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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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US 'arrogant and stupid' in Iraq
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Alberto Fernandez told al-Jazeera TV the US was now willing to talk to any insurgent group apart from al-Qaeda in Iraq, to reduce sectarian bloodshed. His remarks came after President George W Bush discussed changing tactics with top military commanders. A report that officials are drawing up a timetable for Iraq's government to improve security has been denied. The New York Times reported that the Bush administration was preparing a timetable for the government to meet objectives - including disarming sectarian militias - that would stabilise the country and allow US troops to take a reduced role.
The plan is "to get the Iraqis to step up to the plate", the newspaper cited a senior administration official as saying. "We can't be there for ever," the official added. But White House spokeswoman Nicole Guillemard denied the report. "The story is not accurate, but we are constantly developing new tactics to achieve our goal," she said. Meanwhile, British Foreign Office Minister Kim Howells, in an interview with the BBC, has suggested that the Iraqi security forces could take over much of the work of US-led forces within a year. 'Regional disaster' Mr Fernandez, an Arabic speaker who is director of public diplomacy in the state department's Bureau of Near Eastern Affairs, told Qatar-based al-Jazeera that the world was "witnessing failure in Iraq". "That's not the failure of the United States alone, but it is a disaster for the region," he said. "I think there is great room for strong criticism, because without doubt, there was arrogance and stupidity by the United States in Iraq." On talks with insurgent groups, he said: "We are open to dialogue because we all know that, at the end of the day, the solution to the hell and the killings in Iraq is linked to an effective Iraqi national reconciliation." 'Goal is victory' Mr Fernando's comments came after Mr Bush said in his weekly radio address that US troops were changing tactics to deal with the insurgency.
"Our goal in Iraq is clear and unchanging," he said. "Our goal is victory. What is changing are the tactics we use to achieve that goal." He later held a teleconference call with senior military commanders, as violence continued in Iraq. Saturday saw 17 people killed in a mortar attack on a market near the capital, Baghdad, while three US marines killed in Anbar province, bringing the total number of US troops killed in Iraq in October to 78. The BBC's James Westhead in Washington says that while there is no official change in US strategy, change is on everyone's lips. A new poll weeks before key Congressional elections shows two-thirds of Americans believe the US is losing the war in Iraq. |
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Un militare mi ha spiegato alcune cose sulla nostra guerra nei Balcani. Mi ha chiesto di promuovere il suo libro il cui ricavato sarà devoluto alle famiglie dei 41 italiani morti e dei 300 malati a causa dell’uranio 238 utilizzato in Bosnia e Kossovo. Ragazzi e famiglie a cui non si interessa nessuno.
Così come a nessuno sembra interessare che l’utilizzo di uranio impoverito nelle armi da guerra contamini e uccida civili e militari. Qualche politico ha fatto carriera con la guerra nel Kossovo. Altri italiani, più semplicemente, sono morti e stanno ancora morendo.
“Caro Beppe,
come d’accordo t’invio la copertina del libro e la scheda da compilare ed inviare all’indirizzo osservatoriomilitare@libero.it per ricevere il libro.
L’incasso è ovviamente devoluto alle famiglie dei militari morti e di quelli malati che non hanno la possibilità di curarsi.
Le famiglie di questi ragazzi deceduti vivono ma sono morte dentro, i figli, i mariti o padri vengono uccisi due volte: dall’ipocrisia prima e dall’indifferenza poi.
Ho creduto nel mio lavoro e dire che i miei amici morivano per colpa di qualche incosciente, credevo fosse un valore morale.
Purtroppo non è così, ho pagato sulla mia pelle la verità che non ho alcuna intenzione di tacere, e non perché se cala il silenzio sulla vicenda sarò finito anch’io, ma solo perché i drammi di questi ragazzi devono essere noti a tutti, dietro quei doppio petti eleganti che tanto vantano il sacrificio dei nostri ragazzi in giro per il mondo, vi è l’ipocrisia di uomini che non riescono più a fare i conti con la loro coscienza.
Non voglio parlare di me, la storia di questi ragazzi è più importante e chi leggerà il libro capirà e forse, il “Grillo” riuscirà a scuotere le nostre coscienza ancora una volta.
Grazie per quello che fai!” Domenico Leggiero.
