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Parole contro la guerra







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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it


Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà.

Raduno dei bloggers contro la guerra
Sermide (Mantova)
Gennaio 2004

10 Euro per Emergency, entra nell'Esercito dei Bloggers che hanno deciso concretamente di dire NO alla guerra, facendo una donazione per Emergency.
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martedì, novembre 07, 2006
 
Volontariato: Non chiamatemi più pacifista. Intervista a Gino Strada, fondatore di Emergency
d. L’incontro di Assisi del 26 agosto per la pace in Medio Oriente è stato interpretato da molti come un sì al multilateralismo e al ruolo dell’Onu, come l’aprirsi di una nuova fase. È così? r. Il movimento per la pace esprime un sentire molto più ampio e molto più importante delle sigle, delle organizzazioni e dei professionisti della politica. È un movimento di coscienze che attraversa milioni di persone in modi diversi e con sfumature diverse. Quando parliamo, invece, di organizzazioni e di sigle – tipo Tavola della Pace –, penso che siano morte e sepolte, perché non hanno nessuna capacità di essere propositive. Noi di Emergency non abbiamo aderito alla marcia del 26 agosto e non aderiamo nemmeno alla marcia per la pace di Perugia-Assisi 2006. Insomma, noi non faremo più niente con nessuna organizzazione che abbia scelto la guerra riguardo sia all’Afghanistan sia al Libano. Quand’anche un intervento militare fosse legittimo (cioè rispettoso delle vigenti leggi), da quando in qua la legalità e la legittimità sono dei valori di per sé? Io non sarei mai stato d’accordo sull’applicazione delle leggi razziali… Allora, dire che un intervento può anche essere legittimo, secondo i meccanismi che regolano l’Onu, non vuol dire che sia una scelta giusta. Mi preoccupa questa tendenza, dilagante e quasi universale, che considera la politica estera come politica militare. Che ritiene il militarismo e gli interventi militari come l’unica opzione possibile, tanto da non voler provare strade diverse. Ormai si dà per scontato che dove c’è un problema si mandano i militari. Poi, sotto quale egida e con quali regole d’ingaggio, sono questioni marginali. Mi preoccupa che questa tendenza sia stata assunta da organizzazioni che fanno parte del movimento per la pace. Organizzazioni che, quando erano gli avversari politici a fare le guerre, avevano una posizione, mentre se sono gli amici politici a fare le guerre, come oggi, hanno una posizione diversa. d. Che cosa dovrebbe fare il movimento della pace in questo momento? r. C’è bisogno di riflessioni profonde. Ma la riflessione, se non è frutto di una pratica, non può avvenire. E qui casca l’asino. Un conto è una pratica che si risolve nell’organizzare la Perugia-Assisi, un conto è mettere in piedi, per esempio, una forza d’interposizione senza armi. Per farlo seriamente servono milioni di euro. A chi li chiediamo? d. Sta dicendo che ognuno deve tornare a fare ciò che è capace di fare? r. Ciascuno faccia il suo pezzettino di pratica di diritti umani, di dialogo, di pace, di solidarietà. Dove si lavora con certi atteggiamenti, si ottengono risultati. Lo abbiamo visto in tutti i paesi in guerra dove siano presenti: con il nostro lavoro abbiamo il rispetto di tutti. d. Quindi il movimento per la pace deve rinunciare a rompere le scatole al governo, ai partiti, alla politica? r. Il movimento è vasto e fa tante cose. Ci sono state organizzazioni che, prima sull’Afghanistan e poi sul Libano, hanno cambiato la rotta di 180°. Perché? Uno del movimento, Giulio Marcon, ha detto: «Il primo motivo ideale si chiama euro». Sono d’accordo. Qualcuno è stato assoldato dalla cooperazione italiana. Esempio. Tra le associazioni del coordinamento delle organizzazioni non governative italiane che lavorano in zona di guerra, ce n’è qualcuna che non sa distinguere un forno a microonde da un Kalashnikov… Aspetto soltanto che la situazione in Afghanistan si deteriori ancora un po’ e una ong, tipo Alisei, sparirà per sempre da Kabul, con grande sollievo degli afgani. Poi ci sono organizzazioni sponsorizzate in maniera evidente dai partiti: penso a Intersos e alla Margherita. Questo per dire che quel mondo lì ha rinunciato a essere di sprone e di critica alla politica. Pubblicità ce24ore
 
È accodato alla politica. Direi, a qualsiasi politica. d. Lei ha un rapporto di amicizia con padre Zanotelli e don Ciotti. Stavolta avete posizioni diverse. Continuate a parlarvi? r. Ho sentito Alex un paio di volte e devo dire che siamo sostanzialmente in sintonia, considerate le tante garanzie che ha chiesto per l’invio della forza d’interposizione in Libano. Ho cercato Luigi, dopo che avevo letto la posizione di Libera, per dirgli: «Sei impazzito»? Ma non l’ho ancora trovato. Credo che avremo modo di parlarci. d. Però l’impasse c’è. Le organizzazioni vanno un po’ per conto loro… r. Oppure vanno a gruppi in supporto alla politica. Guardiamo al flop del 26 agosto. La questura ha dato 1.000 partecipanti, gli organizzatori 2.000. E fin qui siamo nella fisiologia. Ma La Repubblica ha scritto 6.000. C’è stato un uso politico di quella manifestazione, che – intendiamoci – è stata messa in piedi per essere usata politicamente. Per me questa si chiama propaganda di guerra Altro esempio: quando lanciammo nel settembre 2002 la campagna “Fuori l’Italia dalla guerra”, anche per sollecitazioni interne ed esterne a Emergency, decidemmo di farla insieme ad altri. C’erano quattro sigle: Emergency, Libera, Rete Lilliput, Tavola della Pace. Due mesi e mezzo dopo nasce repentinamente “fermiamolaguerra.it”, in cui ci sono dentro tutte quelle organizzazioni lì, più i partiti. Ma non noi. Come vogliamo chiamarla: subalternità alla politica, sudditanza, servilismo? d. Emergency come intende muoversi? r. L’impegno di Emergency nei prossimi anni è di costruire il movimento contro la guerra. Noi non ci chiameremo più pacifisti. Ne sto discutendo, tra gli altri, con Noam Chomski e Eduardo Galeano… Mi sembra che l’unica cosa che ha un senso oggi sia di trattare la guerra come è stata trattata la schiavitù: come una cosa ripugnante che deve essere buttata fuori dalla storia. È un problema di coscienze e di culture. Se si riuscisse a far discutere l’Onu di questa questione (magari sollecitandolo con una lettera inviata da milioni di bimbi) sarebbe una bella cosa. L’Onu deve essere un interlocutore, anche se oggi sappiamo essere uno strumento nelle mani della Cia e di pochi altri. Oggi è un’Onu che non ha avuto la forza, dopo l’attacco all’Iraq, di convocare un’assemblea straordinaria e di proporre una mozione di espulsione di Stati Uniti e di tutti gli altri che si sono accodati. d. Come giudica il quadro internazionale? r. Siamo in una fase di militarismo con tendenze che mi ricordano la Germania del ’34-’35. Ormai la logica della guerra è stata accettata dalle coscienze. Qui bisogna riprendere in mano il pensiero di Einstein e di Bertrand Russell. Quando Einstein nel ’32 scrisse che la guerra non si può umanizzare ma si può solo abolire, lo presero per scemo… Oggi siamo ancora lì: nessuno vuol affrontare il problema. Abolire la guerra non è un problema legislativo, ma di coscienza. Bisogna invertire questo processo e far penetrare nelle coscienze della gente l’idea che la guerra, cioè la violenza di massa, è ripugnante, degradante e disumana. La guerra è talmente contro natura che il potere deve impegnare tutte le sue forze, compresi i media, per convincerci che la guerra fa bene. Il potere arriva a chiamare pace la guerra. Oggi trovarsi in un conflitto internazionale nucleare è questione di un giorno. Il giorno prima non succede nulla, il giorno dopo uno ha tirato la bomba ed è successo tutto. E noi culturalmente dove siamo? Durante il processo di 15 anni di crescita del militarismo nazista c’era comunque chi pensava e agiva diversamente, chi si opponeva. Oggi nessuno si muove. Questa è la tragedia. 
 
 http://www.caserta24ore.it/news/articolo.asp?id=15018&TT=Attualit%C3%A0


mercoledì, ottobre 25, 2006
 
Germania/ Militari tedeschi in Afghanistan giocano con un teschio ed è subito scandalo
Mercoledí 25.10.2006 12:01
 
 
 
 
In Germania è scandalo. A suscitare scalpore e indignazione nell'intero Paese sono le cinque fotogarfie pubblicate oggi da Bild che ritraggono alcuni militari tedeschi mentre giocherellano con un teschio.  In una si vede un soldato in posa davanti la macchina, col teschio in alto nella mano destra. In altre due il teschio è posto su un panzer e su una jeep, su cui è possibile riconoscere la bandiera tedesca e la scritta Isaf sulla fiancata (dal nome della missione in Afghanistan). In un'altra ancora un militare infilza il teschio in uno speciale dispositivo per tranciare funi di acciaio. Nella quinta si vede un soldato mentre avvicina il teschio al proprio pene, fuori dalla tuta mimetica. Le foto sarebbero state scattate nella primavera del 2003 e proverrebbero da un giro di pattugliamento nei pressi di Kabul, a cui avrebbero preso parte due sergenti maggiore e due soldati, posti sotto il comando di un maresciallo. Del teschio invece si sa poco o nulla. Stando a quanto scrive la Bild potrebbe provenire da una fossa comune.

