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scritto per noi da
Augusta De Piero 2 puntata. Si è scritto di ragazze e ragazzi coinvolti nell’iniziativa Art Installation: Advocacy Tool for Youth Concerns. Ma non sono i soli giovani di cui parlare; infatti altri hanno reso possibile la realizzazione del progetto. Anton Stephan, il coordinatore, e Raghad Mukarker-Faddul, la segretaria. A loro è stata affidata la continuità mentre i due esperti coinvolti nella fase iniziale (un domenicano e uno statunitense di origine palestinese) hanno lavorato solo per il tempo necessario alla formazione degli insegnanti. Raghad si presenta radiosa nella sua incipiente maternità, di cui è fiera e, insieme ad Anton, mi parla della vita nella piccola prigione cui è stata ridotta Betlemme. Della disoccupazione e dell’assenza di scelte di vita professionale (sono entrambi laureati: Anton è architetto e Raghad biologa, esperta d’informatica), della mancanza di luoghi di divertimento per i giovani. Il lavoro che svolgono con passione diventa evidente motivo di gioia. Non oso chiedere cosa faranno quando il progetto, che li ha impegnati e ancora li impegna, a luglio finirà.
Mentre parliamo dei matrimoni misti fra cristiani e musulmani (pochi e comunque difficilissimi da affrontare) fra i due si accende una discussione. Secondo Raghad l’ostacolo ad una libera scelta anche in questo campo è dato dalla religione islamica, mentre per Anton la situazione sociale e la chiusura creano ed esasperano i conflitti interni. E così, discutendo di ciò che accade in questo piccolo mondo imprigionato, viene fuori la storia di Anton. Quando chiedo loro dove abitano, mi dicono entrambi a Beit Jala (una cittadina nel distretto di Betlemme). Ma mentre Raghad mi dice di essere nata in Kuwait, Anton afferma :“I’m a refugee”, “Sono un rifugiato”. E precisa: “Dal 1948”. E’ evidente che i conti non tornano, l’incongruenza della data rispetto alla giovane età di Anton richiede una spiegazione. E la spiegazione è semplice: i suoi nonni paterni sono stati costretti ad andarsene da Ain Karem, un villaggio alle porte di Gerusalemme nel 1948. Il papà di Anton allora aveva dieci anni, è vissuto a Beit Jala dove si è sposato e dove Anton è nato. “Il 30 dicembre 2004, dopo aver ottenuto il relativo permesso”, spiega Anton, “sono andato con il mio amico Omar a Ain Karem. E’ il mio paese d’origine dove viveva la mia famiglia prima di essere costretta ad andarsene nel 1948. Abbiamo girato per il paese e visitato la mia casa natale. Il paese è bello, calmo… molto spirituale. La casa è favolosa e porta ancora il nome della mia famiglia sopra l’architrave della porta principale, ma ora è occupata da uno studio di architetti israeliani. Mi fa piacere condividere con voi qualche immagine di quella bellezza perduta.” La scrivania di Omar, che ha accompagnato Anton nella sua unica visita alla casa con il suo nome scolpito nella pietra, è ormai vuota. Omar ha staccato dalle pareti dell’ufficio le mappe che hanno accompagnato la realizzazione del suo progetto annuale (una piccola pubblicazione informativa su Betlemme chiamata O Little Town of Bethlehem. What is its future? e se ne torna dagli Stati Uniti da dove è venuto. Figlio di una palestinese e di un cittadino statunitense, rappresenta la seconda generazione della diaspora. Prima di andare a casa si fermerà in Giordania per far visita alla famiglia di sua madre. il blog di augusta:
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IMPERO E RESISTENZA.
INTERVISTA A ARUNDHATI ROY
di David Barsamian
Traduzione di Chiara Ginestra per Information Guerrilla
Fonte: International Socialist Review, Novembre/Dicembre 2004
Arundhati Roy è la celebre autrice de Il Dio delle Piccole Cose, vincitore del prestigioso Booker Prize. Il New York Times la definisce come “il più appassionato critico della globalizzazione e dell’influenza americana di tutta l’India”. E’ la vincitrice del Premio per la Libertà Culturale della Fondazione Lannan. I suoi ultimi libri sono The Checkbook and the Cruise Missile, scritto con David Barsamian [L’Impero e il vuoto, Guanda, 2004, N.d.T.], e An Ordinary Person’s Guide to Empire [Guida all’Impero per la Gente Comune, Guanda, 2003, N.d.T.] – entrambi pubblicati dalla South End Press - e Public Power in the Age of Empire, pubblicato da Seven Stories Press.
David Barsamian è il fondatore e il produttore radiofonico di Alternative Radio con sede a Boulder, Colorado. Le sue interviste e i suoi articoli appaiono regolarmente sull’ International Socialist Review. E’ autore di diversi libri, tra cui Propaganda and the Public Mind: conversation with Noam Chomsky, Eqbal Ahmad: Confronting Empire e The Decline and Fall of Public Broadcasting. Ha intervistato Arundhati Roy a Seattle nell’agosto del 2004.
Mi piacerebbe cominciare con una citazione tratta da una recente intervista che ti ho fatto, pubblicata sul numero di luglio-agosto dell’International Socialist Review. In quell’occasione hai detto: “E’ che abbiamo a che fare con un sistema economico che soffoca la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Che cosa mai possiamo fare al riguardo? Come possiamo affrontare tutto ciò?”. Ho pensato che potesse essere facile cominciare proprio da questo. Cosa possiamo fare al riguardo? Come possiamo affrontare tutto ciò?
A tutt’oggi sono solo tre giorni che mi trovo negli Stati Uniti ma, ovviamente, ho già percepito molta elettricità nell’aria a causa delle prossime elezioni. Lo scorso maggio in India si sono tenute elezioni molto importanti. Credo che uno dei maggiori pericoli che corriamo sia che le politiche diventino una disputa in merito alle varie personalità che vi partecipano, dimenticandoci così del fatto che il sistema rimane sempre là al suo posto, e che non importa poi più di tanto chi abbia le redini in mano. Come ho affermato durante la mia conferenza all’American Sociological Association di San Francisco, in tutto questo feroce dibattito tra Democratici e Repubblicani e su chi tra Bush e Kerry sia migliore, sembra quasi che ci stiano chiedendo di scegliere un detersivo. Che tu scelga Ace o che tu scelga Ariel, il punto è che sono ambedue della Procter & Gamble.
Prima di tutto, dovremmo capire che ora come ora le elezioni sono una scelta soltanto apparente. In India ci troviamo di fronte all’aperto fascismo del Bharatiya Janata Party (BJP) e al velato comunismo nel quale il Congress Party si è crogiolato per cinquant’anni, preparando in molti sensi il terreno per l’ascesa dell’ala destra. E’ stato proprio il Congress Party ad aprire il mercato indiano alla globalizzazione delle corporation. L’unica differenza è stata che durante la campagna elettorale ha per lo meno dovuto mentire, ha per lo meno dovuto dire che era contro la vecchia linea tenuta fino ad allora.
Invece qui, negli Stati Uniti, non si abbassano neanche a questo. I Democratici non fanno neanche finta di essere contro la guerra o contro l’occupazione dell’Iraq. E ciò, io credo, è molto importante, perché il movimento contro la guerra in America è stato straordinario, un servizio non solo per la gente qui, ma anche per tutti noi nel mondo. Quindi, non si può permettere loro di dirottare i tuoi credo, e dare poi il tuo appoggio a chi è apertamente favorevole all’occupazione, a chi avrebbe attaccato l’Iraq anche se sapeva che non c’erano armi di distruzione di massa, a chi, tra l’altro, si vedrà assicurata la copertura delle Nazioni Unite per l’occupazione, a chi cercherà di ottenere che i soldati indiani e pakistani vadano a morire in Iraq, e che tedeschi, francesi e russi riescano a spartirsi il bottino dell’occupazione. E questo è meglio o peggio di quello che capita a chi vive nelle nazioni sottomesse all’impero?
Lo sappiamo tutti: ciò che oggi sta accadendo nel mondo è che si va radicando un sistema di disparità economica. Non è un caso che 580 plurimilionari in tutto il mondo abbiano un reddito maggiore del PIL di 135 fra i paesi più poveri. Nel mondo le disparità sono enormi. E non si tratta di disparità tra paesi ricchi e paesi poveri, ma tra persone ricche e persone povere. Cosa possiamo fare a questo proposito?
Vi sono alcune cose da comprendere. Una è che il sistema di democrazia elettorale, come si configura ad oggi, è basato sull’accettazione religiosa dello stato-nazione, mentre il sistema della globalizzazione delle corporation non lo è. Il sistema della globalizzazione è basato sul fatto che il capitale liquido possa muoversi all’interno dei paesi poveri su scale enormi, dettando l’ordine del giorno e la politica economica di quei paesi tramite la propria penetrazione in quelle stesse economie.
Il capitale richiede il potere coercitivo dello stato-nazione di contenere la rivolta nelle fila dei servi. Ciò assicura che nessun paese da solo si erga contro il progetto di globalizzazione delle corporation, e questo spiega come persone quali Lula Inácio de Silva in Brasile e Nelson Mandela in Sudafrica, pur essendo “giganti” dell’opposizione, sul palcoscenico mondiale vengano poi ridotti a “nani”, ricattati dalla minaccia di una fuga del capitale.
Teoricamente, l’unica strada sarebbe confrontare tutto ciò con quello in cui noi siamo coinvolti, la globalizzazione del dissenso, l’unione di gente che non crede nell’impero. Dobbiamo seriamente darci la mano, attraverso tutti i paesi e tutti i continenti, e fermare tutto questo. Perché la globalizzazione non è inevitabile. E’ sancita da specifici contratti con specifiche firme di specifici governi e di specifiche aziende. E il nostro compito è metterla in ginocchio.
L’imperialismo, anni fa, era esclusivo campo di pertinenza di qualche erudito marxista. Era una parola oscena che non poteva essere pronunciata in pubblico. Oggi vi sono persone come Michael Ignatieff, che sembra avere illimitato accesso al New York Times, le quali scrivono storie da prima pagina esaltando le virtù di ciò che Ignatieff stesso definisce imperialismo “light”. E c’è qualcun altro, tipo Salman Rushdie, che scrive che in Afghanistan l’America “ha fatto ciò che doveva fare, e l’ha fatto bene”. Ora, mi domando, passati tre anni dall’attacco all’Afghanistan, con il ritorno dei signori della guerra e l’enorme incremento del traffico illegale di oppio, qual è la tua prospettiva sulla situazione di questo paese?
L’Afghanistan è stato appena riconsegnato ai signori della guerra nello stesso modo in cui fu abbandonato dopo che il governo americano fondò il mujahideen allo scopo di cacciare i russi. E oggi, Hamid Karzai, l’agente della CIA che lavorava per Unocal, non riesce neppure ad assicurare al popolo afgano la sua propria sicurezza. Deve contare su mercenari privati. Dal momento che ogni altra cosa è stata privatizzata, ora anche la sicurezza, la tortura, la direzione del sistema carcerario, ecc. sono state privatizzate. Quindi, cosa dire a Michael Ignatieff?
Sono nata e cresciuta in India; ho vissuto lì tutta la mia vita. Non ho mai passato molto tempo in occidente. Come dire, quando vieni qui e senti persone come Ignatieff pensi: persino i nostri fascisti certe cose non le dicono. Mi hanno chiesto spesso di prendere parte a dibattiti sull’imperialismo, e credo che ciò sia come chiedermi di parlare dei pro e dei contro dell’abuso sui minori. E’ qualcosa su cui dovrei argomentare? Dappertutto in India, anche sul più piccolo viottolo che percorri, senti forse dire alla gente che incontri: “ridateci indietro gli inglesi, ci manca così tanto il colonialismo”? E’ una sorta di nuovo razzismo. E non è poi così nuovo. Non possiamo neanche premiarli per l’originalità. Discussioni di questo tipo hanno avuto luogo in epoca coloniale pressoché nelle stesse identiche forme e con le stesse parole: “civilizzare il selvaggio” e così via. Non credo che sia qualcosa che meriti di essere discusso. E’ solo un aspetto del potere. E’ ciò che il potere sempre discuterà. E noi non possiamo permettere che svii la nostra attenzione neanche per cinque secondi.
In un’intervista più recente, ricordavi di aver vissuto da bambina nel Kerala, durante gli anni ’60, e di esserti chiesta molte volte se saresti stata considerata una “dink” o una “gook”. Oggi i termini sarebbero “raghead”, “towelhead” [“teste di stracci” N.d.T.] e “Haji”.
Sì, il Kerala era molto stile Vietnam. Anche noi avevamo risaie, fiumi e comunisti. Eravamo solo a poche migliaia di chilometri a ovest del Vietnam. Certo, ricordo di essermi chiesta spesso se sarei saltata in aria tra i cespugli mentre magari voi suonavate in sottofondo qualche colonna sonora hollywoodiana.