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Postato da Beppe Grillo il 05.06.06 18:25 | Muro del pianto |
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LA GUERRA SPORCA CONDOTTA NELL’OFFENSIVA DI NOVEMBRE CONTRO LA ROCCAFORTE DELLA GUERRIGLIA
«Gli Usa presero Falluja con napalm e fosforo»
Un documentario di Rai News 24 accusa il Pentagono
Torna a galla un tema dimenticato, uno di quegli argomenti che la nostra mente è propensa accantonare nell'illusione che il cambio di millennio abbia cambiato anche il mondo. Questa mattina «Rai News 24» manderà in onda un documentario che si annuncia straordinario, è una ricostruzione del secondo attacco a Falluja, ovvero dell'operazione che nel novembre scorso truppe americane e battaglioni della Guardia nazionale irachena condussero nella provincia di Al Anbar nel tentativo di debellare la supremazia dei nuclei guerriglieri. Sulla scorta di immagini e testimonianze il programma rilancia la terribile accusa che a Falluja siano state adoperate bombe al fosforo e ordigni al «napalm». Il più tragico bombardamento al fosforo di cui si abbia memoria risale agli ultimi mesi della seconda guerra mondiale e investì Dresda, dove decine di migliaia di persone morirono bruciate, anche chi per ore era rimasto nei canali tentando di ricoprire d'acqua ogni lembo di pelle per sfuggire alla terribile sorte. Quanto al «napalm», basterebbero i ricordi del Vietnam. L'inchiesta di «Rai News 24» s'intitola «La strage nascosta» e afferma che le armi proibite sono tornate in uso a Falluja, il lavoro porta la firma di Sigfrido Ranucci e viene annunciato come molto documentato, conterrebbe le testimonianze di chi c'era non solo dalla parte delle vittime ma anche da quella dei militari. «Ho udito personalmente l'ordine di fare attenzione perché sulla città veniva usato il fosforo bianco», è per esempio il racconto un veterano statunitense. «Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini, il fosforo esplode e forma una nuvola, chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato».
Bush smentito sui dieci attentati
L'Intelligence Usa: non è vero
di Bruno Marolo Gli americani hanno un dubbio e una certezza. Il dubbio, è che i terroristi preparino nuove stragi. La certezza, è che la loro sicurezza è affidata a una banda di pasticcioni incompetenti, dal presidente in giù. Gli esperti dell'antiterrorismo hanno sbugiardato George Bush, che giovedì aveva parlato a sproposito di 10 presunti complotti di Al Qaeda sventati nel mondo. Il ministero della Sicurezza interna ha smentito il sindaco di New York Michael Bloomberg, che aveva atterrito milioni di pendolari lanciando un allarme infondato sul rischio di un attentato nella metropolitana. Ieri un nuovo falso allarme bomba, è stato evacuato il Washington Memorial, l'obelisco di 170 metri che si trova davanti alla Casa Bianca. Ma non c’era traccia di ordigni......
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=45030
DOC 3
Il documentario d’autore.
Scienza, società’ costume, scenari naturalistici.
Grandi e piccole storie per riflettere e per interpretare il mondo che ci circonda
Bimbi neri notti bianche
di Giulio Manfredonia
con Giobbe Covatta
Lunedì 12 settembre 2005 ore 23.20
I “bimbi neri” sono le migliaia di bambini di etnia Acholi, che ogni notte devono allontanarsi dai loro villaggi nel Nord dell’ Uganda per sfuggire ai soldati dell’esercito ribelle di Joseph Kony. 
Approfittando della notte i guerriglieri entrano nei villaggi bruciano tutto, uccidono e violentano gli adulti, saccheggiano e rapiscono tutti i bambini tra i 5 e i 15 anni. Li trascinano a forza nei campi di addestramento in Sudan, li picchiano, li affamano, li costringono ad uccidere i propri amici a bastonate.
Finito questo “addestramento”, li obbligano a tornare in Uganda per assaltare i villaggi, uccidere i propri fratelli e rapire altri bambini che diventeranno a loro volta soldati.
Giobbe Covatta nei panni di un surreale DJ ambulante gira in lungo e in largo le strade del nord dell’Uganda per raccontare la storia di tre fratellini Acholi: Maria, Pasquale e Jean Paul.
A bordo di una radio-jeep Giobbe entra nei campi profughi, nei villaggi devastati, negli ospedali, nei centri di recupero, e, dovunque va, riesce in una mission che forse è possible solo per uno come lui.
| Ai musulmani e alle musulmane che vivono in Italia | |
| Aggiungi la tua firma | |
Cari amici, care amiche, vi scriviamo, pensiamo, a nome di milioni di persone, di quei milioni di uomini e donne che nel nostro paese si sono opposti e si oppongono alla guerra. Vi scriviamo per offrire la nostra solidarietà dopo il terribile attentato di Londra. Pensiamo che queste bombe colpiscano anche voi. Vi hanno colpiti perchè tra le vittime delle bombe ci sono cittadini britannici di religione musulmana. Vi colpiscono perché chi le ha messe ha utilizzato, infangandola, la religione in cui credete. Vi colpiranno, perché faranno crescere il razzismo e la xenofobia, anche tra la gente comune, nel nostro paese. Siamo scandalizzati che alcuni giornali e commentatori politici continuino a definire terrorismo "islamico" un'azione che offende l'umanità che la vostre religione esprime. Siamo preoccupati per il fatto che questo attentato viene