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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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US 'arrogant and stupid' in Iraq
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Alberto Fernandez told al-Jazeera TV the US was now willing to talk to any insurgent group apart from al-Qaeda in Iraq, to reduce sectarian bloodshed. His remarks came after President George W Bush discussed changing tactics with top military commanders. A report that officials are drawing up a timetable for Iraq's government to improve security has been denied. The New York Times reported that the Bush administration was preparing a timetable for the government to meet objectives - including disarming sectarian militias - that would stabilise the country and allow US troops to take a reduced role.
The plan is "to get the Iraqis to step up to the plate", the newspaper cited a senior administration official as saying. "We can't be there for ever," the official added. But White House spokeswoman Nicole Guillemard denied the report. "The story is not accurate, but we are constantly developing new tactics to achieve our goal," she said. Meanwhile, British Foreign Office Minister Kim Howells, in an interview with the BBC, has suggested that the Iraqi security forces could take over much of the work of US-led forces within a year. 'Regional disaster' Mr Fernandez, an Arabic speaker who is director of public diplomacy in the state department's Bureau of Near Eastern Affairs, told Qatar-based al-Jazeera that the world was "witnessing failure in Iraq". "That's not the failure of the United States alone, but it is a disaster for the region," he said. "I think there is great room for strong criticism, because without doubt, there was arrogance and stupidity by the United States in Iraq." On talks with insurgent groups, he said: "We are open to dialogue because we all know that, at the end of the day, the solution to the hell and the killings in Iraq is linked to an effective Iraqi national reconciliation." 'Goal is victory' Mr Fernando's comments came after Mr Bush said in his weekly radio address that US troops were changing tactics to deal with the insurgency.
"Our goal in Iraq is clear and unchanging," he said. "Our goal is victory. What is changing are the tactics we use to achieve that goal." He later held a teleconference call with senior military commanders, as violence continued in Iraq. Saturday saw 17 people killed in a mortar attack on a market near the capital, Baghdad, while three US marines killed in Anbar province, bringing the total number of US troops killed in Iraq in October to 78. The BBC's James Westhead in Washington says that while there is no official change in US strategy, change is on everyone's lips. A new poll weeks before key Congressional elections shows two-thirds of Americans believe the US is losing the war in Iraq. |
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Mentre i magistrati romani che indagano sulla morte di Nicola Calipari annunciano il ritorno in Italia nelle prossime ore dei tre telefoni satellitari in dotazione al funzionario del Sismi rimasti in mano alle forze Usa. Mentre Giuliana Sgrena affida i suoi ricordi ad una lunga intervista pubblicata su il manifesto in cui parla dell'attacco Usa alla macchina che la stava portando in aeroporto. Mentre a Baghdad si mette in moto la commissione d’inchiesta congiunta Italia–Usa. Il ministro della Giustizia Roberto Castelli butta ingiurie a manate sulla reporter rapita: «Ha detto un cumulo di sciocchezze, parla da poco accorta, ci ha creato problemi e lutti che era meglio evitare».
Giuliana

Giuliana Sgrena è stata liberata oggi a Bagdad ad un mese dal rapimento.Evviva.
Giuliana Sgrena rapita in Iraq
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Il ritratto di una reporter forte e fragile
Iraq/Rapimento. Chi l'ha rapita ha preso un abbaglio
A. G.
Giuliana è forte e fragile al tempo stesso. Fa una certa impressione, in queste ore, saperla in mano a chissà chi. Proprio lei che è donna di pace, di dialogo, espertissima di mondo arabo e giornalista sempre in prima linea tra le tante contraddizioni mediorientali, fin da quando il fondamentalismo islamico deflagrò in Algeria (è stata la prima reporter a dirci quello che accadeva incredibilmente ad Algeri, che tutti reputavamo capitale di un paese laico e progressista). Poi è andata più volte, dopo il tragico 11 settembre 2001, in Afghanistan e Iraq a raccontarci l'orribile risposta di guerra al folle terrorismo.