Del resto, nulla è poi cambiato così tanto, tranne il fatto che tutto è stato rimandato indietro alla fabbrica di provenienza e di lì ne è riuscito con gli angoli smussati. Quest’anno, durante il Word Social Forum di Mumbai, ho tenuto una conferenza dal titolo “I tacchini festeggiano il Giorno del Ringraziamento?” nella quale c’è un piccolo passaggio che ora ti leggerò, una sorta di discorso sul nuovo imperialismo.
Come il Vecchio Imperialismo, anche il Nuovo Imperialismo conta per il suo successo su una serie di collaboratori – élites locali corrotte al servizio dell’Impero. Conosciamo tutti la squallida storia di Enron in India. L’allora governo Maharashtra firmò un accordo sul potere d’acquisto che diede a Enron profitti che ammontavano al 60% dell’intero budget dello sviluppo rurale dell’India. Ad una singola compagnia Americana fu garantito un profitto equivalente ai fondi monetari impiegati nello sviluppo di infrastrutture per circa cinquecento milioni di persone!
A differenza dei vecchi tempi, il Nuovo Imperialista non ha bisogno di trascinarsi per i tropici rischiando malaria, diarrea o una morte precoce. Il Nuovo Imperialismo può essere portato avanti via e-mail. Il volgare e concreto razzismo proprio del Vecchio Imperialismo è ormai superato. La pietra angolare del Nuovo Imperialismo è il Nuovo Razzismo.
La migliore allegoria del Nuovo Razzismo è la tradizione dell’“amnistia del tacchino” negli Stati Uniti. Ogni anno a partire dal 1947 la Federazione Nazionale del Tacchino omaggia il Presidente americano con un tacchino per il Thanksgiving. Ogni anno, a dimostrazione di magnanimità cerimoniale, il Presidente risparmia quel particolare volatile (e ne mangia un altro). Dopo aver ricevuto l’amnistia presidenziale, il Prescelto viene mandato a Frying Pan Park [“Villa Padella”, N.d.T.], un posto in Virginia, dove può continuare a vivere in pace la sua vita. Il resto dei cinquanta milioni di tacchini allevati per il Thanksgiving vengono massacrati e mangiati nel Giorno del Ringraziamento. ConAgra Foods, la compagnia che ha vinto l’appalto del Tacchino Presidenziale, afferma di addestrare i fortunati uccelli ad essere socievoli e ad interagire con dignitari, scolaresche e giornalisti. (E presto parleranno anche inglese!).
Ecco come funziona il Nuovo Razzismo nell’era delle corporazioni. Solo a pochi tacchini “di razza”, attentamente selezionati – le élites locali di vari paesi, una comunità di ricchi immigranti, banchieri, gli sporadici Colin Powell o Condoleezza Rice, qualche cantante, qualche scrittore (tipo me) – viene data l’assoluzione e un biglietto per Frying Pan Park. I milioni di persone rimanenti perdono il loro lavoro, vengono cacciate dalle loro case, viene tagliata loro acqua ed elettricità, muoiono di AIDS. In pratica, sono spacciati. Invece, i Polli Fortunati se la passano bene a Frying Pan Park. Alcuni di loro lavorano persino per l’FMI e il WTO – così, chi mai accuserebbe queste organizzazioni di essere anti-tacchino? Alcuni sono membri di punta del Comitato di Elezione del Tacchino – così, chi mai potrebbe dire che i tacchini sono contrari al Giorno del Ringraziamento? Essi vi partecipano! Chi oserebbe affermare che i poveri sono anti-globalizzazione? C’è già una tale ressa all’entrata di Frying Pan Park! Che importa se la maggior parte delle gente muore lungo la strada?
Come parte del progetto di Nuovo Razzismo abbiamo anche il Nuovo Genocidio. Il Nuovo Genocidio, in questa nuova era di interdipendenza economica, può venire facilitato dalle sanzioni economiche. Nuovo Genocidio significa creare le condizioni che conducono ad una morte di massa senza dover andare materialmente ad ammazzare la gente. Dennis Halliday, che fu coordinatore umanitario per le Nazioni Unite in Iraq tra il 1997 e il 1998 (anno in cui, disgustato, rassegnò le dimissioni), utilizzò il termine genocidio per descrivere le sanzioni in Iraq. In Iraq, le sanzioni furono peggiori di Saddam Hussein perchè provocarono la morte di più di mezzo milione di bambini.
In questa nuova epoca, l’apartheid inteso come politica formale risulta antiquato e non necessario. Gli strumenti internazionali finanziari e di commercio sovrintendono a un complesso sistema di regolamentazione del commercio multilaterale e di accordi finanziari che comunque mantengono i poveri nei loro “bantustans” [riserve, territori sotto segregazione, N.d.T.]. Lo scopo di tutto ciò è di istituzionalizzare la povertà. Altrimenti, come potrebbe accadere che gli USA tassino un abito fatto da un operaio del Bangladesh venti volte più di un abito prodotto in Gran Bretagna? Altrimenti, perché i paesi che coltivano piante di cacao, come la Costa d’Avorio e il Ghana, vengono tassati al di fuori del mercato se cercano di convertire il cacao in cioccolato? Altrimenti, come potrebbe essere che paesi che coltivano il 90% del cacao mondiale producano solo il 5% del cioccolato? Come mai i paesi ricchi che spendono più di un miliardo di dollari al giorno in sussidi agli agricoltori chiedano che i paesi poveri, tipo l’India, ritirino tutti i sussidi all’agricoltura, compresa l’elettricità? Come potrebbe accadere che, dopo essere state saccheggiate dai regimi coloniali per più di mezzo secolo, le antiche colonie siano precipitate nel debito verso quegli stessi regimi, e che paghino loro 382 miliardi di dollari all’anno?
Le colonie sono andate fuori moda molte decine d’anni fa, ma dopo l’occupazione e la colonizzazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, mi sembra che tu richieda agli USA il compimento di qualche azione piuttosto radicale.
Non radicale, solo ragionevole. Dovrebbero farsi da parte e pagare un risarcimento.
Ma il “re impazzito”, come tu chiami George W. Bush, afferma che ora “il mondo è un posto più sicuro”. Ti senti più al sicuro in India, ora che Saddam Hussein non è più al potere in Iraq?
Veramente mi mancano quegli spettacolari allarmi di terrorismo in Technicolor, color rosa salmone, a pois, arancio, violetto o di qualunque altro colore siano in quel particolare giorno. In India – non sto parlando delle élites, ma della gente comune – esiste una distinzione tra governo e persone, tra il “sarkar”, come lo chiamiamo noi, e il pubblico. Ma qui, negli Stati Uniti, questo regime produttore di paura sintetica ha vincolato la gente al governo. E questo vincolo non si regge sulla salute pubblica, o sulla cura degli anziani, sull’educazione o sui servizi sociali, ma è perpetuato dalla paura. Credo che sarebbe un disastro per il Governo americano se improvvisamente ognuno di noi iniziasse a sentirsi al sicuro. Se consideri l’India, diciamo dal 1989 ad oggi, ci crederesti se ti dicessi che negli ultimi quattordici anni in Kashmir sono state uccise 80.000 persone? Ogni giorno ci sono attacchi terroristici. In stati quali l’Andra Pradesh 200 estremisti vengono uccisi ogni anno. Ogni giorno si registrano azioni di attivisti. Ma nessuno di noi vive nel terrore. Tutti sappiamo che ognuno deve solo continuare a vivere come già vive. La gente deriderebbe il governo che cominciasse con questa cosa dell’allarme terrorismo in Technicolor, perché ognuno ha un sacco di altri problemi. Quindi, io credo che non essere spaventati, qui, è un atto politico.
Sicuramente la stampa controllata dalle corporation in India non è diversa da quella negli Stati Uniti. In un certo senso, l’unica fortuna in India è che la maggior parte della gente non la legge, quindi bugie e indottrinamenti non penetrano molto a fondo.
A proposito dei media, in L’Impero e il Vuoto affermi che gli americani vivono in una “bolla fatta da molta pubblicità e nessuna informazione”. Come far scoppiare la bolla?
Credo che dovremmo riflettere su cosa i mass media ci stanno facendo. La gente che non ha mai vissuto negli USA a volte trova veramente difficile credere a che livello di indottrinamento si è arrivati qui. In qualche modo, in società più anarchiche, come l’India, non riesci ad indottrinare le persone così facilmente. Un giorno puoi imbatterti in un Kumbh Mela [un festival indù imperniato sul bagno rituale, N.d.R.], con un milione di persone ed un Naga Sadhu [un asceta indù o un monaco, N.d.R.] che cerca di trascinare la macchina dell’esattore distrettuale con il proprio pene. E tu non puoi andare lì a dirgli che la globalizzazione delle corporation è la soluzione a tutti i suoi problemi, basta solo bere più Coca-Cola. A volte è difficile per noi capire le conquiste e l’incisività che televisione e giornali raggiungono qui.
Penso che uno degli errori che molti di noi attivisti fanno sia quello di inveire contro i media delle corporation fino ad arrivare ad un punto in cui non si sa più cosa fare. E penso che ci siano due cose da tenere a mente. Una è che qui voi avete un potente mezzo di comunicazione alternativo. Voi avete Alternative Radio. Voi avete Democracy Now! Voi avete Internet. Stanno accadendo così tante cose, vi sono così tanti posti dove cercare informazioni. Ma penso che dovremmo fare una sorta di “attentato mediatico”, che consiste in questo: tu leggi ed ascolti i media principali, ma quello che apprendi da essi non è quello che loro vogliono dirti. Devi imparare a decodificarlo, per capirlo per quello che è, per capire che è solo il bollettino/comunicato della stanza dei comandi. Perciò utilizzi il suo potere contro di esso. Credo sia una cosa molto importante da fare, perché molti di noi fanno l’errore di pensare che i mass media delle corporation supportino il progetto neoliberista. Non lo fanno. Essi sono il progetto neoliberista.
E’ tutto molto lampante. Pensa solo a cosa stava succedendo negli Stati Uniti nel 2001, e a cosa sta succedendo ora. Quale enorme vittoria hanno ottenuto molti di voi, essere stati in questo posto impressionante, pieno di bandiere sventolanti. Ricordo che nel 2003, quando parlai a Porto Alegre durante il Word Social Forum, a quel tempo neppure io credevo in quel che dicevo. Era solo un pensiero di speranza. Lì, in Brasile, ho detto che attivisti, musicisti, scrittori e tanta altra gente hanno lavorato insieme per spogliare l’impero del suo lustro. Lo abbiamo spogliato, e ora si erge in tutta la sua tale bruttezza da non riuscire a sostenere la visione di sé stesso riflesso nello specchio. Questo è ciò che credo. La frase successiva era: “presto non sarà nemmeno capace di chiamare a raccolta la sua stessa gente”. E guarda cosa sta succedendo. Sta succedendo qui. Ed è grazie a voi. Tra l’allora ed l’oggi la differenza è che ciò che una volta era la storia segreta d’America ora è sulla bocca di tutti. E questo è grazie a voi. Non dovete perdere di vista l’obiettivo proprio ora. Non potete pensare che ora, se Kerry va al potere, possiamo tutti andarcene a casa felici e contenti.
La manifestazione mondiale del 15 febbraio del 2003 contro la guerra in Iraq radunò almeno dieci milioni di persone; secondo alcune stime, si trattava addirittura di più di quindici milioni. Tu hai definito quella come la più grande affermazione dello spirito e della moralità umana. Ma dopo, comunque, la guerra cominciò, e molta gente se ne tornò a casa.
Questo è qualcosa sul quale ciascuno di noi deve fare autocritica, perché nella prima parte della tua domanda hai sottolineato come ci sia stato veramente un incredibile sfoggio di pubblica moralità. In nessun paese europeo il supporto conferito ad un’ipotesi di guerra unilaterale era maggiore dell’11%. Qui, centinaia di migliaia di persone hanno sfilato per le strade. E, tuttavia, questi paesi apparentemente democratici sono entrati in guerra. Quindi, le domande sono: 1) E’ la democrazia ancora democratica? 2) Sono i governi responsabili verso la gente che li elegge? e 3) In questi paesi democratici, è la gente responsabile delle azioni del suo governo? Oggi le democrazie stanno affrontando una crisi molto seria. E se si rimane intrappolati in questa disputa Ace vs. Ariel, se ci si lascia prendere da questo dover scegliere tra un detergente all’ossigeno attivo ed uno per capi delicati, siamo finiti. Il punto è: come tenere il potere al guinzaglio? Come renderlo responsabile?