preso a giustificazione per continuare le guerre che colpiscono vostri correligionari, per giustificare la repressione di chi nei vostri paesi si oppone a governi dispotici. Vi offrimo la nostra solidarietà, come sempre abbiamo fatto, anche per le tante vittime delle guerre che attraversano i vostri territori. Non sono guerre fatte in nostro nome, come le bombe di Londra, sappiamo, non sono in vostro nome. Non permettiamo che i signori della guerra e del terrore trascinino il mondo in quello che loro chiamano "scontro di civiltà"! Questo può e deve essere evitato, lo possiamo fare insieme. Un saluto fraterno dal "popolo della pace". Fabio Alberti (Un ponte per...) Vittorio Agnoletto(GUE – Sinistra unitaria europea) Gino Barsella (Sdebitarsi) Giuseppe Beccia (Unione degli Studenti) Gianfranco Benzi (CGIL) Marco Berlinguer (Transform Italia) Marco Bersani (Attac - Italia) Maurizio Biosa Raffaela Bolini (ARCI) Nadia Cervoni (Donne in Nero) Raffaella Chiodo Karpinsky (Sdebitarsi) Luigi Ciotti (Gruppo Abele) Lisa Clark (Beati i costruttori di pace) Associazione Culturale Punto Rosso Giorgio Dal Fiume (CTM - Altromercato) Cecilia Dall'Olio (Focsiv) Tonio Dall'Olio (Pax Christi) Unione degli Universitari Nadia Demond (Marcia Mondiale delle Donne) Gianni Fabris (Altragricoltura) Tommaso Fattori (Firenze Social Forum) Nella Ginatempo (Bastaguerra) Maurizio Gubbiotti (Legambiente) Giuseppe Iuliano (Cisl) Flavio Lotti (Tavola della pace) Filippo Mannucci (Mani Tese) Giulio Marcon (Sbilanciamoci) Sergio Marelli (Associazione ONG Italiane) Pero Maria Maestri (Guerre & Pace) Alessandra Mecozzi (FIOM) Luciano Muhlbauer (Sincobas) Alfio Nicotra (Rifondazione Comunista) Maso Notarianni (Emergency) Luigia Pasi (Sincobas) Anna Pizzo (Carta) Gabriele Polo (Il Manifesto) Fabio Protasoni (ACLI) Giampiero Rasimelli (Forum del Terzo Settore) Franco Russo Raffaele Salinari (Terres des Hommes) Gabriella Stramaccioni (Libera) Pierluigi Sullo (Carta) Antonio Tricarico (Campagna Banche Armate) Riccardo Troisi (Rete di Lilliput) Rosita Viola (Consorzio Italiano Solidarietà) |
| Etiopia - Addis Abeba - 08.6.2005 |
| Etiopia, strage di manifestanti |
| Reportage dalla capitale etiope, dove si contano i morti della repressione governativa |
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Dal nostro inviato
Emilio Manfredi Quando siamo arrivati a Mexico Square la zona era completamente presidiata dalla Federal Police. Non sparavano più. Abbiamo visto centinaia di manifestanti feriti, colpiti alla testa durante gli scontri con i militari che hanno caricato la folla picchiando con i calci dei fucili. Altre centinaia di persone arrestate venivano caricate sui camion militari e portati verso una vicina base dell’esercito. Mentre fotografavamo uno di questi camion siamo stati arrestati dalla polizia e portati in un commissariato. Volevano sequestrarci la macchina fotografica. Dopo un’ora di fermo, grazie al tempestivo intervento della diplomazia italiana siamo stati rilasciati. La strage di Merkato. Il bilancio della manifestazione di questa mattina nel quartiere di Merkato oscilla tra i 22 e i 24 morti, più almeno un centinaio di feriti. Quando siamo usciti dall’ospedale “Balck Lion”, dove sono arrivati una dozzina di morti, abbiamo visto altre ambulanze dirigersi verso gli altri ospedali della città.
L’atmosfera ad Addis Abeba è spettrale e tesissima. La zona dove sono avvenuti gli scontri è presidiata dalle forze armate. In un’area di nemmeno due chilometri quadrati abbiamo incrociato una decina di camion dell’esercito e una quarantina di pick-up carichi di soldati armati fino ai denti, con le mitragliatrici su treppiede puntate verso le poche persone che si aggirano per le strade. Tutti i negozi sono chiusi, non c’è una serranda alzata. Per terra i segni delle sassaiole e del sangue dei manifestanti. Ma le due strade dove sono avvenute le sparatorie sono inaccessibili, chiuse dai soldati e dalla polizia. Finiti con un colpo alla testa. “Questa mattina stavamo manifestando nel quartiere di Merkato. La Federal Police ha sparato subito contro di noi. Decine di persone sono cadute a terra. Poi sono arrivati i Berretti Rossi che hanno dato il colpo il grazia ai feriti, sparando loro in testa, sul viso o alle tempie”. E’ il racconto di uno dei circa novanta feriti arrivati all’ospedale “Black Lion” assieme a dodici morti, tutti uccisi con un colpo ravvicinato alla testa. Le vittime sono tutti giovani tra i diciotto e i trent’anni: studenti e lavoratori che oggi, giornata di sciopero generale, sono scesi in piazza sfidando l’imponente apparato militare e poliziesco che tiene la capitale sotto un non dichiarato, ma evidente, stato d’assedio. Sciopero generale. Fin da questa mattina ad Addis Abeba si respirava un'atmosfera irreale. Da stamane era iniziato uno sciopero quasi totale di taxi e minibus, praticamente gli unici mezzi di trasporto utilizzati dalla popolazione, eccezion fatta per i pochi autobus statali. “Non era più possibile andare avanti così. Abbiamo votato, perche’ vogliamo un paese democratico. Il governo ha perso e ora si deve fare da parte. I soldi del lavoro per me sono fondamentali, ma la libertà è piu’ importante”, aveva detto Alemayu, ventuno anni, tassista, mentre