about
Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
:
adozioni a distanza
appelli
argentina
armi
bambini in guerra
centri
contro la pena di morte
costituzione
detenzione
diaro di augusta
diritti
emergency
etiopia
guerrenelmondo
intercultura
intervista
iraq giornali
manifestazioni
news
non violenza
opinioni degli altri
pacifismo
palestina
politica
putin
russia
sottoscrivi per emergency
storia
torture
traffico armi
uranio
usa
vicenza
vietnam
vignette
zapatisti
riferimenti
Bloggerscontroguerradona
Battello Ebbro
AgliIncrocideiventi
Adista
Emergency
Il Manifesto
Amnesty
Indymedia
Peacelink
Reporter Associati
Peacereporter
Un ponte per
<$$>
blog archivio
COMUNICATO STAMPA da Managua, 17 dicembre 2005
LEADERS RELIGIOSI E PREMI NOBEL LANCIANO
UN APPELLO MONDIALE ALLA RESISTENZA CIVILE NONVIOLENTA
PER PORRE FINE ALL’OCCUPAZIONE MILITARE DELL’IRAQ
Lo scorso 17 dicembre tre Premi Nobel, esponenti di diverse religioni, obiettori di coscienza, rappresentanti di associazioni e movimenti nonviolenti e pacifisti di 16 nazioni hanno lanciato un Appello per promuovere a livello globale azioni di resistenza civile nonviolenta per “porre fine all’occupazione militare dell’Iraq da parte della Coalizione guidata dagli Stati Uniti”. Tra i primi firmatari anche Cindy Sheehan, madre del soldato ucciso in Iraq che nell’agosto 2005 si è accampata davanti al ranch di Bush per chiedere invano di parlargli. Nell’appello si propone come prima data quella del 19/20 marzo 2006, terzo anniversario dell’invasione statunitense dell’Iraq. L’Appello propone pure alcuni esempi di azioni nella tradizione dei movimenti pacifisti nonviolenti degli Stati Uniti, da coordinarsi a livello mondiale.
Adesioni e comunicazioni possono essere inviate (entro il 13 gennaio 2006) a:
Padre Joe Mulligan, SJ, Managua, e.mail mull@ibw.com.ni
oppure a : Global Call to Action,
Sito web: www.aglobalcall.org
10/01/2006 - 09:24 - Continua a leggere Pagina diario scritta da: AUG a 09:24 | link | commenti | | Torna su
culturapace, segnalazioni da altri blog
Per questo diario ho il conforto della trascrizione della registrazione del relativo incontro. Me l’ha inviata una delle partecipanti al viaggio di Confronti, Emanuela Savelli, che sta pazientemente sbobinando tutti i materiali.
Il 28 marzo a Jerusalem incontriamo due rappresentanti di Parent’s Circle (associazione di cui ho parlato anche nel mio “vecchio diario”); si chiamano Rami (israeliano) e Adel (arabo israeliano).
Rami, che vive a Jerusalem con la moglie e numerosi figli, inizia raccontando la sua storia.
Durante la seconda intifada perse una figlia di 14 anni in un attentato di fronte a una discoteca.
Trascorsi i tradizionali nove giorni di lutto, quando la casa è affollata di visitatori, si è trovò solo con la sua famiglia, privo di qualsiasi motivazione per continuare a vivere.
Un giorno fu avvicinato da una donna di Parent’s Circle che gli parlò dell’associazione.
Fu molto chiara: nessuno avrebbe potuto ridargli sua figlia, nulla avrebbe potuto lenire il suo dolore, ma avrebbe potuto continuare a sentirsi utile per una causa giusta: quella della pace. Al primo incontro dell’associazione, cui partecipò senza troppa convinzione, lui, figlio di un sopravvissuto della Shoà, vide fra i partecipanti un sopravvissuto, lui stesso colpito da un analogo lutto.
Nel nominare la Shoà Rami precisa (e mi sembra una considerazione altamente significativa proprio in questo contesto) “quando tutto il mondo è stato a guardare”.