 

 


"E' chiaro e inequivocabile - ha detto al quotidiano il ministro della Difesa Franz Josef Jung - che un comportamento del genere da parte di soldati tedeschi non può essere assolutamente tollerato.  Le foto suscitano ripugnanza e assoluta incomprensione". Se le accuse venissero confermate "verranno tirate le necessarie conseguenze disciplinari ed eventualmente anche penali". La notizia giunge proprio nel giorno in cui il governo tedesco discute il prolungamento della partecipazione tedesca alla missione "Enduring Freedom" in Afghanistan. Ma non solo. secondo un documento rivelato da Financial Times, il governo intende avviare sempre oggi una strutturale riforma della Bundeswehr, le forze armate, per trasformarla in una forza di intervento internazionale: una rivoluzione che cambia l'immagine della Germania e la sua politica estera.

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scritto da alp | 15:42 | commenti Torna su
Categoria: guerrenelmondo



domenica, ottobre 22, 2006
 
US 'arrogant and stupid' in Iraq
US marines in Iraq (file image)
Mr Fernandez said failure in Iraq would be a regional disaster
A senior US state department official has said that the US has shown "arrogance and stupidity" in Iraq.

Alberto Fernandez told al-Jazeera TV the US was now willing to talk to any insurgent group apart from al-Qaeda in Iraq, to reduce sectarian bloodshed.

His remarks came after President George W Bush discussed changing tactics with top military commanders.

A report that officials are drawing up a timetable for Iraq's government to improve security has been denied.

The New York Times reported that the Bush administration was preparing a timetable for the government to meet objectives - including disarming sectarian militias - that would stabilise the country and allow US troops to take a reduced role.

I think there is great room for strong criticism, because without doubt, there was arrogance and stupidity by the United States in Iraq
Alberto Fernandez

The plan is "to get the Iraqis to step up to the plate", the newspaper cited a senior administration official as saying. "We can't be there for ever," the official added.

But White House spokeswoman Nicole Guillemard denied the report. "The story is not accurate, but we are constantly developing new tactics to achieve our goal," she said.

Meanwhile, British Foreign Office Minister Kim Howells, in an interview with the BBC, has suggested that the Iraqi security forces could take over much of the work of US-led forces within a year.

'Regional disaster'

Mr Fernandez, an Arabic speaker who is director of public diplomacy in the state department's Bureau of Near Eastern Affairs, told Qatar-based al-Jazeera that the world was "witnessing failure in Iraq".

"That's not the failure of the United States alone, but it is a disaster for the region," he said.

"I think there is great room for strong criticism, because without doubt, there was arrogance and stupidity by the United States in Iraq."

On talks with insurgent groups, he said: "We are open to dialogue because we all know that, at the end of the day, the solution to the hell and the killings in Iraq is linked to an effective Iraqi national reconciliation."

'Goal is victory'

Mr Fernando's comments came after Mr Bush said in his weekly radio address that US troops were changing tactics to deal with the insurgency.

President Bush speaks with Vice-President Dick Cheney, on screen, and military commanders
Mr Bush held talks on the violence with his military commanders

"Our goal in Iraq is clear and unchanging," he said. "Our goal is victory. What is changing are the tactics we use to achieve that goal."

He later held a teleconference call with senior military commanders, as violence continued in Iraq.

Saturday saw 17 people killed in a mortar attack on a market near the capital, Baghdad, while three US marines killed in Anbar province, bringing the total number of US troops killed in Iraq in October to 78.

The BBC's James Westhead in Washington says that while there is no official change in US strategy, change is on everyone's lips.

A new poll weeks before key Congressional elections shows two-thirds of Americans believe the US is losing the war in Iraq.



 

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scritto da linodigianni | 10:10 | commenti (1) Torna su
Categoria: usa , guerrenelmondo, iraq giornali



giovedì, settembre 28, 2006
 
 Le operazioni bancarie di Israele
 
Marco Boccitto [Il manifesto 22 settembre]
 
 
 Singolare raccolta fondi quella lanciata dall'esercito israeliano in varie città della West Bank. In particolare è stata assaltata, ripulita e semidistrutta una filiale della National Jordanian Bank a Nablus, insieme a 14 uffici di cambio tra Jenin, Tulkarem e Ramallah. Il bottino finale dichiarato dai militari è di 5 milioni di shekel (un milione e 200 mila dollari circa) e 170 mila dinari giordani (240 mila dollari), oltre a tre arresti. Le autorità palestinesi denunciano anche il «prelievo» di documenti e computer. Non è stata emessa ricevuta, ma l'operazione è andata comunque a buon fine. Solo che a Nablus sarebbe stato usato troppo esplosivo. Da qui le simpatiche scuse alla direzione della banca, per i danni al mobilio. Analogamente al 2004, quando un'azione simile aveva fruttato 9 milioni di dollari, provocando tumulti di piazza e la reazione della Giordania che si sentiva personalmente alleggerita, l'esercito ieri spiegava come quei soldi, provenienti da Siria e Iran, fossero destinati a Hamas, Jihad e Hezbollah. Fatte le dovute proporzioni, sarebbe come se la magistratura italiana contrastasse gli inghippi bancari nelle banche svizzere a cannonate e con le teste di cuoio dei Ros. L'immagine di una filiale stuprata dai corpi speciali, piuttosto che la sovranità violata di uno stato, in quel caso provocherebbe ben altri sussulti di coscienza. Visto il tasso di bombe a grappolo ultimamente addebitato sul conto dei civili libanesi, verrebbe quasi da gioire per l'impiego di queste tattiche «finanziarie». Se non fosse che Gaza è alla fame e che la distruzione della sua economia è parte fondante di questa guerra. «La guerra di cui il mondo non vuole sapere», titolava martedì The Independent la sua prima pagina dedicata ai bambini palestinesi uccisi negli ultimi mesi. La notizia della «rapina in banca» si aggiunge così, come una spolverata di zucchero a velo, sulla mattanza quotidiana. Considerando che ieri i raid hanno ucciso un solo palestinese e i razzi Qassam lanciati oltre confine hanno ferito un solo israeliano. Giornata quasi celestiale, con sottofondo di risacca mediterranea e cinguettìo diffuso, perché da Bari arriva anche la storia secondo cui israeliani, libanesi e palestinesi, complice la Fiera del Levante, si coordineranno presto in materia di parchi naturali. Forse troppo.
 
 
... e noi cosa possiamo fare?
 
Possiamo dare il nostro sostegno al popolo Palestinese ponendoci un obiettivo:
50.000  dollari  [circa 40.000 Euro]
simbolicamente la stessa cifra donata dagli americani per il benessere ed il comfort dei soldati israeliani che occupano la Palestina, portarli poi a Gaza per l’acquisto di medicine  e presidi sanitari per quello che rimane delle strutture di pronto soccorso negli ospedali Palestinesi.
 
Versamenti su Carta postepay: 4023 6004 3028 4846  intestata a Rosario Citriniti.
Si può anche versare con Bonifico bancario intestato a: Cooperativa MAG4 Piemonte sul conto corrente 130107022
ABI 08833 CAB 01000 [BCC Casalgrasso Ag. Torino] Importante segnalare la causale Emergenza Palestina.
La campagna e tutti i versamenti saranno documentati su: www.lacaverna.it/emergenzapalestina (Sito del Torino Social Forum)
 
 


lunedì, giugno 05, 2006
 

I morti del Kossovo

Kossovo.jpg

Un militare mi ha spiegato alcune cose sulla nostra guerra nei Balcani. Mi ha chiesto di promuovere il suo libro il cui ricavato sarà devoluto alle famiglie dei 41 italiani morti e dei 300 malati a causa dell’uranio 238 utilizzato in Bosnia e Kossovo. Ragazzi e famiglie a cui non si interessa nessuno.
Così come a nessuno sembra interessare che l’utilizzo di uranio impoverito nelle armi da guerra contamini e uccida civili e militari. Qualche politico ha fatto carriera con la guerra nel Kossovo. Altri italiani, più semplicemente, sono morti e stanno ancora morendo.

Caro Beppe,
come d’accordo t’invio la copertina del libro e la scheda da compilare ed inviare all’indirizzo osservatoriomilitare@libero.it per ricevere il libro.
L’incasso è ovviamente devoluto alle famiglie dei militari morti e di quelli malati che non hanno la possibilità di curarsi.
Le famiglie di questi ragazzi deceduti vivono ma sono morte dentro, i figli, i mariti o padri vengono uccisi due volte: dall’ipocrisia prima e dall’indifferenza poi.
Ho creduto nel mio lavoro e dire che i miei amici morivano per colpa di qualche incosciente, credevo fosse un valore morale.
Purtroppo non è così, ho pagato sulla mia pelle la verità che non ho alcuna intenzione di tacere, e non perché se cala il silenzio sulla vicenda sarò finito anch’io, ma solo perché i drammi di questi ragazzi devono essere noti a tutti, dietro quei doppio petti eleganti che tanto vantano il sacrificio dei nostri ragazzi in giro per il mondo, vi è l’ipocrisia di uomini che non riescono più a fare i conti con la loro coscienza.
Non voglio parlare di me, la storia di questi ragazzi è più importante e chi leggerà il libro capirà e forse, il “Grillo” riuscirà a scuotere le nostre coscienza ancora una volta.
Grazie per quello che fai!” Domenico Leggiero.

Scarica l'ultimo numero del magazine Scarica "La Settimana" N°22
del 5 giugno 2006

Postato da Beppe Grillo il 05.06.06 18:25 | |
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scritto da linodigianni | 19:38 | commenti Torna su
Categoria: news, guerrenelmondo, pacifismo, uranio



mercoledì, maggio 10, 2006
 

Amnesty: «I mercanti di armi alimentano stupri e torture»


 Armi, pistole in mostra
Il commercio di armi nel mondo non è mai stato così florido e questo grazie a una catena, sempre più in espansione, di intermediari, aziende di servizi logistici, trasportatori. Un sistema che alimenta uccisioni, stupri, torture e massicce violazioni dei diritti umani nel mondo. Il tutto grazie alle blande e ormai inadeguate norme che regolano il trasporto e il commercio di armamenti nel mondo e che vengono bypassate senza troppi intoppi. Il risultato: ogni anno in tutto il mondo circa mezzo milione di persone sono vittime della violenza armata. Il che significa che una persona al minuto muore a causa dal commercio di armamenti.

