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Parole contro la guerra







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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it


Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà.

Raduno dei bloggers contro la guerra
Sermide (Mantova)
Gennaio 2004

10 Euro per Emergency, entra nell'Esercito dei Bloggers che hanno deciso concretamente di dire NO alla guerra, facendo una donazione per Emergency.
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martedì, novembre 07, 2006
 
Volontariato: Non chiamatemi più pacifista. Intervista a Gino Strada, fondatore di Emergency
d. L’incontro di Assisi del 26 agosto per la pace in Medio Oriente è stato interpretato da molti come un sì al multilateralismo e al ruolo dell’Onu, come l’aprirsi di una nuova fase. È così? r. Il movimento per la pace esprime un sentire molto più ampio e molto più importante delle sigle, delle organizzazioni e dei professionisti della politica. È un movimento di coscienze che attraversa milioni di persone in modi diversi e con sfumature diverse. Quando parliamo, invece, di organizzazioni e di sigle – tipo Tavola della Pace –, penso che siano morte e sepolte, perché non hanno nessuna capacità di essere propositive. Noi di Emergency non abbiamo aderito alla marcia del 26 agosto e non aderiamo nemmeno alla marcia per la pace di Perugia-Assisi 2006. Insomma, noi non faremo più niente con nessuna organizzazione che abbia scelto la guerra riguardo sia all’Afghanistan sia al Libano. Quand’anche un intervento militare fosse legittimo (cioè rispettoso delle vigenti leggi), da quando in qua la legalità e la legittimità sono dei valori di per sé? Io non sarei mai stato d’accordo sull’applicazione delle leggi razziali… Allora, dire che un intervento può anche essere legittimo, secondo i meccanismi che regolano l’Onu, non vuol dire che sia una scelta giusta. Mi preoccupa questa tendenza, dilagante e quasi universale, che considera la politica estera come politica militare. Che ritiene il militarismo e gli interventi militari come l’unica opzione possibile, tanto da non voler provare strade diverse. Ormai si dà per scontato che dove c’è un problema si mandano i militari. Poi, sotto quale egida e con quali regole d’ingaggio, sono questioni marginali. Mi preoccupa che questa tendenza sia stata assunta da organizzazioni che fanno parte del movimento per la pace. Organizzazioni che, quando erano gli avversari politici a fare le guerre, avevano una posizione, mentre se sono gli amici politici a fare le guerre, come oggi, hanno una posizione diversa. d. Che cosa dovrebbe fare il movimento della pace in questo momento? r. C’è bisogno di riflessioni profonde. Ma la riflessione, se non è frutto di una pratica, non può avvenire. E qui casca l’asino. Un conto è una pratica che si risolve nell’organizzare la Perugia-Assisi, un conto è mettere in piedi, per esempio, una forza d’interposizione senza armi. Per farlo seriamente servono milioni di euro. A chi li chiediamo? d. Sta dicendo che ognuno deve tornare a fare ciò che è capace di fare? r. Ciascuno faccia il suo pezzettino di pratica di diritti umani, di dialogo, di pace, di solidarietà. Dove si lavora con certi atteggiamenti, si ottengono risultati. Lo abbiamo visto in tutti i paesi in guerra dove siano presenti: con il nostro lavoro abbiamo il rispetto di tutti. d. Quindi il movimento per la pace deve rinunciare a rompere le scatole al governo, ai partiti, alla politica? r. Il movimento è vasto e fa tante cose. Ci sono state organizzazioni che, prima sull’Afghanistan e poi sul Libano, hanno cambiato la rotta di 180°. Perché? Uno del movimento, Giulio Marcon, ha detto: «Il primo motivo ideale si chiama euro». Sono d’accordo. Qualcuno è stato assoldato dalla cooperazione italiana. Esempio. Tra le associazioni del coordinamento delle organizzazioni non governative italiane che lavorano in zona di guerra, ce n’è qualcuna che non sa distinguere un forno a microonde da un Kalashnikov… Aspetto soltanto che la situazione in Afghanistan si deteriori ancora un po’ e una ong, tipo Alisei, sparirà per sempre da Kabul, con grande sollievo degli afgani. Poi ci sono organizzazioni sponsorizzate in maniera evidente dai partiti: penso a Intersos e alla Margherita. Questo per dire che quel mondo lì ha rinunciato a essere di sprone e di critica alla politica. Pubblicità ce24ore
 