Giuliana ha scritto centinaia di articoli sul Medio Oriente e sul conflitto Israele-Palestina. Ha scritto pure dei libri su quegli stessi argomenti. Ha pure studiato l'arabo per saperne di più. E, molto spesso, le sue vacanze le trascorre negli altri paesi arabi che non frequenta per lavoro.
Lei è forte nelle sue convinzioni politiche e giornalistiche, come sa esserlo una donna nata tra le montagne della Val d'Ossola. Ha studiato a Milano, dove negli anni Settanta ha fatto parte del Movimento studentesco di Mario Capanna e Luca Cafiero. Poi, nei primi anni Ottanta, è venuta a vivere a Roma, lavorando prima nella redazione del giornale del Pdup e poi di "Pace e guerra". Nel 1988 è entrata nel "manifesto" portando il suo bagaglio fatto di esperienze, idee e conoscenza delle lingue straniere. Con lei, è sempre un piacere discutere e informarsi. Lo sanno non solo tutti i suoi amici, ma pure i colleghi – italiani e stranieri – che la stimano e la coccolano.
Giuliana, però, come tutti noi, ha un lato fragile. La sua emotività, a volte, prende il sopravvento. Ha spesso bisogno di amicizia, conforto, tenerezza solidale e condivisione. Per questo, è importante – proprio in queste ore – farle sentire tutta la nostra amicizia e solidarietà.
Chi l'ha rapita deve sapere di aver preso un abbaglio. A meno che non si voglia colpire chi proprio racconta la guerra per rendere più forti le ragioni della pace.
http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=3245&numero=193
| Giuliana Sgrena rapita in Iraq | |
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Molti siti d’informazione, italiani e stranieri, hanno pubblicato le immagini riprese dall’operatore Kevin Sites della Nbc all’interno di una moschea di Falluja dove si vede un soldato dei Marine uccidere un iracheno ferito e disarmato che era disteso a terra assieme ad altri uomini, uccisi o gravemente feriti.
L’Unità On Line ha scelto diversamente. Mentre sentiamo necessario denunciare e condannare l’atto di inutile crudeltà e barbarie commesso dentro quel luogo di culto devastato, pensiamo che non sia necessario aggiungere orrore all’orrore e che la pietas debba prevalere sul documento.
La morte è uguale sempre, che sia di un americano o di un iracheno, anche se i media occidentali troppo spesso sembrano ritenere che solo quella dei “bianchi” meriti attenzione e cordoglio.
(Nella foto che pubblichiamo, si vede un fotogramma del video. L'uomo ripreso non è lo stesso che è stato ucciso dai marines)


La lenta agonia di Falluja
Nella città fantasma manca l'acqua, l'elettricità, le medicine e scarseggia il cibo. Ma gli Usa e il premier Allawi impediscono alle organizzazioni umanitarie di portare aiuti
GIULIANA SGRENA
Icomandi militari Usa sperano che la resistenza di Falluja cada entro questa notte. Forse temono l'effetto che potrebbe avere la fine del Ramadan e la celebrazione dell'Aid nel rinfocolare la battaglia. Il segretario alla difesa Usa Donald Rumsfeld in visita in Salvador, l'unico paese latinamericano che mantiene truppe in Iraq, non fa previsioni sui tempi: «Sono a buon punto e concluderanno l'operazione con successo. Ci vorrà il tempo necessario». George Bush conferma: sono stati fatti «progressi sostanziali», ha detto in una conferenza stampa congiunta con Tony Blair. Sul terreno, le truppe americane stanno cercando di intrappolare i combattenti a sud, schiacciandoli lungo le rive dell'Eufrate. «Non possono andare al nord perché ci siamo noi. Non possono andare a ovest perché c'è il fiume, non possono andare a est perché abbiamo una forte presenza», ha detto il sergente maggiore Roy Meek. Ma qualche ora dopo una forte esplosione si è sentita nel distretto di nord-ovest Jolan. «La situazione è molto pericolosa perché gli insorti non sanno dove andare e stanno seduti in casa ad aspettarci», sostiene il caporale Will Porter incaricato di dare la caccia ai guerriglieri casa per casa. I cecchini colpiscono ovunque, anche il quartier generale delle forze Usa. Il numero dei feriti americani si è moltiplicato - sono centinaia -, tanto da imporre un aumento dei posti letto nell'ospedale della base tedesca di Landstuhl, dove vengono portati. Il numero dei morti è salito a 23, uno dei quali a baghdad, dove è stato anche abbattuto un Black Hawk.