La denuncia arriva da Amnesty International. Nel rapporto Morte ad orologeria, elaborato dall´istituto di ricerche TransArms, l´organizzazione evidenzia come il trasporto delle armi sia diventato nel corso degli anni sempre sofisticato. E sempre più drammaticamente efficiente dato che riesce a portare centinaia di tonnellate di armi anche nei paesi in via di sviluppo e in quelli che, in teoria, sarebbero sottoposti ad embargo.

«Il ricorso a società di intermediazione ha reso più facile ai grandi fornitori di armi raggiungere i paesi in via di sviluppo – scrivono gli esperti di Amnesty – Paesi che oggi assorbono oltre i due terzi delle importazioni per la "difesa" mentre negli anni ´90 ne assorbivano solo il 50%».

Secondo Amnesty in circolazione ci sono 639 milioni di armi leggere. Otto milioni prodotte ogni anno. E la spesa media annuale per l'acquisto di armi nel mondo è di 22 miliardi di dollari.

Sotto accusa in particolare trasportatori e intermediari di Cina, Emirati Arabi Uniti, Israele. Ma anche Italia, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti, Svizzera, Ucraina e paesi balcanici. Tutti sono responsabili di alimentare conflitti tra i più brutali del mondo. «Intermediari e trasportatori hanno collaborato alla consegna di molte delle armi usate per uccidere, stuprare e svuotare territori nei conflitti in corso in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo - spiega Brian Wood, ricercatore di Amnesty - I controlli alla dogana sono blandi e solo 35 paesi si sono dati la briga di introdurre leggi sull'intermediazione di armi. Tutto questo rende praticamente inevitabili ulteriori catastrofi dei diritti umani».

Il rapporto descrive nei dettagli la natura segreta, priva di regole e irresponsabile, di molte operazioni di intermediazione e trasferimento di armi, attraverso lo studio di una serie di casi. Come ad esempio le centinaia di migliaia di armi e milioni di munizioni, provenienti dalle scorte della guerra della Bosnia Erzegovina, che sono state esportate clandestinamente, sotto la direzione del dipartimento della Difesa Usa. «Questo materiale, pare destinato all'Iraq, è stato trasferito attraverso una serie di società di intermediazione e di trasporto private, compresa una compagnia aerea responsabile della violazione di un embargo delle Nazioni Unite sulle armi destinate alla Liberia» si legge nel report.

Ovviamente i casi più o meno illegali di trasporto di armamentianalizzati da Amnesty sono solo quelli che non sono andati a buon fine e che sono stati fermati dai controlli delle autorità. Ecco ad esempio la storia di uno spedizioniere olandese-britannico che ha spedito un ampio carico di munizioni ed esplosivi verso l'Arabia Saudita e le isole Mauritius attraverso una fabbrica brasiliana. Il carico è stato sequestrato dalle autorità del Sudafrica perché privo di licenza di trasporto. Ma il Brasile aveva autorizzato l'esportazione, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani in corso in Arabia Saudita. E poi ancora: il trasferimento, via mare, di ingenti quantitativi di armi dalla Cina verso la Liberia, attraverso un mediatore olandese. Il tutto in totale violazione di un embargo delle Nazioni Unite e nonostante le ampie prove di omicidi, stupri e terrore nei confronti della popolazione civile del paese africano.

Ma nono solo. Secondo Amnesty alcune di queste società private coinvolte in consegne illegali di armi sono state finanziate con denaro pubblico e utilizzate a sostegno delle missioni di pace delle Nazioni Unite e per distribuire aiuti umanitari. «È chiaro che l'attuale coacervo di regole non riesce minimamente a stare al passo col crescente numero di intermediari, delle società di servizi e dei trasportatori che operano a livello internazionale – spiega Sergio Finardi di TransArms - Le armi arrivano maledettamente in tempo e troppo spesso vengono usate per uccidere, stuprare e sfollare centinaia di migliaia di persone».

Il rapporto di Amnesty si chiude con una serie di raccomandazioni rivolte ai vari paesi per ottenere controlli più forti e rigorosi sul commercio delle armi attraverso norme internazionali coerenti. Tra queste leggi, regolamenti e procedure amministrative che impediscano, a livello nazionale, le attività di intermediazione, logistica e trasporto che contribuiscono a gravi violazioni dei diritti umani. Nonché rendere reato le violazioni degli embarghi dell'Onu sulle armi in tutti gli Stati e, in caso di gravi violazioni, considerarle crimini di giurisdizione universale.


mercoledì, marzo 22, 2006
 
Rachel Corrie, giovane pacifista nonviolenta americana, nata a Olympia (Washington) nel 1979, impegnata nell'associazione umanitaria International
Solidarity Movement come osservatrice per i diritti umani e in azioni di accompagnamento ed interposizione nonviolenta, il 16 marzo 2003 veniva uccisa da un bulldozer dell'esercito israeliano a Rafah, nella striscia di Gaza, mentre cercava di impedire l'abbattimento di una casa interponendo il proprio corpo. Aveva 23 anni.  Questa è una sua poesia.
 
Questo è un momento perfetto
è un momento perfetto per molte ragioni
ma soprattutto perché tu ed io
ci stiamo svegliando
dalla nostra complicità sonnambula, tonta, ciucciadito
con i maestri dell'illusione e della distruzione.
 
Grazie a loro, da cui fluiscono
queste benedizioni dolorose,
ci stiamo svegliando.
 
Le loro guerre e torture,
i loro diavoli e confini
estinzioni di specie
e malattie nuove di zecca
il loro spiare e mentire
in nome del padre, sterilizzando semi
e brevettando l'acqua, rubando i nostri sogni e
cambiando i nostri nomi,
i loro brillanti spot pubblicitari,
le loro continue prove generali
per la fine del mondo.
 
Grazie a loro, da cui trasudano questi spaventosi
insegnamenti,
ci stiamo svegliando.
E come il cielo e la terra si incontrano,
come il sogno e la veglia si mescolano,
come il paradiso e gli inferi si intersecano,
notiamo il fatto esilarante e scioccante
che tocca a noi decidere
-tocca a noi decidere, a me e a te come
costruire un mondo nuovo di zecca.
 
Non in qualche lontano futuro o luogo distante
ma proprio qui ed ora
 
Così sono radicalmente curiosa, compagni miei
creatori;
sul serio in delirio:
visto che tocca a noi
costruire un Mondo Nuovo di zecca,
da dove cominciamo?
Quali domande ci alimenteranno?
 
Eccotene una:
nel Mondo Nuovo
saprai con tutto te stesso
che la vita è pazzamente innamorata di te
la vita è selvaggiamente
e innocentemente innamorata di te.
 
Nel Nuovo Mondo
saprai al di là di ogni dubbio che migliaia di alleati nascosti
stanno dandosi da fare per farti diventare
quella bellissima curiosa creatura
cui sei destinato per nascita.
 
Ma poi arriva la domanda fatale:
l'amore con cui la vita eternamente ti inonda
non è stato corrisposto al suo meglio,
ma c'è ancora modo per mostrarsi più espansivi,
se la vita è selvaggiamente
e innocentemente innamorata di te,
sei pronto a cominciare ad amare la vita così
come essa ti ama?
 
Nel Nuovo Mondo, lo farai.
 
Rachel Corrie
scritto da llewal | 20:00 | commenti (1) Torna su
Categoria: palestina, guerrenelmondo, pacifismo