È accodato alla politica. Direi, a qualsiasi politica. d. Lei ha un rapporto di amicizia con padre Zanotelli e don Ciotti. Stavolta avete posizioni diverse. Continuate a parlarvi? r. Ho sentito Alex un paio di volte e devo dire che siamo sostanzialmente in sintonia, considerate le tante garanzie che ha chiesto per l’invio della forza d’interposizione in Libano. Ho cercato Luigi, dopo che avevo letto la posizione di Libera, per dirgli: «Sei impazzito»? Ma non l’ho ancora trovato. Credo che avremo modo di parlarci. d. Però l’impasse c’è. Le organizzazioni vanno un po’ per conto loro… r. Oppure vanno a gruppi in supporto alla politica. Guardiamo al flop del 26 agosto. La questura ha dato 1.000 partecipanti, gli organizzatori 2.000. E fin qui siamo nella fisiologia. Ma La Repubblica ha scritto 6.000. C’è stato un uso politico di quella manifestazione, che – intendiamoci – è stata messa in piedi per essere usata politicamente. Per me questa si chiama propaganda di guerra Altro esempio: quando lanciammo nel settembre 2002 la campagna “Fuori l’Italia dalla guerra”, anche per sollecitazioni interne ed esterne a Emergency, decidemmo di farla insieme ad altri. C’erano quattro sigle: Emergency, Libera, Rete Lilliput, Tavola della Pace. Due mesi e mezzo dopo nasce repentinamente “fermiamolaguerra.it”, in cui ci sono dentro tutte quelle organizzazioni lì, più i partiti. Ma non noi. Come vogliamo chiamarla: subalternità alla politica, sudditanza, servilismo? d. Emergency come intende muoversi? r. L’impegno di Emergency nei prossimi anni è di costruire il movimento contro la guerra. Noi non ci chiameremo più pacifisti. Ne sto discutendo, tra gli altri, con Noam Chomski e Eduardo Galeano… Mi sembra che l’unica cosa che ha un senso oggi sia di trattare la guerra come è stata trattata la schiavitù: come una cosa ripugnante che deve essere buttata fuori dalla storia. È un problema di coscienze e di culture. Se si riuscisse a far discutere l’Onu di questa questione (magari sollecitandolo con una lettera inviata da milioni di bimbi) sarebbe una bella cosa. L’Onu deve essere un interlocutore, anche se oggi sappiamo essere uno strumento nelle mani della Cia e di pochi altri. Oggi è un’Onu che non ha avuto la forza, dopo l’attacco all’Iraq, di convocare un’assemblea straordinaria e di proporre una mozione di espulsione di Stati Uniti e di tutti gli altri che si sono accodati. d. Come giudica il quadro internazionale? r. Siamo in una fase di militarismo con tendenze che mi ricordano la Germania del ’34-’35. Ormai la logica della guerra è stata accettata dalle coscienze. Qui bisogna riprendere in mano il pensiero di Einstein e di Bertrand Russell. Quando Einstein nel ’32 scrisse che la guerra non si può umanizzare ma si può solo abolire, lo presero per scemo… Oggi siamo ancora lì: nessuno vuol affrontare il problema. Abolire la guerra non è un problema legislativo, ma di coscienza. Bisogna invertire questo processo e far penetrare nelle coscienze della gente l’idea che la guerra, cioè la violenza di massa, è ripugnante, degradante e disumana. La guerra è talmente contro natura che il potere deve impegnare tutte le sue forze, compresi i media, per convincerci che la guerra fa bene. Il potere arriva a chiamare pace la guerra. Oggi trovarsi in un conflitto internazionale nucleare è questione di un giorno. Il giorno prima non succede nulla, il giorno dopo uno ha tirato la bomba ed è successo tutto. E noi culturalmente dove siamo? Durante il processo di 15 anni di crescita del militarismo nazista c’era comunque chi pensava e agiva diversamente, chi si opponeva. Oggi nessuno si muove. Questa è la tragedia. 
 
 http://www.caserta24ore.it/news/articolo.asp?id=15018&TT=Attualit%C3%A0


domenica, ottobre 22, 2006
 
US 'arrogant and stupid' in Iraq
US marines in Iraq (file image)
Mr Fernandez said failure in Iraq would be a regional disaster
A senior US state department official has said that the US has shown "arrogance and stupidity" in Iraq.