Il fatto è che possiamo sentirci con la coscienza a posto solo in merito a ciò che facciamo. Quello che già abbiamo fatto è stato fantastico, ma dobbiamo renderci conto che non è abbastanza. E uno dei problemi è che la resistenza simbolica ha disancorato se stessa dalla reale disobbedienza civile. E questo è molto pericoloso, perché i governi hanno imparato come attendere che si calmino le acque. E ci vedono come dei bebè, nella culla a trastullarsi col sonaglio. “Ma sì, lasciamo che continuino con le loro manifestazioni nei week-end, noi continueremo a fare quello che dobbiamo fare”, “L’opinione pubblica è così volubile”, e così via. L’aspetto simbolico della resistenza è molto importante. Il palcoscenico è molto importante. Ma non a scapito della reale disobbedienza civile. Quindi, dobbiamo trovare il modo di mettere in pratica seriamente ciò che diciamo.
Guarda cosa sta succedendo oggi. Mi sento di dire che la resistenza irachena sta lottando in prima linea contro l’impero. Sappiamo che sono un gruppo eterogeneo di ex-baathisti, ex-collaborazionisti oramai stufi, e gente del genere. Ma non c’è nessun movimento di resistenza originario. Se vogliamo investire la nostra purezza solo in movimenti originari, faremmo meglio a scordarcelo. Il punto è che questa è la nostra resistenza, l’unica che abbiamo, e dobbiamo sostenerla.
E dovete capire che i soldati americani che muoiono in Iraq sono stati reclutati tra i più poveri delle aree più povere degli Stati Uniti. Difatti, al pari degli iracheni, anch’essi sono vittime dello stesso orrendo sistema che chiede le loro vite in cambio di una vittoria che non sarà mai la loro.
Il libro che abbiamo fatto insieme si chiama The Checkbook and the Cruise Missile. Il fatto è che qualche volta si pone l’accento sul missile Cruise, e tu pensi alle torture, alle invasioni, all’esercito, alla gente che muore, e così via. Ma, nel frattempo, i contratti sono stati firmati, gli oleodotti predisposti, ogni cosa è stata messa a punto in previsione del momento in cui potranno ritirare il missile Cruise. Il sistema di sfruttamento è già al suo posto. E ci sono queste compagnie, come Bechtel e Halliburton, che in passato fecero affari con Saddam Hussein e ora stanno traendo miliardi di profitti dalla distruzione e ricostruzione dell’Iraq. E queste stesse compagnie sono presenti a Cochabamba, Bolivia, impegnate nella privatizzazione dell’acqua. Queste stesse compagnie sono in India, insieme a Enron. Enron e Bechtel, per esempio, erano coinvolte nel primo progetto di privatizzazione del potere in India, nel quale i profitti corrispondevano al 60% dell’intero budget dello sviluppo rurale dell’India.
Il punto che sto tentando di sottolineare è che l’Iraq si trova in prima linea in questa guerra all’impero, ma ognuna di quelle compagnie che sono coinvolte in Iraq possiede avamposti economici sparsi in tutto il mondo. Perciò, questo ci da un appiglio. Ci fornisce un modo di fare pressione su ogni singola corporation o azienda. E se noi non riusciamo a far chiudere loro i battenti, se non riusciamo a prevenire che facciano quello che stanno facendo, come possiamo definirci una resistenza? Dobbiamo farlo. Dobbiamo trovare il modo di farlo.
E la questione è che ciò non avverrà senza che noi ne paghiamo il prezzo. Non succederà durante gli straordinari o nei weekend o roba del genere. Nei paesi poveri il sistema si sta abbattendo sulla gente. Non significa solamente che l’impero entra nelle loro vite sotto forma di intervento militare, come fa in Iraq. Esso arriva anche sotto forma di esorbitanti bollette dell’elettricità che non ci si può permettere di pagare, sotto forma di tagli all’erogazione dell’acqua, di licenziamenti, di sradicamenti dalle proprie terre.
Lo scorso giugno mi trovavo in Sudafrica. Appena quattro giorni prima che me ne andassi, in un distretto di neri chiamato Phoenix, la polizia e la polizia municipale arrivarono a tagliare gli allacci illegali all’elettricità, perché l’elettricità era stata privatizzata – e i poveri, milioni di loro, sono semplicemente stati staccati. Allora loro si riallacciano illegalmente. E i poliziotti arrivano e rimuovono tutti i cavi. Una donna anziana viene fuori e dice: “Ok, va bene. Rimuovete i cavi. Ma rimanete qui ancora un po’. Voglio aspettare che venga la stampa e voglio spiegargli perché noi abbiamo bisogno di rubare elettricità.” A quel punto loro hanno cominciato a fare i prepotenti con lei. Ed un giovane ragazzo, suo figlio, un ragazzo di diciott’anni, viene fuori e dice: “guarda che è mia madre quella che stai maltrattando.” E loro che hanno fatto? Gli hanno puntato una pistola alla testa e gli hanno sparato.
Se prendiamo in considerazione un paese come l’India, noi siamo esperti in questo gioco. Abbiamo l’Armed Forces Special Power Act [Decreto legge sui Poteri Speciali delle Forze Armate, N.d.T.], il quale permette ad un sottufficiale dell’esercito di uccidere chiunque sia sospettato di disturbare l’ordine pubblico. In tutto il nord-est, in tutto il Kashmir, abbiamo il Gangster Act, abbiamo lo Special Areas Security Act [Decreto per la Sicurezza delle Aree Speciali, N.d.T], abbiamo il Terrorist and Disruptive Areas Act [Decreto sulle Aree Terroristiche e Turbolente, N.d.T.], che ora è caduto in prescrizione ma in base al quale vi sono ancora persone che vengono giudicate. E poi abbiamo l’equivalente del Patriot Act degli USA, il Decreto per la Prevenzione del Terrorismo (POTA), in base al quale migliaia di persone vengono prese e giudicate senza alcuna prova. Il loro crimine è la povertà. Non è che siano terroristi. Vengono definiti terroristi, ma il loro crimine è la povertà. Terrorismo e povertà vengono fuse insieme. E gli stati stanno diventando molto sofisticati nelle loro strategie di repressione. In che modo possiamo opporci a tutto ciò?
Questa battaglia non verrà vinta senza pagarne noi stessi un prezzo. E’ una cosa che dobbiamo capire. Non sarà una guerra comoda.
Il Decreto di Prevenzione del Terrorismo – o, come tu ed altri lo avete definito, il Decreto di Produzione del Terrorismo – ha la sua controparte nel Patriot Act negli Stati Uniti, il quale ha grandemente incrementato la capacità dello stato di sorvegliare e imprigionare i suoi cittadini.
Fondamentalmente, la cosa che dobbiamo capire di questi decreti è che essi non sono destinati ai terroristi, o a coloro che vengono sospettati di attività terroristiche, perché i terroristi vengono fatti fuori o portati, nel caso dell’America, alla baia di Guantánamo. Questi decreti sono creati allo scopo di terrorizzarti. Praticamente, tutti noi veniamo accusati. Ciò prepara il terreno affinché il governo possa prima renderci tutti imputati e successivamente possa togliere di mezzo chiunque di noi voglia togliere di mezzo.
E una volta che abbiamo rinunciato a queste libertà, le riavremo mai indietro? In India, il Congress Party, almeno quando era in campagna elettorale, affermò che avrebbe ritirato il POTA. Probabilmente lo farà, ma certo non prima di aver varato altri tipi di legislazioni che gli si avvicinano. Quindi non sarà POTA, ma sarà MOTA o qualunque altra cosa. Ma qui da voi, stanno almeno dicendo che abrogheranno il Patriot Act? E’ un insulto nei vostri confronti che essi neppure pensino di doverlo dire. Non è populista dire che affronteremo con sempre maggiore inflessibilità il terrore e che renderemo l’America più forte e più sicura e che faremo in modo che abbia l’“ossigeno attivo”? E’ paradossale che neanche mentano. Conosco un sacco di gente che dice: “Beh, sai, Kerry dice così, ma poi quando andrà al potere diventerà diverso.” Nessuno si sposta a sinistra dopo essere salito al potere; si spostano tutti a destra.
Uno dei saggi compresi nella tua nuova raccolta, Guida all’Impero per la Gente Comune, si chiama “When the saints go marching out: Mohandas – che è il nome del Mahatma Gandhi – Mandela e Martin.” Parlami di Gandhi. Egli fu in grado di concepire strategie che sfruttassero le fratture esistenti all’interno dell’impero stesso.
Gandhi fu uno dei più brillanti, astuti e creativi uomini politici dell’era moderna. Ciò che lui fece è quello che fanno i grandi scrittori. I grandi scrittori espandono l’immaginazione umana. Gandhi espanse l’immaginazione politica. Ma, di certo, non dobbiamo neanche pensare che la lotta indiana per la libertà fu una lotta rivoluzionaria. Non lo fu. Perché l’élite indiana passò facilmente a vestire i panni degli imperialisti britannici. E neppure fu esclusivamente una lotta non violenta, questo della lotta interamente non violenta è un altro mito. Non lo fu. Ma quello che Gandhi fece fu democratico, grazie ai modi in cui escogitò la sua strategia. Essa coinvolgeva un sacco di gente. Egli trovò il modo di coinvolgere le masse. Per esempio, nel 1931, quando ci fu la marcia Dandi, nella quale si decise di marciare fino a raggiungere la costa – ci vollero 21 giorni, credo – allo scopo di estrarre sale dal mare; l’obiettivo era di contravvenire alle leggi britanniche sulla tassazione del sale (che vietavano agli indiani di produrlo), e fu un gesto simbolico. Ma significò anche che dieci milioni di indiani iniziarono a produrre sale, e ciò costituì un attentato ai puntelli economici dell’impero. Questa fu la sua brillantezza.
Credo che ci sia bisogno di reimmaginare la resistenza non violenta, visto che oggi, nel mondo, non sta avendo luogo nessun dibattito che sia più importante di quello sulle varie strategie di resistenza. Non ci potrà mai essere una sola strategia. La gente non si troverà mai d’accordo su una sola strategia. Non può accadere che mentre guardiamo la macchina da guerra americana occupare l’Iraq, torturare i suoi prigionieri, appropriarsi delle sue risorse, ce ne stiamo ad aspettare che arrivi questa famosa resistenza, quale che sia, sia essa di origine secolare, democratica, non violenta o femminista. Non possiamo prescrivere agli iracheni come portare avanti la loro resistenza, ma dobbiamo perseguire il nostro scopo e costringere l’America ed i suoi alleati ad abbandonare subito l’Iraq.
Penso che qui molta gente abbia in mente le elezioni del 2 novembre, cosa fare, per chi votare. Tariq Ali, il quale è molto critico nei confronti di Kerry, ha recentemente detto che “se la popolazione americana è per sbattere Bush fuori dalla porta, ciò avrà un impatto straordinario sull’opinione mondiale. Le nostre opzioni sono al momento molto limitate. Vogliamo sconfiggere un governo guerrafondaio o no?” Che cosa ne pensi della prospettiva di Ali?
Guarda, è un discorso veramente difficile e complesso, nel quale io credo vi siano due cose possibili da fare: puoi agire in maniera opportunistica, se vuoi, ma devi parlare per principio. Non posso stare qui seduta in tutta onestà e dirti che appoggio Kerry. Non posso farlo. Ti faccio un piccolo esempio. In India, puoi essere o puoi non essere consapevole dei livelli di violenza, sciovinismo e fascismo a cui abbiamo dovuto far fronte negli ultimi cinque anni. Nel Gujarat si compiono efferati assassini di massa, stupri, anche di gruppo, la gente viene bruciata viva per le strade, come è successo a duemila Muslim, cacciata dalle proprie case, come è avvenuto per 150.000 persone. E c’è questa sorta di piaga del fascismo indù che si sta diffondendo. E c’era il governo centrale che veniva supportato dal BJP. Un sacco di persone con le quali lavoro e che so lavorare nello stato di Madhya Pradesh, nell’India centrale, dove ci fu per dieci anni il Congress Party al governo. Questo governo ha supervisionato la costruzione di molte dighe a Narmada Valley. Ha sovrinteso alla privatizzazione di acqua ed elettricità, all’allontanamento dalle proprie case e terre di centinaia di migliaia di persone, al distacco degli allacci all’elettricità perché erano stati firmati questi grandi contratti di privatizzazione con l’Asian Development Bank.
Gli attivisti di queste zone sapevano che il motivo per cui il Congress Party stava facendo tali cose, e pure in modo così sfacciato, consisteva nel fatto di dire: “Che opportunità avete? Volete il BJP? Sosterrete il BJP? Avete intenzione di offrirvi non solo alle percosse, ma anche alle uccisioni?” Ma, nonostante questo, io vi dico che essi non sostennero il Congress. Non lo fecero. Dissero semplicemente: “Noi non crediamo a tutto ciò, e continueremo a fare quello che dobbiamo fare là fuori.” Era una situazione tremenda, perché il BJP stava facendo finta di essere contro la “riforma” e andava dicendo: “Noi fermeremo tutto ciò, noi lo cambieremo.” Per questo andò al potere, e dieci giorni dopo era già sul posto dove era stata prevista la diga dicendo: “Costruiremo la diga.” Ed ora la gente aspetta che le proprie case vengano sommerse. Questo fu il dilemma.
