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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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| Israele - Palestina - Betlemme - 11.5.2005 |
| Cartoline dalla Palestina 2 |
| La guerra porta con sè il dramma dei profughi. Due storie come tante |
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scritto per noi da
Augusta De Piero 2 puntata. Si è scritto di ragazze e ragazzi coinvolti nell’iniziativa Art Installation: Advocacy Tool for Youth Concerns. Ma non sono i soli giovani di cui parlare; infatti altri hanno reso possibile la realizzazione del progetto. Anton Stephan, il coordinatore, e Raghad Mukarker-Faddul, la segretaria. A loro è stata affidata la continuità mentre i due esperti coinvolti nella fase iniziale (un domenicano e uno statunitense di origine palestinese) hanno lavorato solo per il tempo necessario alla formazione degli insegnanti. Raghad si presenta radiosa nella sua incipiente maternità, di cui è fiera e, insieme ad Anton, mi parla della vita nella piccola prigione cui è stata ridotta Betlemme. Della disoccupazione e dell’assenza di scelte di vita professionale (sono entrambi laureati: Anton è architetto e Raghad biologa, esperta d’informatica), della mancanza di luoghi di divertimento per i giovani. Il lavoro che svolgono con passione diventa evidente motivo di gioia. Non oso chiedere cosa faranno quando il progetto, che li ha impegnati e ancora li impegna, a luglio finirà.
Mentre parliamo dei matrimoni misti fra cristiani e musulmani (pochi e comunque difficilissimi da affrontare) fra i due si accende una discussione. Secondo Raghad l’ostacolo ad una libera scelta anche in questo campo è dato dalla religione islamica, mentre per Anton la situazione sociale e la chiusura creano ed esasperano i conflitti interni. E così, discutendo di ciò che accade in questo piccolo mondo imprigionato, viene fuori la storia di Anton. Quando chiedo loro dove abitano, mi dicono entrambi a Beit Jala (una cittadina nel distretto di Betlemme). Ma mentre Raghad mi dice di essere nata in Kuwait, Anton afferma :“I’m a refugee”, “Sono un rifugiato”. E precisa: “Dal 1948”. E’ evidente che i conti non tornano, l’incongruenza della data rispetto alla giovane età di Anton richiede una spiegazione. E la spiegazione è semplice: i suoi nonni paterni sono stati costretti ad andarsene da Ain Karem, un villaggio alle porte di Gerusalemme nel 1948. Il papà di Anton allora aveva dieci anni, è vissuto a Beit Jala dove si è sposato e dove Anton è nato. “Il 30 dicembre 2004, dopo aver ottenuto il relativo permesso”, spiega Anton, “sono andato con il mio amico Omar a Ain Karem. E’ il mio paese d’origine dove viveva la mia famiglia prima di essere costretta ad andarsene nel 1948. Abbiamo girato per il paese e visitato la mia casa natale. Il paese è bello, calmo… molto spirituale. La casa è favolosa e porta ancora il nome della mia famiglia sopra l’architrave della porta principale, ma ora è occupata da uno studio di architetti israeliani. Mi fa piacere condividere con voi qualche immagine di quella bellezza perduta.” La scrivania di Omar, che ha accompagnato Anton nella sua unica visita alla casa con il suo nome scolpito nella pietra, è ormai vuota. Omar ha staccato dalle pareti dell’ufficio le mappe che hanno accompagnato la realizzazione del suo progetto annuale (una piccola pubblicazione informativa su Betlemme chiamata O Little Town of Bethlehem. What is its future? e se ne torna dagli Stati Uniti da dove è venuto. Figlio di una palestinese e di un cittadino statunitense, rappresenta la seconda generazione della diaspora. Prima di andare a casa si fermerà in Giordania per far visita alla famiglia di sua madre. il blog di augusta:
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KABUL
Lapidazione Amina, sei arresti
La polizia afghana ha arrestato sei persone coinvolte nell'uccisione di Amina, la giovane di 29 anni lapidata per adulterio nella provincia nordorientale del Badakhshan. A decretare la sentenza di morte sarebbe stato un mullah locale, Mohammed Yusof, ma la vicenda è ancora poco chiara. I fermi sono stati compiuti mercoledì all'arrivo della delegazione inviata dal ministero dell'Interno a indagare sull'episodio, il primo del suo genere di cui si sia avuta notizia dalla caduta del regime dei taleban alla fine del 2001. «Sei persone coinvolte nell'uccisione, tra cui il padre della vittima e un mullah locale, sono state arrestate», ha annunciato un portavoce del ministero dell'Interno, Lutfullah Mashal. È stato fermato anche il presunto amante di Amina, che il mullah aveva condannato a 100 frustate. Saranno tutti condotti a Kabul e processati. Le prime indagini sembrano indicare che la ragazza non è stata lapidata. Secondo Mashal, gli inviati del ministero hanno appurato che la giovane è stata picchiata selvaggiamente dai parenti e poi uccisa a colpi d'arma da fuoco, ma l'inchiesta non è ancora chiusa.
CPT DI TORINO
Descrizione: Centro di permanenza temporanea
Collocazione: Corso Brunelleschi
Gestione: Croce Rossa
• Struttura
Il Centro è gestito dal Corpo Militare della Croce Rossa Provinciale di Torino; nasce nel maggio del 1999.
Il Brunelleschi è in grado di ospitare circa 80 persone. L'intera costruzione è recintata da un muro di due metri e mezzo, sormontato da filo spinato. L'impianto di areazione e quello di riscaldamento non funzionano.
Secondo il gestore, è impossibile creare zone ricreative per i detenuti, a causa degli stessi.
I topi vivono con i migranti.
Il centro non possiede un regolamento interno, di conseguenza non esiste alcuna possibilità procedurale di denuncia nel caso di eventuali abusi subiti dai detenuti.
• Curriculum
Gennaio 2004: i Medici Senza Frontiere, in visita al Brunelleschi, vengono a conoscenza del fatto che venti uomini di origine curdo-turca detenuti nel centro, non sono stati informati della possibilità di accedere alla procedura di richiesta di asilo politico.Il giorno dopo, gli ospiti sarebbero dovuti essere rimpatriati.
28 luglio 2003: ventidue migranti fuggono dal centro torinese.
• Documenti correlati
Articoli di approfondimento
• «Senza famiglia, non punibili, ma incarcerati a Torino». 9 ottobre 2003
• "Rivolta con fuga dal cpt" di Cinzia Gubbini. 31 Luglio 2003
• "Cpt vietato". 25 Luglio 2003
• Iniziative
Interventi e manifestazioni contro il Cpt
• "Cpt Corso Brunelleschi, è svolta". 29 gennaio 2004
• "Disobbedire alle leggi per liberare i corpi!" Comunicato stampa del movimento delle/dei disobbedienti - Torino. 26 gennaio 2004
• A Torino contro il centro per minori. 24 maggio 2003
«La notte più lunga della mia vita»
Giuliana Sgrena racconta la notte di venerdì. Il viaggio con i rapitori, la grande paura durante l'attesa, la gioia della liberazione e il fuoco americano che ha ucciso Nicola Calipari, a 700 metri dall'aeroporto
ALESSANDRO MANTOVANI
«Venerdì e sabato erano giorni di novità. Di sabato avevo fatto il video, di sabato avevo scritto la lettera. Così venerdì aspettavo che dicessero qualcosa, anche perché lui, il carceriere che si mostrava più disponibile, sembrava allegro. E l'altro a un certo punto era uscito. 'Vabbè, mi sono detta, per chiedere aspetto `». E' il racconto di Giuliana Sgrena, il giorno della grande paura e della gioia che dura mezz'ora, fino alle raffiche che ammazzano il suo liberatore, Nicola Calipari, il poliziotto che dirigeva le Operazioni internazionali del Sismi. La nostra inviata è ancora all'ospedale militare del Celio, aspetta di essere operata e ha male alla spalla ma sta meglio, anche gli ematomi sul volto stando andando via. Ci accoglie seduta, con lei c'è Pier. Giuliana sapeva già dei contatti in corso, sabato 19 febbraio aveva scritto di suo pugno la lettera ai familiari, la prova che il Sismi cercava. E per due volte l'avevano fatta parlare al telefono, sabato 25 e ancora lunedì 28: una cassetta è finita alla Croce rossa italiana, l'altra chissà. Domenica 27 le avevano detto che sarebbe stata liberata e il giorno è arrivato di venerdì, un mese esatto dopo il rapimento alla moschea Al Nahrein di Baghdad. Era venerdì anche il 4 febbraio.