sorseggiava un caffe’ seduto ai tavolini di un bar. L’opposizione, che non ha alcun tipo di capacita’ militare, cerca di non lasciarsi scappare di mano la situazione, e propone una protesta pacifica ma determinata. “Abbiamo vinto, la protesta della società civile etiopica deve essere compresa dal governo, che deve farsi da parte. Se il primo ministro deciderà di difendere il proprio potere con la forza bruta, sarà direttamente responsabile delle conseguenze.” Purtroppo i timori di Alemayu si sono subito avverati. Una città sotto assedio. Oggi ad Addis si cammina a piedi: flussi enormi di persone si spostano per le strade, per tentare di vivere una giornata il più possibile normale. La maggior parte dei negozi dei suq ha le serrande abbassate. Molti non aprono da diversi giorni. A ogni angolo di strada, decine e decine di uomini della Federal Police, della Polizia di Addis Abeba, e dei corpi speciali dell’esercito, presidiano le strade. Camion militari, jeep, pick-up. Da un paio di giorni è comparsa addirittura l’artiglieria pesante, esibita di fronte ad una popolazione totalmente disarmata. Uno stato d'assedio mai dichiarato, ma ormai evidente. In attesa della prossima fiammata, i militari fermano i taxi fuori servizio e, minacciando i conducenti con le armi, li costringono a trasportare i passeggeri, mentre una pioggia battente sferza la citta’. |
| WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 18 APRILE 2005 Iraq: operatrice umanitaria uccisa da un'autobomba REDAZIONE |
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Una giovane operatrice umanitaria americana, fondatrice dell'organizzazione non governativa "Campaign for innocent Victims in Conflict" è rimasta ieri uccisa nell'esplosione di un'autobomba a Baghdad. |
Torture, l'esercito Usa si autoassolve
Il Pentagono decide di non processare i diciassette soldati accusati di «assassinio, cospirazione e omicidio colposo» per la morte di tre prigionieri in Iraq e Afghanistan
FRANCO PANTARELLI
'NEW YORK C'era stata un'indagine. Gli uomini della divisione criminale dell'esercito americano avevano fatto il loro lavoro e la loro raccomandazione finale era stata che disciassette soldati venissero processati per reati come «assassinio, cospirazione e omicidio colposo», riferiti a tre persone morte in Afhganistan e Iraq mentre si trovavano «sotto custodia» delle forze armate americane. Il Pentagono ha ricevuto quelle raccomandazioni, ha ringraziato gli investigatori, ha valutato le loro indicazioni e poi ha deciso di non processare quei diciassette soldati, compiendo così un ulteriore passo verso il generale auto-perdono. Non si tratta più di scaricare sulle «mele marce» la colpa di questo spaventoso passo indietro compiuto dagli Stati Uniti sul piano della civiltà: ora l'obiettivo sembra quello di perdonare le stesse mele marce. Non tutti i diciassette prodi sono stati prosciolti, tuttavia. Uno di loro ha dovuto subire nientemeno che una reprimenda scritta e un altro è stato congedato.
Un portavoce della divisione criminale, Chris Grey, ha rilasciato una dichiarazione molto rispettosa della decisione di non processare quei soldati, come si conviene a una struttura militare specie di questi tempi, ma anche così dalle sue parole traspare una certa «delusione» per come si è conclusa questa storia. «Noi - ha detto - consideriamo ogni morte molto seriamente e siamo impegnati a indagare ogni caso con la massima professionalità e accuratezza, determinati ad arrivare alla verità dovunque le prove possano portare e senza badare al tempo che ci vuole». Insomma, dice senza dire il portavoce, noi il nostro lavoro lo abbiamo fatto e lo abbiamo fatto bene. Se quei soldati sono riusciti a evitare il processo non prendetevela con noi. E chissà che non sia proprio quella delusione degli investigatori la ragione per cui i dettagli di questa storia hanno finito per trapelare.
I tre morti - solo di uno di loro, un colonnello iracheno, si conosce parzialmente il nome, Jameel, che forse è davvero il suo ma forse no - sono una sorta di primo stock dei «28 più 3" (nel senso che 28 sono di competenza dell'esercito e 3 della marina) su cui è stata avviata un'indagine. Nel primo dei tre casi, quello appunto del colonnello Jameel, si è deciso di non processare nessuno perché la sua morte è sopraggiunta come "conseguenza" di una serie di applicazioni legali della forza» e che quelle applicazioni si sono rese necessarie «in risposta alle ripetute aggressioni da parte del detenuto». Insomma è colpa sua, del colonnello, se a un certo punto lo hanno «dovuto» appendere a un bastone per la gola e lui è morto asfissiato. La cosa è avvenuta all'American Forward Operating Base di Al Asad, in Iraq, nel gennaio 2004.
Della seconda morte senza responsabili si sa molto poco, solo che è avvenuta in Afghanistan nell'agosto del 2002 e che il caso è stato archiviato per «mancanza di prove», mentre della terza si sa un po' di più: che è avvenuta in Iraq nel settembre 2003, che il morto era prigioniero della quarta divisione di fanteria, che il luogo dove era detenuto era uno dei tanti american detention center e che il suo caso l'archiviazione è stata decisa perché i soldati responsabili «non erano bene informati delle regole di ingaggio».