La sorte peggiore tocca agli iracheni. Gli americani parlano di 600 combattenti uccisi, ma non riferiscono di civili, ammesso che la cifra sia realistica, evidentemente non fanno distinzioni. Perché vittime civili ci sono, come risulta dalle testimonianze: si parla di donne e bambini colpiti da schegge di granate o dalle bombe. Un bambino di nove anni colpito allo stomaco da schegge è morto dissanguato perché non ha potuto essere curato. A Falluja non ci sono più équipe mediche, nell'attacco a una clinica gli americani hanno ucciso venti medici. E poi i marine sparano su tutto quello che si muove. Falluja è una città fantasma, piena solo di cadaveri. Fadhil Badrani, un giornalista iracheno di Falluja, dice che le strade sono piene di cadaveri e il tanfo è insopportabile. Non sono solo le morti a prefigurare un disastro umanitario, già denunciato dalla Mezzaluna rossa irachena, sostenuta anche dalla Croce rossa e dall'Unicef. «Non c'è acqua, la gente beve acqua sporca. I bambini muoiono. Si mangia farina perché non c'è altro cibo», ha raccontato quando è arrivato a Habbiniya Rasul Ibrahim, che è riuscito a fuggire a piedi con la famiglia, moglie e tre bambini. Habbaniya, che si trova a una ventina di chilometri a ovest di Falluja, è diventata un campo profughi dove si sono rifugiate circa 2.000 famiglie. I rifugiati, molti dei quali vivono dentro le scuole o sotto le tende, soffrono di diarrea e malnutrizione, hanno bisogno di medicine e cibo, sostiene Firdoos al Ubadi, portavoce della Mezzaluna rossa (Ircs). Un convoglio di aiuti ha raggiunto Habbaniya giovedì, un altro è ad Amiriya - con acqua potabile, cibo e medicine, un team di sette medici e personale per il soccorso - pronto per essere inviato a Falluja. Ma gli appelli rivolti dalle organizzazioni umanitarie agli Usa e al governo iracheno perché permettano di portare aiuti a Falluja sono rimasti inascoltati. L'agonia di Falluja si consuma di fronte alla criminale indifferenza degli Stati uniti, ma anche del governo iracheno, o almeno del premier ad interim Allawi, perché pare che il governo sia diviso al suo interno. «Se vinceremo, l'Iraq sarà più prossimo a diventare un paese libero e democratico, fervente desiderio dei nostri cittadini», ha detto Allawi in una intervista al britannico Sun. Ma innanzitutto i cittadini di Falluja vogliono vivere. Ed è contro il premier che si stanno concentrando i risentimenti.