Alberto Fernandez told al-Jazeera TV the US was now willing to talk to any insurgent group apart from al-Qaeda in Iraq, to reduce sectarian bloodshed.

His remarks came after President George W Bush discussed changing tactics with top military commanders.

A report that officials are drawing up a timetable for Iraq's government to improve security has been denied.

The New York Times reported that the Bush administration was preparing a timetable for the government to meet objectives - including disarming sectarian militias - that would stabilise the country and allow US troops to take a reduced role.

I think there is great room for strong criticism, because without doubt, there was arrogance and stupidity by the United States in Iraq
Alberto Fernandez

The plan is "to get the Iraqis to step up to the plate", the newspaper cited a senior administration official as saying. "We can't be there for ever," the official added.

But White House spokeswoman Nicole Guillemard denied the report. "The story is not accurate, but we are constantly developing new tactics to achieve our goal," she said.

Meanwhile, British Foreign Office Minister Kim Howells, in an interview with the BBC, has suggested that the Iraqi security forces could take over much of the work of US-led forces within a year.

'Regional disaster'

Mr Fernandez, an Arabic speaker who is director of public diplomacy in the state department's Bureau of Near Eastern Affairs, told Qatar-based al-Jazeera that the world was "witnessing failure in Iraq".

"That's not the failure of the United States alone, but it is a disaster for the region," he said.

"I think there is great room for strong criticism, because without doubt, there was arrogance and stupidity by the United States in Iraq."

On talks with insurgent groups, he said: "We are open to dialogue because we all know that, at the end of the day, the solution to the hell and the killings in Iraq is linked to an effective Iraqi national reconciliation."

'Goal is victory'

Mr Fernando's comments came after Mr Bush said in his weekly radio address that US troops were changing tactics to deal with the insurgency.

President Bush speaks with Vice-President Dick Cheney, on screen, and military commanders
Mr Bush held talks on the violence with his military commanders

"Our goal in Iraq is clear and unchanging," he said. "Our goal is victory. What is changing are the tactics we use to achieve that goal."

He later held a teleconference call with senior military commanders, as violence continued in Iraq.

Saturday saw 17 people killed in a mortar attack on a market near the capital, Baghdad, while three US marines killed in Anbar province, bringing the total number of US troops killed in Iraq in October to 78.

The BBC's James Westhead in Washington says that while there is no official change in US strategy, change is on everyone's lips.

A new poll weeks before key Congressional elections shows two-thirds of Americans believe the US is losing the war in Iraq.



 

fonte

scritto da linodigianni | 10:10 | commenti (1) Torna su
Categoria: usa , guerrenelmondo, iraq giornali



domenica, giugno 12, 2005
 
Florence Aubenas e Hussein Hanoun sono liberi ::Iraq. Florence Aubenas e Hussein Hanoun sono liberi.
La giornalista sara' a Parigi questa sera alle 21
 
L'inviata di Liberation, Florence Aubenas
Baghdad, 12 giugno 2005
Dopo oltre 5 mesi di prigionia, la giornalista francese Florence Aub...
scritto da alp | 12:29 | commenti Torna su
Categoria: news, iraq giornali