giovedì, novembre 17, 2005
 
COMUNICATO DEL COMITATO SCIENZIATE E SCIENZIATI CONTRO LA GUERRA 15 Novembre 2005 Le recenti rivelazioni da parte di alcuni mass-media sull'operato delle forze statunitensi durante l'assedio di Falluja ci spingono a prendere posizione in quanto scienziate e scienziati spinti dalla volontà di usare a fini di pace le competenze acquisite per il lavoro che facciamo. L'uso di WP (Willi Pete, ovvero il fosforo bianco nel gergo militare), come documentato in particolare dal servizio di Ranucci su RAInews24 (vedi: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsID=57784), costituisce una violazione del principio di base della Convenzione sulle Armi Chimiche, cui gli Stati Uniti aderiscono dal 1997. La convenzione infatti si pone come fine "la proibizione e l'eliminazione di tutti i tipi di armi di distruzione di massa; convinti che la completa ed effettiva proibizione dello sviluppo, produzione, acquisizione, immagazzinaggio, detenzione, trasferimento ed uso di armi chimiche e loro distruzione, rappresenta un passo necessario verso il conseguimento di tali obiettivi comuni". Il WP, come il Napalm, è una sostanza classificata come "incendiaria" il cui uso in guerra sarebbe permesso in circostanze ben definite. Aldila` di usi 'legalmente' permessi e vietati, pero`, il risultato sui civili (previsto, ed anzi cercato dai militari USA), costituisce un fatto documentato ed ormai indubitabile. L'utilizzo di queste tecniche sulla popolazione civile e` di gravita` inaudita, suscita il nostro orrore, e ci impone di denunciare con forza l'abominio che rappresenta: la trasformazione di conoscenza, bene comune dell'umanita`, in strumento di distruzione di massa. L'episodio (ammesso che di episodio si tratti e non di strategia deliberata) e` reso ancora piu` grave dai tentativi di impedire le testimonianze, facendo pagare prezzi altissimi e personali ai giornalisti non-embedded per il coraggio delle loro denunce. Come se non bastasse, una volta svelata la strage nascosta, l'amministrazione USA tenta ancora di minimizzare e/o negare l'accaduto e i suoi effetti drammatici. Ma le conseguenze di tale gesto potrebbero essere ancora piu` gravi: ci domandiamo infatti su quale base si potranno ritenere vincolanti tutti i trattati e le convenzioni con cui si e` cercato di costruire un mondo vivibile, nonostante la propensione umana alla guerra. Il comportamento dell'esercito statunitense oggi in Iraq, come trenta anni prima in Vietnam, come anche la guerra chimica messa in atto dalla NATO contro la cittadinanza jugoslava (i cui effetti di lungo periodo sono stati rilevati anche da organismi internazionali) fanno ridiventare "prassi bellica ordinaria" quei crimini di guerra che si speravano banditi per sempre dalla Storia. Chi mai si sentira` obbligato a non diffondere malattie, a non avvelenare le acque, a non 'distruggere il nemico' anche usando armi atomiche? Se e` concesso ai piu` potenti di non seguire le regole da loro stessi imposte a tutti gli altri, perche` chi gia` soffre per i loro soprusi non dovrebbe usare le stesse armi? Malgrado tutti gli impegni solenni pronunciati dopo Hiroshima e l’Olocausto, dopo il Vietnam, si stanno ripetendo orrori che speravamo espulsi dalla storia; orrori che saranno ancora un volta pagati da tutta la collettivita` mondiale, in termini fisici e sociali, a partire come sempre dai piu` poveri ed indifesi. E' possibile che i veri responsabili di tutto questo non saranno mai ufficialmente giudicati e condannati, magari appellandosi a cavilli (il WP non e` compreso nell'elenco delle armi chimiche, gli USA non hanno mai firmato il protocollo di Ginevra sulle armi incendiarie, ecc), ma tutte le persone devono sapere quali sono gli interessi strategici ed economici che rendono il mondo un luogo in cui e` sempre piu` difficile e doloroso sopravvivere. E` necessaria ed urgente una reazione molto decisa, che gia` si intravede nelle prime mobilitazioni popolari. A queste aggiungiamo da parte nostra la ferma richiesta che sia fatta piena luce su questo come su altri episodi recenti di guerra da parte di USA e NATO, e "coalizioni di volenterosi" di cui disgraziatamente fanno parte anche forze del nostro Paese. Chiediamo chiare prese di posizione ed azioni conseguenti dei nostri esponenti politici, che devono decretare il rientro immediato delle nostre truppe e farsi portatori di richieste presso tutti gli organismi internazionali specifici (CWC) e generali (ONU) affinche` essi si pronuncino su questa guerra, su questo episodio, su questo criterio di due pesi e due misure nei rapporti tra Stati. Per parte nostra, ribadiamo il nostro impegno a non collaborare con qualsiasi attivita` connessa con l'industria bellica (v. http://www.carta.org/campagne/pace/050302scienziati.htm), ed esprimiamo la ferma condanna di ogni forma di sopraffazione dei popoli e delle persone. Rifiutiamo il coinvolgimento della scienza per questi scopi ed invitiamo tutte le persone, scienziate/i in particolare, ad operare per un mondo di pace. Scienziate e scienziati contro la guerra http://surete.roma1.infn.it/WilliPete.html
scritto da llewal | 19:00 | commenti (1) Torna su
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martedì, novembre 08, 2005
 

LA GUERRA SPORCA CONDOTTA NELL’OFFENSIVA DI NOVEMBRE CONTRO LA ROCCAFORTE DELLA GUERRIGLIA
«Gli Usa presero Falluja con napalm e fosforo»
Un documentario di Rai News 24 accusa il Pentagono

Torna a galla un tema dimenticato, uno di quegli argomenti che la nostra mente è propensa accantonare nell'illusione che il cambio di millennio abbia cambiato anche il mondo. Questa mattina «Rai News 24» manderà in onda un documentario che si annuncia straordinario, è una ricostruzione del secondo attacco a Falluja, ovvero dell'operazione che nel novembre scorso truppe americane e battaglioni della Guardia nazionale irachena condussero nella provincia di Al Anbar nel tentativo di debellare la supremazia dei nuclei guerriglieri. Sulla scorta di immagini e testimonianze il programma rilancia la terribile accusa che a Falluja siano state adoperate bombe al fosforo e ordigni al «napalm». Il più tragico bombardamento al fosforo di cui si abbia memoria risale agli ultimi mesi della seconda guerra mondiale e investì Dresda, dove decine di migliaia di persone morirono bruciate, anche chi per ore era rimasto nei canali tentando di ricoprire d'acqua ogni lembo di pelle per sfuggire alla terribile sorte. Quanto al «napalm», basterebbero i ricordi del Vietnam. L'inchiesta di «Rai News 24» s'intitola «La strage nascosta» e afferma che le armi proibite sono tornate in uso a Falluja, il lavoro porta la firma di Sigfrido Ranucci e viene annunciato come molto documentato, conterrebbe le testimonianze di chi c'era non solo dalla parte delle vittime ma anche da quella dei militari. «Ho udito personalmente l'ordine di fare attenzione perché sulla città veniva usato il fosforo bianco», è per esempio il racconto un veterano statunitense. «Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini, il fosforo esplode e forma una nuvola, chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato».

 

scritto da alp | 07:43 | commenti Torna su
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sabato, ottobre 08, 2005
 

Bush smentito sui dieci attentati
L'Intelligence Usa: non è vero
di Bruno Marolo Gli americani hanno un dubbio e una certezza. Il dubbio, è che i terroristi preparino nuove stragi. La certezza, è che la loro sicurezza è affidata a una banda di pasticcioni incompetenti, dal presidente in giù. Gli esperti dell'antiterrorismo hanno sbugiardato George Bush, che giovedì aveva parlato a sproposito di 10 presunti complotti di Al Qaeda sventati nel mondo. Il ministero della Sicurezza interna ha smentito il sindaco di New York Michael Bloomberg, che aveva atterrito milioni di pendolari lanciando un allarme infondato sul rischio di un attentato nella metropolitana. Ieri un nuovo falso allarme bomba, è stato evacuato il Washington Memorial, l'obelisco di 170 metri che si trova davanti alla Casa Bianca. Ma non c’era traccia di ordigni......

http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=45030

scritto da llewal | 11:22 | commenti (2) Torna su
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lunedì, settembre 12, 2005
 

DOC 3 
Il documentario d’autore.
Scienza, società’ costume, scenari naturalistici.
Grandi e piccole storie per riflettere e per interpretare il mondo che ci circonda

Bimbi neri notti bianche
di Giulio Manfredonia
con Giobbe Covatta

Lunedì 12 settembre 2005 ore 23.20

I “bimbi neri” sono le migliaia di bambini di etnia Acholi, che ogni notte devono allontanarsi dai loro villaggi nel Nord dell’ Uganda per sfuggire ai soldati dell’esercito ribelle di Joseph Kony.
Approfittando della notte i guerriglieri entrano nei villaggi bruciano tutto, uccidono e violentano gli adulti, saccheggiano e rapiscono tutti i bambini tra i 5 e i 15 anni. Li trascinano a forza nei campi di addestramento in Sudan, li picchiano, li affamano, li costringono ad uccidere i propri amici a bastonate.
Finito questo “addestramento”, li obbligano a tornare in Uganda per assaltare i villaggi, uccidere i propri fratelli e rapire altri bambini che diventeranno a loro volta soldati.

Giobbe Covatta nei panni di un surreale DJ ambulante gira in lungo e in largo le strade del nord dell’Uganda per raccontare la storia di tre fratellini Acholi:  Maria, Pasquale e Jean Paul
A bordo di una radio-jeep Giobbe entra nei campi profughi, nei villaggi devastati, negli ospedali, nei centri di recupero, e, dovunque va, riesce in una mission che forse è possible solo per uno come lui. 

scritto da alp | 21:05 | commenti Torna su
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mercoledì, luglio 13, 2005
 
Ai musulmani e alle musulmane che vivono in Italia
Aggiungi la tua firma

Cari amici, care amiche,
vi scriviamo, pensiamo, a nome di milioni di persone, di quei milioni di uomini e donne che nel nostro paese si sono opposti e si oppongono alla guerra.
Vi scriviamo per offrire la nostra solidarietà dopo il terribile attentato di Londra.
Pensiamo che queste bombe colpiscano anche voi.
Vi hanno colpiti perchè tra le vittime delle bombe ci sono cittadini britannici di religione musulmana.
Vi colpiscono perché chi le ha messe ha utilizzato, infangandola, la religione in cui credete.
Vi colpiranno, perché faranno crescere il razzismo e la xenofobia, anche tra la gente comune, nel nostro paese.
Siamo scandalizzati che alcuni giornali e commentatori politici continuino a definire terrorismo "islamico" un'azione che offende l'umanità che la vostre religione esprime.
Siamo preoccupati per il fatto che questo attentato viene preso a giustificazione per continuare le guerre che colpiscono vostri correligionari, per giustificare la repressione di chi nei vostri paesi si oppone a governi dispotici.
Vi offrimo la nostra solidarietà, come sempre abbiamo fatto, anche per le tante vittime delle guerre che attraversano i vostri territori.
Non sono guerre fatte in nostro nome, come le bombe di Londra, sappiamo, non sono in vostro nome.
Non permettiamo che i signori della guerra e del terrore trascinino il mondo in quello che loro chiamano "scontro di civiltà"!
Questo può e deve essere evitato, lo possiamo fare insieme.
Un saluto fraterno dal "popolo della pace".