Uso legale della forza, regole di ingaggio: sono termini che sembrano portare direttamente ai famosi «memo» stilati dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld e dal consigliere legale di Georege Bush, quell'Alberto Gonzales che poi è stato promosso ministro della Giustizia. E in effetti sembra principalmente questa la ragione per cui il Pentagono ha deciso di non andare avanti, il che non fa sperare niente di buono negli altri casi attualmente ancora in piedi. Di sedici di essi si sa che le indagini sono state concluse ma che ancora non sono state fatte le «raccomandazioni». Delle altre dodici morti si conosce in pratica solo il loro numero e i celebrati media americani non mostrano molto desiderio di saperne di più. Un'osservazione però è ancora possibile. Di queste 31 morti sotto indagine, solo una è avvenuta ad Abu Ghraib, il che fa pensare che la fama di quella prigione come pietra dello scandalo delle torture è probabilmente usurpata. In altri american detention center succede di peggio.
L'avventura iraniana, dopo quelle afghana e irachena, sembra all'ordine del giorno dell'agenda Bush-Rice, assai prima della «diplomazia». Tehran ufficialmente non ha commentato le rivelazioni di Hersch. Lo ha fatto indirettamente con un'intervista del ministro della difesa iraniani Ali Shamkhani all'agenzia Mehr. Fate attenzione perché l'Iran ha la potenza militare necessaria a fronteggiare un eventuale attacco militare Usa o «di qualsiasi paese» e ha sviluppato «efficacissimi mezzi di intimidazione». Idem l'ex presidente della repubblica Rafsanjani che - pur passando per uno dei più favorevoli all'interno della nomenklatura a un riavvicinamento agli Usa - ha dichiarato all'agenzia Isna che «l'Iran non teme minacce da nemici stranieri poiché essi sanno che la Repubblica islamica non è un posto per le avventure». Non sono solo sbruffonate, quelle iraniane. Il mensile americano The Atlantic Monthly ha appena pubblicato i risultati di una serie di attacchi sumulati (più di 50) coordinati dal generale in pensione Sam Gardiner dai quali conclude che gli Usa non hanno le forze militari necessarie per invadere e occupare l'Iran senza che si produca un collasso di dimensioni molto maggiori che in Iraq. «L'Iran - conclude il generale - ha tre volte la popolazione, quattro la superficie e cinque i problemi dell'Iraq». Per cui «ho solo due frasi da dire ai politici: non avete soluzioni militari per i problemi con l'Iran e dovete far sì che la diplomazia funzioni». Non è la stessa diplomazia a cui fa riferimento la Rice. E' la stessa invece a cui si affida l'Ue. La portavoce della commissaria europea alle relazioni esterne, l'austriaca Benita Ferrero-Waldner, ha detto ieri a Bruxelles (dove Bush è atteso in febbraio) che Ue e Iran stanno da tempo lavorando insieme e «in buona fede» su tutta una serie di temi - dal nucleare ai diritti umani, dalla politica al commercio - e intendiamo proseguire su questa strada. Che non è quella di Bush e Condi.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Gennaio-2005/art38.html
Appelli
Salve, sono un bambino nato da pochi mesi, sono il figlio di Lynndie England (la mia mamma ha avuto molte esperienze nella vita, ha fatto anche la soldatessa col guinzaglio). Il mio papà si chiama Charles Graner e prima aveva i baffi. Ora il mio papà se li è tagliati ma viene processato per le torture che ha fatto in un carcere iracheno. Mi hanno detto che il mio papà potrebbe restare in carcere tanto tempo, forse tornerà a casa solo tra diciotto anni. Non potreste fare qualcosa per aiutarmi, per darmi una mano nella vita? Qualcosa in più? (jena)
fonte Il manifesto 8 gennaio
«IMPEACHMENT» PER BLAIR
Un gruppo di parlamentari inglesi presenta oggi una mozione nella quale si chiede un dibattito sulla «grossolana cattiva gestione» della guerra contro l'Iraq da parte del premier Tony Blair. Per trovare nella storia inglese un precedente a quella che è di fatto una richiesta di impeachment bisogna risalire alla metà del XIX secolo. La mozione è stata sottoscritta da 23 membri del Parlamento appartenenti a differenti partiti di opposizione. In occasione della discussione, hanno già preannunciato la loro presenza a Westminster il drammaturgo Harold Pinter, gli scrittori Iain Banks e Frederick Forsyth, l'attore Corin Redgrave. Tutti si sono impegnati a diffondere i contenuti di un dibattito che si preannuncia assai acceso ma che, è quasi certo, non porterà alla rimozione di Blair dal suo incarico per «alti crimini e misfatti» dal momento che il premier può contare, nella Camera dei Comuni, su una solida maggioranza di 150 seggi. Ma l'iniziativa è destinata a imbarazzare il premier, riportando in auge una questione che ha già notevolmente deteriorato la fiducia dell'elettorato. Nella mozione si chiede che venga nominata una commissione di parlamentari che dovrà condurre un'inchiesta e riferire ai Comuni entro 48 giorni.