«Quando l'iracheno mi ha portato il pranzo gli ho chiesto: `Sei felice perché resto o perché me ne vado?'. 'So che te ne andrai ma non so quando, chiedi all'altro...'. E poi: `Te ne andrai domani, Inshallah, se Dio vuole'. `Giorno più giorno meno', così ho pensato. E invece dopo qualche ora, non so quante, sono entrati tutti e due. Ero a letto come al solito - ricorda Giuliana - e ho notato che non portavano il consueto camicione lungo, si erano quasi vestiti eleganti, camicia e pantaloni. Ho provato a scherzare: `Che è? Un matrimonio?'. E loro: `Complimenti, te ne vai a Roma, la tua roba dov'è?'. Avevano fretta. Mi chiedevano: `Sei pronta? Sei sicura?'. Volevano prepararmi: `Guarda che sarà una cosa difficile... Abbiamo promesso alla tua famiglia - perché loro parlavano sempre della famiglia - di rimandarti a casa sana e salva, ma se qualcosa va storto ci ammazzano tutti'. Sapevo già che era il momento più delicato. `Se ci fermano, sia gli americani che la polizia irachena, non fare segni, non dire che sei un'occidentale».
Sull'auto dei rapitori
«Mi sono messa la felpina nera con la zip, che nel primo video sembrava verde. Jeans neri e sopra il mio vecchio cappottino molto anonimo, che in un paese arabo va sempre bene. Mi hanno ridato la mia roba - dice ancora Giuliana - ma non tutto. C'erano gli accrediti, i documenti e i soldi, quasi tutti. Erano mille dollari e ne ho riavuti ottocento, hanno voluto fare il gesto... Non mi hanno restituito tutti i blocchetti, né i telefoni, né la macchina fotografica digitale. Prima di uscire dalla casa mi hanno fatto mettere un'imbottitura sotto gli occhiali da sole, non se fosse giorno o già notte».
«Mi hanno fattoo salire in macchina, sono saliti anche loro due e, pur non vedendo, mi sono accorta che alla guida c'era un altro. Hanno parlato al cellulare, forse altri ci precedevano o ci seguivano. Non lo so. Abbiamo girato un po' ma non molto, una ventina di minuti. Finalmente siamo arrivati, non so dove perché ero bendata, e ci siamo fermati. Mi hanno detto `aspetta' e sono rimasta lì, con una fifa pazzesca. Sempre nella stessa macchina. Ero lì da sola con il terrore. Ho capito che era un punto di passaggio, c'erano automobili che si fermavano. `Sarà questa?', pensavo. A un certo punto ho sentito da fuori voci concitate. No, non è durata più di mezz'ora, ero agitata ma non è durata di più». C'è stato un ritardo di due ore nella consegna ma Giuliana esclude di aver passato così tanto tempo ad aspettare. «Sentivo sirene della polizia e soprattutto un elicottero americano sopra di me. Mi sono ricordata di Mogadiscio, quando ho intervistato Osman Atto che era ricercato: sopra di noi c'era un elicottero americano. `Se va bene, mi sono detta, non mi beccano neanche stavolta'».
«Sono Nicola, sei libera, vieni»
«Quando è tornato, uno dei miei carcerieri mi ha detto: `Dieci minuti'. `E ora che faccio?', ho pensato. Così ho cominciato a contare, 'quando arrivo a sessanta sarà un minuto'. Per arrivare a seicento ci avrò senz'altro messo meno di dieci minuti. E intanto mi domandavo: 'Chissà chi verrà?'. Sapevo che sarei potuta finire in mano ad un altro gruppo. Finché non è arrivato Nicola, che ha aperto la portiera di destra mentre io ero seduta dall'altra parte: `Sono un amico di Pier e di Gabriele, sei salva, libera, vieni con me'. Gli occhiali non li tolgo, non ci penso nemmeno. `Abbandonati a me', dice Nicola. La loro macchina doveva essere lì, la raggiungiamo subito. `Mi siedo vicino a te', dice Nicola. Alla guida c'è il suo collega, il posto accanto è vuoto. Ho ancora le bende, solo dopo qualche minuto Nicola dice: `Puoi toglierle'».
«La prima cosa che vedo? Una strada periferica di Baghdad, però non sto a fissarla: se quando mi hanno rapita cercavo di fissare ogni dettaglio, in quel momento di gioia guardavo lui, non mi interessava guardare fuori. E poi Nicola mi ha travolto di parole, ha fatto un sacco di nomi di amici: `Mi hanno detto di non tornare senza Giuliana'. Allora ho capito di essere libera, mi sembrava di essere rinata». A bordo non c'era nessun altro, il quarto uomo Giuliana non l'ha visto. «Non posso escludere che ci fosse un'altra auto, una staffetta, ma non ho avuto questa sensazione».
Le telefonate dall'auto
«Quando mi sono tolta le bende l'autista ha telefonato, secondo me a Baghdad: `Siamo in tre, stiamo arrivando'. Ho intuito che qualcuno ci aspettava in aeroporto, forse un loro collega, ma nessuno me l'ha detto, neanche dopo, l'ho solo intuito. Nel frattempo Calipari mi ha detto: `Ora chiamiamo Roma'. Ma non trovava i suoi occhiali, non riusciva a chiamare. Ha buttato un telefono sul sedile davanti perché non funzionava. Con l'altro telefono è riuscito a chiamare il capo del Sismi a Roma e me l'ha passato, non so cosa gli ho detto: 'Grazie', senz'altro ho detto `grazie'. 'Ti richiamo', gli ha detto poi Nicola. Non so se ha detto `ti richiamo quando siamo in salvo', non ricordo, ma certo non era una situazione di sicurezza assoluta. Lo stesso anche dopo, quando l'autista ha detto `da qui sono 700 metri all'aeroporto' e subito sono arrivati gli spari. In una situazione normale avrebbe detto: 'Siamo quasi arrivati'».
«Non ho visto il faro dei soldati»
«Non ho visto posti di blocco. Certo io parlavo, guardavo Nicola, ero euforica, però mi sarei accorta se ci avessero fermato, perché avrei avuto paura. Calipari e il suo collega hanno acceso la luce interna: forse per poter telefonare, forse proprio per motivi di sicurezza, perché la prima cosa è farsi vedere in faccia. Il viaggio sarà durato venti minuti o mezz'ora, non di più. Ricordo un sottopassaggio, però non ho seguito la strada: di sicuro non era la strada principale, sarebbe stato da pazzi, ma una strada alternativa fuori dalle zone abitate. Comunque siamo arrivati su questa strada, tutta allagata, la macchina ha sbandato e ho detto: 'Ma guarda tu se ora andiamo a sbattere'. Poi quella frase, `ancora settecento metri', e subito i colpi».
«C'è una curva a destra, le raffiche sono arrivate mentre la macchina girava, sempre dal lato destro dove era seduto Nicola. Non ho visto nessun fascio di luce, ho solo sentito le raffiche». Il maggiore che guidava l'auto invece l'ha visto, ma i colpi, ha spiegato, sono arrivati contemporaneamente, in violazione di tutte le procedure, subito sull'abitacolo e non al motore. «Non so - dice Giuliana - se fosse un'arma sola o di più, era buio. So che i colpi hanno investito subito l'auto, nessuno ha sparato in aria, l'ufficiale al volante ha gridato: `Ci stanno attaccando' e mi pare abbia cercato di telefonare, però ce l'ha fatta solo dopo, da fuori. E' uscito gridando: `Siamo italiani'. Nicola invece non ha detto più niente, si è buttato addosso a me che intanto cercavo di scivolare più giù che potevo, tra i due sedili. Mi ha salvata».
«Sono ancora viva, Nicola è morto»
«L'autista era sceso, mi sembrava impossibile che gli americani ci attaccassero. Sono rimasta in macchina, con un fanale hanno illuminato la zona e allora ho visto un mezzo blindato a una decina di metri dalla strada, sulla destra. E' la dinamica del fatto che fa pensare a un agguato, voi cosa avreste pensato? Faccio in tempo a sentire l'ufficiale, che era sceso e da lì telefonava, credo a Roma, mi è sembrato che si fidasse più di chiamare Roma che non Baghdad: `Nicola è morto, lei è lontana ma ha gli occhi aperti...'».
«Sento Nicola sopra di me, cerco di spostarlo e non ci riesco. In quel momento si avvicinano i soldati, sette otto. Aprono la porta sul lato destro, capiscono che Nicola è morto e lo tirano su. Mi sembrano interdetti, forse a uno sfugge un'imprecazione, poi chiama: `C'è un morto'. Allora vengono dalla mia parte, a sinistra. Aprono. Ma sono bloccata, incastrata. Vicino a me, sul sedile, sento un mucchio di proiettili: ci saranno state anche le schegge dei vetri dei finestrini ma a me sembravano proiettili. E quelle che ho nella spalla non sono schegge di vetro».
