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Parole contro la guerra







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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it


Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà.

Raduno dei bloggers contro la guerra
Sermide (Mantova)
Gennaio 2004

10 Euro per Emergency, entra nell'Esercito dei Bloggers che hanno deciso concretamente di dire NO alla guerra, facendo una donazione per Emergency.
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martedì, novembre 14, 2006
 
http://www.repubblica.it/2006/11/sezioni/economia/conti-pubblici-29/spesa-militare/spesa-militare.html

Per Esercito, Marina e Aeronautica sono previsti 12 miliardi
e 437 milioni. Lettera a Prodi di sedici senatori

Sorpresa tra la selva dei tagli le spese militari si impennano

Il governo dell'Unione investe in armamenti più della Cdl
di CARLO BONINI

DICONO i numeri che in una Finanziaria che a tutti toglie, c'è una voce di
spesa che sale. Quella militare. Cinque punti percentuali in più rispetto
all'ultima legge di bilancio licenziata dal governo di centrodestra. 12
miliardi 437 milioni di euro per Esercito, Marina, Aeronautica. se è vero
che il 72 per cento di questa somma andrà a coprire i "costi del
personale" e dunque la spesa corrente per i salari e il mantenimento dei
193 mila uomini delle nostre forze armate (sono esclusi i costi delle
missioni all'estero, per le quali è prevista un'ulteriore voce di spesa di
1 miliardo di euro).

E' altrettanto vero che, spalmati nel prossimo triennio, altri 4 miliardi
e rotti di euro andranno a finanziare un "Fondo per il sostegno
dell'industria nazionale ad alto contenuto tecnologico". Dove per alto
contenuto tecnologico, si deve leggere "ricerca militare" e per "industria
nazionale" Finmeccanica, azienda per un terzo di proprietà dello Stato,
con un core business che, concentrato nel settore degli armamenti, è
spinto e alimentato da un mercato domestico in cui opera in regime di
sostanziale monopolio.

Nel suo ufficio di Corso Trieste, a Roma, Gianni Alioti, sindacalista
della Fim-Cisl, consumato osservatore dell'industria militare italiana ed
europea, sorride: "Nel paradosso di un governo di sinistra che investe in
armamenti più di quanto non abbia fatto negli ultimi due anni il governo
di destra, mi sembra di intravedere una forma di tardo keynesismo
militare. Per altro non sostenuto dai fatti. Dire che aumentare gli
investimenti in armamenti significa sostenere contemporaneamente i livelli
di occupazione e la ricerca tecnologica significa dimenticare la lezione
di Federico Caffè, che definiva questo tipo di scelta "liberismo spurio"".

Un dato. Tra il 2000 e il 2005, Finmeccanica ha raddoppiato il proprio
fatturato (da 6,7 a 11,4 miliardi di euro). Nello stesso periodo, gli
occupati sono passati da 41 mila a 56 mila. "Non esiste alcun andamento
proporzionale o quantomeno convergente tra crescita dei ricavi e aumento
dell'occupazione - osserva Alioti - Esiste, al contrario, una verità
comune all'intero mercato europeo e mondiale. L'industria della Difesa è
tale che, inevitabilmente, lo sviluppo della tecnologia impone una
riduzione della manodopera. Guardiamo quel che è accaduto a La Spezia, un
distretto industriale storicamente dipendente dall'industria militare. In
quindici anni, gli occupati nell'industria degli armamenti sono passati
dal 40 al 19 per cento della forza lavoro totale".

Sedici senatori dell'Unione hanno scritto una lettera a Prodi. Si legge:
"Caro Presidente, l'Italia è al settimo posto nel mondo come spesa
militare con ingiustificati acquisti di armamenti come la portaerei Cavour
(quasi 1 miliardo di euro, sistema d'arma esclusi), dieci nuove fregate
(3,5 miliardi di euro), 121 caccia eurofighter (oltre 6,5 miliardi di
euro). Da soli rappresentano l'1 per cento del nostro Pil. Ti ricordiamo
che nel programma di governo dell'Unione, ci sono tre riferimenti alla
necessità di politiche di disarmo (pagine 90, 91, 109)". Qui,
evidentemente, il "keynesismo militare" non c'entra. Ma qui, la
discussione politica interna al governo appare questione accantonata.