Fabio Alberti (Un ponte per...)
Vittorio Agnoletto(GUE – Sinistra unitaria europea)
Gino Barsella (Sdebitarsi)
Giuseppe Beccia (Unione degli Studenti)
Gianfranco Benzi (CGIL)
Marco Berlinguer (Transform Italia)
Marco Bersani (Attac - Italia)
Maurizio Biosa
Raffaela Bolini (ARCI)
Nadia Cervoni (Donne in Nero)
Raffaella Chiodo Karpinsky (Sdebitarsi)
Luigi Ciotti (Gruppo Abele)
Lisa Clark (Beati i costruttori di pace)
Associazione Culturale Punto Rosso
Giorgio Dal Fiume (CTM - Altromercato)
Cecilia Dall'Olio (Focsiv)
Tonio Dall'Olio (Pax Christi)
Unione degli Universitari
Nadia Demond (Marcia Mondiale delle Donne)
Gianni Fabris (Altragricoltura)
Tommaso Fattori (Firenze Social Forum)
Nella Ginatempo (Bastaguerra)
Maurizio Gubbiotti (Legambiente)
Giuseppe Iuliano (Cisl)
Flavio Lotti (Tavola della pace)
Filippo Mannucci (Mani Tese)
Giulio Marcon (Sbilanciamoci)
Sergio Marelli (Associazione ONG Italiane)
Pero Maria Maestri (Guerre & Pace)
Alessandra Mecozzi (FIOM)
Luciano Muhlbauer (Sincobas)
Alfio Nicotra (Rifondazione Comunista)
Maso Notarianni (Emergency)
Luigia Pasi (Sincobas)
Anna Pizzo (Carta)
Gabriele Polo (Il Manifesto)
Fabio Protasoni (ACLI)
Giampiero Rasimelli (Forum del Terzo Settore)
Franco Russo
Raffaele Salinari (Terres des Hommes)
Gabriella Stramaccioni (Libera)
Pierluigi Sullo (Carta)
Antonio Tricarico (Campagna Banche Armate)
Riccardo Troisi (Rete di Lilliput)
Rosita Viola (Consorzio Italiano Solidarietà)

guarda chi ha firmato

scritto da alp | 17:09 | commenti (1) Torna su
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sabato, giugno 11, 2005
 
Etiopia - Addis Abeba - 08.6.2005
Etiopia, strage di manifestanti
Reportage dalla capitale etiope, dove si contano i morti della repressione governativa
  Dal nostro inviato
Emilio Manfredi
 
L'ospedale di Addis Abeba questa mattina Quando siamo arrivati a Mexico Square la zona era completamente presidiata dalla Federal Police. Non sparavano più. Abbiamo visto centinaia di manifestanti feriti, colpiti alla testa durante gli scontri con i militari che hanno caricato la folla picchiando con i calci dei fucili.
Altre centinaia di persone arrestate venivano caricate sui camion militari e portati verso una vicina base dell’esercito.
Mentre fotografavamo uno di questi camion siamo stati arrestati dalla polizia e portati in un commissariato. Volevano sequestrarci la macchina fotografica.
Dopo un’ora di fermo, grazie al tempestivo intervento della diplomazia italiana siamo stati rilasciati.
 
La strage di Merkato. Il bilancio della manifestazione di questa mattina nel quartiere di Merkato oscilla tra i 22 e i 24 morti, più almeno un centinaio di feriti. Quando siamo usciti dall’ospedale “Balck Lion”, dove sono arrivati una dozzina di morti, abbiamo visto altre ambulanze dirigersi verso gli altri ospedali della città.
L’atmosfera ad Addis Abeba è spettrale e tesissima. La zona dove sono avvenuti gli scontri è presidiata dalle forze armate. In un’area di nemmeno due chilometri quadrati abbiamo incrociato una decina di camion dell’esercito e una quarantina di pick-up carichi di soldati armati fino ai denti, con le mitragliatrici su treppiede puntate verso le poche persone che si aggirano per le strade. Tutti i negozi sono chiusi, non c’è una serranda alzata. Per terra i segni delle sassaiole e del sangue dei manifestanti. Ma le due strade dove sono avvenute le sparatorie sono inaccessibili, chiuse dai soldati e dalla polizia.

Il cadaveredi un manifestante all'ospedale, la testa, colpita da un proiettile, è tenuta insieme dalle bende Finiti con un colpo alla testa. “Questa mattina stavamo manifestando nel quartiere di Merkato. La Federal Police ha sparato subito contro di noi. Decine di persone sono cadute a terra. Poi sono arrivati i Berretti Rossi che hanno dato il colpo il grazia ai feriti, sparando loro in testa, sul viso o alle tempie”. E’ il racconto di uno dei circa novanta feriti arrivati all’ospedale “Black Lion” assieme a dodici morti, tutti uccisi con un colpo ravvicinato alla testa. Le vittime sono tutti giovani tra i diciotto e i trent’anni: studenti e lavoratori che oggi, giornata di sciopero generale, sono scesi in piazza sfidando l’imponente apparato militare e poliziesco che tiene la capitale sotto un non dichiarato, ma evidente, stato d’assedio.

Sciopero generale.
Fin da questa mattina ad Addis Abeba si respirava un'atmosfera irreale. Da stamane era iniziato uno sciopero quasi totale di taxi e minibus, praticamente gli unici mezzi di trasporto utilizzati dalla popolazione, eccezion fatta per i pochi autobus statali.
“Non era più possibile andare avanti così. Abbiamo votato, perche’ vogliamo un paese democratico. Il governo ha perso e ora si deve fare da parte. I soldi del lavoro per me sono fondamentali, ma la libertà è piu’ importante”, aveva detto Alemayu, ventuno anni, tassista, mentre sorseggiava un caffe’ seduto ai tavolini di un bar. L’opposizione, che non ha alcun tipo di capacita’ militare, cerca di non lasciarsi scappare di mano la situazione, e propone una protesta pacifica ma determinata. “Abbiamo vinto, la protesta della società civile etiopica deve essere compresa dal governo, che deve farsi da parte. Se il primo ministro deciderà di difendere il proprio potere con la forza bruta, sarà direttamente responsabile delle conseguenze.” Purtroppo i timori di Alemayu si sono subito avverati.

Feriti all'ospedale Una città sotto assedio.
Oggi ad Addis si cammina a piedi: flussi enormi di persone si spostano per le strade, per tentare di vivere una giornata il più possibile normale. La maggior parte dei negozi dei suq ha le serrande abbassate. Molti non aprono da diversi giorni. A ogni angolo di strada, decine e decine di uomini della Federal Police, della Polizia di Addis Abeba, e dei corpi speciali dell’esercito, presidiano le strade. Camion militari, jeep, pick-up. Da un paio di giorni è comparsa addirittura l’artiglieria pesante, esibita di fronte ad una popolazione totalmente disarmata. Uno stato d'assedio mai dichiarato, ma ormai evidente. In attesa della prossima fiammata, i militari fermano i taxi fuori servizio e, minacciando i conducenti con le armi, li costringono a trasportare i passeggeri, mentre una pioggia battente sferza la citta’.

fonte : peacereporter
scritto da alp | 07:16 | commenti (3) Torna su
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lunedì, maggio 16, 2005
 
«Premete sugli Usa per avere di più»
Nel secondo rapporto sul valore economico della guerra all'Iraq, dopo quello del 2003, la raccomandazione a partecipare «all'intero processo di ricostruzione e ammodernamento, che vale almeno 200 miliardi di dollari in circa dieci anni» e l'illustrazione dei «vantaggi della presenza in loco»
SARA MENAFRA
ROMA
Non è l'unico rapporto sulla convenienza economica della permanenza in Iraq, quello reso pubblico ieri da Rai news 24 e datato 22 febbraio 2003 (il 20 marzo cominceranno i bombardamenti) che dimostra come la difesa del giacimento di Nassiriya fosse la prima preoccupazione italiana. Anzi, con molta probabilità il governo ha continuato a valutare mese dopo mese quanto e come partecipare al conflitto sulla base delle valutazioni economiche del momento. Di certo, più di un anno dopo l'inizio dei bombardamenti, il 5 aprile 2004, il presidente del consiglio aveva sul tavolo un altro documento, firmato dallo stesso docente universitario che nel 2003 aveva valutato quanto avrebbe potuto fruttare all'Italia mandare i propri soldati a Nassiriya. Sta volta però la valutazione di Giuseppe Cassano (docente di Statistica economica a Teramo) è negativa e l'invito al consiglio dei ministri è di premere di più: «E' essenziale che il governo italiano metta in essere una strategia politica di forte pressione sul governo degli Stati uniti, pressione che fin ora non sembra essere stata così intensa come forse sarebbe stato opportuno», scrive il consulente a pagina 49 del documento. E nella pagina successiva: «L'obiettivo, è stato più volte sottolineato nel presente Rapporto, è di partecipare all'intero processo di ricostruzione e ammodernamento, che vale almeno 200 miliardi di dollari in circa dieci anni e partecipare alla crescita del mercato interno iracheno, che potrà offrire prospettive anche migliori».

La storia delle valutazioni mano al portafoglio parte il 22 febbraio 2003, con il rapporto mostrato da Sigfrido Ranucci, nell'inchiesta per Rainews 24. Il professor Cassano, prevedendo «una elevata possibilità che entro la metà dell'anno venga rovesciato da una azione militare guidata dagli Usa, il regime di Saddam Hussein», consiglia in un documento del Ministero delle attività produttive di impegnarsi nel conflitto nonostante ci sia già un accordo con Saddam per lo sfruttamento dei giacimenti di Nassiriya e Halfaya: «la contromossa americana sembra consista nel garantire il mantenimento degli accordi sottoscritti, anche nel caso di un "dopo Saddam". Con tale sistema la "polizza" cambierebbe beneficiario [...]. Forse anche l'Italia potrebbe giocare la stessa carta per le iniziative dell'Eni circa i giacimenti di Halfaya e Nassiriya». Il riferimento, dicevamo, è agli accordi sottoscritti da Eni-Agip nel 1998, riportati in una tabella che il docente allega. A guerra iniziata l'Italia ottiene dagli Usa di andare a presidiare proprio la zona di Nassiriya. L'estrazione, però, fanno sapere oggi fonti Eni non è mai cominciata perché la zona è troppo pericolosa.