Ieri è tornato a farsi vivo, su un sito Internet, Abu Musab al Zarqawi, per la pretesa cattura del quale gli Usa stanno distruggendo Falluja. Zarqawi, che evidentemente non si trova asserragliato sulle rive dell'Eufrate, ha invitato i ribelli a resistere: «Eroi dell'islam a Falluja, sia benedetta la vostra santa guerra.... Non abbiamo dubbi che i segni della vittoria di dio appariranno all'orizzonte». Per ora quello che possono sperare gli abitanti di Falluja è di vedere sorgere del primo spicchio di luna che segna la fine del Ramadan, ma l'Aid non sarà una festa.
fonte: il Manifesto del 13 Novembre 2004
Voci dalla società civile
Rappresentanti iracheni a Roma per «Costruire ponti di pace»
Realtà drammatica Ad alimentare la violenza è la guerra e l'occupazione Usa «che ha trasformato l'Iraq in un ventre molle». «Sono con la resistenza ma sono anche contro la violenza». «Uccidere persone disarmate è terrorismo»
GIULIANA SGRENA
ROMA
Di Iraq si parla,forse non abbastanza e comunque spesso se ne parla senza confrontarsi con la realtà irachena. E così si assiste impotenti al massacro di Falluja. L'incontro «Costruire ponti di pace», che si è tenuto ieri al teatro Piccolo Eliseo di Roma, ha offerto una grande opportunità di incontro con la società civile irachena. L'appuntamento, sponsorizzato dalla Provincia di Roma, è stato organizzato da Un ponte per insieme a Ics, associazioni (Arci, rete Lilliput), sindacati (Ggil, Fiom), Donne in nero, Carta, Aprile, Tavola della pace, Rifondazione e molti altri. La rappresentanza della società civile, che invece sarà esclusa dalla Conferenza governativa di Sharm el Sheikh, ha permesso di conoscere una realtà drammatica ma anche di entrare nelle contraddizioni dell'Iraq sotto occupazione che spesso vengono ignorate nei nostri dibattiti. Purtroppo l'assenza delle due rappresentanti delle organizzazioni di donne - Amal e Iraqi women network -, bloccate a Baghdad per la chiusura dell'aeroporto, hanno fatto mancare una componente importante della società civile irachena impegnata in aspre battaglie per la difesa dei propri diritti.
Sono stati comunque affrontati temi importanti come quelli dei diritti umani e dei lavoratori e il ruolo giocato dalle moschee (sia sunnite che sciite) in campo sociale. Naturalmente l'attenzione era particolarmente puntata su Falluja, dove è in corso un feroce attacco delle truppe americane (vedi intervista a fianco). Ma la violazione dei diritti umani è un problema che va oltre Falluja, individuata da Ismail Daud (Associazione nazionale per la difesa dei diritti umani in Iraq) anche nelle distruzioni provocate dalla guerra e dall'occupazione, dai bombardamenti, dalle perquisizioni, dalle punizioni collettive, dagli arresti. Ad alimentare la violenza è l'occupazione, sostiene Ismail Daud, che condanna anche l'impunità dei militari Usa. E aggiunge: ci dicono che combattono il terrorismo, ma sono stati loro a trasformare l'Iraq nel ventre molle, in un campo di battaglia, lasciando incustodite le frontiere e permettendo l'arrivo di terroristi, è solo violenza che alimenta se stessa. Sulla resistenza, che per Ismail Daud dovrebbe darsi una piattaforma politica, sostiene: «sono con la resistenza ma sono contro la violenza, anche perché penso che sia più utile... Anche i gruppi armati limitano le nostre libertà. Mentre uccidere persone disarmate è terrorismo».
Un altro dei diritti negati è sicuramente quello dei lavoratori. Fin dai tempi di Saddam, quando, ha sottolineato Hassan Jumma Awad, del sindacato dei lavoratori del petrolio di Bassora, «gli operai erano stati privati della loro identità». Hassan ricorda l'esperienza sindacale degli anni cinquanta, ma afferma che sotto occupazione il sindacato deve avere un ruolo particolare, soprattutto se agisce nel campo del petrolio. «Il nostro ruolo ora non è di difendere l'operaio ma di riuscire a entrare nel processo produttivo per sapere quello che succede, perché noi estraiamo il petrolio ma non sappiamo dove va a finire dopo che è imbarcato su una nave». E per quanto riguarda le privatizzazioni, Hassan sostiene che per ora non se le possono permettere né gli americani né il governo iracheno, «per le ricadute sociali negative che avrebbero».