fonte il manifesto
Io ho paura
ROSSANA ROSSANDA
Diversamente dal giovane eroe di Niccolò Ammanniti, io ho paura. E mi spaventa che non l'abbiamo gli altri, che non sembrano vedere l'avviso di incendio che Walter Benjamin scorgeva nella crisi di Weimar non ancora dispiegata. Mi sgomenta l'indifferenza con la quale l'Italia ha digerito il trionfo di Bush; la più modesta rissa, vera o finta, nella Casa delle Libertà o fra le sinistre la appassiona di più delle minacciose intenzioni del presidente americano e della sua nuova squadra. Gli esperti che avevano dato Kerry vincente fino a un mese prima, spiegano con i valori caldi, abilmente manovrati da Karl Rove, che milioni di americani siano stavolta usciti di casa per iscriversi alle liste elettorali e impedire che quel sovversivo di Kerry arrivasse alla Casa bianca. Gli Usa ci sembrano sempre un passo più avanti, i loro politici sanno parlare alle viscere più delle nostre teste rinsecchite da un eccesso di ragione. Che cosa sia diventata quella società fra i materialissimi interessi del liberismo e quelli della guerra, non appassiona nessuno. Non solo. Gli osservatori dei più grandi media perseverano in previsioni confortanti e non si prendono cura di spiegare perché così spesso le sbaglino. Ci avevano detto che Bush faceva sì la guerra all'Iraq, peraltro poco simpatico, ma che con ciò avrebbe costretto Sharon a un accordo con i palestinesi. S'è visto. Sempre gli stessi restano i soli al mondo che non si accorgono della crescente privatizzazione della guerra, che non contano quanto sia cresciuto il terrorismo da quando il Pentagono l'ha iniziata e non sembrano darsi cura che l'amico di Bush, Putin, stia agitando una nuova e a quanto pare terribile atomica. Ancora ieri ci hanno assicurato che il secondo Bush, sentendosi ormai sicuro, si sarebbe trasformato da falco a colomba perché è notorio che sono le destre a sanare i conflitti aperti dalle sinistre: non fu De Gaulle a far la pace in Algeria? Non è stato Nixon il furfante a riaprire i rapporti con la Cina? Nessuna di queste acute menti ci spiega perché Sharon sia più aggressivo che mai, perché sia stato licenziato Colin Powell e promossa l'efferata Condoleezza Rice (forza, grazia e cortesia per l'innamorato Foglio e alcune femministe della differenza); perché vengano fuori in cariche prestigiose altri personaggi da film horror mentre il Partito democratico si batte il petto per aver proposto un candidato troppo poco rozzo e affida il partito a chi più simile ai repubblicani non potrebbe essere. Si discute se Bush nel secondo mandato perfezionerà l'opera domestica, facendo di ogni americano un proprietario e sopprimendo quel poco che resta di protezione sociale o se darà la precedenza alla guerra infinita, riuscendo a trascinare il resto del mondo in modo che non siano soltanto i boys americani a essere ammazzati. E che magari si possano spostare le forze armate, come gli suggeriscono i giovani leoni dell'American Enterprise Institute, contro l'Iran. Impresa che sarebbe ancora più demente dell'attacco all'Iraq perché l'Iran è immenso, ricco e assai più difeso.
Tutti contenti perché è stato nominato ministro degli esteri lo sdoganato Fini, già pupillo di Almirante, nessuno del nostro establishment e una minuscola parte dell'opinione pubblica si da' pensiero dell'attacco che il Dipartimento di stato sta menando contro le Nazioni unite nella persona di Kofi Annan, peraltro neanche lui sovversivo, accusandolo di aver stornato i soldi destinati ai palestinesi. Non che Washington si proponga di demolire l'Onu, che raramente gli ha dato fastidio, ma la vuole più obbediente. Del resto, osservano i nostri finissimi laici, che cosa sono le Nazioni unite se non un coacervo di dittature canaglia e di europei egoisti?
Qualcosa di difficilmente reversibile è avvenuto nel livello culturale e nel senso comune del paese. Ha prodotto una sorta di anestesia e di perdita di senso delle parole. Gli accenti degli autodefiniti democratici e liberali stanno assumendo la violenza e l'intolleranza di quelli dei fascisti di una volta. Mi ricordo l'aria che tirava nel 1938 e 1939, e mi faceva paura anche se ero una ragazzina. Come ora tutti gli anticorpi al nuovo ordine che veniva agitato erano stati messi fuori uso da un pezzo.
fonte: http://www.ilmanifesto.it

Se la vita avesse un senso- e non ce l'ha, non il nostro
non ci sarebbero morti di bambini per guerre decise da gruppi di lupi/beoni
non ci sarebbe il pianto senza lacrime in una lingua straniera perfino a se stessa
adesso tu potresti pensare alla tua terra, e non quella per seppellirti
ma, c'è sempre un ma- anzi ce ne sono molti
ma i bambini continuano a vivere in altri, i sorrisi ignorano occhi persi in un vuoto
troppo grande da rimpiangere
ma, forse non c'è un ma, tu devi andare avanti come
come se fossi un piccolo soldatino ubbidiente alla guerra del non-sense
e, e,riempilo tu, come fossi cieca/sorda/stupida
riempilo tu ,quel vuoto che ci separa noi increduli, disperati, affranti
un passo dietro l'altro
avanti,ancora,un po', di nuovo, domani,ancora
Se la vita avesse un senso
sarebbe quello di Fatima, che conta i minuti che mancano
a diventare grande,per andarsene
a diventare sorda, per non ricordare
a diventare..