Di certo, però, il giacimento è la ragione della presenza italiana in zona. La pensavano così anche gli attentatori iracheni che il 12 novembre 2003, attaccarono la base dei Carabinieri di Nassiriya, almeno secondo quanto riferiva il 13 l'inviato del Sole 24 ore a New York Roberto Gatti citando «fonti dei servizi americani». «Colpendo i carabinieri si è per esempio mandato, indirettamente, un messaggio anche all'Eni», scrive il giornalista aggiungendo che a giugno i tecnici dell'azienda avevano già fatto una ricognizione aerea sulla zona (denunciata anche da Un ponte per...). Sul giacimento di Nassiriya hanno interesse anche gli spagnoli. E una carta in più: il 14 marzo 2004, tre giorni dopo le bombe a Madrid, la Repsol ha ricominciato ad esportare greggio dall'Iraq, come scriverà in seguito il consulente del governo.

A più di un anno di distanza dal primo documento, infatti, c'è un nuovo testo. E' datato 5 aprile del 2004. Qualche giorno dopo il governo italiano incontrerà il viceministro della difesa Usa Paul Wolfowitz insieme all'ambasciatore a Roma Mel Sembler. Il nuovo rapporto è soprattutto la cronaca di un fallimento economico, di un investimento, quello della presa di Nassiriya, andato maluccio. «I sette contratti di gestione (per il settore petrolifero ndr) sono stati appena assegnati a gruppi americani e a due britannici», si legge a pagina 45 e «la partecipazione italiana non è stata quantitativamente molto forte» nei contratti «finanziati dai "grants" americani» (pag. 48). Insomma, niente di che. Al punto che il rapporto dedica un paragrafo a «Le ragioni di un non esaltante raccolto». Ma invita a non mollare la presa, soprattutto sulla presenza in loco: «Si apre per gli imprenditori italiani una grande opportunità: quella di partecipare sia allo sviluppo del paese, sia alla sua ricostruzione "dall'interno", con tutti i vantaggi che normalmentevengono riconosciute alle società locali»(pg. 50). Un'altra fetta interessante saranno le privatizzazioni delle società pubbliche «che ben gestite e con l'ampio mercato che il nuovo Iraq potrà costruire, esse potranno portare agli antichi successi. E' questa una importante opportunità addizionale per gli imprenditori del nostro Paese». Di tutti questi interessi e di quanto abbiano fruttato e a quale prezzo il governo non ha mai parlato.



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domenica, maggio 01, 2005
 
scritto da alp | 08:18 | commenti Torna su
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lunedì, aprile 18, 2005
 
WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 18 APRILE 2005
Iraq: operatrice umanitaria uccisa da un'autobomba
REDAZIONE

Una giovane operatrice umanitaria americana, fondatrice dell'organizzazione non governativa "Campaign for innocent Victims in Conflict" è rimasta ieri uccisa nell'esplosione di un'autobomba a Baghdad.
Marla Ruzicka, 27 anni, si trovava nell'ex paese di Saddam Hussien con lo scopo di distribuire degli aiuti economici alle vittime civili della guerra. Nell'esplosione sono morte altre due persone ed il kamikaze. Si contano anche cinque feriti. Ruzicka era già stata altre volte in Iraq ed Afghanistan.

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mercoledì, marzo 30, 2005
 

Torture, l'esercito Usa si autoassolve
Il Pentagono decide di non processare i diciassette soldati accusati di «assassinio, cospirazione e omicidio colposo» per la morte di tre prigionieri in Iraq e Afghanistan
FRANCO PANTARELLI
'NEW YORK C'era stata un'indagine. Gli uomini della divisione criminale dell'esercito americano avevano fatto il loro lavoro e la loro raccomandazione finale era stata che disciassette soldati venissero processati per reati come «assassinio, cospirazione e omicidio colposo», riferiti a tre persone morte in Afhganistan e Iraq mentre si trovavano «sotto custodia» delle forze armate americane. Il Pentagono ha ricevuto quelle raccomandazioni, ha ringraziato gli investigatori, ha valutato le loro indicazioni e poi ha deciso di non processare quei diciassette soldati, compiendo così un ulteriore passo verso il generale auto-perdono. Non si tratta più di scaricare sulle «mele marce» la colpa di questo spaventoso passo indietro compiuto dagli Stati Uniti sul piano della civiltà: ora l'obiettivo sembra quello di perdonare le stesse mele marce. Non tutti i diciassette prodi sono stati prosciolti, tuttavia. Uno di loro ha dovuto subire nientemeno che una reprimenda scritta e un altro è stato congedato.

Un portavoce della divisione criminale, Chris Grey, ha rilasciato una dichiarazione molto rispettosa della decisione di non processare quei soldati, come si conviene a una struttura militare specie di questi tempi, ma anche così dalle sue parole traspare una certa «delusione» per come si è conclusa questa storia. «Noi - ha detto - consideriamo ogni morte molto seriamente e siamo impegnati a indagare ogni caso con la massima professionalità e accuratezza, determinati ad arrivare alla verità dovunque le prove possano portare e senza badare al tempo che ci vuole». Insomma, dice senza dire il portavoce, noi il nostro lavoro lo abbiamo fatto e lo abbiamo fatto bene. Se quei soldati sono riusciti a evitare il processo non prendetevela con noi. E chissà che non sia proprio quella delusione degli investigatori la ragione per cui i dettagli di questa storia hanno finito per trapelare.

I tre morti - solo di uno di loro, un colonnello iracheno, si conosce parzialmente il nome, Jameel, che forse è davvero il suo ma forse no - sono una sorta di primo stock dei «28 più 3" (nel senso che 28 sono di competenza dell'esercito e 3 della marina) su cui è stata avviata un'indagine. Nel primo dei tre casi, quello appunto del colonnello Jameel, si è deciso di non processare nessuno perché la sua morte è sopraggiunta come "conseguenza" di una serie di applicazioni legali della forza» e che quelle applicazioni si sono rese necessarie «in risposta alle ripetute aggressioni da parte del detenuto». Insomma è colpa sua, del colonnello, se a un certo punto lo hanno «dovuto» appendere a un bastone per la gola e lui è morto asfissiato. La cosa è avvenuta all'American Forward Operating Base di Al Asad, in Iraq, nel gennaio 2004.

Della seconda morte senza responsabili si sa molto poco, solo che è avvenuta in Afghanistan nell'agosto del 2002 e che il caso è stato archiviato per «mancanza di prove», mentre della terza si sa un po' di più: che è avvenuta in Iraq nel settembre 2003, che il morto era prigioniero della quarta divisione di fanteria, che il luogo dove era detenuto era uno dei tanti american detention center e che il suo caso l'archiviazione è stata decisa perché i soldati responsabili «non erano bene informati delle regole di ingaggio».

Uso legale della forza, regole di ingaggio: sono termini che sembrano portare direttamente ai famosi «memo» stilati dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld e dal consigliere legale di Georege Bush, quell'Alberto Gonzales che poi è stato promosso ministro della Giustizia. E in effetti sembra principalmente questa la ragione per cui il Pentagono ha deciso di non andare avanti, il che non fa sperare niente di buono negli altri casi attualmente ancora in piedi. Di sedici di essi si sa che le indagini sono state concluse ma che ancora non sono state fatte le «raccomandazioni». Delle altre dodici morti si conosce in pratica solo il loro numero e i celebrati media americani non mostrano molto desiderio di saperne di più. Un'osservazione però è ancora possibile. Di queste 31 morti sotto indagine, solo una è avvenuta ad Abu Ghraib, il che fa pensare che la fama di quella prigione come pietra dello scandalo delle torture è probabilmente usurpata. In altri american detention center succede di peggio.

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scritto da alp | 09:40 | commenti (1) Torna su
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giovedì, gennaio 20, 2005
 

L'avventura iraniana, dopo quelle afghana e irachena, sembra all'ordine del giorno dell'agenda Bush-Rice, assai prima della «diplomazia». Tehran ufficialmente non ha commentato le rivelazioni di Hersch. Lo ha fatto indirettamente con un'intervista del ministro della difesa iraniani Ali Shamkhani all'agenzia Mehr. Fate attenzione perché l'Iran ha la potenza militare necessaria a fronteggiare un eventuale attacco militare Usa o «di qualsiasi paese» e ha sviluppato «efficacissimi mezzi di intimidazione». Idem l'ex presidente della repubblica Rafsanjani che - pur passando per uno dei più favorevoli all'interno della nomenklatura a un riavvicinamento agli Usa - ha dichiarato all'agenzia Isna che «l'Iran non teme minacce da nemici stranieri poiché essi sanno che la Repubblica islamica non è un posto per le avventure». Non sono solo sbruffonate, quelle iraniane. Il mensile americano The Atlantic Monthly ha appena pubblicato i risultati di una serie di attacchi sumulati (più di 50) coordinati dal generale in pensione Sam Gardiner dai quali conclude che gli Usa non hanno le forze militari necessarie per invadere e occupare l'Iran senza che si produca un collasso di dimensioni molto maggiori che in Iraq. «L'Iran - conclude il generale - ha tre volte la popolazione, quattro la superficie e cinque i problemi dell'Iraq». Per cui «ho solo due frasi da dire ai politici: non avete soluzioni militari per i problemi con l'Iran e dovete far sì che la diplomazia funzioni». Non è la stessa diplomazia a cui fa riferimento la Rice. E' la stessa invece a cui si affida l'Ue. La portavoce della commissaria europea alle relazioni esterne, l'austriaca Benita Ferrero-Waldner, ha detto ieri a Bruxelles (dove Bush è atteso in febbraio) che Ue e Iran stanno da tempo lavorando insieme e «in buona fede» su tutta una serie di temi - dal nucleare ai diritti umani, dalla politica al commercio - e intendiamo proseguire su questa strada. Che non è quella di Bush e Condi. 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Gennaio-2005/art38.html
 