Il fatto che le moschee suppliscano a vuoti di potere e alla mancanza di assistenza sociale non è una originalità irachena, ma anche in Iraq funziona, come hanno ben spiegato i due religiosi, uno sunnita e l'altro sciita. Lo sceicco Anwar Younis (quello delle margherite alle Simone, per la cui liberazione si sono adoperati tutti i presenti) è partito dall'esempio di Sadr city, che è, secondo lui, una rappresentazione in piccolo dell'Iraq. Per concludere sulle elezioni: «dobbiamo votare per eleggere qualcuno che non ci bombardi più». Mentre sceicco Mihammed Hussein, della moschea di al Zafaranya, sunnita, ha voluto concludere ritornando a Falluja: «dove sono le manifestazioni che condannano le azioni americane?» Fabio Alberti, presidente di un Ponte per, introducendo il dibattito, ha chiesto «l'immediata cessazione dell'attacco a Falluja e alle altre città, l'immediato ritiro delle truppe italiane e la fine dell'occupazione Usa»..

famiglie..Iraq guerra..

bambini..Iraq..guerra..

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VITTIME
Internazionale 5/11 novembre n. 564 pag. 19
Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000). Dati aggiornati alle 16 del 3 novembre 2004.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi 3.519
Israeliani 960
Altre vittime 71
Totale 4.550
Internazionale 5/11 novembre n. 564 pag. 20
Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003). Dati aggiornati alle 16 del 3 novembre 2004.
Iracheni 14.219-16.352
Americani 1.123
Altre vittime 142
raccontato da AUG alle ore 07:04 | commenti (2)
sabato, novembre 06, 2004
fonte: www.betlemme.splinder.com
IRAQ: GEN. METZ, COMBATTIMENTI FALLUJA LONTANI DALLA FINE
Washington, 10 nov. - (Adnkronos) - Le forze americane hanno raggiunto il controllo del 70 per cento del territorio di Falluja, ma i combattimenti ''sono ben lontani dal terminare'', come ha precisato il generale Thomas Metz, il comandante dell'operazione ''Phantom Fury'' contro la citta' sunnita, in collegamento video con i giornalisti accreditati al Pentagono. ''Vi saranno diversi altri giorni di intensi combattimenti urbani'' -ha aggiunto Metz. ''Stiamo procedendo velocemente, ma senza fretta, per mantenere l'iniziativa. Operiamo con cautela e precisione per minimizzare le vittime civili e i danni alla citta'''.
(Red/Opr/Adnkronos)
10-NOV-0417:02
stanno usando anche le armi chimiche, i gas?
Un bombardamento americano ha colpito e distrutto una clinica nel centro della citta', dove venivano ricoverati i feriti dopo che i marines, cui si sono poi unite truppe irachene, hanno occupato ieri sera il principale ospedale della citta'. Lo hanno riferito degli abitanti, aggiungendo che nella clinica colpita sono rimasti uccisi alcuni pazienti e personale medico. Le truppe americane si trovano stamattina a meno di un chilometro dal centro di Falluja. Lo ha detto alla France Presse un ufficiale superiore americano. ''L'offensiva e' condotta da nord verso sud. Le truppe americane si sono scontrate all'inizio con una resistenza, ma adesso non ce ne e' quasi piu'. Le truppe si trovano a meno di un chilometro dal centro'', ha detto l'ufficiale dalla sua postazione vicino alla citta'.