In memoria di un bambino palestinese di quattro anni,
ucciso dai proiettili di un soldatino israeliano, e di una ragazzina crivellata di pallottole,
per aver spinto troppo maldestramente la sua borsa. si che i soldati temessero che..

La piccola Shadan torna a casa
30/04 Sulaimaniya, iraq: Shadan, che ha passato metà della sua vita nel nostro ospedale di Sulaimaniya, è stata dimessa stamattina. Era stata ferita all’inizio della guerra, nel suo villaggio vicino a Kifri: un frammento di razzo le aveva provocato uno squarcio sulla schiena che partiva dalla scapola fin sotto il gluteo; una brutta ferita, che però non aveva leso il midollo spinale. Era il 2 aprile quando è arrivata nel nostro ospedale con parte della sua famiglia: quel razzo aveva infatti ferito anche la mamma, il papà e la nonna. Alcuni
nostri lettori ci hanno scritto nei giorni successivi per chiedere notizie sulle sue condizioni, che per alcuni giorni sono state critiche e
hanno preoccupato i nostri medici, ma pian piano Shadan si è rimessa, e così anche i suoi familiari.
La nonna e il papà sono stati dimessi dopo pochi giorni.
Shler, la sua mamma di 25 anni, aveva una ferita abbastanza leggera alla mano sinistra, ma è rimasta in ospedale tutto il tempo per allattare la sua bambina: Shadan aveva 30 giorni quando è stata ricoverata. Da allora, per un mese, il Centro chirurgico di Emergency è stata la sua casa.
Stamattina se ne sono andate: Shadan, con la faccia sporca di rossetto per i numerosi baci delle infermiere che pr tutto questo
periodo si sono prese cura di lei con un affetto particolare; è venuta a prenderle la nonna Nazira. Tornano nel loro villaggio, con l’impegno di recarsi quotidianamente nel nostro FAP di Kifri per cambiare le medicazioni alle ferite.
Sul lettino che i nostri infermieri avevano comperato apposta per lei c’era scritto “Buona salute e felicità”. E’ anche il nostro augurio a Shadan, e che della guerra le rimanga solo la cicatrice sulla schiena e nessun altro ricordo, che non ci sia piu’ nessuna guerra a mettere in pericolo la sua vita e quella della sua gente.
Fonte Emergency

soldati usa. quanti di loro sono chicanos, neri, portoricani, ragazzi senza lavoro o permesso di soggiorno?
USA, IL RIFIUTO DEI RISERVISTI
L'esercito Usa incontra sempre più resistenze tra i riservisti da inviare in Iraq e in Afghanistan. Negli ultimi mesi su 4.000 ex soldati richiamati in servizio attivo, 1.800 di loro hanno già richiesto esenzioni o rinvii. Di altri 2.500 che avrebbero dovuto arrivare alla base militare il 7 novembre per un training di nuovo addestramento, 733 non si sono presentati. The Individual ready reserve comprende circa 110.000 nomi di ex soldati che non sono più nell'esercito ma che potrebbero essere richiamati a ruolo attivo in qualsiasi momento. E negli ultimi mesi è successo spesso, ma l'Iraq fa paura ai riservisti.
Molti siti d’informazione, italiani e stranieri, hanno pubblicato le immagini riprese dall’operatore Kevin Sites della Nbc all’interno di una moschea di Falluja dove si vede un soldato dei Marine uccidere un iracheno ferito e disarmato che era disteso a terra assieme ad altri uomini, uccisi o gravemente feriti.
L’Unità On Line ha scelto diversamente. Mentre sentiamo necessario denunciare e condannare l’atto di inutile crudeltà e barbarie commesso dentro quel luogo di culto devastato, pensiamo che non sia necessario aggiungere orrore all’orrore e che la pietas debba prevalere sul documento.
La morte è uguale sempre, che sia di un americano o di un iracheno, anche se i media occidentali troppo spesso sembrano ritenere che solo quella dei “bianchi” meriti attenzione e cordoglio.