lunedì, maggio 16, 2005
 
«Premete sugli Usa per avere di più»
Nel secondo rapporto sul valore economico della guerra all'Iraq, dopo quello del 2003, la raccomandazione a partecipare «all'intero processo di ricostruzione e ammodernamento, che vale almeno 200 miliardi di dollari in circa dieci anni» e l'illustrazione dei «vantaggi della presenza in loco»
SARA MENAFRA
ROMA
Non è l'unico rapporto sulla convenienza economica della permanenza in Iraq, quello reso pubblico ieri da Rai news 24 e datato 22 febbraio 2003 (il 20 marzo cominceranno i bombardamenti) che dimostra come la difesa del giacimento di Nassiriya fosse la prima preoccupazione italiana. Anzi, con molta probabilità il governo ha continuato a valutare mese dopo mese quanto e come partecipare al conflitto sulla base delle valutazioni economiche del momento. Di certo, più di un anno dopo l'inizio dei bombardamenti, il 5 aprile 2004, il presidente del consiglio aveva sul tavolo un altro documento, firmato dallo stesso docente universitario che nel 2003 aveva valutato quanto avrebbe potuto fruttare all'Italia mandare i propri soldati a Nassiriya. Sta volta però la valutazione di Giuseppe Cassano (docente di Statistica economica a Teramo) è negativa e l'invito al consiglio dei ministri è di premere di più: «E' essenziale che il governo italiano metta in essere una strategia politica di forte pressione sul governo degli Stati uniti, pressione che fin ora non sembra essere stata così intensa come forse sarebbe stato opportuno», scrive il consulente a pagina 49 del documento. E nella pagina successiva: «L'obiettivo, è stato più volte sottolineato nel presente Rapporto, è di partecipare all'intero processo di ricostruzione e ammodernamento, che vale almeno 200 miliardi di dollari in circa dieci anni e partecipare alla crescita del mercato interno iracheno, che potrà offrire prospettive anche migliori».

La storia delle valutazioni mano al portafoglio parte il 22 febbraio 2003, con il rapporto mostrato da Sigfrido Ranucci, nell'inchiesta per Rainews 24. Il professor Cassano, prevedendo «una elevata possibilità che entro la metà dell'anno venga rovesciato da una azione militare guidata dagli Usa, il regime di Saddam Hussein», consiglia in un documento del Ministero delle attività produttive di impegnarsi nel conflitto nonostante ci sia già un accordo con Saddam per lo sfruttamento dei giacimenti di Nassiriya e Halfaya: «la contromossa americana sembra consista nel garantire il mantenimento degli accordi sottoscritti, anche nel caso di un "dopo Saddam". Con tale sistema la "polizza" cambierebbe beneficiario [...]. Forse anche l'Italia potrebbe giocare la stessa carta per le iniziative dell'Eni circa i giacimenti di Halfaya e Nassiriya». Il riferimento, dicevamo, è agli accordi sottoscritti da Eni-Agip nel 1998, riportati in una tabella che il docente allega. A guerra iniziata l'Italia ottiene dagli Usa di andare a presidiare proprio la zona di Nassiriya. L'estrazione, però, fanno sapere oggi fonti Eni non è mai cominciata perché la zona è troppo pericolosa.

Di certo, però, il giacimento è la ragione della presenza italiana in zona. La pensavano così anche gli attentatori iracheni che il 12 novembre 2003, attaccarono la base dei Carabinieri di Nassiriya, almeno secondo quanto riferiva il 13 l'inviato del Sole 24 ore a New York Roberto Gatti citando «fonti dei servizi americani». «Colpendo i carabinieri si è per esempio mandato, indirettamente, un messaggio anche all'Eni», scrive il giornalista aggiungendo che a giugno i tecnici dell'azienda avevano già fatto una ricognizione aerea sulla zona (denunciata anche da Un ponte per...). Sul giacimento di Nassiriya hanno interesse anche gli spagnoli. E una carta in più: il 14 marzo 2004, tre giorni dopo le bombe a Madrid, la Repsol ha ricominciato ad esportare greggio dall'Iraq, come scriverà in seguito il consulente del governo.