Giovanni Lorenzo Forcieri, 57 anni, diessino di La Spezia, senatore nelle
ultime quattro legislature, è arrivato sei mesi fa a "Palazzo Marina" come
sottosegretario alla Difesa. Dice: "Con questa Finanziaria non facciamo
altro che riportare la spesa militare al livello del 2004. Prima cioè che
il governo di centrodestra tagliasse di fatto la spesa militare di 2
miliardi e mezzo di euro. Per altro, a fronte degli investimenti che
abbiamo previsto e che servono né più e ne meno che a coprire impegni di
spesa già assunti negli ultimi anni e dunque ad onorare dei debiti già
contratti, la Difesa cederà al demanio beni per circa 4 miliardi di euro
nei prossimi due anni. Come si vede, dunque, il saldo tra entrate e uscite
è in equilibrio. Con il vantaggio di smobilizzare risorse necessarie a
portare avanti un programma di ammodernamento delle nostre forze armate.
E' evidente infatti che non stiamo parlando soltanto di numeri. Se
vogliamo che l'Italia possa efficacemente svolgere il ruolo internazionale
che si è conquistata in questi anni, non possiamo rinunciare a investire
su una forza armata efficiente e moderna".

L'argomento di Forcieri riproduce come un calco recenti considerazioni di
Pierfrancesco Guarguaglini, amministratore delegato di Finmeccanica: "Se
un governo, indipendentemente dal proprio orientamento, vuole portare
avanti una politica internazionale di un certo livello, ha bisogno di una
componente della Difesa efficiente. E nel passato erano stati fatti tagli
notevoli".

Se il problema non è "se" o "quanto" investire in spesa militare, resta
allora il "come". La qualità delle commesse e la loro urgenza. Allo Stato
Maggiore della Difesa non ne parlano volentieri. Frugando nella foresta di
sigle e numeri che battezza pezzi di artiglieria, autoblindo, caccia,
navi, se ne comprende il perché. Si scopre, ad esempio, che, nel maggio
2006, la Direzione Generale per gli Armamenti Terrestri del ministero ha
chiuso con la Oto Melara (Finmeccanica) un accordo di congruità di 310
milioni di euro per la fornitura di 49 veicoli blindati su ruota ("Vbc",
la sigla tecnica. "Freccia" quella da combattimento) le cui torrette
dovranno essere allestite per sistemi di lancio di missili anticarro di
nuova generazione. Missili "Spike", di fabbricazione israeliana. L'arnese
- spiegano gli addetti - è un costosissimo gioiello tecnologico. Di tipo
"intelligente", "spara e dimentica".

Centomila dollari il pezzo, cinque volte il costo del suo omologo di
fabbricazione americana, il "Tow". Missile attualmente in dotazione alle
forze Nato e al nostro esercito, che ne ha pieni gli arsenali. Raccontano
a palazzo Baracchini che le pressioni dell'Esercito sull'ex ministro
Martino per ottenere questa "meraviglia" della tecnica considerata troppo
costosa persino dall'esercito americano siano state robuste. Ma ammettono
anche che il giochino costerà una tombola.

Per ovvie economie di scala (costi di manutenzione e pezzi di ricambio), i
49 veicoli blindati su ruota "Freccia" erano stati concepiti dalla "Oto
Melara" per essere perfettamente fungibili con i loro "gemelli" cingolati,
i "Dardo". Stessi abitacoli, stessa strumentazione, stesse torrette.
Stessi missili anticarro: i "tow". Con la scelta del missile "spike",
addio risparmi. Fabio Mini, ex comandante della forza Nato in Kosovo,
osserva: "Non riesco a capire che senso abbia dotare di armi anticarro
diverse mezzi cingolati e su ruota, che dovrebbero integrarsi sul campo di
battaglia. Così come non capisco che senso abbia dotare di una tecnologia
più avanzata anticarro un mezzo su ruota che, a rigore di logica, non
dovrebbe affrontare in campo aperto mezzi corazzati". Alla "Oto Melara"
concordano. Ma alla "Oto Melara" sanno anche quel che accadrà. Completata
la fornitura dei "Freccia", i "Dardo", le cui consegne sono state appena
ultimate, torneranno nei cantieri per modificare le loro torrette di
lancio. I soldi non saranno un problema.