Con gli americani all'ospedale
«'Sono ancora viva', ho pensato. Sentivo la ferita alla spalla ma non ero morta. I soldati mi hanno tirata fuori, sono rimasta sdraiata per terra mentre uno di loro mi tagliava i vestiti. Pensavano fossi messa peggio. Un altro ha provato a mettermi una flebo, ecco il risultato», e mostra una tumefazione sul polso. «Non so cosa sia successo all'autista, io sono rimasta con i soldati, mi hanno portato all'ospedale sul blindato. Erano americani, giovani. Americani e non d'origine latinoamericana. Non respiravo più, il polmone si stava stringendo, chiedevo continuamente acqua. Lì per lì mi hanno solo chiesto il nome e la nazionalità, più tardi in un'orecchio uno mi ha chiesto: `Ma tu sei la giornalista che avevano rapito?'. Non sapevo che dire, poi ho detto sì. `Mica mi potrà ammazzare qui dentro', ho pensato».
«Nel frattempo, su mia richiesta, era arrivato l'ambasciatore De Martino. L'ambasciatore ha chiamato Gianni Letta e me l'ha passato. Poi mi hanno fatto l'anestesia totale per togliere il proiettile. Quando mi sono svegliata ho chiesto della collana che avevo, la collana della resistenza apparsa nel video. Gli americani non l'hanno più trovata».
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/11-Marzo-2005/art32.html
Mentre i magistrati romani che indagano sulla morte di Nicola Calipari annunciano il ritorno in Italia nelle prossime ore dei tre telefoni satellitari in dotazione al funzionario del Sismi rimasti in mano alle forze Usa. Mentre Giuliana Sgrena affida i suoi ricordi ad una lunga intervista pubblicata su il manifesto in cui parla dell'attacco Usa alla macchina che la stava portando in aeroporto. Mentre a Baghdad si mette in moto la commissione d’inchiesta congiunta Italia–Usa. Il ministro della Giustizia Roberto Castelli butta ingiurie a manate sulla reporter rapita: «Ha detto un cumulo di sciocchezze, parla da poco accorta, ci ha creato problemi e lutti che era meglio evitare».

| Puntata del 15 gennaio 2005 | |
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lettera inviata alla trasmissione Report.
Se siete d'accordo, inviate anche voi una mail, a sostegno della trasmissione. E' importante...
"Sono contento che, a giustificare il pagamento del canone della tv pubblica, ci siano trasmissioni come quelle sulla mafia fatte da Report.
Come cittadino e come insegnante vi ringrazio e vi sostengo, per l'esempio di informazione e di battaglia per la democrazia che portate avanti "
firmato: Lino Di Gianni.
32632. ROMA-ADISTA. Progressiva riduzione dei finanziamenti pubblici, eccessiva burocratizzazione, poca trasparenza: sono alcuni dei numerosi punti dolenti della cooperazione internazionale nel nostro Paese messi a nudo dalla campagna "Sbilanciamoci!" che, lo scorso 6 dicembre, ha presentato il Libro bianco sulla cooperazione allo sviluppo, proprio mentre il Ministero degli Affari esteri celebrava le Giornate della cooperazione italiana. "Le giornate governative - spiega Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! - sono una passerella mediatica, una pura operazione di marketing utile a coprire lo stato drammatico della cooperazione italiana, la paralisi e l'inefficienza amministrativa del Ministero degli Affari esteri, il mancato rispetto degli impegni internazionali". Con il Libro bianco, prosegue, abbiamo voluto rappresentare "lo stato disastroso della cooperazione italiana".
Cooperazione verso la bancarotta
"Nel 2002 la percentuale degli Aiuti Pubblico allo Sviluppo (Aps) sul Pil è stata dello 0,20%, e nel 2003 addirittura si è ridotta allo 0,16%", spiega Marcon, commentando i dati del Libro bianco. Cifre irrisorie se confrontate con quelle degli altri Paesi: la Francia che è allo 0,34%, la Gran Bretagna che si è data l'obiettivo dello 0,47% entro il 2007; i Paesi del Nord Europa che confermano quote superiori allo 0,70% ormai da anni. La Finanziaria 2005 prevede ulteriori tagli alla cooperazione allo sviluppo: "inizialmente sarebbero assegnati 616 milioni di euro, che rappresentano solo il 44% dei fondi necessari alla Direzione per garantire gli impegni internazionali". A questi fondi, già di per sé insufficienti, "verranno tagliati ulteriori 215 milioni", fra cui i 100 milioni che l'Italia avrebbe dovuto versare nel 2004 al Fondo globale per la lotta contro l'aids, la tubercolosi e la malaria.
Poca trasparenza
Oltre che sull'esiguità dei fondi, il Libro bianco punta il dito anche sulla mancanza di trasparenza: basti pensare che il secondo settore di destinazione con più peso nell'Aps dopo le misure per la cancellazione del debito - misure che, fra l'altro, gonfiano le cifre degli aiuti "senza spendere un euro" - è la voce "Non specificato" che rappresenta il 14% dell'Aps; e mancano anche i dati relativi agli "Aiuti alimentari". La cooperazione italiana, commenta il Comitato di coordinamento della cooperazione internazionale dell'Ocse, "ha solo un'idea aneddotica di ciò che sta funzionando e perché", vista la completa mancanza di un sistema di monitoraggio e valutazione dei progetti.
Eccessiva burocratizzazione
"Nel corso degli ultimi anni - si legge nel Libro bianco - si è accentuata sempre più una sorta di 'burocratizzazione gestionale' che ha portato ad un allungamento insostenibile dei tempi necessari per l'approvazione di un progetto, l'erogazione dei fondi, il successivo esame dei rapporti e dei rendiconti. Se una Ong presenta un progetto 'promosso' (che prevede un contributo ministeriale del 50%) deve attendere circa due anni prima che venga approvato. Una volta iniziato il progetto, poi, per ottenere le varie tranche del finanziamento la Ong deve presentare un rendiconto: tra il momento della presentazione e la sua approvazione possono passare 1 anno, 1 anno e mezzo o ancora di più, un tempo nel quale, comunque, la Ong è tenuta a rispettare il contratto stipulato e a portare avanti il progetto. Naturalmente il dover operare senza avere la certezza di vedersi approvato il rendiconto o, comunque, di non sapere quando poter disporre dei fondi pone le Ong in una situazione di grosso disagio che, molto spesso, porta a non poter completare dei progetti già iniziati o ad interromperli, per poi riprenderli, con un grave danno per il contesto locale nel quale il progetto si inserisce".
Cooperazione e guerra
Se la cooperazione deve 'tirare la cinghia', per le missioni militari italiane all'estero invece non si bada a spese, spesso utilizzando le azioni umanitarie come foglia di fico per nascondere la partecipazione italiana a vere e proprie guerre. Solo per la missione in Iraq - a cui andrebbero aggiunte tutte le altre missioni militari italiane nel mondo - ci sono stati tre decreti (n. 165 del 10 luglio 2003; n. 9 del 20 gennaio 2004; e quello in discussione in questi giorni): nel primo si stanziavano 232.451.241 euro per la missione militare, mentre per gli aiuti umanitari meno di un decimo, 21.554.000 (nello stesso decreto, inoltre, si prevedevano 358.355.586 di spesa per le altre missioni all'estero); nel decreto del gennaio 2004 il costo previsto per la missione in Iraq era di 209.017.084, i soldi per le azioni umanitarie 11.627.450 (quelli per le altre missioni 292.919.802); nell'ultimo decreto si prevedevano 290.349.823 per la missione in Iraq nel suo complesso e appena 9 milioni per gli aiuti umanitari, compresi i 5 versati nelle casse della Croce rossa del supercommissario Maurizio Scelli. "Gli aiuti umanitari, quindi - commenta il Libro bianco - anziché crescere, come sarebbe naturale dopo un anno di missione che si vuole non di occupazione ma di sostegno alla popolazione, diminuiscono".
Dieci domande al governo Berlusconi
"Perché il governo Berlusconi si è impegnato a destinare per l'Aps nel 2005 lo 0,27% del Pil (nel Dpef del 2003-2006), mentre siamo allo 0,16%?". È una delle dieci domande che il Forum alternativo sulla cooperazione allo svliluppo ha rivolto pubblicamente al presidente del Consiglio, affrontando tutti i 'buchi neri' della nostra cooperazione internazionale: "perché si fanno grandi promesse a livello internazionale, come riguardo alla realizzazione degli Obiettivi del Millennio, se si continuano a tagliare i fondi alla cooperazione: -15% nella finanziaria del 2004 e ben 250 milioni di euro nella manovra correttiva del luglio scorso?"; "perché nelle ultime due finanziarie diminuiscono i fondi per la cooperazione, mentre - tramite la Simest e la Sace - si stanziano più soldi per assicurare il business delle imprese italiane all'estero?"; "perché i soldi del Fondo per i Balcani" per le attività di cooperazione "non sono mai stati utilizzati?"; "perché si fanno aspettare le Ong fino a 3-4 anni per saldare i rendiconti dei progetti, facendole sprofondare nei problemi organizzativi e finanziari e provocando la sospensione dei progetti?".