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sabato, gennaio 08, 2005
 

Appelli

Salve, sono un bambino nato da pochi mesi, sono il figlio di Lynndie England (la mia mamma ha avuto molte esperienze nella vita, ha fatto anche la soldatessa col guinzaglio). Il mio papà si chiama Charles Graner e prima aveva i baffi. Ora il mio papà se li è tagliati ma viene processato per le torture che ha fatto in un carcere iracheno. Mi hanno detto che il mio papà potrebbe restare in carcere tanto tempo, forse tornerà a casa solo tra diciotto anni. Non potreste fare qualcosa per aiutarmi, per darmi una mano nella vita? Qualcosa in più? (jena) 

fonte Il manifesto 8 gennaio

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giovedì, novembre 25, 2004
 

«IMPEACHMENT» PER BLAIR
Un gruppo di parlamentari inglesi presenta oggi una mozione nella quale si chiede un dibattito sulla «grossolana cattiva gestione» della guerra contro l'Iraq da parte del premier Tony Blair. Per trovare nella storia inglese un precedente a quella che è di fatto una richiesta di impeachment bisogna risalire alla metà del XIX secolo. La mozione è stata sottoscritta da 23 membri del Parlamento appartenenti a differenti partiti di opposizione. In occasione della discussione, hanno già preannunciato la loro presenza a Westminster il drammaturgo Harold Pinter, gli scrittori Iain Banks e Frederick Forsyth, l'attore Corin Redgrave. Tutti si sono impegnati a diffondere i contenuti di un dibattito che si preannuncia assai acceso ma che, è quasi certo, non porterà alla rimozione di Blair dal suo incarico per «alti crimini e misfatti» dal momento che il premier può contare, nella Camera dei Comuni, su una solida maggioranza di 150 seggi. Ma l'iniziativa è destinata a imbarazzare il premier, riportando in auge una questione che ha già notevolmente deteriorato la fiducia dell'elettorato. Nella mozione si chiede che venga nominata una commissione di parlamentari che dovrà condurre un'inchiesta e riferire ai Comuni entro 48 giorni.

fonte  il manifesto




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domenica, novembre 21, 2004
 

Io ho paura
ROSSANA ROSSANDA
Diversamente dal giovane eroe di Niccolò Ammanniti, io ho paura. E mi spaventa che non l'abbiamo gli altri, che non sembrano vedere l'avviso di incendio che Walter Benjamin scorgeva nella crisi di Weimar non ancora dispiegata. Mi sgomenta l'indifferenza con la quale l'Italia ha digerito il trionfo di Bush; la più modesta rissa, vera o finta, nella Casa delle Libertà o fra le sinistre la appassiona di più delle minacciose intenzioni del presidente americano e della sua nuova squadra. Gli esperti che avevano dato Kerry vincente fino a un mese prima, spiegano con i valori caldi, abilmente manovrati da Karl Rove, che milioni di americani siano stavolta usciti di casa per iscriversi alle liste elettorali e impedire che quel sovversivo di Kerry arrivasse alla Casa bianca. Gli Usa ci sembrano sempre un passo più avanti, i loro politici sanno parlare alle viscere più delle nostre teste rinsecchite da un eccesso di ragione. Che cosa sia diventata quella società fra i materialissimi interessi del liberismo e quelli della guerra, non appassiona nessuno. Non solo. Gli osservatori dei più grandi media perseverano in previsioni confortanti e non si prendono cura di spiegare perché così spesso le sbaglino. Ci avevano detto che Bush faceva sì la guerra all'Iraq, peraltro poco simpatico, ma che con ciò avrebbe costretto Sharon a un accordo con i palestinesi. S'è visto. Sempre gli stessi restano i soli al mondo che non si accorgono della crescente privatizzazione della guerra, che non contano quanto sia cresciuto il terrorismo da quando il Pentagono l'ha iniziata e non sembrano darsi cura che l'amico di Bush, Putin, stia agitando una nuova e a quanto pare terribile atomica. Ancora ieri ci hanno assicurato che il secondo Bush, sentendosi ormai sicuro, si sarebbe trasformato da falco a colomba perché è notorio che sono le destre a sanare i conflitti aperti dalle sinistre: non fu De Gaulle a far la pace in Algeria? Non è stato Nixon il furfante a riaprire i rapporti con la Cina? Nessuna di queste acute menti ci spiega perché Sharon sia più aggressivo che mai, perché sia stato licenziato Colin Powell e promossa l'efferata Condoleezza Rice (forza, grazia e cortesia per l'innamorato Foglio e alcune femministe della differenza); perché vengano fuori in cariche prestigiose altri personaggi da film horror mentre il Partito democratico si batte il petto per aver proposto un candidato troppo poco rozzo e affida il partito a chi più simile ai repubblicani non potrebbe essere. Si discute se Bush nel secondo mandato perfezionerà l'opera domestica, facendo di ogni americano un proprietario e sopprimendo quel poco che resta di protezione sociale o se darà la precedenza alla guerra infinita, riuscendo a trascinare il resto del mondo in modo che non siano soltanto i boys americani a essere ammazzati. E che magari si possano spostare le forze armate, come gli suggeriscono i giovani leoni dell'American Enterprise Institute, contro l'Iran. Impresa che sarebbe ancora più demente dell'attacco all'Iraq perché l'Iran è immenso, ricco e assai più difeso.

Tutti contenti perché è stato nominato ministro degli esteri lo sdoganato Fini, già pupillo di Almirante, nessuno del nostro establishment e una minuscola parte dell'opinione pubblica si da' pensiero dell'attacco che il Dipartimento di stato sta menando contro le Nazioni unite nella persona di Kofi Annan, peraltro neanche lui sovversivo, accusandolo di aver stornato i soldi destinati ai palestinesi. Non che Washington si proponga di demolire l'Onu, che raramente gli ha dato fastidio, ma la vuole più obbediente. Del resto, osservano i nostri finissimi laici, che cosa sono le Nazioni unite se non un coacervo di dittature canaglia e di europei egoisti?

Qualcosa di difficilmente reversibile è avvenuto nel livello culturale e nel senso comune del paese. Ha prodotto una sorta di anestesia e di perdita di senso delle parole. Gli accenti degli autodefiniti democratici e liberali stanno assumendo la violenza e l'intolleranza di quelli dei fascisti di una volta. Mi ricordo l'aria che tirava nel 1938 e 1939, e mi faceva paura anche se ero una ragazzina. Come ora tutti gli anticorpi al nuovo ordine che veniva agitato erano stati messi fuori uso da un pezzo.

 

fonte: http://www.ilmanifesto.it



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giovedì, novembre 18, 2004
 
 

 

 

 

 

 

 

 

Se la vita avesse un senso- e non ce l'ha, non il nostro
non ci sarebbero morti di bambini per guerre decise da gruppi di lupi/beoni
non ci sarebbe il pianto senza lacrime in una lingua straniera perfino a se stessa
adesso tu potresti pensare alla tua terra, e non quella per seppellirti

ma, c'è sempre un ma- anzi ce ne sono molti
ma i bambini continuano a vivere in altri, i sorrisi ignorano occhi persi in un vuoto
troppo grande da rimpiangere
ma, forse non c'è un ma, tu devi andare avanti come
come se fossi un piccolo soldatino ubbidiente alla guerra del non-sense

e, e,riempilo tu, come fossi cieca/sorda/stupida
riempilo tu ,quel vuoto che ci separa noi increduli, disperati, affranti
un passo dietro l'altro
avanti,ancora,un po', di nuovo, domani,ancora

Se la vita avesse un senso
sarebbe quello di Fatima, che conta i minuti che mancano
a diventare grande,per andarsene
a diventare sorda, per non ricordare
a diventare..

In memoria di un bambino palestinese di quattro anni,

ucciso dai proiettili di un soldatino israeliano, e di una ragazzina crivellata di pallottole,

per aver spinto troppo maldestramente la sua borsa. si che i soldati temessero che..