Come i 650 milioni di euro già impegnati a bilancio per consegnare ai
nostri Stati maggiori, di qui ai prossimi anni, 72 obici semoventi
fabbricati in Germania e assemblati da "Oto Melara" (Pzh, la sigla
tecnica) con cui difendere le nostre frontiere. Cosa debba farsene il
nostro esercito di un numero così consistente di pezzi di artiglieria
immaginati per conflitti di posizione, per scenari di difesa o offesa
lungo linee di fronte profonde un centinaio di chilometri (questo il
raggio di azione dell'obice), Dio solo lo sa. Meglio, solo l'Esercito lo
sa. Ma - sebbene sollecitato - lo Stato maggiore non ha ritenuto di dover
fornire risposte.

Risposte che invece, prima o poi, la Difesa e il governo saranno costretti
a dare sulla nostra partecipazione al più faraonico dei progetti che la
storia dell'aeronautica civile e militare abbia mai conosciuto.
Un'avventura dall'acronimo inglese, Jsf, "Joint Strike Fighter", consorzio
a guida statunitense per la costruzione del cacciabombardiere del futuro
(le consegne del nuovo aereo, battezzato "F35-lightning II", dovrebbero
cominciare nel 2012). La partecipazione italiana al progetto (che ha quali
ulteriori partner Inghilterra, Canada, Danimarca, Norvegia, Olanda,
Australia e Turchia) fu una scelta del governo di centrosinistra (1998,
premier D'Alema). Berlusconi, nei suoi cinque anni a Palazzo Chigi, ne
decise i termini economici, fissando la quota del nostro investimento per
la sola "fase di sviluppo" in 1 miliardo 359 milioni di euro.

Cifra a cui l'Italia dovrà ora sommare altri 11 miliardi di dollari per
l'acquisto dei 131 caccia già ordinati da Aeronautica e Marina. Anche
perché la nostra Difesa non ha scommesso e acquistato soltanto nel
consorzio a guida americana, ma ha investito e comprato anche nel progetto
concorrente europeo, "l'Eurofighter Typhoon" (dove l'Italia è partner di
Gran Bretagna, Germania e Spagna). Ce ne verranno altri 121 caccia. Più o
meno 7 miliardi di euro.

Ce n'è abbastanza per chiedersi se a decidere della qualità e dell'entità
della nostra spesa militare siano i ministri e il parlamento. O non invece
gli stati maggiori. O, ancora, se a portare per mano gli uni e gli altri
non sia l'industria degli armamenti. Per dirla con le parole di un addetto
del settore, "se in Italia il vero ministro della difesa sia Parisi o non
l'amministratore delegato di Finmeccanica Guarguaglini". Un fatto è certo.
Negli anni, i capi di Stato maggiore delle nostre tre forze armate hanno
tolto l'uniforme per entrare senza soluzione di continuità nel top
management delle società di Finmeccanica. Una legge dello Stato lo
vieterebbe. Aggirarla è diventata una prassi. E' successo con il generale
Mario Arpino (da capo di stato maggiore della Difesa alla "Vitrociset"),
con l'ammiraglio Guido Venturoni (da capo di stato maggiore della Difesa
alla "Marconi"), con il generale Giulio Fraticelli (da capo di stato
maggiore dell'Esercito alla "Oto Melara"), con il generale Sandro
Ferracuti (da capo di stato maggiore dell'Aeronautica alla Ams). Gli
impegni di spesa con Finmeccanica che questa e le prossime finanziarie
andranno ad onorare portano anche le loro firme. Da generali, naturalmente.