Il punto ora è questo: bisogna chiedere a se stessi: “sul serio puoi dare il tuo sostegno ad un uomo che proclama di voler mandare ancor più truppe in Iraq?” Come? Credo sia estremamente importante per noi rimanere fedeli ai nostri principi. Ti voglio anche raccontare che durante le elezioni in India la gente mi chiedeva in continuazione: “Sei dalla parte del Congress, vero?”, perché, chiaramente, avevo passato gli ultimi cinque anni a biasimare il BJP. Io rispondevo: “Come potrei sostenere il Congress, che nel 1994 avallò la carneficina dei Sikh a Delhi, e che nei primi anni ’90 aprì i mercati al neo-liberismo?” Ogni volta ti senti messa sotto pressione. Ho detto una volta che “quando mi vengono fatte domande di questo tipo mi sento come immagino si debba sentire un omosessuale che assiste ad una scena di sesso etero: magari posso essere interessata, ma non mi sento per nulla coinvolta.” Credo sia per noi molto importante comprendere che siamo gente con dei principi e che siamo dei soldati che combattono una battaglia diversa, e non possiamo essere cooptati in queste cose.
Bisogna quindi rifiutare i termini in cui questo dibattito viene portato avanti; altrimenti vieni cooptato. Non ho intenzione di suggerire per chi bisogna votare. Non ho intenzione di starmene qui seduta a dirti vota per questo o vota per quello, perché siamo tutti gente dotata di potere e di capacità di influenza, e non possiamo permettere che il nostro potere sia cooptato da queste persone. Non possiamo.
Poco tempo fa abbiamo parlato dei mezzi di comunicazione indipendenti. Dovrei citare come esempio la Book Company di Elliott Bay, e la South End Press, una delle migliori case editrici indipendenti del paese. Qui a Seattle, cito l’ Indy Media Centre, che può essere considerato un evento storico ed una innovazione estremamente importante. Laddove possibile, è necessario far nascere media indipendenti, è necessario alimentarli e sostenerli. Ti chiedo quindi: per favore, sostienili, in qualunque modo ti sia possibile. Mentre cerchiamo di far breccia nei media delle corporation, tentiamo allo stesso tempo di costruire strutture parallele. Ed il tuo sostegno è assolutamente cruciale, ancor di più quando parliamo di librerie indipendenti nell’era della “Borderizzazione” (Il riferimento è a “Borders”, una delle più grandi catene di librerie al mondo, con oltre 460 punti vendita solo negli Stati Uniti, N.d.T.) e della “Barnes&Noblerizzazione” del territorio.
Vorrei solo aggiungere qualcosa in merito all’argomento delle elezioni in America. Dovete costringere i democratici a dire di essere contro la guerra, altrimenti non li voterete. Non possono dirvi cosa fare. Sono servitori del popolo. Siete voi a doverlo dire loro.
Hai qualche opinione sul modo di coinvolgere chi è fuori dalla nostra cerchia? Uno dei capi d’accusa più frequenti contro di noi, la sinistra, i progressisti, è che si chiacchiera, ci si diverte, tutti annuiscono, ci si fa un paio di birre insieme e poi si va a casa. E non succede niente. C’è qualcosa di vero in questo. Come possiamo raggiungere un pubblico più vasto?
Prima di tutto, non ho questa sensazione dalle mie parti, perché quello che noi diciamo è quello che la maggioranza della povera gente indiana dice. Non c’è quindi bisogno di convincere il popolo. Il problema è semmai che il popolo, milioni di persone, non sta sentendo. Questa è un’altra questione. Ma il nostro non è affatto un pensiero ghettizzato. Se lo fosse, saremmo politicamente in errore, non credi? Perché ciò che noi sosteniamo è che la nostra sia una visione che si pone dalla parte dei poveri del mondo. Perciò, io non credo di accettare questa accusa di starmi a divertire, di farmi una birretta e di andarmene a letto.
Invece, su un altro livello, credo sia vero che vi sia una sorta di presunzione di successo, di popolarità, tra gli intellettuali della sinistra. Piace tenere questo linguaggio in certa misura impenetrabile. Certo, non tanto quanto quello dei post-modernisti, ma gli si avvicina. Io invece credo che sia molto importante sapere che il successo di Fox News è il nostro fallimento.
Una delle cose che veramente credo dovremmo tentare di fare è strappare il nostro futuro alla parola degli esperti e riprendercelo, dire “mi dispiace, ma non è tanto difficile da capire e non è tanto difficile da spiegare.” E se ci pensi, appena pochi anni fa – quando ci fu un confronto a Seattle durante la convention del WTO, per molti di noi provenienti dalle nazioni assoggettate all’impero fu meraviglioso scoprire che persino nei paesi imperialisti la gente condivideva le nostre battaglie. Fu realmente l’inizio della globalizzazione del dissenso.
La globalizzazione delle multinazionali non fu da subito qualcosa di tangibile. Nessuno sapeva sul serio cosa significasse. Il nemico non era materiale. Mentre ora lo è, grazie agli sforzi di molta gente. Ora, se entri in una qualunque libreria negli Stati Uniti e dai un’occhiata ai libri, viene da chiederti: sette, otto, nove anni fa, sarebbero stati lì? La risposta è no. Questo è ciò che abbiamo fatto. E dobbiamo continuare a farlo. Sto pensando anche ai film-documentario. E non mi riferisco solo alla punta dell’iceberg. Non sto parlando solamente di Fahrenheit 9/11. La tecnologia ha permesso ai film-documentario di diventare uno strumento tanto potente sia a destra che a sinistra. Il fatto è che, in paesi come l’India, esso sta diventando uno strumento politico talmente importante da riuscire a spaventare sul serio i governi, i quali quindi cercano il modo di censurarlo, di fermarlo, proprio ora che quegli stessi registi che prima avevano bisogno di fondi dalla Ford Foundation e da qualche organo statale preposto possono semplicemente andarsene in giro con la loro piccola videocamera a girare quello che vogliono. E i loro filmati sono sovversivi e coinvolgenti. Basta andare in qualunque piccolo villaggio indiano, con un proiettore ed una videocamera, a mostrare filmati, e migliaia di persone accorreranno.
Sono queste le nuove armi. Il mezzo di comunicazione tradizionale controllato dalle corporation è come un bufalo, e il mezzo alternativo è come lo sciame d’api intorno al bufalo. E’ come contestualizzare il bufalo. E’ come un CD-ROM. Il bufalo è il contenuto principale e le api sono… tu clicchi ed entri nella storia. E’ come se il bufalo organizzasse l’agenda, ma chi fa il lavoro fatto bene sono le api. Dobbiamo solo continuare così, ad ogni costo.
Michael Moore è stato molto efficace nel raggiungere un vasto pubblico. Infatti, ha attualmente ben due libri in cima alla lista dei best-seller. Il suo Fahrenheit 9/11 è stato visto da milioni di persone e presto uscirà in DVD. Cosa possiamo imparare da questo tipo di interventi?
La cosa più ovvia è, io credo, il solo fatto che questi tipi di intervento trovano ora spazio, e devono perciò essere sfruttati, perché ciò porta all’apertura di altri spazi. Cambia quello che la gente si aspetta dal cinema, rende tutto molto più eccitante. Credo però che vi siano altri film, come Control Room.
Di Jehane Noujaim.
Sì. Ogni cosa deve sfuggire al controllo, ora. In un certo senso, dobbiamo diventare veramente cattivi.
Un paio di anni fa eri all’United World College di Las Vegas, una piccola cittadina nel nord del New Mexico. Mentre parlavi agli studenti, io presi questo appunto: “E’ difficile essere cittadini di un impero, perché è difficile ascoltare. Appoggiate un orecchio al muro. Ascoltate il sussurro.” Se ora appoggiassi il tuo orecchio al muro, cosa sentiresti?
Non sento di essere abbastanza qualificata per rispondere in modo opportuno a questa domanda, perché sono qui solo per pochi giorni e per parlare in posti come questo, il che non è proprio la stessa cosa dell’andare per strada ad ascoltare le cose. Ma posso dire che, subito dopo l’11 settembre, scrissi un saggio dal titolo The Algebra of Infinite Justice. E mentre lo scrivevo, pensavo tra me e me: eccomi a scrivere questo saggio, che probabilmente farà irritare questo enorme e potente paese, ed ecco la mia fine. Ma, in fondo, se come scrittrice non potessi scrivere ciò che penso, sarebbe comunque la mia fine. Quindi sì, lo scrivo.
E invece ho scoperto che è così bello arrivare qui e sapere che siete tutti degli eroi. Questo dà un sacco di forza alla gente. Ed io, chiaramente, per ragioni strategiche, vengo sempre definita come anti-americana. Ed invece sono quanto di più lontano dall’anti-americanismo ci sia, perché ho profondo rispetto per ciò che fate. Posso assicurarvi che se India e Pakistan fossero in guerra, sarebbe difficile per me trovare persone che si espongano, nel numero in cui voi vi siete esposti, per protestare contro quello che fa il governo. Perciò, onore a voi. È semplicemente fantastico ciò che fate. Ed è qualcosa che incoraggia la gente in ogni parte del mondo. Confonde i confini nazionali: io sono questo, tu sei quello. Voi neanche le dite certe cose, tipo: tu sei americano, io sono indiana o tizio è marocchino. Stiamo cercando di trovare un diverso tipo di linguaggio col quale comunicare tra di noi, il che è importante.
L’ho appena detto, ma lo ripeto. Questa idea, questa di sentire che la storia segreta dell’America sia ora sulla bocca di tutti. Che tutto, ora, è venuto a galla. E il punto è che gli imperi si spingono sempre oltre i loro limiti e dopo si sgretolano. Il potere ha vita breve.
Kathy Kelly è una donna eccezionale. È una delle fondatrici di Voices in the Wilderness. Ha appena finito di scontare quattro mesi di prigione per disobbedienza civile nel campo d’addestramento della School of Americas, a Fort Benning, Georgia. Parlando del coraggio, lo definisce come l’abilità di controllare la paura, e dice che è qualcosa che si attinge gli uni dagli altri. So che hai passato molto tempo con delle donne straordinarie a Namada Valley. Che tipo di coraggio sei riuscita ad attingere da loro?
Una delle grandi cose della resistenza politica nonviolenta in India, la sua eredità, è il fatto di annoverare al suo interno delle donne, di permettere alle donne di costituire il suo nucleo. Quando un movimento diventa violento, non solo fa sì che lo stato reagisca con enorme potere coercitivo, ma permette anche che la violenza della gente si rivolga ben presto contro le donne. Dal momento che abbiamo questa eredità, io credo che, in posti come Namada Valley, le donne si rendano conto di essere maggiormente vittime rispetto agli uomini. Diciamo, centomila persone vengono sfrattate dalle loro terre per la costruzione di una diga, e non viene data loro in cambio altra terra, perché non c’è altra terra. Agli uomini vengono dati un po’ di soldi come risarcimento. Gli uomini comprano motociclette e si ubriacano, e così i soldi finiscono. E le donne vengono abbandonate in una terribile situazione. Perciò esse combattono questa battaglia ancor più selvaggiamente. E, ovunque tu vada, vedrai che combattono questa battaglia veramente in prima linea.
Di tutte le resistenze che vedono protagoniste le donne, credo che quella maggiormente degna di considerazione oggi sia il RAWA, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afgane. Esse hanno intrapreso e portano tuttora avanti una battaglia tremenda. Una battaglia di principio. Mi dispiace se torno di nuovo a parlare di Bush e Kerry, ma quelle donne si trovarono a doversi districare tra Talebani, Alleanza del Nord e Americani che si erano messi in mezzo. Ci avevano fatto credere che l’America stesse combattendo una battaglia femminista, lì in Afghanistan. Ma guarda la situazione adesso. Quelle donne non dissero: “Ok, vi appoggeremo ed andremo al potere.” Non presero mai una posizione di comodo. Credo che dovremmo imparare da queste cose.
In uno dei saggi del tuo libro War Talk, concludi parafrasando un poema di Shelley, La Mascherata dell’Anarchia: “voi sarete tanti, loro saranno pochi.”
Questo è ciò che sta accadendo. È nella natura del capitalismo, no? Più guadagni, più puoi reinvestire nel sistema e quindi guadagnare di più. Perciò ora abbiamo una situazione nella quale, come ho detto, 500 plurimilionari hanno più soldi del PIL di 135 paesi. E questa spaccatura si sta accrescendo. Mi sembra che proprio il giornale di oggi abbia detto che negli Stati Uniti il divario tra ricchi e poveri sta aumentando sempre più. Questo accade dappertutto. Ritengo che le guerre debbano essere destituite dalle posizioni di forza. E che i poveri, invece, debbano lottare per mantenere le loro posizioni di forza, che sono sulle strade, sulle montagne e in tutte le valli del mondo, non nelle sale del consiglio, nei parlamenti e nelle corti. Noi siamo nell’ordine di milioni. Questa è la nostra forza, e dobbiamo riconoscerla ed utilizzarla.