Ma anche le politiche internazionali e sociali dell'attuale governo vengono messe in discussione, dalla partecipazione alla guerra e al dopoguerra in Iraq ("perché si stanziano nella finanziaria di quest'anno 1 miliardo e 200 milioni per le missioni militari come quelle in Iraq, fuori dalla legalità internazionale, spacciandole per missioni umanitarie e di pace?"; "perché non si può sapere come sono stati spesi i soldi pubblici per assicurare le imprese italiane che hanno fatto affari nell'Iraq di Saddam Hussein?"), all'immigrazione ("perché su 100 euro spesi dallo Stato sull'immigrazione se ne spendono 85 per misure repressive e di polizia e nemmeno 1 euro per programmi di cooperazione che vedano come protagonisti le comunità di immigrati?") e alla mancata applicazione degli accordi internazionali in tema di ambiente e salute ("perché l'Italia ha firmato l'accordo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni inquinanti e non lo attua?"; "perché il governo firma accordi internazionali e poi li disattende come nel caso degli impegni per i fondi globali su Aids e Piano per l'acqua?").
Le proposte
Oltre al rispetto degli accordi già presi in sede internazionale, il Forum presenta al governo le sue proposte per una 'buona' cooperazione allo sviluppo: "portare entro il 2006 i fondi per la cooperazione allo 0,7% del Pil"; "creare un'Agenzia autonoma dal Ministero Affari esteri per la gestione dei programmi di cooperazione allo sviluppo"; "separare la cooperazione allo sviluppo da ogni commistione con il sostegno alle imprese e da ogni subalternità alla politica estera e militare del Paese"; "ritirare le truppe d'occupazione dall'Iraq e destinare alle agenzie Onu l'equivalente impegno finanziario finalizzato alla ricostruzione del Paese"; "abrogare la legge Bossi-Fini, chiudere i Centri di permanenza temporanea e destinare i fondi corrispondenti a politiche di integrazione, formaziobne e cooperazione con le comunità dei Paesi d'origine dei migranti"; "ridurre del 20% le spese militari dell'Italia e destinarle a politiche di cooperazione allo sviluppo".
Riceviamo e inoltriamo volentieri, con preghiera di diffusione
Fra tanto berciare sulle "radici cristiane d'Europa" ci si prepara ad accogliere a braccia aperte un paese, la Turchia, che quelle radici ha strappato con il massimo di ferocia deportando, affamando, decapitando, bruciando e impalando un milione e mezzo di Armeni. Un paese che non solo non ha mai riconosciuto il genocidio, ma punisce con 10 anni di galera il solo fatto di evocarlo.
L'indifferenza del mondo alimentò i progetti di Hitler : "Chi si ricorda più del genocidio Armeno?" diceva preparando l'Olocausto...
Oggi propongo di non restare indifferenti.
In nome di centinia di migliaia di bambini portati a morire nel deserto al confine con la Siria, in nome di migliaia di donne violentate a morte dalle truppe Turche, chiediamo che l'ingresso della Turchia in Europa venga bloccato sino al giorno in cui il suo governo non riconoscerà il primo genocidio del '900
Mimmo Lombezzi
Per saperne di più sul genocidio del popolo Armeno Arcoiris Tv consiglia la visione di questo filmato:
DESTINAZIONE: IL NULLA - Il testimone
Il genocidio del popolo armeno.
Armenia e Siria. Il genocidio armeno del 1915 ad opera dei turchi, rievocato attraverso i racconti dello scrittore Armin T. Wegner, allora ufficiale tedesco testimone della tragedia.
Un documentario che rompe il silenzio della storia, che troppo spesso occulta i suoi misfatti e il sangue versato di milioni di innocenti.
Wegner assiste involontariamente alla cacciata di un intero popolo verso il deserto e vede fiumane di deportati morire lentamente disperdendosi nel “nulla”.
Annichilito da quello spettacolo, scatta, a rischio della propria vita, una lunga serie di fotografie e scrive testimonianze che in seguito utilizzerà per denunciare al mondo l’orrendo crimine contro l’umanità.
Per vedere il filmato clicca qui!
Vi segnaliamo anche le vignette di Molly Bezz e di Mauro Biani per Arcoiris Tv
Al momento sul sito www.arcoiris.tv ci sono 1826 filmati per un totale di più di 894 ore di filmati.
Per consultare i filmati presenti sul sito clicca qui!
fonte: arcoiris
Il Senegal ripudia la morte: abolita la pena capitale
di red
L’Africa compie un grande passo avanti nel rispetto dei diritti umani. Il Senegal ha finalmente abolito la pena di morte per tutti i reati, facendo salire a quattro il numero dei paesi dell’Africa occidentale che hanno scelto di mettere fine a questo barbaro metodo di giustizia.
Venerdì l’Assemblea Nazionale senegalese ha approvato il provvedimento che abolisce la pena capitale ed ora la legge è passata alla firma del presidente della Repubblica, Abdoulaye Wade, che l’ha promulgata. La svolta è stata fortemente voluta dallo stesso capo dello Stato che si è reso conto dell’inutilità di una pena che non risolve nulla poichè «nei paesi dove è in vigore, il numero dei crimini non diminuisce. E nei paesi dove è stata abolita, i reati non sono aumentati». Va ricordato che il Senegal, di fatto, applicava raramente la condanna a morte e faceva parte dei cosiddetti paesi “abolizionisti di fatto” ovvero quelli in cui la pena è prevista ma raramente messa in pratica.
Dal 1960, anno dell’indipendenza del Senegal dalla Francia, infatti, soltanto due persone sono state condannate a morte, entrambe per attentati a uomini politici. «Le sole volte che la pena di morte è stata applicata in Senegal, è stato per ragioni politiche- ha dichiarato il capo del Partito Democratico Senegalese, Doudou Wade, ora al governo - E non si può uccidere per ragioni politiche». La cancellazione della norma dalla legislazione senegalese è una conquista importantissima, per la quale molte associazioni umanitarie, Amnesty International in prima fila, lavoravano da tempo.
E soprattutto, l’approvazione della legge salva le quattro persone che, dal 2001, sono state condannate a morte dai tribunali senegalesi e che erano in attesa dell’esecuzione. Il ministro della Giustizia, Serigne Diop ha garantito che saranno graziate.
E questa sera, per festeggiare l’evento, il sindaco di Roma, Walter Veltroni ha deciso di illuminare il Colosseo. Il giorno dopo l’anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti umani, una luce si accende, nella speranza che altri paesi scelgano la strada illuminata da Dakar.
fonte: Unità on line del 12-12-04
| Alcuni disegni di bambini di Ramallah, Cisgiordania, durante l'invasione del mese di aprile 2002 (l'operazione “muraglia di difesa” dell'esercito israeliano): |
by Sara Atrash, 6 years |
by Yanal Zayed, 4 years |
by Lema Zayed, 11 years old |
by Hiba Burkan, 12 years old |
by Lema Zayed, 11 years old. |
by Rana Burqan, 9 years |
In questo sito si vogliono offrire alcuni contributi di riflessione e di studio dedicati a quella che per molti cittadini del mondo è la “terra più amata”, alle popolazioni che la abitano e ai conflitti e agli orrori che la segnano da oltre un secolo. Questi contributi sono stati raccolti da varie fonti e sono qui presentati e annotati in lingua italiana, quando ne esiste la traduzione, altrimenti in lingua inglese
segnalo questo sito molto bello:
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Realtà terribili
di cui l'informazione dovrebbe occuparsi continuamente, di cui tutte e tutti dovremmo occuparci testardamente, ossessivamente. Ma io per prima non so che cosa io personalmente possa fare. Denunciare non basta. La 'gente comune' come me può fare dei piccoli atti, qualche grande manifestazione, ma mi sembra che cia sia un grande scoramento in giro.