(14 novembre 2006)

scritto da linodigianni | 12:25 | commenti Torna su
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martedì, novembre 07, 2006
 
Volontariato: Non chiamatemi più pacifista. Intervista a Gino Strada, fondatore di Emergency
d. L’incontro di Assisi del 26 agosto per la pace in Medio Oriente è stato interpretato da molti come un sì al multilateralismo e al ruolo dell’Onu, come l’aprirsi di una nuova fase. È così? r. Il movimento per la pace esprime un sentire molto più ampio e molto più importante delle sigle, delle organizzazioni e dei professionisti della politica. È un movimento di coscienze che attraversa milioni di persone in modi diversi e con sfumature diverse. Quando parliamo, invece, di organizzazioni e di sigle – tipo Tavola della Pace –, penso che siano morte e sepolte, perché non hanno nessuna capacità di essere propositive. Noi di Emergency non abbiamo aderito alla marcia del 26 agosto e non aderiamo nemmeno alla marcia per la pace di Perugia-Assisi 2006. Insomma, noi non faremo più niente con nessuna organizzazione che abbia scelto la guerra riguardo sia all’Afghanistan sia al Libano. Quand’anche un intervento militare fosse legittimo (cioè rispettoso delle vigenti leggi), da quando in qua la legalità e la legittimità sono dei valori di per sé? Io non sarei mai stato d’accordo sull’applicazione delle leggi razziali… Allora, dire che un intervento può anche essere legittimo, secondo i meccanismi che regolano l’Onu, non vuol dire che sia una scelta giusta. Mi preoccupa questa tendenza, dilagante e quasi universale, che considera la politica estera come politica militare. Che ritiene il militarismo e gli interventi militari come l’unica opzione possibile, tanto da non voler provare strade diverse. Ormai si dà per scontato che dove c’è un problema si mandano i militari. Poi, sotto quale egida e con quali regole d’ingaggio, sono questioni marginali. Mi preoccupa che questa tendenza sia stata assunta da organizzazioni che fanno parte del movimento per la pace. Organizzazioni che, quando erano gli avversari politici a fare le guerre, avevano una posizione, mentre se sono gli amici politici a fare le guerre, come oggi, hanno una posizione diversa. d. Che cosa dovrebbe fare il movimento della pace in questo momento? r. C’è bisogno di riflessioni profonde. Ma la riflessione, se non è frutto di una pratica, non può avvenire. E qui casca l’asino. Un conto è una pratica che si risolve nell’organizzare la Perugia-Assisi, un conto è mettere in piedi, per esempio, una forza d’interposizione senza armi. Per farlo seriamente servono milioni di euro. A chi li chiediamo? d. Sta dicendo che ognuno deve tornare a fare ciò che è capace di fare? r. Ciascuno faccia il suo pezzettino di pratica di diritti umani, di dialogo, di pace, di solidarietà. Dove si lavora con certi atteggiamenti, si ottengono risultati. Lo abbiamo visto in tutti i paesi in guerra dove siano presenti: con il nostro lavoro abbiamo il rispetto di tutti. d. Quindi il movimento per la pace deve rinunciare a rompere le scatole al governo, ai partiti, alla politica? r. Il movimento è vasto e fa tante cose. Ci sono state organizzazioni che, prima sull’Afghanistan e poi sul Libano, hanno cambiato la rotta di 180°. Perché? Uno del movimento, Giulio Marcon, ha detto: «Il primo motivo ideale si chiama euro». Sono d’accordo. Qualcuno è stato assoldato dalla cooperazione italiana. Esempio. Tra le associazioni del coordinamento delle organizzazioni non governative italiane che lavorano in zona di guerra, ce n’è qualcuna che non sa distinguere un forno a microonde da un Kalashnikov… Aspetto soltanto che la situazione in Afghanistan si deteriori ancora un po’ e una ong, tipo Alisei, sparirà per sempre da Kabul, con grande sollievo degli afgani. Poi ci sono organizzazioni sponsorizzate in maniera evidente dai partiti: penso a Intersos e alla Margherita. Questo per dire che quel mondo lì ha rinunciato a essere di sprone e di critica alla politica. Pubblicità ce24ore
 