Adel, arabo-israeliano, è medico e lavora in un ospedale di Jerusalem (ha studiato in Italia e parla ancora un ottimo italiano). Ha sempre dedicato il suo tempo, la sua competenza e le sue energie a guarire le persone, senza considerare a quale etnia o religione appartenessero. Si è impegnato a soccorrere feriti gravissimi, in condizioni disperate, a causa del conflitto. Un giorno in ospedale arrivò suo padre che non gli fu possibile salvare: era stato ferito a morte da un colono israeliano, che aveva sparato all’impazzata vicino alla sua automobile, sentendosi minacciato.
Nonostante la polizia avesse archiviato immediatamente il caso, tramite indagini personali Adel riuscì ad identificare l’assassino, che fece due giorni di prigione e durante il processo fu scagionato.
Perse così ogni fiducia nella giustizia ufficiale, soprattutto considerando che non sarebbe successa la stessa cosa se a morire fosse stato un ebreo e l’assassino fosse stato un arabo. Anche lui, mentre meditava pensieri di vendetta, fu avvicinato da un rappresentante di Parents’ Circle, che lo inserì nel gruppo, convincendolo alla causa della pace.
Insieme ora Rami ed Adel collaborano ai diversi progetti dell’organizzazione.
Ci segnalano
- gli incontri nelle scuole sia israeliane che palestinesi (in Israele e nei Territori). Sono già più di 1400. Il loro target privilegiato sono le classi dei ragazzi di 16/17 anni, prossimi al servizio militare (che, con l’eccezione di coloro che vengono esonerati per ragioni religiose, fanno tale servizio prima di frequentare l’università). Durante il servizio ragazzi e ragazze entreranno in contatto con una nuova realtà, conosceranno la società palestinese, gli scontri, i blocchi stradali e potranno capire e vedere ciò che riesce incomprensibile a chi non ne fa esperienza.
Interrogati sui loro rapporti con il movimento dei refuseniks Rami sorridendo precisa che i suoi sono molto stretti. Al movimento infatti appartengono due suoi figli di 26 e 28 anni, di cui dichiara di essere molto orgoglioso;
- i campi estivi con ragazzi più giovani, israeliani e palestinesi.
Sono iniziati due anni fa a Neve Shalom - Wahat as-Salam (Oasi di pace, di cui ho più volte scritto nel mio vecchio diario) con 20 ragazzi palestinesi e 20 esraeliani. Per cinque-sei giorni questi ragazzi hanno avuto l'opportunità di vivere insieme, di conoscersi. L’esperienza si è ripetuta anche nel 2004, con un numero doppio, 40 e 40. Vorrebbero farne un progetto continuativo nella loro attività;
- il dono incrociato del sangue. E’ esperienza che risale a due anni fa quando un gruppo di palestinesi andò a donare il sangue in un centro medico della Croce Rossa israeliana mentre, nello stesso giorno, alcuni israeliani, compreso Rami, andavano a Ramallah a donare il sangue in un ospedale palestinese. E’ evidente che il significato del dono è simbolico: il sangue è dello stesso colore, uguale per tutti –precisa Adel – ma l’iniziativa è un modo per dire basta alla perdita di sangue, è più efficace donare il sangue invece che versarlo per terra;
- la linea telefonica che collega israeliani e palestinesi dei Territori. Aperta nell’ottobre del 2002, ha avuto finora mezzo milione di chiamate. Un milione di persone quindi hanno parlato fra loro, superando la difficoltà enorme a spostarsi fra lo stato di Israele e i Territori.
Lotti, una giovane collaboratrice di Parent’s Circle che si occupa in particolare dei permessi che consentono lo spostamento non solo dei Palestinesi ma anche degli Israeliani che si recano nei Territori (i nostri interlocutori chiamano Lotti “la regina dei permessi”), ci parla delle difficoltà non solo ad ottenerli (e sono essenziali, ad esempio, per le iniziative che prevedono incontri) ma anche a farne uso: spesso infatti vengono revocati dopo essere stati concessi, in un regime di assoluta arbitrarietà e confusione.