Chiedo scusa, ma oggi ho dentro un po' di disperazione. Neanche sui nostri telegiornali (unica fonte di informazione o quasi) per la maggioranza delle persone si riesce a premere perché abbandonino la cronanca nera e rosa e azzurra, per impegnarsi invece nelle tragedie dell'umanità intera. Non solo quella che subisce, ma anche quella che agisce gli orrori e quella che assiste impotente o indifferente. Mai abituarsi all'abiezione. h
22/11/2004 | |
| Bambini che non giocano, fanno la guerra | |
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Dal Blog di Pino Scaccia
| CONDANNATA ALLA LAPIDAZIONE |
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Hajara Ibrahim, 18 anni, incinta di sette mesi, è stata condannata a morte per lapidazione. E' accusata di adulterio, e la prima sentenza del tribunale della Sharia di Lere, in Nigeria, l'ha già condannata. Hajara si è appellata a un secondo livello di giudizio. Speriamo che Hajara si salvi, come e’ gia’ successo per Amina e Safiyia, colpevoli anche loro di adulterio e condannate anche alla lapidazione, due vicende che hanno scosso l'opinione pubblica di tutto il mondo per una legge altamente incivile, disumana. >>> |
| Su 82 palestinesi uccisi 24 sono bambini |
| TEL AVIV - Ventiquattro bambini palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano a Gaza a partire dal 28 settembre, secondo le stime elaborate da 12 organizzazioni umanitarie che fanno capo alle Nazioni Unite. In un comunicato emesso la scorsa notte, un portavoce delle Nazioni Unite calcola che dall’inizio della Operazione «Giorni di pentimento», lanciata da Israele una settimana fa nel Nord di Gaza per rimuovere la minaccia dei razzi palestinesi contro gli insediamenti israeliani nel Neghev, sono rimasti uccisi 82 palestinesi. Nello stesso lasso di tempo sono rimasti uccisi in quella zona anche cinque israeliani, fra cui due bambini e una donna. Nel comunicato si afferma poi che negli ultimi 14 giorni Israele ha negato al personale delle Nazioni Unite un ingresso sicuro a Gaza. Di conseguenza non è stato possibile all’Unrwa, la agenzia per i profughi palestinesi, distribuire razioni di cibo di emergenza a nord di Gaza. Pur riconoscendo «le legittime preoccupazioni di sicurezza di Israele e in particolare la necessità di fermare gli attacchi palestinesi con razzi e mortai contro aree civili», al tempo stesso le Nazioni Unite chiedono che ai propri dipendenti sia garantita la necessaria libertà di movimento. 6/10/2004 |
fonte: http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/
di David Atwood
traduzione di Arianna Ballotta
Houston (Texas)
Agosto 2004
In seguito all’esecuzione di James Allridge ho inviato la lettera che segue a diversi giornali texani. Mi risulta che soltanto l’Huntsville Item l’abbia pubblicata. Non è molto, però non è neanche poco, considerando che si tratta del quotidiano letto dagli abitanti di Huntsville [località dove, all’interno della Walls Unit, vengono praticate le esecuzioni di tutti i condannati a morte del Texas, N.d.T.], fra cui gli amministratori del TDCJ [Dipartimento di Giustizia Penale del Texas], i direttori carcerari e i membri della Commissione di Grazia.
Spero che le mie considerazioni servano a far riflettere almeno alcune di queste persone su ciò che stanno facendo.
David Atwood
Leggi l'articolo agli incroci dei venti
fonte. http://controlapenadimorte.splinder.com/
Un Ponte per... è una associazione di volontariato nata nel 1991 subito dopo la fine dei bombardamenti sull’Iraq, con lo scopo di promuovere iniziative di solidarietà in favore della popolazione irachena, colpita dalla guerra e in opposizione all’embargo a cui il paese è stato per lungo tempo sottoposto.
Lo scopo sociale della associazione è il contrasto della dominazione dei paesi del nord sul sud del mondo e la prevenzione di nuovi conflitti, in particolare in Medio Oriente, attraverso campagne di sensibilizzazione, incremento degli scambi culturali, delle relazioni di amicizia e della cooperazione allo sviluppo. Un Ponte per… considera indivisibili gli interventi di solidarietà concreta verso le popolazioni colpite, l’impegno "politico" per incidere sulle cause delle guerre e la costruzione di legami tra la società italiana e le società dei paesi in cui opera. Un Ponte per… si considera parte di quel vasto movimento globale per "un altro mondo possibile" che si raccoglie intorno al World Social Forum.
In Iraq l’associazione, con il nome di Un ponte per Baghdad, ha realizzato diversi progetti di aiuto nel campo sanitario, della depurazione delle acque e nel campo educativo in collaborazione con la Mezza Luna Rossa Irachena (IRCS), con alcune agenzie dell’ONU e dell’Unione Europea. Il lavoro è stato svolto durante l’intero periodo dell’embargo, con l’organizzazione di numerose delegazioni di osservatori e pacifisti italiani ed internazionali, e durante il periodo dei bombardamenti del 2003, con la realizzazione degli interventi di emergenza nelle aree più duramente colpite dalla guerra.
Dopo la guerra accanto agli interventi umanitari Un ponte per ha assunto l’obiettivo di sostenere lo sviluppo della società civile irachena Nel 1999, con il drammatico evolversi della situazione nei Balcani, l’Associazione ha lanciato un altro "ponte" promuovendo - tramite la campagna Un ponte per... Belgrado – progetti per l’invio di medicinali e presidi sanitari agli ospedali della Federazione Jugoslava e per l’aiuto ai profughi dal Kosovo.
Con l’evolversi degli eventi internazionali i Balcani sono progressivamente usciti dalla attenzione pubblica divenendo laboratorio di sperimentazione di nuove forme di dominio e facendo precipitare le condizioni di vita dei numerosi profughi in uno stato di precarietà inaccettabile. Per tale motivo l’associazione negli ultimi anni ha intensificato le relazioni con i campi profughi in Serbia, organizzando campi di lavoro, delegazioni di volontari e programmi di sostegno a distanza ed ospitalità per l’infanzia.
Un Ponte per… ha avviato la campagna Un Ponte per… Chatila come azione di solidarietà verso i profughi presenti in Libano. Lo scopo è di favorire la conoscenza della situazione politica e delle condizioni di vita nei 12 campi profughi sparsi sul territorio. Il costante fallimento dell’azione politica internazionale riguardo la questione israelo-palestinese determina il perdurare dell’instabilità dell’area mediorientale deteriorando le già difficili condizioni di vita delle migliaia di profughi privati del diritto al ritorno alle loro terre. Sono in corso interventi di solidarietà e sostegno alle istituzioni palestinesi attraverso collaborazioni ai loro programmi nel campo sociale e numerose iniziative culturali in Italia finalizzate a sostenere gli interventi di cooperazione.
Come in Medio Oriente, anche in Turchia la guerra ha avuto conseguenze negative facendo indietreggiare il processo di pacificazione e di soluzione della questione curda, già lento e difficile. La repressione nei confronti delle minoranze e delle forze democratiche turche si è fortemente accentuata a fronte di un formale impegno del governo in direzione delle riforme. Un ponte per… Dyarbakir nasce con lo scopo di promuovere e sostenere il riconoscimento dei diritti delle minoranze in Turchia, creando le premesse per una riconciliazione tra le varie componenti della società civile. Sono stati realizzati progetti di educazione sulla storia e la cultura kurda ed iniziative di sensibilizzazione in Italia. Attualmente le attività prevedono progetti di aiuto e cooperazione, e l’organizzazione di delegazioni e campi di lavoro in collaborazione con associazioni locali.
L’Associazione ha circa 500 aderenti e comitati locali in diverse città italiane. Le attività si basano principalmente sul lavoro volontario dei soci ed è finanziata con campagne pubbliche di raccolta fondi e contributi di Enti Locali.
fonte: un ponte per
Oggi ricopio un appello che ho appena ricevuto. Del Baby Caritas Hospital ho parlato il 19 ottobre e, soprattutto, il 23 dicembre. Reperire quelle pagine non è difficile e a quelle rimando per le informazioni. Qui mi limito ad osservare che il Presidente del Consiglio italiano aveva detto (credo un anno fa o poco più) di voler mettere in moto un Piano Marshall per la Palestina. Non si potrebbe cominciare con richieste al governo di Israele di trasferire quanto dovuto ai destinatari? Per quanto ne so il blocco di ciò che in Palestina arriva e dei prodotti che dalla Palestina potrebbero partire è norma. In questo caso è una norma infanticida.
Ho visitato il Baby Caritas e anche un altro ospedale pediatrico e so di non esagerare.
Augusta
30 Agosto 2004
Cinque tonnellate di latte (France Lait) donato dalla “Cooperazione Italiana in Palestina” * e destinato al Baby Hospital é bloccato al porto israeliano di Ashdod.
Da tre mesi la Cooperazione Italiana sta lavorando per farlo uscire dal porto, ma inutilmente.
E` il latte destinato ai bambini di Betlemme.
Sono 2000 barattoli di 2500 grammi ciascuno.
In questo periodo è molto difficile trovare latte a Betlemme. Le restrizioni imposte da Israele sulle importazioni dei beni di consumo in aiuto alla popolazione palestinese stanno creando un grosso problema a livello umanitario.