È accodato alla politica. Direi, a qualsiasi politica. d. Lei ha un rapporto di amicizia con padre Zanotelli e don Ciotti. Stavolta avete posizioni diverse. Continuate a parlarvi? r. Ho sentito Alex un paio di volte e devo dire che siamo sostanzialmente in sintonia, considerate le tante garanzie che ha chiesto per l’invio della forza d’interposizione in Libano. Ho cercato Luigi, dopo che avevo letto la posizione di Libera, per dirgli: «Sei impazzito»? Ma non l’ho ancora trovato. Credo che avremo modo di parlarci. d. Però l’impasse c’è. Le organizzazioni vanno un po’ per conto loro… r. Oppure vanno a gruppi in supporto alla politica. Guardiamo al flop del 26 agosto. La questura ha dato 1.000 partecipanti, gli organizzatori 2.000. E fin qui siamo nella fisiologia. Ma La Repubblica ha scritto 6.000. C’è stato un uso politico di quella manifestazione, che – intendiamoci – è stata messa in piedi per essere usata politicamente. Per me questa si chiama propaganda di guerra Altro esempio: quando lanciammo nel settembre 2002 la campagna “Fuori l’Italia dalla guerra”, anche per sollecitazioni interne ed esterne a Emergency, decidemmo di farla insieme ad altri. C’erano quattro sigle: Emergency, Libera, Rete Lilliput, Tavola della Pace. Due mesi e mezzo dopo nasce repentinamente “fermiamolaguerra.it”, in cui ci sono dentro tutte quelle organizzazioni lì, più i partiti. Ma non noi. Come vogliamo chiamarla: subalternità alla politica, sudditanza, servilismo? d. Emergency come intende muoversi? r. L’impegno di Emergency nei prossimi anni è di costruire il movimento contro la guerra. Noi non ci chiameremo più pacifisti. Ne sto discutendo, tra gli altri, con Noam Chomski e Eduardo Galeano… Mi sembra che l’unica cosa che ha un senso oggi sia di trattare la guerra come è stata trattata la schiavitù: come una cosa ripugnante che deve essere buttata fuori dalla storia. È un problema di coscienze e di culture. Se si riuscisse a far discutere l’Onu di questa questione (magari sollecitandolo con una lettera inviata da milioni di bimbi) sarebbe una bella cosa. L’Onu deve essere un interlocutore, anche se oggi sappiamo essere uno strumento nelle mani della Cia e di pochi altri. Oggi è un’Onu che non ha avuto la forza, dopo l’attacco all’Iraq, di convocare un’assemblea straordinaria e di proporre una mozione di espulsione di Stati Uniti e di tutti gli altri che si sono accodati. d. Come giudica il quadro internazionale? r. Siamo in una fase di militarismo con tendenze che mi ricordano la Germania del ’34-’35. Ormai la logica della guerra è stata accettata dalle coscienze. Qui bisogna riprendere in mano il pensiero di Einstein e di Bertrand Russell. Quando Einstein nel ’32 scrisse che la guerra non si può umanizzare ma si può solo abolire, lo presero per scemo… Oggi siamo ancora lì: nessuno vuol affrontare il problema. Abolire la guerra non è un problema legislativo, ma di coscienza. Bisogna invertire questo processo e far penetrare nelle coscienze della gente l’idea che la guerra, cioè la violenza di massa, è ripugnante, degradante e disumana. La guerra è talmente contro natura che il potere deve impegnare tutte le sue forze, compresi i media, per convincerci che la guerra fa bene. Il potere arriva a chiamare pace la guerra. Oggi trovarsi in un conflitto internazionale nucleare è questione di un giorno. Il giorno prima non succede nulla, il giorno dopo uno ha tirato la bomba ed è successo tutto. E noi culturalmente dove siamo? Durante il processo di 15 anni di crescita del militarismo nazista c’era comunque chi pensava e agiva diversamente, chi si opponeva. Oggi nessuno si muove. Questa è la tragedia. 
 
 http://www.caserta24ore.it/news/articolo.asp?id=15018&TT=Attualit%C3%A0