C’è un’alternativa al terrorismo. Quale?
La giustizia.
Come ci arriviamo?
Il terrorismo è stato decontestualizzato e fatto sembrare come qualcosa che non ha un passato e non ha un futuro, come qualche aberrante gesto perpetrato da maniaci. Non è così. Certamente, a volte può esserlo. Ma se si osserva attentamente, la logica che sottostà al terrorismo è la stessa identica logica che sottostà alle guerre contro il terrorismo: ambedue ritengono la gente comune responsabile per le azioni dei propri governi. E il punto è che Osama Bin Laden o Al-Qaeda, nel loro attacco dell’11 settembre, misero fine alla vita di molta gente comune. E che durante gli attacchi all’Afghanistan o all’Iraq, centinaia di migliaia di iracheni e di afgani hanno pagato per le azioni commesse dai talebani, o per quelle di Saddam Hussein. La differenza sta nel fatto che gli afgani non hanno eletto i talebani, così come gli iracheni non elessero Saddam Hussein. Come possiamo quindi giustificare queste guerre?
Credo che il terrorismo sia la privatizzazione della guerra. I terroristi sono i liberi professionisti della guerra. Sono gli unici ad ammettere di non credere che la violenza legittimata sia di monopolio esclusivo dello Stato. Quindi, non si può condannare il terrorismo a meno di non condannare le guerre al terrorismo. E nessun governo che non si mostri aperto a cambiare dissentendo in maniera nonviolenta può permettersi di condannare il terrorismo. Perché, se ogni alternativa che conduce al dissenso non violento viene chiusa, derisa, rovinata o zittita, verrà sempre e necessariamente privilegiata la violenza. Quando tutto il tuo rispetto, la tua ammirazione, la ricerca, l’informazione e l’intera economia sono basate su guerra e violenza, quando la violenza è divinizzata, su che basi puoi condannare il terrorismo?
Quando l’essere umano è carente di salute o di potere ricorre a stratagemmi, escogita strategie. Non possiamo quindi dire ogni volta che ci interpellano: “Oh, che cosa terribile il terrorismo”, senza menzionare la repressione, l’occupazione, la privatizzazione, senza parlare della giustizia, e senza dire che questo paese ha le sue armi sparse su tutta la superficie terrestre.
Certamente, anche il linguaggio è stato asservito. Se dici “democrazia”, in realtà stai dicendo neoliberismo. Se dici “riforme”, dici repressione. Ogni cosa è stata trasformata in qualcos’altro. Ora dobbiamo quindi reclamare il nostro linguaggio.
Traduzione di Chiara Ginestra per Information Guerrilla - www.informationguerrilla.org
Fonte: International Socialist Review, Novembre/Dicembre 2004

FAHRENHEIT 9/11
Desideri ostinati nell'era del disincanto
Michael Moore Come una singola voce può bucare la cospirazione del silenzio
JOHN BERGER*
Fahrenheit 9/11 è straordinario. Non tanto come film - benché sia un film abile e toccante - quanto come evento. I commentatori cercano in genere di liquidare l'evento e di denigrare il film. Vedremo più avanti perché. Il film di Michael Moore ha commosso profondamente gli artisti della giuria del Festival di Cannes, che si dice abbiano deciso all'unanimità di premiarlo con la Palma d'oro. Da allora ha commosso vari milioni di persone. Durante le prime sei settimane di distribuzione negli Stati uniti ha incassato oltre cento milioni di dollari, vale a dire - ed è stupefacente - circa la metà di quanto ha totalizzato Harry Potter e la pietra filosofale in un analogo periodo di tempo.
Un film come Fahrenheit 9/11 non lo si era mai visto. A quanto pare solo i cosiddetti opinionisti della stampa e dei media ne sono stati disturbati. Il film, considerato come atto politico, può essere un punto di riferimento storico. Tuttavia, per rendersene conto, bisogna avere una qualche prospettiva sul futuro. Vivere mettendo in primo piano solo le notizie dell'ultima ora, come capita a molti opinionisti, limita le prospettive: riduce tutto a una seccatura e niente di più. Il film invece crede di poter dare un sia pur piccolissimo contributo al cambiamento della storia mondiale. È un'opera carica di speranza.
Ciò che lo rende un evento è il fatto che interviene in modo efficace e indipendente nel vivo della politica mondiale. Oggi è raro che un artista (e Moore è un artista) riesca in un intervento del genere e sappia essere d'ostacolo ai politici e alle loro dichiarazioni preconfezionate e capziose. L'obiettivo immediato di Moore è rendere più improbabile la rielezione del presidente Bush il prossimo novembre. Il suo film è, dall'inizio alla fine, un invito alla discussione politica e sociale.
continua qui
CAP ANAMUR
Aggiornamento alle 17:20, con tristezza. Ma spero che, ormai, sia comunque fatta.
RAINEWS24
Porto empedocle, 11 luglio 2004 16:11
La Cap Anamur è stata bloccata davanti all' ingresso del porto di Porto Empedocle da due motovedette della Guardia Costiera, mentre stava facendo manovra per entrare nello scalo.
Una motovedetta della Guardia Costiera, con due medici a bordo, è partita da Porto Empedocle per raggiungere la Cap Anamur. Sull' unità sono imbarcate complessivamente una decina di persone, tra cui i volontari dell' associazione La Misericordia che gestisce il Centro di prima accoglienza di Lampedusa.
I due medici e i volontari stanno trasportando anche acqua, viveri e generi di prima necessità per i 37 profughi sudanesi che da 21 giorni sono a bordo della nave tedesca.
Sul posto anche il presidente della Regione Salvatore Cuffaro, giunto a Porto Empedocle per seguire personalmente gli sviluppi della vicenda della Cap Anamur.
"Quello che ci interessa salvaguardare - ha detto Cuffaro - è il diritto alla salute che sta a cuore a tutti. Ci hanno riferito che gli extracomunitari hanno già fatto richiesta di asilo all' autorità tedesca; qualora quest' ultima deciderà positivamente gli italiani si incaricheranno di trasferirli in Germania".
CAP ANAMUR. FINALMENTE!
Ho appena saputo dal TG3 che la Cap Anamur ha avuto il permesso
di attraccare. E' un primo passo, ma fondamentale.

La nave tedesca Cap Anamur
Porto empedocle, 11 luglio 2004 13:55
Alla nave tedesca Cap Anamur, a bordo della quale vi sono 37 profughi sudanesi, ha ottenuto dalle autorità italiane l'autorizzazione a far rotta verso Porto Empedocle e ad attraccare. L'imbarcazione si trova a 3 miglia dalla costa siciliana.
Una volta giunti a terra i 37 profughi sudanesi saranno trasferiti nel centro di accoglienza di Agrigento in attesa che venga definito il loro status. Nel frattempo il comandante e l'equipaggio del mercantile tedesco saranno ascoltati dalla Polizia di frontiera.
Vi giro una mail che mi è appena arrivata sulla questione Cap Anamur.
No newsletter speciale di Carta
La situazione dei profughi della Cap Anamur, che il governo italiano non vuole accogliere, sta diventando drammatica. Cosa possiamo fare? Questo è l'appello diffuso dal Consorzio italiano di solidarietà, che chiede l'immediato attracco in un porto italiano, per ragioni umanitarie, della nave tedesca con a bordo profughi 37 sudanesi, bloccata al largo delle coste siciliane da otto giorni. In poco più di un giorno sono state già raccolte oltre duecento firme all'appello. Invitiamo tutti a sottoscrivere urgentemente l'appello, scrivendo a migrazioni@icsitalia.org oppure a carta@carta.org, indicando il nome (dell¹associazione e/o della persona singola), il luogo di residenza/domicilio e la motivazione dell'adesione.
Grazie
Aggiornamenti in tempo reale sono su:
- http://ww2.carta.org/notizieinmovimento/
- http://www.carta.org/campagne/diritti/CapAnamur/index.htm
Amnesty International sulla Cap Anamur
venerdì 9 luglio 2004.
La nave di bandiera tedesca Cap Anamur si trova attualmente al largo di Porto Empedocle, nella zona contigua, con a bordo 37 profughi non identificati, probabilmente provenienti dal Sudan (36) e dalla Sierra Leone (1), che sono stati salvati in mare in acque internazionali.
La nave lambisce da giorni le acque territoriali italiane senza poterle attraversare per un divieto espresso su ordine dal ministero dell'Interno (insieme alla controparte tedesca), che ha dichiarato di ritenere "assolutamente doveroso il rispetto della norma internazionale che impone la presentazione della domanda d'asilo nel luogo di primo approdo (in questo caso Malta) dei presunti profughi (…) Una deroga, seppure per motivi umanitari, a questa norma costituirebbe un pericoloso precedente e potrebbe aprire la strada a numerosi abusi".
Su tutta una serie di fatti sono apparse notizie contraddittorie: riguardo all'eventuale attraversamento del mare territoriale maltese, da parte della Cap Anamur, con a bordo i profughi/naufraghi; se la nave avesse oppure no ottenuto il permesso di attraccare in territorio italiano; se essa abbia o meno dichiarato l'SOS nel chiedere l'ingresso in Italia; se, infine, il capitano abbia o meno inviato una lista di passeggeri naufraghi alle autorità italiane.
Amnesty International intende evidenziare i seguenti aspetti fondamentali:
Il diritto internazionale del mare stabilisce che un naufrago salvato abbia diritto ad essere sbarcato "nello scalo successivo". Scalo successivo non significa "approdo più vicino in miglia nautiche", ma quello che la valutazione professionale del capitano della nave ritiene essere il prossimo punto in cui è conveniente sbarcare, tenuto conto anche della rotta della nave.
Il diritto internazionale dei rifugiati stabilisce che nessuno possa essere indiscriminatamente ed indistintamente respinto alla frontiera: è un corollario del principio di non refoulement, non-respingimento, che esige che chiunque si presenti alla frontiera sia quanto meno identificato ed abbia diritto ad accedere alla procedura di asilo. Solo tramite l'identificazione di ciascun profugo/naufrago si può rendersi conto di quali sono i Paesi verso cui tale persona non può essere in alcun modo rimpatriata/diretta, in base all'art. 33 della Convenzione di Ginevra. Nella situazione attuale, quello delle autorità italiane equivale ad un illegittimo respingimento collettivo alla frontiera, in violazione della Convenzione di Ginevra sullo Status di Rifugiato.
Il regolamento CE 343/2003 del Consiglio dell'Unione Europea del 18 febbraio 2003 (il cosiddetto Dublino II, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l'esame della domanda d'asilo), al quale sembrano riferirsi i Ministri Pisanu e Schilly, può trovare applicazione solo dopo che i richiedenti asilo abbiano presentato domanda in uno Stato dell'Unione.
Il caso della Cap Anamur è esemplificativo dell'atteggiamento generale dell'Unione Europea e del Governo italiano sul tema dei rifugiati: il pericolo di "creare un precedente" vagheggiato dai due ministri è quello di creare un precedente di corretta applicazione del diritto internazionale.
Ciò che comunica questo atteggiamento è un indecoroso spregio per le più elementari norme del diritto internazionale e del diritto dei diritti umani.
Amnesty International, insieme alle organizzazioni Ics e Medici senza Frontiere, ha espresso oggi al ministro Pisanu, sollecitando un incontro immediato, la propria preoccupazione per le violazioni del diritto internazionale marittimo e del diritto internazionale dei rifugiati che si stanno configurando in capo al governo italiano.
In particolare, ad una nave con naufraghi a bordo deve essere sempre data la possibilità di accedere al porto, senza che si possa rifiutare l'approdo in ragione del fatto che non era il punto più vicino al punto di salvataggio. Di certo, di fronte alle acque territoriali, il punto più vicino di salvataggio adesso è Porto Empedocle. E' uno, infatti, il principio fondamentale che l'Italia è tenuta a rispettare: gli Stati devono facilitare lo sbarco dei naufraghi, a prescindere dal loro status. I 37 sulla Cap Anamur devono quindi poter scendere a terra prima possibile e ottenere adeguata protezione.
In secondo luogo, in base al diritto internazionale dei rifugiati ed al Regolamento di Dublino II, deve essere dato regolare accesso alla procedura di richiesta di asilo a tutti coloro che desiderino beneficiarne. Affinché ciò avvenga, deve essere consentito ai 37 profughi di entrare nel territorio italiano e poter presentare la domanda sulla terra-ferma. Sarebbe infatti contraria allo spirito della Convenzione di Ginevra un'analisi delle domande a bordo della nave, ancorché essa entrasse in acque territoriali, per l'assenza di tutte le dovute garanzie (ad es. interpreti).