Chi puo` fare qualcosa, lo faccia.
Lo chiediamo in nome dei bambini di Betlemme, che soffrono sulla loro pelle la povertà creata dalla violenza assurda che sta devastando la Terra Santa.
Sorelle del Baby Hospital
* La Cooperazione Italiana e` presente da vari anni nei Territori Palestinesi. Svolge significativi interventi nei seguenti settori: sanita`, istruzione pubblica, formazione professionale, risorse idriche, agroalimentare, energia elettrica, sostegno alla piccola imprenditoria, programmi di sostegno alle organizzazioni non-governative, nonche` interventi sociali e di emergenza, rivolti a far fronte a bisogni nutrizionali e alle pressanti necessita` dell’Amministrazione Palestinese.
Veglie e proteste per un'impiccagione
Eseguita a Calcutta, in India, una condanna a morte: una delle rare, la prima da dieci anni
«Tolleranza zero» Gruppi per i diritti civili accusano: la prima esecuzione da anni è nello stato governato dai comunisti. Ma il ministro della giustizia del Bengala Occidentale rivendica la «condanna esemplare»
MARINA FORTI
Centinaia di persone hanno vegliato ieri notte davanti alla Alipore Central Jail, il carcere centrale di Calcutta, India. Una veglia di protesta: candele, canti, il vecchio We shall overcome che l'americano Pete Seeger aveva composto per la lotta dei neri per i diritti civili negli Usa degli anni `60. Cartelli: «la pena di morte è omicidio sponsotizzato dallo stato», «abolite la pena di morte», «120 paesi hanno abolito la pena capitale, perché l'India no?». I canti sono cessati quando il cielo cominciava appena a schiarire. Poco dopo l'ispettore generale delle prigioni è uscito dal portone del carcere e ha annunciato: «Abbiamo eseguito la pena. Dhananjoy Chatterjee è stato impiccato alle 4,30». La notizia, diffusa con i primi notiziari radio del mattino, ha gettato nella disperazione il villaggio di Kuludihi, 200 chilometri a ovest di Calcutta, dove l'anziano padre del condannato è il locale brahmino (il prete). Il villaggio è chiuso nel silenzio in solidarietà, le donne in pianto, la polizia schierata nel timore di proteste.
Erano quasi dieci anni che una condanna a morte non veniva eseguita in India, e l'impiccagione eseguita ieri mattina a Calcutta ha suscitato particolari polemiche. Il condannato, un uomo di 41 anni, era stato giudicato colpevole dello stupro e uccisione di una ragazza di 14 anni nel 1990, in un appartamento dell'edificio di cui era responsabile come guardiano. In isolamento da allora, ha continuato a proclamarsi innocente fino all'ultimo, mentre l'anziano boia lo portava alla forca (pare che poi abbia avuto un crollo). L'avvocato difensore dice che è stato condannato solo su indizi vaghi. Aveva fatto tutti i ricorsi possibili, sù fino alla Corte suprema. I familiari avevano infine chiesto la grazia al presidente della repubblica Abdul Kalam, che l'ha negata il 4 agosto. Ora gli attivisti dei gruppi indiani contro la pena capitale fanno notare che ci sono 180 condannati a morte nelle carceri indiane, tutti in attesa di appello (le fonti ufficiali parlano di oltre una decina).
In realtà l'India ha fatto pochissimo uso della pena capitale, nei quasi 60 anni trascorsi dalla proclamazione dell'indipendenza (che per pura coincidenza si celebra proprio oggi, il 15 agosto): forse 40 esecuzioni, sempre per impiccagione. La prima fu quella di Naturam Godse, il fanatico che aveva sparato al Mahatma Gandhi. Sono stati condannati e impiccati gli assassini della premier Indira Gandhi (nel 1989). Per l'uccisione di suo figlio Rajiv furono condannate a morte 27 persone, poi però le pene furono convertite per tutti meno 4; uno è stato graziato, gli altri hanno pendenti le domanda di grazia.
Nel 1983 un ricorso contro la forca, considerata un modo crudele di mettere a morte, fallì: la Corte Suprema rifiutò di dichiarare l'impiccagione una «forma di tortura». Ma decretò anche che la pena capitale va comminata «solo nel più raro dei casi rari». In effetti la legge ammette la pena di morte per delitti molto gravi (rapina con omicidio, spingere al suicidio un minore o incapace) o per reati politici (dichiarare guerra al governo, suscitare l'ammutinamento nelle forze armate). E però nel 2002 le leggi di emergenza emanate per «combattere il terrorismo» hanno esteso la pena di morte. Soprattutto, dicono ora gli attivisti di numerosi gruppi contro la pena capitale, si sta affermando un senso comune forcaiolo. Così, dagli anni '70 il numero di condanne a morte era andato calando, ma dalla metà dei `90 ha ricominciato a salire. Ma ancora, l'ultima sentenza era stata eseguita nel `95 (un uomo condannato come serial killer di ragazze).
L'esecuzione della condanna di Dhananjoy Chatterjee ha suscitato grandi polemiche. Molti hanno fatto notare in modo polemico che il Bengala Occidentale, lo stato di cui Calcutta è capitale, è governato dai comunisti: e il ministro della giustizia qui ha dichiarato che l'esecutione è «una punizione esemplare per prevenire simili crimini in futuro». Tra le risposte polemiche quella di Ossie Fernandes, della Campagna contro la Pena di morte: «E' stupefacente che un governo sostenuto dai comunisti decisa di eseguire una condanna a morte in nome del "più raro dei casi rari"». Aggiunge: in nessun posto al mondo la condanna a morte si è mai dimostrata un deterrente al crimine, «è solo un atto vendicativo» e irrevocabile, «usata in modo spoporzionato contro i poveri o le minoranze». Ma tant'è, anche qui vince la politica della «tolleranza zero».
dal manifesto del 15-08-04
«Basta guerre», lettera ai soldati americani
Inziativa dei «Beati i costruttori di pace» davanti alla base di Ederle (Vicenza) nell'anniversario di Hiroshima
ERNESTO MILANESI
VICENZA
«Anche quest'anno, nell'anniversario dell'esplosione atomica su Hiroshima, vorremmo rivolgervi un saluto. Lo scorso anno ci è stato impedito di comunicare con voi. Anche questo è il frutto della guerra». Comincia così la lettera dei Beati i costruttori di pace che stamattina alle 8 manifestano davanti alla caserma Ederle, in occasione dell'anniversario della bomba atomica su Hiroshima. «In un anno la devastazione della guerra e dell'occupazione è continuata. La situazione sul terreno in Iraq mostra ogni giorno che passa con maggiore chiarezza che violenze, massacri e distruzioni non aprono vie di pace, ma chiudono inesorabilmente tutte le porte alla convivenza, alla democrazia, alla riconciliazione. Sono ormai quasi 1000 i vostri commilitoni che hanno perso la vita in Iraq, mentre il popolo iracheno piange più di 13.000 morti».
« Alcuni di noi sono appena tornati da Baghdad - spiega ancora la lettera - dove abbiamo visto come l'occupazione militare di quel Paese sia oggi la causa della mancanza di sicurezza e non la soluzione. Abbiamo visto iracheni terrorizzati dalle azioni improvvise dei militari USA in mezzo alla folla o al traffico; abbiamo ascoltato persone che hanno perso un familiare nelle famigerate random shootings , abbiamo visto i minacciosi cartelli che recitano Deadly Force Authorized (è autorizzato l'uso della forza letale). Ma abbiamo anche intravisto, dietro la apparentemente invincibile corazza che indossate, elmetti e giubbotti di Kevlar, la paura negli occhi, i gesti nervosi di chi sa di poter diventare un bersaglio da un momento all'altro. Nell'anniversario di Hiroshima, vi rivolgiamo una richiesta. Accettate di incontrarci, di avere con noi uno scambio. Il futuro del mondo non sta nella guerra ma nella pace, nella giustizia, nel rispetto reciproco» si legge nella lettera che don Albino Bizzotto e gli altri cercheranno di «recapitare» ai militari Usa.
«Disarmiamo la storia»
Fino al 9 agosto i «Beati» (in collaborazione con la Rete italiana per il Disarmo ControllArmi, il Movimento Nonviolento, la Campagna obiezione alle spese militari, Peacelink, Arco Iris e il coordinamento Contro la guerra senza se e senza ma) hanno promosso un seminario di riflessione intitolato Disarmiamo la storia. Incontri, dibattiti, riflessioni che saranno ospitate nella sede di Padova, in via Antonio da Tempo 2 (telefono 049.8070522).
