI Compleanno
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Baluardo non governativo per le vittime civili delle guerre e, soprattutto, delle mine antiuomo, per i feriti e per tutti coloro che subiscono le disumane sofferenze delle guerre. Baluardo di ospedali costruiti nei luoghi maggiormente colpiti dai flagelli bellici, baluardo di persone che curano e amano, contrapponendosi con vigore morale e pratico a tutte le guerre.
Per festeggiare una buona buona notizia da "PeaceReporter":
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| Guinea Bissau - Bissau - 10.5.2005 |
| L'esercito della pace |
| Un gruppo di donne coraggiose si unisce in Guinea Bissau sotto una bandiera: quella bianca |
| Israele - Palestina - Betlemme - 11.5.2005 |
| Cartoline dalla Palestina 2 |
| La guerra porta con sè il dramma dei profughi. Due storie come tante |
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scritto per noi da
Augusta De Piero 2 puntata. Si è scritto di ragazze e ragazzi coinvolti nell’iniziativa Art Installation: Advocacy Tool for Youth Concerns. Ma non sono i soli giovani di cui parlare; infatti altri hanno reso possibile la realizzazione del progetto. Anton Stephan, il coordinatore, e Raghad Mukarker-Faddul, la segretaria. A loro è stata affidata la continuità mentre i due esperti coinvolti nella fase iniziale (un domenicano e uno statunitense di origine palestinese) hanno lavorato solo per il tempo necessario alla formazione degli insegnanti. Raghad si presenta radiosa nella sua incipiente maternità, di cui è fiera e, insieme ad Anton, mi parla della vita nella piccola prigione cui è stata ridotta Betlemme. Della disoccupazione e dell’assenza di scelte di vita professionale (sono entrambi laureati: Anton è architetto e Raghad biologa, esperta d’informatica), della mancanza di luoghi di divertimento per i giovani. Il lavoro che svolgono con passione diventa evidente motivo di gioia. Non oso chiedere cosa faranno quando il progetto, che li ha impegnati e ancora li impegna, a luglio finirà.
Mentre parliamo dei matrimoni misti fra cristiani e musulmani (pochi e comunque difficilissimi da affrontare) fra i due si accende una discussione. Secondo Raghad l’ostacolo ad una libera scelta anche in questo campo è dato dalla religione islamica, mentre per Anton la situazione sociale e la chiusura creano ed esasperano i conflitti interni. E così, discutendo di ciò che accade in questo piccolo mondo imprigionato, viene fuori la storia di Anton. Quando chiedo loro dove abitano, mi dicono entrambi a Beit Jala (una cittadina nel distretto di Betlemme). Ma mentre Raghad mi dice di essere nata in Kuwait, Anton afferma :“I’m a refugee”, “Sono un rifugiato”. E precisa: “Dal 1948”. E’ evidente che i conti non tornano, l’incongruenza della data rispetto alla giovane età di Anton richiede una spiegazione. E la spiegazione è semplice: i suoi nonni paterni sono stati costretti ad andarsene da Ain Karem, un villaggio alle porte di Gerusalemme nel 1948. Il papà di Anton allora aveva dieci anni, è vissuto a Beit Jala dove si è sposato e dove Anton è nato. “Il 30 dicembre 2004, dopo aver ottenuto il relativo permesso”, spiega Anton, “sono andato con il mio amico Omar a Ain Karem. E’ il mio paese d’origine dove viveva la mia famiglia prima di essere costretta ad andarsene nel 1948. Abbiamo girato per il paese e visitato la mia casa natale. Il paese è bello, calmo… molto spirituale. La casa è favolosa e porta ancora il nome della mia famiglia sopra l’architrave della porta principale, ma ora è occupata da uno studio di architetti israeliani. Mi fa piacere condividere con voi qualche immagine di quella bellezza perduta.” La scrivania di Omar, che ha accompagnato Anton nella sua unica visita alla casa con il suo nome scolpito nella pietra, è ormai vuota. Omar ha staccato dalle pareti dell’ufficio le mappe che hanno accompagnato la realizzazione del suo progetto annuale (una piccola pubblicazione informativa su Betlemme chiamata O Little Town of Bethlehem. What is its future? e se ne torna dagli Stati Uniti da dove è venuto. Figlio di una palestinese e di un cittadino statunitense, rappresenta la seconda generazione della diaspora. Prima di andare a casa si fermerà in Giordania per far visita alla famiglia di sua madre. il blog di augusta:
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KABUL
Lapidazione Amina, sei arresti
La polizia afghana ha arrestato sei persone coinvolte nell'uccisione di Amina, la giovane di 29 anni lapidata per adulterio nella provincia nordorientale del Badakhshan. A decretare la sentenza di morte sarebbe stato un mullah locale, Mohammed Yusof, ma la vicenda è ancora poco chiara. I fermi sono stati compiuti mercoledì all'arrivo della delegazione inviata dal ministero dell'Interno a indagare sull'episodio, il primo del suo genere di cui si sia avuta notizia dalla caduta del regime dei taleban alla fine del 2001. «Sei persone coinvolte nell'uccisione, tra cui il padre della vittima e un mullah locale, sono state arrestate», ha annunciato un portavoce del ministero dell'Interno, Lutfullah Mashal. È stato fermato anche il presunto amante di Amina, che il mullah aveva condannato a 100 frustate. Saranno tutti condotti a Kabul e processati. Le prime indagini sembrano indicare che la ragazza non è stata lapidata. Secondo Mashal, gli inviati del ministero hanno appurato che la giovane è stata picchiata selvaggiamente dai parenti e poi uccisa a colpi d'arma da fuoco, ma l'inchiesta non è ancora chiusa.