A più di un anno di distanza dal primo documento, infatti, c'è un nuovo testo. E' datato 5 aprile del 2004. Qualche giorno dopo il governo italiano incontrerà il viceministro della difesa Usa Paul Wolfowitz insieme all'ambasciatore a Roma Mel Sembler. Il nuovo rapporto è soprattutto la cronaca di un fallimento economico, di un investimento, quello della presa di Nassiriya, andato maluccio. «I sette contratti di gestione (per il settore petrolifero ndr) sono stati appena assegnati a gruppi americani e a due britannici», si legge a pagina 45 e «la partecipazione italiana non è stata quantitativamente molto forte» nei contratti «finanziati dai "grants" americani» (pag. 48). Insomma, niente di che. Al punto che il rapporto dedica un paragrafo a «Le ragioni di un non esaltante raccolto». Ma invita a non mollare la presa, soprattutto sulla presenza in loco: «Si apre per gli imprenditori italiani una grande opportunità: quella di partecipare sia allo sviluppo del paese, sia alla sua ricostruzione "dall'interno", con tutti i vantaggi che normalmentevengono riconosciute alle società locali»(pg. 50). Un'altra fetta interessante saranno le privatizzazioni delle società pubbliche «che ben gestite e con l'ampio mercato che il nuovo Iraq potrà costruire, esse potranno portare agli antichi successi. E' questa una importante opportunità addizionale per gli imprenditori del nostro Paese». Di tutti questi interessi e di quanto abbiano fruttato e a quale prezzo il governo non ha mai parlato.



fonte
scritto da alp | 06:59 | commenti Torna su
Categoria: guerrenelmondo, iraq giornali



venerdì, marzo 11, 2005
 

Castelli insulta Giuliana Sgrena: «Una sciocca, ci ha creato problemi e lutti»
di red

Mentre i magistrati romani che indagano sulla morte di Nicola Calipari annunciano il ritorno in Italia nelle prossime ore dei tre telefoni satellitari in dotazione al funzionario del Sismi rimasti in mano alle forze Usa. Mentre Giuliana Sgrena affida i suoi ricordi ad una lunga intervista pubblicata su il manifesto in cui parla dell'attacco Usa alla macchina che la stava portando in aeroporto. Mentre a Baghdad si mette in moto la commissione d’inchiesta congiunta Italia–Usa. Il ministro della Giustizia Roberto Castelli butta ingiurie a manate sulla reporter rapita: «Ha detto un cumulo di sciocchezze, parla da poco accorta, ci ha creato problemi e lutti che era meglio evitare».

scritto da alp | 20:57 | commenti Torna su
Categoria: diritti, iraq giornali



venerdì, marzo 04, 2005
 

Giuliana

Giuliana Sgrena è stata liberata oggi a Bagdad ad un mese dal rapimento.Evviva.






























 
scritto da alp | 20:21 | commenti Torna su
Categoria: manifestazioni, iraq giornali



venerdì, febbraio 18, 2005
 
 

Giuliana Sgrena rapita in Iraq

  • Voices of freedom are kept prisoner in Baghdad.
  • Voix libres prisonnières à Baghdad.
  • Voci libere prigioniere a Baghdad.
  • Voces libres presas en Baghdad
  • Video

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    venerdì, febbraio 11, 2005
     
     No-news-letter speciale di Carta
    11 febbraio 2005

    ***** Ognuno può fare qualcosa per Giuliana *****

    Questo messaggio è un appello, che si assomma a quelli che il manifesto sta
    lanciando ogni giorno, e a moltissimi altri. Ognuno può fare qualcosa perché
    Giuliana Sgrena, Florence Aubenas e il suo interprete, Hussein, vengano
    restituiti sani e salvi alle loro famiglie, ai loro compagni, al loro
    prezioso lavoro. Carta si rivolge ai suoi lettori e abbonati, ai suoi soci,
    ai cantieri sociali e ai nuovi municipi, a chiunque è in grado di
    raggiungere.
    Sabato 19 febbraio, ore 14, piazza Esedra, a Roma. Annotate questo
    appuntamento nella vostra agenda. A salvare le due Simone, mesi fa, fu certo
    la trattativa, che richiede riservatezza, ma furono anche le mobilitazioni,
    le marce, il clima di partecipazione che si era creato in Italia e non solo.
    Oggi dobbiamo moltiplicare gli sforzi. E far sì che la manifestazione per la
    pace proposta dal manifesto riesca grande, e plurale, come i memorabili
    cortei del 2003 e del 2004. È possibile. Basta che i milioni che appesero le
    bandiere arcobaleno ai loro balconi sentano che dalla sorte di Giuliana
    dipende quella della verità su quel che accade in Iraq, ovvero la
    possibilità di conquistare la pace, dopo tanto sangue.
    Ma ciascuno può fare qualcosa ­ e moltissimi già lo stanno facendo ­ nella
    sua città: incontri e dibattiti, marce e fiaccolate, le foto di Giuliana e
    Florence affisse ovunque, a partire dagli edifici pubblici, appelli e ­
    semplicemente ­ un lavoro minuto e diffuso perché chiunque conosca il nome
    di Giuliana, chi è, qual è il suo lavoro.
    Le adesioni alla manifestazione e gli annunci di ogni tipo di iniziativa
    vanno inviate a adesioni@mow.it.
    Nel sito di Carta, come in quello del manifesto, vi sono aggiornamenti
    continui. Una pagina speciale è in allestimento sul sito del Comitato
    Fermiamo la guerra.
    http://www.carta.org/