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scritto da alp | 23:27 | commenti Torna su
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scritto da alp | 19:38 | commenti Torna su
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I familiari delle vittime dell' 11 settembre lanciano la sfida, condannano
l'insabbiamento della verità sui fatti dell'11 settembre

I parenti sfidano la Casa Bianca a fornire le risposte a 23 domande
Il Comitato che rappresenta le famiglie dell'11 settembre chiede a Bush di
testimoniare sotto giuramento
http://www.911truth.org/

"Mr. Bush, chi ha approvato il volo della famiglia bin Laden fuori dagli
Stati Uniti, quando tutti i voli commerciali erano stati bloccati?"
Questa è una delle 23 domande esplosive che George W. Bush e i suoi
collaboratori dovranno affrontare in una pubblica testimonianza, sotto
giuramento ed eventuale condanna per spergiuro, se i parenti delle persone
morte negli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 riusciranno a
spuntarla.
 continua qui














scritto da alp | 19:27 | commenti Torna su
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Shadan con la sua mamma Shler






La piccola Shadan torna a casa

30/04 Sulaimaniya, iraq: Shadan, che ha passato metà della sua vita nel nostro ospedale di Sulaimaniya, è stata dimessa stamattina. Era stata ferita all’inizio della guerra, nel suo villaggio vicino a Kifri: un frammento di razzo le aveva provocato uno squarcio sulla schiena che partiva dalla scapola fin sotto il gluteo; una brutta ferita, che però non aveva leso il midollo spinale. Era il 2 aprile quando è arrivata nel nostro ospedale con parte della sua famiglia: quel razzo aveva infatti ferito anche la mamma, il papà e la nonna. Alcuni
nostri lettori ci hanno scritto nei giorni successivi per chiedere notizie sulle sue condiziShadan con la faccia sporca di rossetto per i baci delle infermiereoni, che per alcuni giorni sono state critiche e








hanno preoccupato i nostri medici, ma pian piano Shadan si è rimessa, e così anche i suoi familiari.
La nonna e
il papà sono stati dimessi dopo pochi giorni.
Shler, la sua mamma di 25 anni, aveva una ferita abbastanza leggera alla mano sinistra, ma è rimasta in ospedale tutto il tempo per allattare la sua bambina: Shadan aveva 30 giorni quando è stata ricoverata. Da allora, per un mese, il Centro chirurgico di Emergency è stata la sua casa.
Stamattina se ne sono andate: Shadan, con la faccia sporca di rossetto per i numerosi baci delle infermiere che pShadan con la nonna Nazira e la mammar tutto questo







periodo si sono prese cura di lei con un affetto particolare; è venuta a prenderle la nonna Nazira. Tornano nel loro villaggio, con l’impegno di recarsi quotidianamente nel nostro FAP di Kifri per cambiare le medicazioni alle ferite.
Sul lettino che i nostri infermieri avevano comperato apposta per lei c’era scritto “Buona salute e felicità”. E’ anche il nostro augurio a Shadan, e che della guerra le rimanga solo la cicatrice sulla schiena e nessun altro ricordo, che non ci sia piu’ nessuna guerra a mettere in pericolo la sua vita e quella della sua gente.

Fonte Emergency

































scritto da alp | 17:59 | commenti (1) Torna su
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soldati usa. quanti di loro sono chicanos, neri, portoricani, ragazzi senza lavoro o permesso di soggiorno?

scritto da alp | 17:54 | commenti (2) Torna su
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USA, IL RIFIUTO DEI RISERVISTI

L'esercito Usa incontra sempre più resistenze tra i riservisti da inviare in Iraq e in Afghanistan. Negli ultimi mesi su 4.000 ex soldati richiamati in servizio attivo, 1.800 di loro hanno già richiesto esenzioni o rinvii. Di altri 2.500 che avrebbero dovuto arrivare alla base militare il 7 novembre per un training di nuovo addestramento, 733 non si sono presentati. The Individual ready reserve comprende circa 110.000 nomi di ex soldati che non sono più nell'esercito ma che potrebbero essere richiamati a ruolo attivo in qualsiasi momento. E negli ultimi mesi è successo spesso, ma l'Iraq fa paura ai riservisti. 
 




scritto da alp | 17:48 | commenti Torna su
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mercoledì, novembre 17, 2004
 
Perché non pubblichiamo il video del marine che spara a Falluja- Unità on line
di red

Molti siti d’informazione, italiani e stranieri, hanno pubblicato le immagini riprese dall’operatore Kevin Sites della Nbc all’interno di una moschea di Falluja dove si vede un soldato dei Marine uccidere un iracheno ferito e disarmato che era disteso a terra assieme ad altri uomini, uccisi o gravemente feriti.

L’Unità On Line ha scelto diversamente. Mentre sentiamo necessario denunciare e condannare l’atto di inutile crudeltà e barbarie commesso dentro quel luogo di culto devastato, pensiamo che non sia necessario aggiungere orrore all’orrore e che la pietas debba prevalere sul documento.

La morte è uguale sempre, che sia di un americano o di un iracheno, anche se i media occidentali troppo spesso sembrano ritenere che solo quella dei “bianchi” meriti attenzione e cordoglio.

(Nella foto che pubblichiamo, si vede un fotogramma del video. L'uomo ripreso non è lo stesso che è stato ucciso dai marines)









domenica, novembre 14, 2004
 

La lenta agonia di Falluja
Nella città fantasma manca l'acqua, l'elettricità, le medicine e scarseggia il cibo. Ma gli Usa e il premier Allawi impediscono alle organizzazioni umanitarie di portare aiuti
GIULIANA SGRENA
Icomandi militari Usa sperano che la resistenza di Falluja cada entro questa notte. Forse temono l'effetto che potrebbe avere la fine del Ramadan e la celebrazione dell'Aid nel rinfocolare la battaglia. Il segretario alla difesa Usa Donald Rumsfeld in visita in Salvador, l'unico paese latinamericano che mantiene truppe in Iraq, non fa previsioni sui tempi: «Sono a buon punto e concluderanno l'operazione con successo. Ci vorrà il tempo necessario». George Bush conferma: sono stati fatti «progressi sostanziali», ha detto in una conferenza stampa congiunta con Tony Blair. Sul terreno, le truppe americane stanno cercando di intrappolare i combattenti a sud, schiacciandoli lungo le rive dell'Eufrate. «Non possono andare al nord perché ci siamo noi. Non possono andare a ovest perché c'è il fiume, non possono andare a est perché abbiamo una forte presenza», ha detto il sergente maggiore Roy Meek. Ma qualche ora dopo una forte esplosione si è sentita nel distretto di nord-ovest Jolan. «La situazione è molto pericolosa perché gli insorti non sanno dove andare e stanno seduti in casa ad aspettarci», sostiene il caporale Will Porter incaricato di dare la caccia ai guerriglieri casa per casa. I cecchini colpiscono ovunque, anche il quartier generale delle forze Usa. Il numero dei feriti americani si è moltiplicato - sono centinaia -, tanto da imporre un aumento dei posti letto nell'ospedale della base tedesca di Landstuhl, dove vengono portati. Il numero dei morti è salito a 23, uno dei quali a baghdad, dove è stato anche abbattuto un Black Hawk.

La sorte peggiore tocca agli iracheni. Gli americani parlano di 600 combattenti uccisi, ma non riferiscono di civili, ammesso che la cifra sia realistica, evidentemente non fanno distinzioni. Perché vittime civili ci sono, come risulta dalle testimonianze: si parla di donne e bambini colpiti da schegge di granate o dalle bombe. Un bambino di nove anni colpito allo stomaco da schegge è morto dissanguato perché non ha potuto essere curato. A Falluja non ci sono più équipe mediche, nell'attacco a una clinica gli americani hanno ucciso venti medici. E poi i marine sparano su tutto quello che si muove. Falluja è una città fantasma, piena solo di cadaveri. Fadhil Badrani, un giornalista iracheno di Falluja, dice che le strade sono piene di cadaveri e il tanfo è insopportabile. Non sono solo le morti a prefigurare un disastro umanitario, già denunciato dalla Mezzaluna rossa irachena, sostenuta anche dalla Croce rossa e dall'Unicef. «Non c'è acqua, la gente beve acqua sporca. I bambini muoiono. Si mangia farina perché non c'è altro cibo», ha raccontato quando è arrivato a Habbiniya Rasul Ibrahim, che è riuscito a fuggire a piedi con la famiglia, moglie e tre bambini. Habbaniya, che si trova a una ventina di chilometri a ovest di Falluja, è diventata un campo profughi dove si sono rifugiate circa 2.000 famiglie. I rifugiati, molti dei quali vivono dentro le scuole o sotto le tende, soffrono di diarrea e malnutrizione, hanno bisogno di medicine e cibo, sostiene Firdoos al Ubadi, portavoce della Mezzaluna rossa (Ircs). Un convoglio di aiuti ha raggiunto Habbaniya giovedì, un altro è ad Amiriya - con acqua potabile, cibo e medicine, un team di sette medici e personale per il soccorso - pronto per essere inviato a Falluja. Ma gli appelli rivolti dalle organizzazioni umanitarie agli Usa e al governo iracheno perché permettano di portare aiuti a Falluja sono rimasti inascoltati. L'agonia di Falluja si consuma di fronte alla criminale indifferenza degli Stati uniti, ma anche del governo iracheno, o almeno del premier ad interim Allawi, perché pare che il governo sia diviso al suo interno. «Se vinceremo, l'Iraq sarà più prossimo a diventare un paese libero e democratico, fervente desiderio dei nostri cittadini», ha detto Allawi in una intervista al britannico Sun. Ma innanzitutto i cittadini di Falluja vogliono vivere. Ed è contro il premier che si stanno concentrando i risentimenti.

Ieri è tornato a farsi vivo, su un sito Internet, Abu Musab al Zarqawi, per la pretesa cattura del quale gli Usa stanno distruggendo Falluja. Zarqawi, che evidentemente non si trova asserragliato sulle rive dell'Eufrate, ha invitato i ribelli a resistere: «Eroi dell'islam a Falluja, sia benedetta la vostra santa guerra.... Non abbiamo dubbi che i segni della vittoria di dio appariranno all'orizzonte». Per ora quello che possono sperare gli abitanti di Falluja è di vedere sorgere del primo spicchio di luna che segna la fine del Ramadan, ma l'Aid non sarà una festa.


fonte:  il Manifesto del 13 Novembre 2004





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mercoledì, novembre 10, 2004
 

 

 

 

VITTIME

Internazionale 5/11 novembre n. 564 pag. 19

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000). Dati aggiornati alle 16 del 3 novembre 2004.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi 3.519
Israeliani 960
Altre vittime 71
Totale 4.550

Internazionale 5/11 novembre n. 564 pag. 20

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003). Dati aggiornati alle 16 del 3 novembre 2004.
Iracheni 14.219-16.352
Americani 1.123
Altre vittime 142


raccontato da AUG alle ore 07:04 | commenti (2)
sabato, novembre 06, 2004

fonte: www.betlemme.splinder.com












scritto da alp | 19:01 | commenti Torna su
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