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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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blog archivio
| Etiopia - Addis Abeba - 08.6.2005 |
| Etiopia, strage di manifestanti |
| Reportage dalla capitale etiope, dove si contano i morti della repressione governativa |
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Dal nostro inviato
Emilio Manfredi Quando siamo arrivati a Mexico Square la zona era completamente presidiata dalla Federal Police. Non sparavano più. Abbiamo visto centinaia di manifestanti feriti, colpiti alla testa durante gli scontri con i militari che hanno caricato la folla picchiando con i calci dei fucili. Altre centinaia di persone arrestate venivano caricate sui camion militari e portati verso una vicina base dell’esercito. Mentre fotografavamo uno di questi camion siamo stati arrestati dalla polizia e portati in un commissariato. Volevano sequestrarci la macchina fotografica. Dopo un’ora di fermo, grazie al tempestivo intervento della diplomazia italiana siamo stati rilasciati. La strage di Merkato. Il bilancio della manifestazione di questa mattina nel quartiere di Merkato oscilla tra i 22 e i 24 morti, più almeno un centinaio di feriti. Quando siamo usciti dall’ospedale “Balck Lion”, dove sono arrivati una dozzina di morti, abbiamo visto altre ambulanze dirigersi verso gli altri ospedali della città.
L’atmosfera ad Addis Abeba è spettrale e tesissima. La zona dove sono avvenuti gli scontri è presidiata dalle forze armate. In un’area di nemmeno due chilometri quadrati abbiamo incrociato una decina di camion dell’esercito e una quarantina di pick-up carichi di soldati armati fino ai denti, con le mitragliatrici su treppiede puntate verso le poche persone che si aggirano per le strade. Tutti i negozi sono chiusi, non c’è una serranda alzata. Per terra i segni delle sassaiole e del sangue dei manifestanti. Ma le due strade dove sono avvenute le sparatorie sono inaccessibili, chiuse dai soldati e dalla polizia. Finiti con un colpo alla testa. “Questa mattina stavamo manifestando nel quartiere di Merkato. La Federal Police ha sparato subito contro di noi. Decine di persone sono cadute a terra. Poi sono arrivati i Berretti Rossi che hanno dato il colpo il grazia ai feriti, sparando loro in testa, sul viso o alle tempie”. E’ il racconto di uno dei circa novanta feriti arrivati all’ospedale “Black Lion” assieme a dodici morti, tutti uccisi con un colpo ravvicinato alla testa. Le vittime sono tutti giovani tra i diciotto e i trent’anni: studenti e lavoratori che oggi, giornata di sciopero generale, sono scesi in piazza sfidando l’imponente apparato militare e poliziesco che tiene la capitale sotto un non dichiarato, ma evidente, stato d’assedio. Sciopero generale. Fin da questa mattina ad Addis Abeba si respirava un'atmosfera irreale. Da stamane era iniziato uno sciopero quasi totale di taxi e minibus, praticamente gli unici mezzi di trasporto utilizzati dalla popolazione, eccezion fatta per i pochi autobus statali. “Non era più possibile andare avanti così. Abbiamo votato, perche’ vogliamo un paese democratico. Il governo ha perso e ora si deve fare da parte. I soldi del lavoro per me sono fondamentali, ma la libertà è piu’ importante”, aveva detto Alemayu, ventuno anni, tassista, mentre sorseggiava un caffe’ seduto ai tavolini di un bar. L’opposizione, che non ha alcun tipo di capacita’ militare, cerca di non lasciarsi scappare di mano la situazione, e propone una protesta pacifica ma determinata. “Abbiamo vinto, la protesta della società civile etiopica deve essere compresa dal governo, che deve farsi da parte. Se il primo ministro deciderà di difendere il proprio potere con la forza bruta, sarà direttamente responsabile delle conseguenze.” Purtroppo i timori di Alemayu si sono subito avverati. Una città sotto assedio. Oggi ad Addis si cammina a piedi: flussi enormi di persone si spostano per le strade, per tentare di vivere una giornata il più possibile normale. La maggior parte dei negozi dei suq ha le serrande abbassate. Molti non aprono da diversi giorni. A ogni angolo di strada, decine e decine di uomini della Federal Police, della Polizia di Addis Abeba, e dei corpi speciali dell’esercito, presidiano le strade. Camion militari, jeep, pick-up. Da un paio di giorni è comparsa addirittura l’artiglieria pesante, esibita di fronte ad una popolazione totalmente disarmata. Uno stato d'assedio mai dichiarato, ma ormai evidente. In attesa della prossima fiammata, i militari fermano i taxi fuori servizio e, minacciando i conducenti con le armi, li costringono a trasportare i passeggeri, mentre una pioggia battente sferza la citta’. |
| Cantoni libera, Fini: sequestro anomalo |
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Thu June 9, 2005 6:29 PM GMT
ROMA (Reuters) - Quello di Clementina Cantoni è stato un sequestro anomalo, ha detto oggi il ministro degli Esteri Gianfranco Fini commentando in un collegamento tv la liberazione della volontaria in Afghanistan, e ha precisato che le trattative sono state gestite dal governo afghano. "E' stato un sequestro anomalo direi, collegato a motivazioni di carattere estorsivo-criminale", ha detto Fini a SkyTg 24. Il ministro ha precisato che a gestire la trattativa è stato il governo di Kabul. Alla domanda se siano state fatte concessioni ai rapitori - che Kabul ha negato ci siano state - Fini ha risposto: "Di questo si è occupato il governo afghano". Ricostruendo le difficoltà del sequestro, Fini ha detto che "c'è stata una serie interminabile di intermediari veri o presunti", ma "finalmente abbiamo ritrovato il bandolo della matassa". Il ministro ha detto che Clementina - rapita lo scorso 16 maggio a Kabul - andrà "a casa quanto prima,... è fisicamente provata", e ha aggiunto che trascorrerà la notte nell'ambasciata italiana. Fini ha precisato che per giungere alla liberazione sono stati importanti gli appelli lanciati da varie parti, anche dal capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, ed "è stato molto importante il ruolo della società civile, delle donne afghane".
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