    * Pagina speciale dedicata a Giuliana *
    http://www.carta.org/cantieri/sgrena/index.htm

    * Aggiornamenti *
    http://ww2.carta.org/notizieinmovimento/
    scritto da alp | 16:09 | commenti (1) Torna su
    Categoria: iraq giornali



    sabato, febbraio 05, 2005
     
    Giuliana Sgrena. Colibrì colorato
    5 febbraio 2005
    Un altro bel messaggio per il manifesto e per Giuliana: questo volta è l'associazione LibLab - Libero Laboratorio [www.liblab.it]:
    "Spesso ci sono momenti della vita che ci colpiscono e per un attimo ci rendono vulnerabili, ma noi siamo i cucù e i colibrì delle favole africane che nel loro piccolo contrastano gli incendi e i leoni delle foreste, siamo contro tutte le devastanti guerre che incendiano ogni giorno il mondo, siamo i cittadini della parola che si trasforma in fatti tangibili, siamo attivamente promotori di pace, di libertà e a fianco dei popoli per sostenere la loro indipendenza, come la vostra Giuliana, colibrì colorato e messaggera di pace. Siamo di parte, siamo con voi al vostro fianco, vicini all'impegno di lunghi anni di lotte che sono anche le nostre, sempre partigiani di iridati sogni di pace".


     
    scritto da alp | 17:56 | commenti Torna su
    Categoria: iraq giornali

     

    Il ritratto di una reporter forte e fragile
    Iraq/Rapimento. Chi l'ha rapita ha preso un abbaglio
     A. G.
     

    Giuliana è forte e fragile al tempo stesso. Fa una certa impressione, in queste ore, saperla in mano a chissà chi. Proprio lei che è donna di pace, di dialogo, espertissima di mondo arabo e giornalista sempre in prima linea tra le tante contraddizioni mediorientali, fin da quando il fondamentalismo islamico deflagrò in Algeria (è stata la prima reporter a dirci quello che accadeva incredibilmente ad Algeri, che tutti reputavamo capitale di un paese laico e progressista). Poi è andata più volte, dopo il tragico 11 settembre 2001, in Afghanistan e Iraq a raccontarci l'orribile risposta di guerra al folle terrorismo.
    Giuliana ha scritto centinaia di articoli sul Medio Oriente e sul conflitto Israele-Palestina. Ha scritto pure dei libri su quegli stessi argomenti. Ha pure studiato l'arabo per saperne di più. E, molto spesso, le sue vacanze le trascorre negli altri paesi arabi che non frequenta per lavoro.
    Lei è forte nelle sue convinzioni politiche e giornalistiche, come sa esserlo una donna nata tra le montagne della Val d'Ossola. Ha studiato a Milano, dove negli anni Settanta ha fatto parte del Movimento studentesco di Mario Capanna e Luca Cafiero. Poi, nei primi anni Ottanta, è venuta a vivere a Roma, lavorando prima nella redazione del giornale del Pdup e poi di "Pace e guerra". Nel 1988 è entrata nel "manifesto" portando il suo bagaglio fatto di esperienze, idee e conoscenza delle lingue straniere. Con lei, è sempre un piacere discutere e informarsi. Lo sanno non solo tutti i suoi amici, ma pure i colleghi – italiani e stranieri – che la stimano e la coccolano.
    Giuliana, però, come tutti noi, ha un lato fragile. La sua emotività, a volte, prende il sopravvento. Ha spesso bisogno di amicizia, conforto, tenerezza solidale e condivisione. Per questo, è importante – proprio in queste ore – farle sentire tutta la nostra amicizia e solidarietà.
    Chi l'ha rapita deve sapere di aver preso un abbaglio. A meno che non si voglia colpire chi proprio racconta la guerra per rendere più forti le ragioni della pace.
     