L'inizio è previsto per oggi pomeriggio alle 14.30 con Francesco Vignarca, autore di «Li chiamano ancora mercenari» e con le proposte del Gruppo di lavoro sugli aspetti culturali del disarmo nella rete italiana: Mao valpiana, Massimiliano Pilati e Daniele Lugli del Movimento Nonviolento; Gianvito Padula e Alberto Capannini dell'Operazione Colomba; Lorenzo Scaramellini della campagna di obiezione alle spese militari.
In serata proiezione di alcune inchieste (nucleare e uranio impoverito) realizzate da Giorgio Fornoni per il programma Report. Sabato mattina, sempre a Padova, dibattito sul nucleare con Manlio Dinucci e Giorgio Fornoni; alle 15, l'incontro con Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo che presentano il volume «Donne disarmanti».
Domenica alle 9.30 si affronta il nodo dell'informazione senza elmetto: intervengono Roberto Reale della Rai, Rodrigo Vergara di Arco-Iris Tv e Francesco Iannuzzelli di Peacelink. Previsto, sempre in serata, anche un concerto con una cena. Infine, lunedì pacifisti di nuovo in manifestazione. L'appuntamento è alle ore 11 davanti alla base militare di Longare (Vicenza)
fonte: il manifesto 6-08-04
Le miniere di Potosì, la città più alta del mondo
Il viaggio verso Potosì è simile al precedente, con la variante di un bastardo ubriaco che russa alla grancassa; di tanto in tanto dò dei colpi allo schienale per farlo smettere, fino a quando la stanchezza non prende il sopravvento.
Arriviamo verso le 4.30, e con una turista olandese ci dirigiamo verso l’hostal prescelto. Bussiamo insistentemente, e finalmente ci apre la porta una donna grassa, confusa dall’ora con cui iniziamo una trattativa febbrile per risparmiare il costo della notte in corso: abbiamo dalla nostra che è rincoglionita dal sonno, lei dalla sua che siamo stanchi e disperati. Salomonicamente, ci accordiamo per pagare la metà.
Potosì, a circa 4.000 m.t. s.l.m., è magnifica, cresciuta e sviluppata grazie alle ricchezze delle sue miniere: decine di chiese in stile meticcio, tirate sù da indios dell’epoca; palazzi storici e la famosa Casa della Moneda, zecca reale dove si coniavano i Potosis, moneta in argento che ha sovvenzionato per secoli l’economia della monarchia spagnola.
Tuttavia, quello che m’interessa di più è visitare le miniere, così per l’indomani mi accordo per un’escursione. Mi viene a prendere quella che si rivela un’intermediaria, portandomi in un’agenzia turistica. Dopo un pò, insieme ad altri turisti, ci muoviamo.
Durante il tragitto, ci fermiamo al mercato dei minatori, dove acquistiamo alcune cose che porteremo loro in dono: candelotti di dinamite con detonatore, foglie di coca con catalizzatore (ne prendo anche per me) e sigarette.
Di lì a poco siamo alla miniera al cui ingresso ci forniscono di attrezzatura varia: elmetto, giacca e lampade all’acetilene. Pensavo a carrelli su binari, elevatori elettrici e cunicoli larghi, dove passeggiare come in un museo, ma la realtà che mi si para davanti è peggiore di ogni aspettativa: come in un tunnel dell’orrore di una Disneyland medievale, iniziamo a calarci attraverso angusti varchi obliqui, scavati centinaia d’anni fa nella montagna, di un soffocante inimmaginabile; se avessi sofferto di claustrofobia, sarei morto all’istante,
in preda ad una tachicardia galoppante.
Dopo neanche dieci minuti, pensieri cervellotici mi assalgono: del tipo che Francesco, non vedendomi tornare, magari in seguito al crollo di una volta, avrebbe di sicuro allertato la Farnesina, per salvare noi ricchi turisti, visto che di quei miseri minatori pochi si sarebbero preoccupati. Cerco inoltre di tenere a mente il buio percorso che stiamo percorrendo, per eventuali fughe: macché, dopo poco perdo ogni orientamento. C’inoltriamo attraverso cunicoli dentro cui mi abbasso, mi storco, striscio a quattro zampe nel fango, scivolo col culo. In altri, verticali per scendere di livello, ci caliamo da scale di legno, tiriamo giù a vicenda con argani manuali: faccio presente che peso 95 chili, ma Adolfo, la guida, non mi ascolta, così al buio vengo fatto calare per 15 metri in una gola buia che ci avrebbe portato in compagnia di minatori al lavoro.
Stanno in gruppo o da soli, e quando ne incontriamo qualcuno, le domande di Adolfo sono rituali: quanti anni hai, da quando sei minatore ecc. Vogliamo fare una foto, chiedere qualcosa? Non ho macchina fotografica, e mi astengo dal chiedere al diciannovenne che lavora come minatore da fare domande che in quella situazioni sembrerebbero assurde. Lo fanno per le origini, per cui sono costretti per tradizione e bisogno, a continuare il lavoro dei loro genitori e progenitori. Il ragazzo è annichilito a terra, in uno spazio di pochi decimetri cubi, a fare buchi per due-tre ore, dove poi sistemare la carica d’esplosivo.
Un uomo di 42 è arrampicato su una montagnella di terra a provvedere al suo, di buco. Proseguiamo, e troviamo, in uno slargo (si fa per dire), un uomo di 49 anni accasciato su se stesso a masticare foglie di coca, che servono ad alleviare l’enorme peso di questa fatica. Sono persone che lavorano, se non fosse per la dinamite, in condizioni vergognosamente primitive, costituiti in cooperative dopo la rinuncia dello stato a gestire le miniere nell’86. Devono provvedere da soli all’acquisto di tutto quello di cui hanno bisogno, lavorare come bestie, e guadagnare pochi dollari a settimana, vendendo quello che estraggono e dando una percentuale al gruppo cui appartengono.
Ad un certo punto incontriamo El Tìo, lo zio, figura di diavolo rossa, fallicamente dotata, cui i minatori settimanalmente donano foglie di coca, alcool a 95 gradi, lo stesso che bevono, e sigarette accese infilate nella sue bocca; tutto ciò per ottenere la sua benevolenza.
In questo momento di pausa, Adolfo ci dice che in quasi 300 anni di occupazione coloniale spagnola, è stato estratto tanto argento da questi posti da costruirne un ponte da qui alla Spagna, così come sarebbe possibile con le ossa degli otto milioni e più di schiavi indios ed africani morti nell’estrazione dalla plata.
Il giro volge al termine, ancora arrampicandoci per cunicoli; grida di Adolfo e del bambino di 12 anni che ci accompagna risuonano, assorbiti dall’oscurità: cuidado alla cabeza, …a isquierda, …a derecha...Ci sfottono chiamandoci Indiana Jones nei passaggi più difficili, ma possono farlo quanto vogliono, basta che mi tirano fuori da quest’incubo, che è fuori dal mondo a me conosciuto. Non ce la faccio più, e vorrei piangere a tratti, astenendomi solo per non perdere la
faccia con i boliviani, e i turisti, che mi chiedo se siano disperati quanto me.
Usciamo, ed avrei bisogno di ore di massaggi thailandesi, schiatsu, turchi, e quant’altro, per distendere i miei muscoli che in queste due ore si sono attanagliati per la postura assurda cui sono stati sottoposti. Addio minatori, vi auguro un destino migliore, se possibile.
Ci aspetta ancora un breve giro della città, poi la partenza per Sucre.
Alla Prossima.
Marco.
fonte: turisti per caso
Cap Anamur, l'Onu critica il governo per le espulsioni alla cieca
di Maristella Iervasi
Sono accusati di aver danneggiato l’immagine del loro paese all’estero i naufraghi salvati dalla Cap Anamur e «deportati» in tutta fretta in Ghana dal governo italiano per non far dispiacere la Lega di Roberto Calderoli. I 25 migranti sbarcati a Porto Empedocle insieme ad altre dodici persone potrebbero rischiare il processo in patria per un reato abolito in Europa in epoca feudale - la fellony di secondo grado - e che prevede anche l’arresto dai 3 ai 10 anni di carcere. Gli immigrati arrivati giovedì mattina ad Accra sono stati interrogati per tutta la notte dalle autorità ghanesi e dai funzionari dell’immigrazione, poi sarebbero stati rilasciati in attesa del verdetto finale. In serata - secondo Laura Boldrini portavoce dell’Unhcr - le autorità ghanesi avrebbero deciso di non avviare alcuna azione legale.