(Nella foto che pubblichiamo, si vede un fotogramma del video. L'uomo ripreso non è lo stesso che è stato ucciso dai marines)
La lenta agonia di Falluja
Nella città fantasma manca l'acqua, l'elettricità, le medicine e scarseggia il cibo. Ma gli Usa e il premier Allawi impediscono alle organizzazioni umanitarie di portare aiuti
GIULIANA SGRENA
Icomandi militari Usa sperano che la resistenza di Falluja cada entro questa notte. Forse temono l'effetto che potrebbe avere la fine del Ramadan e la celebrazione dell'Aid nel rinfocolare la battaglia. Il segretario alla difesa Usa Donald Rumsfeld in visita in Salvador, l'unico paese latinamericano che mantiene truppe in Iraq, non fa previsioni sui tempi: «Sono a buon punto e concluderanno l'operazione con successo. Ci vorrà il tempo necessario». George Bush conferma: sono stati fatti «progressi sostanziali», ha detto in una conferenza stampa congiunta con Tony Blair. Sul terreno, le truppe americane stanno cercando di intrappolare i combattenti a sud, schiacciandoli lungo le rive dell'Eufrate. «Non possono andare al nord perché ci siamo noi. Non possono andare a ovest perché c'è il fiume, non possono andare a est perché abbiamo una forte presenza», ha detto il sergente maggiore Roy Meek. Ma qualche ora dopo una forte esplosione si è sentita nel distretto di nord-ovest Jolan. «La situazione è molto pericolosa perché gli insorti non sanno dove andare e stanno seduti in casa ad aspettarci», sostiene il caporale Will Porter incaricato di dare la caccia ai guerriglieri casa per casa. I cecchini colpiscono ovunque, anche il quartier generale delle forze Usa. Il numero dei feriti americani si è moltiplicato - sono centinaia -, tanto da imporre un aumento dei posti letto nell'ospedale della base tedesca di Landstuhl, dove vengono portati. Il numero dei morti è salito a 23, uno dei quali a baghdad, dove è stato anche abbattuto un Black Hawk.
La sorte peggiore tocca agli iracheni. Gli americani parlano di 600 combattenti uccisi, ma non riferiscono di civili, ammesso che la cifra sia realistica, evidentemente non fanno distinzioni. Perché vittime civili ci sono, come risulta dalle testimonianze: si parla di donne e bambini colpiti da schegge di granate o dalle bombe. Un bambino di nove anni colpito allo stomaco da schegge è morto dissanguato perché non ha potuto essere curato. A Falluja non ci sono più équipe mediche, nell'attacco a una clinica gli americani hanno ucciso venti medici. E poi i marine sparano su tutto quello che si muove. Falluja è una città fantasma, piena solo di cadaveri. Fadhil Badrani, un giornalista iracheno di Falluja, dice che le strade sono piene di cadaveri e il tanfo è insopportabile. Non sono solo le morti a prefigurare un disastro umanitario, già denunciato dalla Mezzaluna rossa irachena, sostenuta anche dalla Croce rossa e dall'Unicef. «Non c'è acqua, la gente beve acqua sporca. I bambini muoiono. Si mangia farina perché non c'è altro cibo», ha raccontato quando è arrivato a Habbiniya Rasul Ibrahim, che è riuscito a fuggire a piedi con la famiglia, moglie e tre bambini. Habbaniya, che si trova a una ventina di chilometri a ovest di Falluja, è diventata un campo profughi dove si sono rifugiate circa 2.000 famiglie. I rifugiati, molti dei quali vivono dentro le scuole o sotto le tende, soffrono di diarrea e malnutrizione, hanno bisogno di medicine e cibo, sostiene Firdoos al Ubadi, portavoce della Mezzaluna rossa (Ircs). Un convoglio di aiuti ha raggiunto Habbaniya giovedì, un altro è ad Amiriya - con acqua potabile, cibo e medicine, un team di sette medici e personale per il soccorso - pronto per essere inviato a Falluja. Ma gli appelli rivolti dalle organizzazioni umanitarie agli Usa e al governo iracheno perché permettano di portare aiuti a Falluja sono rimasti inascoltati. L'agonia di Falluja si consuma di fronte alla criminale indifferenza degli Stati uniti, ma anche del governo iracheno, o almeno del premier ad interim Allawi, perché pare che il governo sia diviso al suo interno. «Se vinceremo, l'Iraq sarà più prossimo a diventare un paese libero e democratico, fervente desiderio dei nostri cittadini», ha detto Allawi in una intervista al britannico Sun. Ma innanzitutto i cittadini di Falluja vogliono vivere. Ed è contro il premier che si stanno concentrando i risentimenti.
Ieri è tornato a farsi vivo, su un sito Internet, Abu Musab al Zarqawi, per la pretesa cattura del quale gli Usa stanno distruggendo Falluja. Zarqawi, che evidentemente non si trova asserragliato sulle rive dell'Eufrate, ha invitato i ribelli a resistere: «Eroi dell'islam a Falluja, sia benedetta la vostra santa guerra.... Non abbiamo dubbi che i segni della vittoria di dio appariranno all'orizzonte». Per ora quello che possono sperare gli abitanti di Falluja è di vedere sorgere del primo spicchio di luna che segna la fine del Ramadan, ma l'Aid non sarà una festa.
fonte: il Manifesto del 13 Novembre 2004

VITTIME
Internazionale 5/11 novembre n. 564 pag. 19
Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000). Dati aggiornati alle 16 del 3 novembre 2004.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi 3.519
Israeliani 960
Altre vittime 71
Totale 4.550
Internazionale 5/11 novembre n. 564 pag. 20
Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003). Dati aggiornati alle 16 del 3 novembre 2004.
Iracheni 14.219-16.352
Americani 1.123
Altre vittime 142
raccontato da AUG alle ore 07:04 | commenti (2)
sabato, novembre 06, 2004
fonte: www.betlemme.splinder.com