     http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=3245&numero=193

    scritto da alp | 06:56 | commenti Torna su
    Categoria: iraq giornali



    venerdì, febbraio 04, 2005
     
    Giuliana Sgrena rapita in Iraq
    la notizia

    biografia

    biography

    foto

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    L'Italia resta in Iraq. Prorogata la missione
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    10.000 iracheni in prigioni Usa e britanniche
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    il manifesto 14/06/2004

    L'Onu: crimini Usa in Iraq
    il manifesto 05/06/2004

    «La trappola americana»
    il manifesto 01/05/2004

    Giuliana Sgrena è stata rapita oggi a Baghdad da uomini armati.
    Secondo l’interprete, era appena uscita dalla moschea Al Mustafah, dove voleva parlare con le famiglie dei rifugiati da Fallouja. L’auto è stata fermata da uomini armati, che hanno fatto scendere l'interprete e l'autista. Mentre la portavano via, Giuliana ha chiamato al telefono la giornalista Barbara Schiavulli, con cui spesso lavorava, e lei ha sentito rumori di sottofondo, una raffica di colpi e passi sulla strada bagnata. Abbiamo avuto così la notizia.

    04/02/2005

     fonte: http://www.ilmanifesto.it/pag/sgrena/
    scritto da alp | 19:31 | commenti (1) Torna su
    Categoria: iraq giornali



    giovedì, novembre 18, 2004
     
    L'assassinio dell'operatrice umanitaria Margareth Hassan, resa nota nello
    stesso giorno in cui è stata diffusa la fotografia dell'uccisione a sangue
    freddo di un prigioniero da parte di un soldato statunitense testimonia
    ancora una volta quale baratro la guerra abbia scavato.
    Conoscevamo Margareth, il suo amore per il popolo iracheno, la sua dedizione
    al lavoro umanitario, era una di noi.
    Non conosciamo invece i suoi assassini mascherati, ma siamo certi, chiunque
    essi siano, che non lavorano per la democrazia in Iraq.

    Non conosciamo nemmeno i tanti civili iracheni periti sotto le bombe, anche
    loro sono parte del nostro popolo, il popolo della pace.
    L'Iraq ha bisogno di pace e la pace non si fonda con la guerra.
    E' urgente che la comunità internazionale assuma le sue responsbilità verso
    la popolazione irachena ponendo fine alla occupazione e alle atrocità di cui
    è responsabile e favorendo il dialogo tra tutte le componenti del popolo
    iracheno. Solo questo dialogo può aprire la strada ad elezioni giuste, ad
    una vera sovranità e nel contempo isolare i terroristi che lavorano contro
    la stessa  popolazione

    info-unponteper mailing list




















    scritto da alp | 07:06 | commenti (2) Torna su
    Categoria: iraq giornali



    mercoledì, novembre 17, 2004
     
    Perché non pubblichiamo il video del marine che spara a Falluja- Unità on line
    di red

    Molti siti d’informazione, italiani e stranieri, hanno pubblicato le immagini riprese dall’operatore Kevin Sites della Nbc all’interno di una moschea di Falluja dove si vede un soldato dei Marine uccidere un iracheno ferito e disarmato che era disteso a terra assieme ad altri uomini, uccisi o gravemente feriti.

    L’Unità On Line ha scelto diversamente. Mentre sentiamo necessario denunciare e condannare l’atto di inutile crudeltà e barbarie commesso dentro quel luogo di culto devastato, pensiamo che non sia necessario aggiungere orrore all’orrore e che la pietas debba prevalere sul documento.

    La morte è uguale sempre, che sia di un americano o di un iracheno, anche se i media occidentali troppo spesso sembrano ritenere che solo quella dei “bianchi” meriti attenzione e cordoglio.