Se non vengono rispettati i suddetti criteri, il governo italiano è responsabile della violazione del diritto internazionale sotto i vari profili illustrati.
La sezione italiana di Amnesty International
Insieme ad altri accampamentisti e osservatori di pace internazionali, in Chiapas abbiamo atteso pazientemente che si riunisse la Giunta del Buon Governo, la prima forma di autogoverno indigeno che si era insediata da pochi giorni dopo la festa di Oventik, e che concedeva a noi l'onore di riceverci per primi.
E così, in un attimo, noi tre ci siamo trovati di fronte a questi uomini e queste donne zapatiste. Erano una poesia ribelle, la dignità di non abbassare la testa di fronte ad anni di violenze, omicidi, fame e privazioni perpetrate dal governo, dalle multinazionali, dalle bande paramilitari.
Queste donne e questi uomini erano di fronte a noi, esempi concreti di ciò che avevamo letto sui libri e sognato tramite centinaia di foto.
Esempi viventi della dignità ribelle nascosta per farsi vedere dietro un passamontagna.
Un passamontagna che avevamo anche noi nel profondo del cuore.
Ci siamo visti in loro, e loro si sono visti in noi, come in uno specchio. Non dimenticheremo mai quegli infiniti e carichi momenti, le parole e gli sguardi che ci siamo scambiati. La certezza che potevamo creare moltissimo insieme, noi del commercio equo e solidale italiano insieme ai rappresentanti di una vasta comunità indigena fra le montagne.
Potevamo imparare l'uno dall'altro, e creare un ponte fra due mondi lontani.
Dopo l'incontro con la Giunta, nell'arco di diversi giorni abbiamo conosciuto le donne "en resistencia" dei sei municipi autonomi: gli sguardi ci hanno raccontato il dolore, la fatica, la forza e la dignità di che sceglie quotidianamente di lottare per ottenere condizioni di vita migliori per sè e per i propri figli.
Con i responsabili della cooperativa di caffè Yochin Tayel Kinal. dopo un lungo cammino, abbiamo visitato il cafetal colectivo, la piantagione di caffè fra le verdissime montagne. Sotto l'ombra fresca degli alberi carichi di bacche rosse di caffè, mitragliati dalle zanzare, abbiamo appreso dalle parole dei campesinos le tecniche di coltivazione e ascoltato dalla loro voce il peso della scelta di diventare una comunità zapatista autonoma, e vivere da quel 1 gennaio 1994 in un "territorio zapatista en rebeldia".
Tutto è nato così.
Un sogno che oggi, 1 luglio 2004, a quasi un anno di distanza dalla nostra visita in Chiapas e dopo mille riunioni, mail e telefonate... entra
finalmente in bottega.
Il corriere ci ha appena consegnato in bottega le prime confezioni di caffè Tatawelo.
E il sogno continua e continua....
Sul sito http://wwwtatawelo.it trovate tutte le informazioni su questo progetto, la storia, e le associazioni coinvolte in tutta Italia: un progetto che parte da questo primo container di caffè, ma potrebbe arrivare a molto molto di più nei prossimi anni. Non solo un container. Non solo caffè. Questo è il nostro obiettivo.
Grazie alla grande esperienza di Commercio Alternativo, centrale di importazione del commercio equo italiano, è potuto nascere e svilupparsi tutto questo.
Grazie alla cooperazione fra oltre 15 botteghe di commercio equo e solidale italiane stiamo creando un importantissima rete di sostegno al Chiapas.
Grazie a Norman, Diego, Nelly, Eva, Gigi, Paolo, Cristina, Alessandra e a tutti gli altri che hanno dato tantissimo e credono nel progetto Tatawelo.
E un grazie a tutte le botteghe di commercio equo, le associazioni, i gruppi, i circoli, gli oratori, i centri sociali, i gruppi di acquisto
solidale, i negozi, i bar, i singoli e i "cani sciolti"....che nei prossimi mesi sceglieranno di sostenere concretamente l'autonomia delle comunità indigene, acquistando e vendendo ai propri consumaTTori questo caffè zapatista equosolidale.
Oggi per tutti noi è un giorno di festa.
Oggi abbiamo fatto un passo in avanti nella costruzione di un altromondo possibile.
Grazie a un chicco di caffe'....nel quale noi donne e uomini di mais (italiani e messicani) abbiamo racchiuso un sogno e tutto il nostro futuro.
Davide Barillari, associazione Tatavasco
fonte: www.carta.org
Pisanu scarica i profughi
Il ministro nega l'ingresso ai 37 sudanesi della Cap Anamur bloccata al largo di Agrigento
Asse Italia-Germania Per il capo del Viminale e per il suo collega tedesco Schilly dare asilo i profughi spetta a Malta. Protestano Amnesty e la sinistra
CINZIA GUBBINI
ROMA
Disco rosso per la nave tedesca Cap Anamur, che da sette giorni è bloccata al confine delle acque territoriali con a bordo 36 sudanesi e un sierraleonese, salvati in alto mare mentre tentavano di raggiungere l'Italia con mezzi di fortuna. A sbattere ufficialmente la porta in faccia ai trentasette profughi, che dal 20 giugno si trovano sulla nave tedesca Cap Anamur, sono due voci autorevoli dell'Europa di serie A: l'Italia e la Germania. Per la prima volta il ministro dell'interno Beppe Pisanu è intervenuto esplicitamente sulla vicenda attraverso una nota diramata dal Viminale in cui esprime la sua posizione e quella del suo omologo tedesco Otto Schilly, riuniti ieri a Sheffield insieme ai ministri dell'interno dei cinque maggiori paesi europei. «Pur riconoscendo il delicato profilo umanitario della vicenda - si legge nella nota - i due ministri considerano assolutamente doveroso il rispetto della norma internazionale che impone la presentazione della domanda d'asilo nel luogo di primo approdo, in questo caso Malta, dei presunti profughi». «Una deroga, seppur per motivi umanitari, a questa norma - spiega ancora la nota - costituirebbe un pericoloso precedente e potrebbe aprire la strada a numerosi abusi. La vicenda della 'Cap Anamur', peraltro deve essere ancora chiarita». Dunque i profughi devono essere accolti da Malta, che in quanto paese «minore» non era presente alla riunione di Sheffield.
Ma di quale «norma internazionale» parlano i due ministri? «La convenzione di Dublino, di cui parlano i due ministri, stabilisce che il paese competente nell'esame della richiesta di asilo può essere individuato solo una volta che i presunti profughi abbiano fatto ingresso in uno stato europeo, e non certo prima», osserva Amnesty International Italia, per bocca del responsabile dell'area rifugiati, Francesco Messineo. L'Italia, quindi, sarebbe obbligata a far entrare la nave e solo una volta identificati i profughi potrebbe avviare le procedure per accertare lo stato competente. Lo stop alla nave tedesca, operato con le motovedette della Marina militare e della guardia di finanza di Porto Empedocle, assomiglia molto da vicino a un respingimento alla frontiera. Questo sì una violazione del diritto internazionale. Tra l'altro il presidente della ong Cap Anamur, Elias Birdel, ha ripetuto ieri che il salvataggio dei profughi è avvenuto in acque internazionali, a 100 miglia da Lampedusa e 180 da Malta, «forse c'è stato un equivoco, ma i nostri tracciati possono dimostrare tutto», ha spiegato Birdel. Finora nessuno ha voluto controllare i tracciati della nave, quasi che la parola dei governi avesse uno status di veridicità maggiore rispetto a quella della ong tedesca. D'altronde il filtrare tra governo italiano e governo rosso-verde tedesco la dice lunga sugli equilibri di potere nell'Unione, intenzionata ad utilizzare le nuove frontiere festeggiate il primo maggio come un comodo argine alla pressione migratoria. Malta per ora non si fa sentire, anche se diplomaticamente sostiene che quando la nave tedesca ha sfiorato le acque maltesi con i profughi a bordo (poco dopo il salvataggio) non ha ricevuto alcuna segnalazione né di aiuto né di richiesta di asilo. Segno che anche La Valletta non è entusiasta dell'idea di dover accogliere i profughi, ma non ha la forza sufficiente per opporsi ai «padri fondatori» dell'Unione.
E se il verde Schilly stringe la mano al ministro Pisanu, i verdi italiani si muovono su diverse direttrici. Ieri il senatore Francesco Martone, segretario della Commissione diritti umani, ha posto la questione della cap Anamur di fronte alla sottosegretaria agli esteri Margherita Boniver, che era andata a riferire sui diritti umani in Darfur. Proprio il luogo da cui dicono di essere fuggite molte delle persone ricoverate a bordo della nave. Ma le sue risposte sono state tiepide, ha commentato Martone, «Anche se si è augurata che i profughi della nave possano richiedere asilo. Ma dopo le dichiarazioni di Pisanu mi sembra che ci sia parecchia confusione». Il Cir è tornato ad augurarsi ieri che sia superata l'impasse: «Non mi sembra sia il caso di imputarsi su chi ha ragione - ha detto il direttore Hein - va trovata una soluzione al più presto. Anche il testo sul diritto d'asilo in discussione al parlamento, su cui nutriamo perplessità, impone l'obbligo dell'accoglienza». E a proposito di accoglienza, ieri è bastato che il neo sindaco di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano, proponesse di accogliere uno dei profughi della nave per scatenare il putiferio di Lega e An.
fonte: il manifesto del 7 luglio 2004
Vado a vedere il blog di solaria ed osservo che ad ogni post è segnalato in fondo che sono stati ottemperati tutti i punti di quanto richiesto dalla legge Urbani sul diritto d'autore. Tra le notizie si scopre anche che lo stesso sito del ministero di Urbani è stato denunciato perchè utilizza opere dell'ingegno senza dichiarare che ha ricevuto tutte le autorizzazioni e che ogni altro utilizzo, senza previa autorizzaizone è proibito.
Allora, io posso dichiarare semplicemente che sono contraria al copy right, che ritengo che le opere dell'ingegno non si possano sequestrare, e che debbano avere libera circolazione? Per quanto riguarda le mie do autorizzazione all'uso in toto o in parte dei miei scirtti, gradendo ovviamente la citazione dell'autrice o della fonte, e mi sembra normale: se scrivo delle cose, è perchè vengano lette, non mi risulta che Dante, Petrarca, Omero o Saffo abbiano messo il copy right alle proprie opere, anzi spesso di alcune storie vi sono più versioni contemporanee o vicine, che la dicono lunga su come circolassero le cose, eppure i nomi e le opere dei grandi del passato sono arrivate tranquillamente fino a noi.
La legge Urbani è un grosso danno alla libera circolazione delle idee, e quindi alla costruzione stessa di idee originali e documentate che non rimangano dentro gli schemi della informazione ufficiale, va quindi difesa la libertà di espressione e di diffusione delle idee. Dal confronto e dallo scambio possono nascere nuovi frutti, non dalle limitazioni. Nicoletta
Alina, la figlia di Fidel Castro
ROMA — «Non è accettabile la politica dell'Europa che sta cercando il dialogo con il regime cubano. Abbiamo visto che con Castro non servono nè le sanzioni, nè il dialogo. Ciò che serve è una condanna internazionale del regime». Lo ha detto Alina Fernandez, la figlia dissidente di Fidel Castro, alla conferenza stampa organizzata da «Nessuno tocchi Caino» per presentare il rapporto annuale sulla pena di morte. Per Alina, che ha portato una testimonianza sul regime cubano insieme ad altri connazionali, Cuba «ha bisogno di una condanna internazionale. Spero che tutti ci aiutino» ha detto. La figlia dissidente di Fidel ha affermato che le esecuzioni sommarie a Cuba sono iniziate dopo la rivoluzione, almeno 5mila persone sono morte in quel periodo. «Mi ricordo - ha precisato - di averne vista una anche in televisione, quando avevo 3 anni. Ogni tanto si fucila qualcuno — ha aggiunto Alina — ci sono esecuzioni anche nelle gerarchie militari. Per ultimo, in aprile, tre persone che cercavano di scappare. Per ogni cubano che raggiunge Miami, tre muoiono». Testimonianza densa di emozioni anche quella di Blanca Gonzales, madre di un giornalista condannato a 25 anni di carcere. «La colpa di mio figlio — ha detto — è stata quella di essere un giornalista indipendente. La realtà attuale di Cuba è un'ondata di repressione che ha, per esempio, messo in carcere 75 persone, senza aver commesso alcun reato. Chiediamo aiuto alla Unione europea perchè faccia pressione per liberare queste persone. "Cuba no es libre" non è uno slogan ma una verità. Cuba non è libera nè democratica» Secondo Marco Pannella, leader radicale e presidente di «Nessuno tocchi Caino», «c'è un progresso» nella società italiana rispetto al passato di «tolleranza e complicità» col regime di Castro. «Finalmente — ha detto — stiamo riuscendo a portare alla luce queste complicità. Ed alla luce del sole è difficile non comprendere qual è la realtà di Cuba e di Castro».