Un bombardamento americano ha colpito e distrutto una clinica nel centro della citta', dove venivano ricoverati i feriti dopo che i marines, cui si sono poi unite truppe irachene, hanno occupato ieri sera il principale ospedale della citta'. Lo hanno riferito degli abitanti, aggiungendo che nella clinica colpita sono rimasti uccisi alcuni pazienti e personale medico. Le truppe americane si trovano stamattina a meno di un chilometro dal centro di Falluja. Lo ha detto alla France Presse un ufficiale superiore americano. ''L'offensiva e' condotta da nord verso sud. Le truppe americane si sono scontrate all'inizio con una resistenza, ma adesso non ce ne e' quasi piu'. Le truppe si trovano a meno di un chilometro dal centro'', ha detto l'ufficiale dalla sua postazione vicino alla citta'.
FALLUJA, MOSCA INVITA GLI AMERICANI A NON ESAGERARE
La Russia ha chiesto oggi agli Stati Uniti di non esagerare con l'uso della forza militare a Falluja. ''Le ostilita' - ha dichiarato Aleksandr Yakovenko, portavoce del ministero degli Esteri - non dovrebbero provocare sofferenze o vittime tra il popolo iracheno e dovrebbero essere proporzionate alla minaccia esistente''. Il portavoce russo ha espresso la speranza che le operazioni militari in corso non aggravino la situazione in Iraq prima delle elezioni in programma a gennaio. ''E' impossibile - ha avvertito Yakovenko - arrivare in Iraq ad una soluzione usando soltanto la forza. Dovrebbero essere intensificate le iniziative per arrivare ad un consenso generale e ad un accordo nazionale''.
fonte: Ansa .it

Fallujah, 8 ottobre 2004
Il comando Usa ha confermato il raid aereo di questa notte su un edificio della città sunnita di Fallujah, a ovest di Baghdad, in cui sono rimaste uccise 10 persone e altre 17 sono rimaste ferite.
L'esercito americano ha aggiunto di aver colpito un edificio in cui era in corso un vertice dei dirigenti del movimento Tawhid al Jihad (Monoteismo e Jihad), del terrorista giordano Abu Musab al Zarqawi, secondo le informazioni ricevute da "fonti d'intelligence credibili".
Un medico della città, Adil Khamis, ha detto che tra le vittime ci sarebbe "anche uno sposo alla sua prima notte di nozze". Khamis ha aggiunto che tra feriti ci sarebbe la sposa e alcune sue parenti.
Nel comunicato del comando Usa si precisa che raid aerei come quello di questa notte hanno inferto un "colpo significativo" al movimento di Zarqawi, uccidendone diverse figure chiave tra cui il capo luogotenente Mohammed al Lubnani e il consigliere spirituale Abu Anas al Shami.
fonte: rai.it

Esteri![]()
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Rapiti due americani e un inglese. Kofi Annan: «La guerra di Bush è stata illegale»
di red
Sono due americani e un inglese (e non tre cittadini britannici come si è detto in un primo momento) gli ultimi rapiti in Iraq. La notizia è stata diffusa dal ministero dell'Interno di Baghdad. Ieri sera, il segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, alla Bbc londinese, ha detto: «Dal punto di vista dell'Onu, la guerra di Bush fu illegale». Rapporto dell'intelligence americana: in Iraq manca la sicurezza, la guerra civile non è da escludere. Bomba a Baghdad: un morto e 10 feriti.
fonte unità on line

Abbiamo appreso" afferma Sergio Marelli, Presidente dell'Associazione delle Ong italiane del rapimento di Simona Torretta e di Simona Pari, la prima peraltro è presente in Iraq da diversi anni ed è un'operatrice qualificata ed esperta della realtà locale, insieme a loro sono stati rapiti altri due operatori locali iracheni uno dell'Associazione Un ponte per e l'altro di Intersos. Subito ci siamo messi in contatto con gli altri volontari dell'associazione umanitaria che fortunatamente sono riusciti a sfuggire al sequestro. E'stato un fatto inatteso, del quale non abbiamo avuto nessun segnale in precedenza, siamo molto preoccupati e stiamo valutando insieme a tutte le Ong la strategia migliore da mettere in campo, per arrivare al più presto alla liberazione delle due operatrici umanitarie. Siamo in contatto costante con l'unità di crisi della Farnesina per capire come comportarci nei confronti dell'altro personale presente in Iraq.