Il problema è significativo anche su un piano quantitativo: circa l’80% dei membri di Parent’s Circle vive nei territori occupati. Ci citano Nablus, Ramallah, Bethlehem, Hebron dove è in corso un lavoro enorme e molto significativo.
Interrogati in merito alla significatività della loro esperienza a livello politico segnalano che il fatto della perdita o del martirio è considerato in modo sacro da entrambe le società. Quando qualcuno ha perso qualche stretto familiare nel conflitto è ben considerato sia in Israele che nei Territori: ha pagato un prezzo molto alto ed è perciò degno di grande rispetto. I membri di Parent’s Cicle godono, anche per la loro attività associativa, della stima dei vicini e degli amici pur se c’è chi dice che sono come un ragazzino che cerca di prendere l'acqua dall'oceano con un cucchiaino. I gruppi politici che non condividono la scelta nonviolenta li temono invece come movimento che potrebbe avere un’influenza su entrambe le società proprio per l’alta considerazione di cui godono i componenti.
I nostri interlocutori ci riferiscono che gli incontri con il governo Sharon sono stati meno numerosi di quelli con l’autorità palestinese. La ragione –secondo Rami- risiede nella differenza basilare tra chi occupa e chi è occupato. Inoltre, l'attuale leadership israeliana non è affatto interessata a dimostrare che dall'altra parte c'è qualcuno interessato alla pace; sarebbe una palese contraddizione con il mito fondamentale su cui si è basata la politica israeliana degli ultimi quattro anni: l’inesistenza dall'altra parte di un interlocutore valido.
Ma se l'occupazione consente tutto ciò bisogna anche considerare che mette in pericolo la stessa esistenza di Israele, molto più di ogni altra cosa. “Dobbiamo fermarla per sopravvivere” dice ancora Rami.
Alla fine viene “evocato” Zacharia Zubeidi, uno dei nostri interlocutori di Jenin (di cui ha scritto Filippo, integrando con il suo commento il mio diario del 14 aprile)
Mi piace riassumere, a questo proposito, le considerazioni di Adel:
Ci sono dei luoghi comuni che vengono trasmessi all'estero, quando si riprende un campo profughi, ad esempio, c’è sempre l’immagine di qualcuno armato. Da Jenin da quattro anni vengono sempre trasmesse immagini di Zacharia Zubeidi. Parent’s Circle ha ottimi contatti con i responsabili di quel campo, e può affermare che questa immagine di Jenin, sempre correlata alle armi, non è esatta. Continua Adel: “Fanno parte di Parent’s Circle anche persone di Jenin e di altri campi profughi. Abbiamo contatti, ad esempio, con il campo profughi di Dheisheh, a Bethlehem. Certamente Zacharia è famoso, e quando il campo di Jenin è stato raso al suolo si è stretto intorno a lui un gruppo di gente armata; erano tutte persone che avevano perso uno o più familiari. Anche per questo quel campo viene sempre associato alle immagini di ragazzi armati. C’è anche un film che parla di questa esperienza”.
Tempo fa alcuni componenti di Parent’s Circle, mentre organizzavano un campo estivo con palestinesi e israeliani, chiesero a Zacharia se apprezzava la loro iniziativa e lui rispose di no, a suo parere non valeva la pena di perdere tempo con queste cose. Riferì che lui stesso, molto tempo fa, aveva cercato di organizzare momenti e occasioni di incontro tramite un teatro palestinese-israeliano che poi gli israeliani rasero al suolo. Allora era un attivista della pace, ma gli israeliani lo hanno deluso moltissimo, come hanno deluso tanti altri palestinesi, trasformati da attivisti pacifisti in militanti armati
Per questo – concludono Rami e Adel – “il nostro compito è ridare a questa gente la fiducia. Gli israeliani devono ridare fiducia ai palestinesi, questo è il nostro lavoro”.