La libertà secondo Bush: vietato ai minori di 17 anni il film di Michael Moore
di red.
La censura «cacciata dalla porta» è rientrata dalla finestra: «Fahrenheit 9/11» negli Usa è stato vietato ai minori di 17 anni non accompagnati, bollato cioè con la classificazione «R». Dopo il tentativo di non farlo uscire nelle sale americane, «sventato» grazie all’intervento di una distribuzione indipendente nata ad hoc e alla spinta propulsiva innescata dalla vittoria della Palma d’oro, il documentario di Michael Moore si trova nuovamente di fronte a un tentativo di «censura». Contro il quale i suoi distributori annunciano battaglia, o meglio «un ricorso d’urgenza» poiché il film anti-Bush è atteso nei cinema Usa il 25 giugno.
Fonte: Unità on line
"L'articolo che segue (a firma Augusta De Piero) é stato pubblicato sul numero di aprile 2004 del mensile Confronti (Roma. Via Firenze 38 - www.confronti.net)
Di seguito si pubblica una nota -tratta dal notiziario "NEV - Notizie Evangeliche, Servizio stampa della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (via Firenze 38, Roma - www.fcei.it)
Infine qualche materiale sull'associazione Parent's Circle"
GUARDARSI IN FACCIA PER SUPERARE I MURI.
Per il sesto anno consecutivo, la nostra rivista ha organizzato “Semi di pace”.
Un progetto di dialogo tra educatori israeliani e palestinesi che ha visto incontri in diverse città italiane –ma anche in Svizzera- soprattutto con studenti e insegnanti.
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“Gli ho chiesto di passarmi il sale a tavola…..Come posso ucciderlo?” così diceva una bambina palestinese che aveva sognato di diventare una scienziata nucleare per costruire una bomba e distruggere Israele ma, dopo un soggiorno per ragazzi israeliani e palestinesi organizzato dall’associazione Windows in Italia, aveva sepolto il suo sogno sotto un sano realismo.
Ce lo racconta - durante un incontro organizzato da Confronti e dalla Commissione Scuola del Comune di Roma nel quadro di Semi di Pace 2004 - Shelly, la rappresentante israeliana di Windows.
All’incontro sono presenti tutti sei gli invitati di Confronti, israeliani e palestinesi: Shelly Nativ con Kanaan Al Jamal di Windows, Nuha Khoury dell'International Center di Bethlehem, Esther Appel e Wael Kubtan, che rappresentano Open House e Dorit Shippin di Nevè Shalom-Wahat al Salam.
Come la piccola scienziata mancata i sei si sono “guardati in faccia” e non possono più considerarsi “nemici”. La volontà di costruire qualcuna delle condizioni che rendono accettabile la pace li unisce ma non li omologa: nessuno di loro si perde nell’anonimato vacuo del sentimentalismo che copre malamente le differenze. Ognuno resta se stesso, con la sua storia, con le sue contraddizioni.
Esther, che si dichiara apertamente sionista, spiega come molti israeliani abbiano in un primo tempo potuto accettare lo steccato che segnava la linea di quello che poi sarebbe stato il muro. Sembrava l’inizio della definizione di un confine, necessario a distinguere i due stati. Non prevedevano ciò che ne sarebbe venuto poi; ora devono farsi consapevolmente carico anche della umiliazione dei diritti altrui che il muro determina: “L’occupazione è corruzione” afferma, senza riserve.
Kaanan ci propone concretamente una bottiglia dello squisito olio palestinese, il prodotto simbolo della sua terra che ha portato con sé. Ogni palestinese sa quanto possa essere lunga la strada per raggiungere i propri oliveti, anche se si trovano di fronte a casa. Una strada militare che si interponga può renderli inaccessibili e il percorso per arrivarci, comunque lungo, può essere reso impraticabile dai check point. Ci dice di palestinesi che tornavano a casa con i sacchi del loro faticoso raccolto, dei militari israeliani che, dopo averglieli fatti porre a terra, li avevano volutamente schiacciati con i cigoli dei carri armati e dei cittadini di Israele che si erano poi presentati, quali volontari raccoglitori, in loro aiuto, in aiuto di chi –per molto senso comune- è nemico. E’una solidarietà costruita dalla fatica intelligente di coloro che, nonostante tutto, non vogliono muri fra due popoli che dividono la stessa terra.
Il giovane Wael, prima di parlarci di sé, controlla che la sua identità sia correttamente compresa: non accetta la terminologia consueta di arabo-israeliano, si accerta che venga scritto “palestinese cittadino di Israele”. Eppure sa che questo essere palestinese in terra di Israele lo costringe a subire tutta una serie di discriminazioni che lo avevano indotto ad andarsene: ma poi è tornato per dedicarsi a lavorare per la pace, lui che ha amici da entrambe le parti del muro. “Meglio essere una candela nel buio - ci dice - che maledire il buio”.
Il richiamo alla luce, in una terra di antiche simbologie (come non pensare alla cometa?), è intrigante e Dorit si colloca nella stessa linea. Racconta del domenicano Bruno Hussar, fondatore di Nevè Shalom-Wahat al Salam e della continuazione della sua proposta di una fede autenticamente rispettosa del pluralismo religioso, richiamando un versetto della Bibbia e una Sura del Corano che consentono di ancorare la pace al silenzio e alla tranquillità che sono di Dio e che Dio comunica. L’ascoltano – siamo nella sede della Pontificia Università Gregoriana – domenicani di Roma e l’invitano per un incontro a loro riservato. Chissà se Dorit coglie quanto di dirompente ci sia in quell’invito: i domenicani chiedono una giovane donna ebrea di farsi portatrice di un messaggio di spiritualità. Il giorno successivo Dorit racconterà con entusiasmo della bellezza della chiesa di S. Sabina che ha potuto visitare.
Nuha ci parla dell’International Center e soprattutto della scuola Dar al Kalima con orgoglio e comunica la forza di chi, in una cittadina isolata e spesso assediata, riesce a creare pubbliche occasioni di cultura alta, perché ritiene necessaria la formazione di una consapevolezza critica. Anche per lei –cristiana in una realtà di forte collaborazione con mussulmani- il dialogo interreligioso è una delle chiavi per costruire pace.
E gli ospiti di Confronti vogliono usare tutte le chiavi possibili per aprire le porte alla pace.
Dopo aver trascorso tutti insieme tre giorni a Roma, i membri della delegazione hanno iniziato a viaggiare in coppia: un israeliano\a e un\a palestinese si organizzazioni diverse, così da offrire alle organizzazioni o istituzioni che li ospitavano la possibilità di conoscere due diverse realtà operanti per la pace in Israele e Territori palestinesi.
La delegazione si è quindi divisa tra Massa Carrara, Campiglia Marittima, Milano, Bergamo, Savona e Tempio Pausania incontrando associazioni, studenti e istituzioni. Per concludere, poi, la delegazione si è interamente trasferita per tre giorni in Svizzera, ospite della Chiesa Riformata.
Quello che ha caratterizzato maggiormente questa edizione del progetto è stato il gran numero di studenti che la delegazione ha incontro, in particolare bambini di scuola elementare. Chissà che un giorno proprio quei bambini non possano incontrare coetanei israeliani e palestinesi, insieme.
E adesso una breve storia delle associazioni a cui appartengono i partecipanti a “Semi di pace”.
International Center di Betlemme - ICB
L’International Center di Bethlehem (ICB, in arabo Dar Annadwa-Addawliyya, che significa “la casa dell’incontro aperto al mondo”) è un’organizzazione impegnata nel dialogo interculturale e in incontri fra popoli che vivono in ambienti differenti e di diversa cultura.
Formalmente inaugurato nel 1995, l’ICB è cresciuto mantenendo il suo obiettivo primario, quello di dare alla comunità locale (considerata nelle sue componenti cristiana e mussulmana) i mezzi per assumere un ruolo attivo nel disegnare il proprio futuro.
Le numerose iniziative dell’ICB – rivolte in particolare ai bambine e alle donne (e le donne costituiscono la maggior parte dello staff del Centro stesso) - sono molto numerose e vanno dalla produzione e vendita di oggetti d’arte e artigianato, ai corsi di lingue, agli eventi teatrali e musicali, alle proiezioni cinematografiche (attività queste rese possibili dalla presenza di una attrezzata sala polifunzionale, dono del governo finlandese). Il Centro, che da poco tempo ha attivato un servizio bar e quanto prima disporrà di una Casa per ospiti ora in fase di ristrutturazione, è anche una sede del Conservatorio nazionale di Musica.
Dall’ICB dipende la scuola Dar al-Kalima aperta a ragazze e ragazzi, cristiani e mussulmani, per l’intero corso di studi. Accanto alla scuola sorge il Centro Salute e Benessere che dispone di alcuni ambulatori, di una piscina e di palestre.
L’ultima creazione dell’ICB è il Centro di Comunicazione di Bethlehem (BMC) che vuole aprire gli spazi dell’informazione a chi normalmente ne è escluso, incoraggiando, con l’offerta di specifici programmi di formazione, bambini, giovani e donne a parlare delle proprie esperienze e proponendo agli operatori dei servizi di informazione locali e internazionali i mezzi per il lavoro in loco.
Per chi volesse saperne di più sull’ICB www.annadwa.org e sul BMC www.bethlehemmedia.net
(entrambi i siti sono disponibili anche in lingua inglese). Email: info@annadwa.org
tel.++970 2 2770047 fax 00970 2 2770048 P.O.Box 162, Paul VI 109 Bethlehem Palestine
Windows
Windows è un’associazione, nata nel 1991, formata da palestinesi che vivono nei territori della West Bank e da israeliani. Nel 1999 ha aperto un proprio centro nella città di Tel Aviv, appena possibile ne aprirà uno anche nei Territori occupati. L’attività di Windows si articola in un’ampia gamma di programmi educativi, considerati strumenti per superare le barriere della paura e dell’odio e per creare le basi per un dialogo costruttivo fondato sull’uguaglianza; svolge anche attività umanitarie, quali la raccolta di cibo, vestiti, giocattoli, accessori per la casa ecc. a favore della popolazione palestinese dei Territori.
Nel quadro delle finalità educative che le sono proprie, Windows sta sviluppando – in collaborazione con un gruppo di esperti- un programma di studio, focalizzato sui temi dell’educazione ai diritti umani, alla democrazia e all’uguaglianza, che prevede l’acquisto di una capacità di comunicazione interpersonale e abilità nell’uso dei mezzi di comunicazione di massa.
L’insieme di attività, promosse attraverso conferenze film, mostre, gite, corsi di arabo, si collega anche ad esperienze che assicurano a ragazzi e ragazze soggiorni all’estero, con la partecipazione attiva – per quanto ci riguarda- di organizzazioni italiane ed enti locali. Il 4 aprile 2004 nascerà a Gradara (Pesaro) Windows for Peace – Italia (chi volesse informazioni su questo punto può contattare Giovanni Miceli, presso il comune di Gradara 0541 823922)
Parte dei materiali utili allo sviluppo dei progetti sono tratti dalla rivista Windows, pubblicata dall’associazione stessa. La rivista bilingue (ebraico e arabo) è scritta interamente da ragazzi , con l’aiuto di due redattori, un’ebrea e un palestinese.
Per chi volesse saperne di più www.win-peace.org (inglese). Esiste anche un sito in italiano, a testimonianza delle numerose attività dell’associazione in Italia
Email winpeace@win-peace.org
Tel +972 3 620 8324 Fax 972 3 629 2570 Trumpeldor 35 PO Box 56096. Tel Aviv-Jaffa 61560.
Tel 052 669 403 Near Jamal Abdel Nasser Centre P.O.Box 104 Tul Karem Palesatine
Open House
Open House rappresenta una vicenda particolare che, pur nelle sue ormai lontane origini, si connette alle attività che l’organizzazione propone. La casa in cui ora si svolgono le iniziative “aperte”, abitata fino al 1948 da palestinesi, fuggiti o evacuati, fu poi assegnata ad ebrei, profughi dalla Bulgaria, ignari di ciò che vi era accaduto. Nel 1967, dopo la guerra dei “sei giorni”, Dalia, una giovane donna che nella casa era entrata bambina, incontrò davanti alla porta dell’abitazione i precedenti proprietari che, ormai profughi in un altro paese, erano tornati per rivedere la loro dimora. Una serie di vicende (che è possibile conoscere sul relativo sito internet) indusse nel 1991 Dalia e il marito Yehezkel Landau, di comune accordo con i proprietari originari, a fare della casa un luogo idoneo ad offrire ai bambini arabi e alle loro famiglie migliori opportunità nel campo sociale e dell’educazione.