Dopo il rapimento e l'omicidio di Baldoni sembrerebbe esserci la volontà precisa di colpire le organizzazioni umanitarie che hanno come prima finalità quella di aiutare il popolo iracheno e che hanno dichiarato da sempre il loro no alla guerra anche con una vena di criticità nei confronti dell'occupazione anglo-americana. Questo terrorismo che colpisce indiscriminatamente, non solo è un fenomeno da condannare come sempre abbiamo fatto e da isolare ma oggi, probabilmente è anche il maggior nemico del popolo iracheno. Questi uomini armati non rappresentano assolutamente gli iracheni e non saranno queste atti tragici e drammatici a far cambiare le finalità delle Ong che stanno lavorando in Iraq per ricostruire il paese e per aiutare la popolazione in difficoltà".
Sono 7 le Ong italiane presenti in Iraq: Ics, Intersos, Coopi, Cesvi, Cosv, Gvc, Un ponte per e Emergency. 20 sono i volontari operanti nel territorio occupato dagli anglo-americani, nella zona di Bassora, a Bagdad e nel Kurdistan iracheno. I settori principali di intervento di cui si occupano gli operatori della cooperazione in territorio iracheno sono: sviluppo locale delle Ong locali, allestimento e organizzazione dei campi profughi e costruzione e manutenzione delle infrastrutture (acqua e sanità) e in particolare a Bagdad, le Ong italiane sono accanto ai bambini di strada, ai minori sfollati dalla guerra.
fonte http://www.vita.it/
Quando si dubita dei propri ricordi per confermarsi nella propria ragione non c’è altro da fare che riesaminare ciò che è stato detto e fatto:
Il 3 maggio del 2003 The Times Magazine riferiva (in un editoriale di Philip Webster ) che Mr. Blair si dichiarava disposto ad “incontrare il mio Creatore e a rispondere di coloro che sono morti come risultato della mia decisione” e che la sua dichiarazione di fede risaliva al 2 Aprile, il giorno successivo al massacro di 7 donne e bambini, colpiti a morte a un checkpoint. Pochi giorni il giornalista Alessio Altichieri precisava (Corriere della sera 4 maggio 2003): “La vittoria in Iraq non premia Tony Blair, anzi gli sottrae voti nelle zone dell’Inghilterra dove la popolazione musulmana ha mostrato risentimento verso il governo. Nel giorno del 1° maggio (n.d.r.: 2003) si sono infatti tenute elezioni locali in Gran Bretagna e già si prevedeva che il Labour non mietesse nelle urne quanto ha seminato nel campo di battaglia: l’effetto Falklands, che fece trionfare la signora Thatcher dopo la guerra del 1982 contro l’Argentina, non si sarebbe ripetuto. Ma l’esito è peggiore del previsto: anziché dare un premio, l’Iraq punisce Blair e gli fa perdere Birmingham, seconda città inglese. Naturalmente queste consultazioni possono essere lette come elezioni di mezzo termine, che in ogni democrazia puniscono il partito di governo. Ma è la prima volta che tale calo fisiologico colpisce Blair, ed è per questo che i conservatori giubilano per la «spettacolare vittoria».
Nel 2004 la “punizione” di Blair avrebbe avuto un seguito.
Il 30 giugno 2004 (traggo dalle news della BBB) gli arcivescovi di Canterbury e di York scrivevano a nome di 114 vescovi: “E’ chiaro che l’evidente rottura della legge internazionale in merito al trattamento dei detenuti iracheni è stata un danno profondo. L’evidenza di un doppio standard diminuisce inevitabilmente la credibilità dei governi occidentali sia di fornte al popolo iracheno, sia di fronte al mondo islamico in generale”..