da l'unità
Caporale in Kosovo vittima dell'uranio
E' morto ieri all'ospedale Cardarelli di Napoli Luca Sepe. Era stato colpito da un linfoma al ritorno da una missione nei Balcani. 27 morti e 267 ammalati tra i militari all'estero
GABRIELE CARCHELLA *
Alla carriera con le stellette aveva dedicato tutto se stesso. La sua passione Luca Sepe, caporal maggiore dell'esercito, l'ha pagata con la vita: si spento ieri mattina a soli 27 anni nell'ospedale Cardarelli di Napoli, dove era ricoverato da alcune settimane in condizioni ormai disperate. Ma il suo non un addio come tanti, perch il sospettato numero uno della morte di Luca si chiama uranio impoverito. Un killer che, secondi alcuni, sta mietendo vittime tra i nostri soldati senza che i vertici politici e militari si scomodino per capire cosa stia davvero succedendo. L'odissea del giovane soldato, nato a Cardito, in provincia di Napoli, comincia nel 2001, quando di ritorno da una delle sue missioni nei Balcani scopre che un linfoma di Hodgkin ha cominciato a succhiargli a poco a poco la vita. Luca, per, decide di non aspettare inerme il suo momento e investe le energie che gli rimangono per aiutare i colleghi. Quelli che come lui vanno nei Balcani, in Somalia, Iraq o Afghanistan innalzando il vessillo tricolore. Luoghi dove la morte sembra avere non tanto l'aspetto di luccicanti pallottole, ma piuttosto l'etere a consistenza di invisibili radiazioni. Su questi paesi, aerei Nato e caccia americani hanno infatti rovesciato una quantit imprecisata di ordigni all'uranio impoverito, una sostanza radioattiva in grado di impressionare una pellicola fotografica in poco pi di un'ora. Luca cerca dunque di capire perch ha contratto la malattia che lo sta divorando. E se altri come lui rischiano la pelle. Decide allora di tornare nei Balcani per farsi esaminare il sangue all'Istituto oncologico di Sarajevo. Il ragazzo sembra farcela, ma solo una tregua concessa dal tumore. Al suo fianco, fino all'ultimo, solo i familiari e pochi amici: il padre, che si accorge che la chemioterapia somministrata al figlio era sbagliata, la madre e la fidanzata Giusy. Anni di sofferenza in cui pochi si sono fatti avanti per dare una mano alla famiglia Sepe, che si ritrova a sopportare l'onere della malattia del figlio. Quando il padre costretto a chiudere l'attivit di antennista, i Sepe vanno avanti solo grazie agli aiuti di parenti e amici. Durante i tre anni di malattia, Luca ha trovato il sostegno del maresciallo del Cocer Domenico Leggiero, dell'Osservatorio per la tutela del personale civile e militare: La sua morte maledettamente uguale a tutte le altre morti sospette tra i nostri militari in missione all'estero. Luca stato totalmente abbandonato dalle istituzioni e ha combattuto quasi da solo con la malattia e la sofferenza. Ha donato la vita per un'istituzione in cui credeva. E, in effetti, il caporalmaggiore Sepe doveva sentire la divisa come una seconda pelle se ha deciso, nel novembre scorso, di partecipare ai funerali per le vittime italiane di Nassiriya. Voleva essere presente a tutti i costi - ricorda Leggiero, parlando con voce tremolante per la rabbia e l'emozione - per far capire che la divisa continuava a essere per lui un valore importante e per onorare quelli che amava definire i suoi colleghi. Ma anche quel giorno venne ignorato. Appena appresa la notizia, il sito internet dell'Osservatorio militare stato listato a lutto, con il viso malinconico di Sepe che campeggia sullo sfondo nero. Con questa morte, ricorda l'Osservatorio, salgono a 27 le vittime dell'uranio impoverito utilizzato nelle armi in dotazione all'esercito italiano durante la guerra dei Balcani, mentre i malati sono 267. Cifre contestate dai vertici militari, per i quali per sempre pi difficile negare ogni forma di collegamento tra l'uranio impoverito e i decessi tra i militari italiani. Solo poche settimane fa, infatti, il ministero della Difesa stato condannato a pagare oltre 500 mila euro alla famiglia di Stefano Melone, militare morto dopo una lunga malattia contratta in missioni all'estero.
Secondo Gigi Malabarba, capogruppo di Rifondazione comunista al Senato, non si possono pi nutrire dubbi sugli effetti deleteri dell'uranio: L'uso dei proiettili all'uranio impoverito sta causando una vera e propria strage tra i militari e seminando malattie tra le popolazioni residenti in prossimit dei poligoni di tiro. Non solo scenari di guerra, dunque, ma anche i poligoni sul territorio italiano dove si addestrano i nostri militari sarebbero a rischio. Ipotesi rigettata con forza dalla Difesa italiana, che smentisce l'uso dell'uranio impoverito nei poligoni. La lista delle potenziali vittime, per, non si limita al personale militare, ma comprende anche i civili che hanno la sfortuna di vivere nei luoghi colpiti dai bombardamenti o nelle vicinanze dei poligoni. Ma se difficile tenere il conto dei casi sospetti tra le truppe, ancora pi complicato giungere a una stima dei civili colpiti. In questa oscura vicenda, neanche il mondo scientifico ha saputo accendere un po' di luce. Anzi, secondo Franco Accame, dell'Associazione familiari delle vittime delle forze armate, la prima relazione della commissione Mandelli, incaricata dal governo di stabilire la pericolosit dell'uranio impoverito, zeppa di gravi errori di metodo. In primis, la funzione statistica utilizzata avrebbe prodotto un grossolano errore di calcolo. Altro errore imperdonabile - continua Accame - stato aver incluso nello studio anche i militari che rispettavano precise misure di sicurezza. Ma ancora oggi la prima relazione Mandelli il documento di riferimento per il governo italiano. Con buona pace di Luca e dei suoi colleghi.
* Lettera 22
CAP ANAMUR
Aggiornamento alle 17:20, con tristezza. Ma spero che, ormai, sia comunque fatta.
RAINEWS24
Porto empedocle, 11 luglio 2004 16:11
La Cap Anamur è stata bloccata davanti all' ingresso del porto di Porto Empedocle da due motovedette della Guardia Costiera, mentre stava facendo manovra per entrare nello scalo.
Una motovedetta della Guardia Costiera, con due medici a bordo, è partita da Porto Empedocle per raggiungere la Cap Anamur. Sull' unità sono imbarcate complessivamente una decina di persone, tra cui i volontari dell' associazione La Misericordia che gestisce il Centro di prima accoglienza di Lampedusa.
I due medici e i volontari stanno trasportando anche acqua, viveri e generi di prima necessità per i 37 profughi sudanesi che da 21 giorni sono a bordo della nave tedesca.
Sul posto anche il presidente della Regione Salvatore Cuffaro, giunto a Porto Empedocle per seguire personalmente gli sviluppi della vicenda della Cap Anamur.
"Quello che ci interessa salvaguardare - ha detto Cuffaro - è il diritto alla salute che sta a cuore a tutti. Ci hanno riferito che gli extracomunitari hanno già fatto richiesta di asilo all' autorità tedesca; qualora quest' ultima deciderà positivamente gli italiani si incaricheranno di trasferirli in Germania".
CAP ANAMUR. FINALMENTE!
Ho appena saputo dal TG3 che la Cap Anamur ha avuto il permesso
di attraccare. E' un primo passo, ma fondamentale.

La nave tedesca Cap Anamur
Porto empedocle, 11 luglio 2004 13:55
Alla nave tedesca Cap Anamur, a bordo della quale vi sono 37 profughi sudanesi, ha ottenuto dalle autorità italiane l'autorizzazione a far rotta verso Porto Empedocle e ad attraccare. L'imbarcazione si trova a 3 miglia dalla costa siciliana.
Una volta giunti a terra i 37 profughi sudanesi saranno trasferiti nel centro di accoglienza di Agrigento in attesa che venga definito il loro status. Nel frattempo il comandante e l'equipaggio del mercantile tedesco saranno ascoltati dalla Polizia di frontiera.
Vi giro una mail che mi è appena arrivata sulla questione Cap Anamur.
No newsletter speciale di Carta
La situazione dei profughi della Cap Anamur, che il governo italiano non vuole accogliere, sta diventando drammatica. Cosa possiamo fare? Questo è l'appello diffuso dal Consorzio italiano di solidarietà, che chiede l'immediato attracco in un porto italiano, per ragioni umanitarie, della nave tedesca con a bordo profughi 37 sudanesi, bloccata al largo delle coste siciliane da otto giorni. In poco più di un giorno sono state già raccolte oltre duecento firme all'appello. Invitiamo tutti a sottoscrivere urgentemente l'appello, scrivendo a migrazioni@icsitalia.org oppure a carta@carta.org, indicando il nome (dell¹associazione e/o della persona singola), il luogo di residenza/domicilio e la motivazione dell'adesione.
Grazie
Aggiornamenti in tempo reale sono su:
- http://ww2.carta.org/notizieinmovimento/
- http://www.carta.org/campagne/diritti/CapAnamur/index.htm