Oggi in quei locali si svolgono due attività principali. La prima fa capo al “Centro per lo sviluppo dei bambini arabi” e offre un’attività diurna per i bambini arabi dai due ai tre anni (Rappresenta la prima opportunità del genere in Ramle). A questo si aggiungono programmi di sostegno per i bambini delle scuole elementari, corsi di computer e di telecomunicazione per le donne arabe.
(In questo contesto il termine arabi indica i palestinesi con cittadinanza israeliana).
La seconda attività è il “Centro per la coesistenza fra arabi ed ebrei” che promuove varie attività congiunte fra i residenti nell’area di Ramle-Lod. I programmi comprendono un Campo di pace estivo che si svolge ogni anno, un’iniziativa di collegamento fra genitori arabi ed ebrei, corsi di formazione alla convivenza per insegnanti e operatori di servizi sociali e d’arte per giovani; incontri fra adolescenti (anche con soggiorni all’estero), tornei sportivi, e celebrazioni delle feste che coinvolgono famiglie arabe ed ebree.
Per chi volesse saperne di più: www.openhouse.org.il
L’indirizzo per le comunicazioni internazionali è P.O. Box 26187, Jerusalem 91261, Israel
Email: contacts@openhouse.org.il
Newe Shalom/Wahat al-Salam – Oasi di pace
Neve Shalom/Wahat Al-Salam, Oasi di pace, è un villaggio cooperativo che si trova fra Gerusalemme e Tel Aviv-Jaffa, nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi di cittadinanza israeliana (i cosiddetti arabi-israeliani, cristiani e mussulmani). Gestito in modo democratico, il villaggio è di proprietà dei suoi stessi abitanti. Fondato nel 1972, oggi vi risiedono 50 famiglie ed è in corso un progetto per inserirne altre 90 (sempre suddivise a metà fra israeliani e palestinesi residenti in Israele). NSWAS offre servizi educativi e scolastici (dal nido, alla scuola materna ed elementare, riconosciuti dal governo di Israele) ai bambini del villaggio e non solo. Oggi infatti gli iscritti alle scuole sono circa 300, cui il sistema educativo in atto assicura un corso non solo bilingue, ma rispettoso delle tre identità religiose presenti (ebrei, cristiani e mussulmani), nel quadro di promozione della cultura di pace.
Nel 1979 fu aperta la Scuola per la Pace, istituzione capace di comunicare all’esterno i valori che NSWAS propone con i suoi progetti educativi. Tramite una varietà di corsi e seminari, diretti a molteplici strati sociali delle popolazioni ebraica e palestinese, la Scuola per la pace opera per accrescere la consapevolezza della complessità del conflitto e migliorare – esclusivamente per mezzo di interventi nel settore dell’educazione - la comprensione reciproca trai due popoli.
A NSWAS esiste anche un singolare luogo di meditazione e preghiera, dove il rispetto per tutte le fedi presenti, ha prodotto l’abolizione di ogni simbologia religiosa e la scelta del silenzio, quale modalità di partecipazione. La costruzione infatti, che accoglie questo modo rispettoso di vivere la propria fede, si chiama in ebraico Dumia, silenzio (Salmo 65,2) e in arabo Sakina (Corano 48,4), tranquillità.
Per chi volesse saperne di più: www.nswas.com (Un’icona con varie bandiere consente di accedere anche ad informazioni in italiano).
Nevé Shalom/Wahat al-Salam Doar Na Shimshon 99761 Israele
Pubbliche relazioni: tel +972 2 9915621; fax +972 2 9911072 pr@nswas.com
CONFRONTI
Cammino ecumenico di pace a Gerusalemme
Un’iniziativa del Consiglio delle chiese cristiane di Milano
Roma (NEV), 9 giugno 2004 - Saranno circa 130 i partecipanti al cammino ecumenico di pace a Gerusalemme promosso dal Consiglio delle chiese cristiane di Milano; la folta delegazione, che comprende esponenti delle chiese ortodosse, evangeliche e della chiesa cattolica della città, partirà il 17 e rientrerà dopo una settimana.
Tra i partecipanti a questa “missione” ecumenica e di pace vi saranno l’arcivescovo della Chiesa ambrosiana, il cardinale Dionigi Tettamanzi; i pastori evangelici Martin Ibarra e Lidia Maggi; il decano della Facoltà valdese di teologia, prof. Daniele Garrone; l’arciprete ortodosso Traian Valdman. Lo spirito del viaggio – spiegano gli organizzatori – è soprattutto nell’incontro con le “pietre viventi” di Israele e dei Territori palestinesi: persone e comunità che testimoniano fedi e tradizioni spirituali di grande rilevanza per la comunità cristiana occidentale: i cristiani dell’Oriente, gli ebrei, i musulmani.
In questa linea sono previsti diversi incontri ecumenici con la partecipazione di esponenti delle diverse chiese di questo angolo del Medio Oriente, così carico di significato e di memoria per tutta la comunità cristiana. Inoltre, nello spirito del “servizio” alla pace che anima questa iniziativa ecumenica, sono previsti incontri con centri e personalità attivamente impegnati nella promozione del dialogo tra israeliani e palestinesi: tra gli altri, la comunità di Nevé Shalom – Wahat As Salaam; l’Associazione dei “Genitori delle vittime” sia israeliane che palestinesi; l’International Center di Betlemme; l’Interfaith Encounter Association, il progetto Windows; il premio UNESCO per la pace, Emil Shoufani.
“Cristiani e rappresentanti di chiese differenti – spiegano i responsabili del Consiglio - vogliamo porci in un cammino ecumenico per ascoltare chi soffre e chi cerca la pace, proprio là dove la possibilità del dialogo è più contrastata dalla spirale della violenza, ma dove la memoria della fede sostiene la speranza e appella alla solidarietà”.
L’organizzazione dei vari incontri è stata affidata al mensile interreligioso “Confronti”, che da anni promuove iniziative di scambio ecumenico ed interreligioso a sostegno della pace, in Medio Oriente come in altre regioni di conflitto. “Il processo negoziale procede troppo lentamente – afferma Paolo Naso, direttore di “Confronti” – ed iniziative di questo tipo ci aiutano a sostenere e consolidare un dialogo dal basso. In un tempo di acuta sofferenza sia per gli israeliani che per i palestinesi, sono un investimento sul futuro della convivenza tra due popoli che hanno diritto entrambi alla pace, alla giustizia ed alla sicurezza”. (nev/gu)
http://www.theparentscircle.com/parents/news.asp
The Parents Circle - Families Forum ("Parents Circle") of Israeli and Palestinian bereaved families was founded in 1995. The Families' Forum's members, consisting of more than 500 families, have all lost a close relative due to the ongoing violence in the Middle East.
Since its foundation the Parents Circle has promoted reconciliation as an alternative to the hatred and revenge, which for too long have been the prevailing response of Palestinians and Israelis to the ongoing violence in the region. The Parents Circle members demonstrate that even those who have suffered the most can acknowledge the other side's pain rather than seek revenge for for their loss.
THE FAMILIES FORUM is the operational apparatus of the Parents' Circle organization. Members of the Forum include hundreds of Israeli and Palestinian bereaved families who have lost, as a result of the Israeli-Arab conflict, a first degree family member and accepted the principles and objectives of the Forum.
The Families Forum acts to prevent further bereavement which is threatening the Israeli society and the peoples in the region as a result of the absence of peace.
THE FORUM MEMBERS BELIEVE: in putting an end to occupation; termination of hostility and in achieving a political settlement agreed upon by all sides by means of reconciliation and communication between the two peoples and through mutual consideration and respect of each others' national and legitimate aspirations.
THE FORUM MEMBERS ACT: to influence, through various means, the public and policy makers to prefer the way of peace to that of war; to adopt moves towards mutual reconciliation; to deepen education to democracy and to internalize the awareness against the use of bereavement to deepen hostility between peoples.
Members of the Forum have met and had discussions with Chairman of the Palestinian Authority Yasser Arafat, with former President of Israel Ezer Weizman, with Prime Minister Ehud Barak as well as other Israeli and world leaders and statesmen. Members of the Forum partake in joint Israeli-Palestinian seminars and engage in educational activities in high schools.
A Weekend for Peace [23.1.2004]
About three or more years ago, some months before the outbreak of the second Intifada, I wrote about the weekend Yudke and I spent with the Parents’ Circle (the Forum of Bereaved Parents) in Gaza.
At the meeting in Gaza between Palestinians and Israelis, there was no doubt that all present agreed that peace is the solution, and that if we of all people could look each other in the eye and be prepared to work for peace together, surely our peoples and governments and leaders could do so also. There was optimism in the air, and preparation in both Israel and the territories for the opening of the new era.
But, something went wrong. The second Intifada began, and what seemed like a minor setback became the beginning of a new era, but definitely not the one we were all anticipating. What happened to the Parents’ Circle? Yitschak and the core group never wavered, and continued to maintain their contacts with the Palestinian families, and to speak out both in Israel and abroad, but the periphery, such as Yudke and I, were confused and doubtful.
Three years have passed, and last weekend, Palestinian and Israeli bereaved families met once again, face to face in a hotel in East Jerusalem. There was a great desire to believe in each other, to believe that yes, there was another answer to the futile war between us. The Palestinans reported on their personal tragedies – children, husbands, wives, brothers and sisters, mothers and fathers killed by Israeli soldiers. The Israelis reported on their personal tragedies – children, husbands , wives, brothers and sisters, mothers and fathers, killed by Palestinian snipers and suicide bombers. Were all these killings going anywhere? Are they bringing us any closer to peace? Can we expect children of both sides to have anything less than hate for the other side?
Do we, as Israelis, realize the crushing effect that being conquerors is having on our young soldiers, the way it is encouraging them to act at the checkpoints? The fear of being killed that is turning them into oppressors? Can we, as parents and grandparents, allow our children and grandchildren to inherit this situation?
And can the Palestinians understand that they are educating their young to approve of suicide bombing, of also killing innocent civilians, of the example they give when they jump for joy over such actions, or teach the school children that the only answer is hatred?
Last weekend, the participants began to face up to these questions. If till now the feeling that our bereavement united us and was an example of how such suffering could be an example of the ability for reconciliation, I think we “grew up” and realized that we now have to go further, to discuss what fears we all have concerning the other side, and when we talk about peace and reconciliation, it is time to put into words what that means. Sometimes, we stretch over backwards not to say anything that might be offensive, yet if we are to put true meaning into working together, everything must be put “on the table”. We have a long way to go.
Yudke and I are not very active in the Parents’ Circle, mainly because most of our free time goes to the fight for Road Safety. But we came home from the week end with the phone numbers of four Palestinian families, and shall try vey hard to maintain contact with them, even by phone if they are not allowed into Israel.
To quote Alice in Wonderland, “If you don’t know where you are going, what does it matter how you get there!” But if we are sure we are going to peace, we already know that we are not getting anywhere near there by prolonging the present situation. To again quote the Parents’ Circle, surely the Road to Peace is Preferable to the Path of War.Isn’t it our choice?
Nurit Grossman [mailto:nurit@galon.org.il] (The full text is duplicated at the Opinions Section- Words that Count)
22/03/2004 Patti Smith and Friends Play For A 'Peaceable Kingdom' on April 13 at The Cathedral of St. John The Divine
On Tuesday, April 13 at 8:30pm, at St. John The Divine Cathedral in New York City, veteran rocker Patti Smith along with some of the world's most respected dignitaries and celebrities will assemble for 'Peaceable Kingdom,' a concert benefiting the Parent's Circle in association with The Geneva Initiative, an unofficial Israeli-Palestinian model for a peace agreement reached by prominent Israeli and Palestinian leader. The Parent's Circle welcomes the Initiative's special guests of honor Yossi Beilin and Yassir Abed-Rabbo.
Smith, who penned her new song "Peaceable Kingdom" in honor of the occasion, will be joined by a diverse and eclectic array of critically-acclaimed entertainers including Israeli superstar David Broza, who will perform with one of Palestine's prominent Ud players, a capella vocal harmonists The Anonymous 4, all-female chamber ensemble The Eroica Trio, Grammy Award nominated composer Osvaldo Golijov and alterna-folk stylists Cat Power fronted by Chan Marshall, widely regarded as one of the most powerful performers in music today.
The Parent's Circle is a bi-national organization formed in 1995 by Yitzhak Frankenthal after the murder of his son by Hamas in 1994. Today over 200 Israeli and Palestinian families who have lost a loved one in the conflict belong to the circle. The group offers support and encouragement among its members both Israeli and Palestinian, who have paid the ultimate price, share the same pain and sense of loss. Together, they serve each other as sources of strength and pursue their common interest in promoting peace and reconciliation in the volatile region through education, negotiation, meetings with influential world leaders, lectures, and summer camps. A toll-free hotline has been instituted, resulting in approximately 1500 Israelis talking to 1500 Palestinians a day.