E a indiretta conferma di tutto ciò il 6 luglio 2004 la BBC riferiva una nuova dichiarazione di mr. Blair, secondo cui bisogna accettare il fatto che le armi di distruzione di massa (n.d.r.: causa dell’aggressioen all’Iraq): “non le abbiamo trovate e probabilemte non le troveremo mai”.
Alcuni giorni fa una notizia ripresa da molti quotidiani (qui la riporto dal notiziario web del Corriere della sera) confortava mr. Blair ricordando le disavventure del presidente Bush, suo privilegiato alleato: “La Cia, sulla vicenda delle armi di distruzione di masa nelle mani dell'Iraq, ha commesso «l’errore più grave dell’intera storia americana». E' questa la conclusione alla quale è giunto il vice presidente della commissione Intelligence del Senato americano, John Rockefeller, che ha aggiunto: «Se avessimo saputo allora quello che sappiamo oggi il Congresso non avrebbe mai autorizzato l’intervento militare»”.
Qualche giorno fa un articolo di Maso Notarianni reperibile nel sito <www.peacereporter.it> riferiva in che in Iraq “arrivano a mille i morti ammazzati della coalizione. Cifra tonda, e troppo alta, che darà un pugno nello stomaco ai molti nel mondo che hanno creduto alla favola brutta della guerra lampo, della guerra pulita. <…..> Ma perché invece nessuno pensa al numero dei morti civili di questa guerra che doveva portare pace e democrazia? Secondo le statistiche più attendibili, non si possono nemmeno contare: sappiamo che sono come minimo undicimila”. In Internazionale del 9-15 luglio, a pag. 20, troviamo le stesse cifre riportate senza arrotondamenti: i soldati alleati morti in guerra sono 991 e i civili iracheni uccisi oscillano da un massimo di 13.096 a un minimo di 11.143.
Internazionale riporta regolarmente anche le cifre dei morti nel conflitto israelo-palestinese che , a pag.19 dello stesso numero citato sopra, sono così calcolati: Palestinesi 3.164, Israeliani 925, altri 72.
Intanto la corte di giustizia dell’Aja ha deciso che (riporto di seguito il riassunto dell’articolo di Haaretz, come proposto dal notiziario di Internazionale. Chi volesse leggere l’intero articolo potrà trovarlo nell’archivio del quotidiano israeliano: Fri., July 09, 2004 Tamuz 20, 5764 Last Update: 09/07/2004 12:24 Court: Fence violates int'l law, must be dismantled By Aluf Benn, Haaretz Correspondent): “La costruzione del muro per dividere Israele dalla Cisgiordania è illegale e dunque va sospesa immediatamente. (...)
La costruzione del muro determina infatti una annessione»: così la Corte Internazionale di giustizia dell’Aja, ieri, con una sentenza che sconfessa tutte le argomentazioni di Israele a sostegno del muro, «barriera di difesa contro il terrorismo suicida palestinese». Decisione controversa. E se per il premier palestinese Abu Ala, questa è una decisione «storica», per lo scrittore israeliano Avraham Yehoshua «La verità è che il muro serve per proteggere Israele dal terrorismo palestinese. Serve per dividere due popoli che per il momento non riescono a coesistere”.
Che effetto avrà la sentenza della corte dell’Aja sulla strage mediorientale? Probabilmente nessuno. Sarà importante seguire la stampa oggi e nei prossimi giorni.
Intanto il segretario di Stato Usa Colin Powell ha definito «inappropriata» la decisione dell'Onu di richiedere un parere alla Corte dell'Aia, e ha ribadito che la sentenza non è comunque vincolante. E’ azzardato continuare “ … e noi facciamo quel che vi va”?
Per concludere mi limito a riportare un’altra notizia da
raccontato da AUG sabato, luglio 10, 2004 alle ore 12:41
fonte:www.betlemme.splinder.com