    (Nella foto che pubblichiamo, si vede un fotogramma del video. L'uomo ripreso non è lo stesso che è stato ucciso dai marines)









    domenica, novembre 14, 2004
     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    scritto da alp | 22:40 | commenti (1) Torna su
    Categoria: iraq giornali

     
























     
























    scritto da alp | 22:38 | commenti Torna su
    Categoria: iraq giornali

     

    La lenta agonia di Falluja
    Nella città fantasma manca l'acqua, l'elettricità, le medicine e scarseggia il cibo. Ma gli Usa e il premier Allawi impediscono alle organizzazioni umanitarie di portare aiuti
    GIULIANA SGRENA
    Icomandi militari Usa sperano che la resistenza di Falluja cada entro questa notte. Forse temono l'effetto che potrebbe avere la fine del Ramadan e la celebrazione dell'Aid nel rinfocolare la battaglia. Il segretario alla difesa Usa Donald Rumsfeld in visita in Salvador, l'unico paese latinamericano che mantiene truppe in Iraq, non fa previsioni sui tempi: «Sono a buon punto e concluderanno l'operazione con successo. Ci vorrà il tempo necessario». George Bush conferma: sono stati fatti «progressi sostanziali», ha detto in una conferenza stampa congiunta con Tony Blair. Sul terreno, le truppe americane stanno cercando di intrappolare i combattenti a sud, schiacciandoli lungo le rive dell'Eufrate. «Non possono andare al nord perché ci siamo noi. Non possono andare a ovest perché c'è il fiume, non possono andare a est perché abbiamo una forte presenza», ha detto il sergente maggiore Roy Meek. Ma qualche ora dopo una forte esplosione si è sentita nel distretto di nord-ovest Jolan. «La situazione è molto pericolosa perché gli insorti non sanno dove andare e stanno seduti in casa ad aspettarci», sostiene il caporale Will Porter incaricato di dare la caccia ai guerriglieri casa per casa. I cecchini colpiscono ovunque, anche il quartier generale delle forze Usa. Il numero dei feriti americani si è moltiplicato - sono centinaia -, tanto da imporre un aumento dei posti letto nell'ospedale della base tedesca di Landstuhl, dove vengono portati. Il numero dei morti è salito a 23, uno dei quali a baghdad, dove è stato anche abbattuto un Black Hawk.

    La sorte peggiore tocca agli iracheni. Gli americani parlano di 600 combattenti uccisi, ma non riferiscono di civili, ammesso che la cifra sia realistica, evidentemente non fanno distinzioni. Perché vittime civili ci sono, come risulta dalle testimonianze: si parla di donne e bambini colpiti da schegge di granate o dalle bombe. Un bambino di nove anni colpito allo stomaco da schegge è morto dissanguato perché non ha potuto essere curato. A Falluja non ci sono più équipe mediche, nell'attacco a una clinica gli americani hanno ucciso venti medici. E poi i marine sparano su tutto quello che si muove. Falluja è una città fantasma, piena solo di cadaveri. Fadhil Badrani, un giornalista iracheno di Falluja, dice che le strade sono piene di cadaveri e il tanfo è insopportabile. Non sono solo le morti a prefigurare un disastro umanitario, già denunciato dalla Mezzaluna rossa irachena, sostenuta anche dalla Croce rossa e dall'Unicef. «Non c'è acqua, la gente beve acqua sporca. I bambini muoiono. Si mangia farina perché non c'è altro cibo», ha raccontato quando è arrivato a Habbiniya Rasul Ibrahim, che è riuscito a fuggire a piedi con la famiglia, moglie e tre bambini. Habbaniya, che si trova a una ventina di chilometri a ovest di Falluja, è diventata un campo profughi dove si sono rifugiate circa 2.000 famiglie. I rifugiati, molti dei quali vivono dentro le scuole o sotto le tende, soffrono di diarrea e malnutrizione, hanno bisogno di medicine e cibo, sostiene Firdoos al Ubadi, portavoce della Mezzaluna rossa (Ircs). Un convoglio di aiuti ha raggiunto Habbaniya giovedì, un altro è ad Amiriya - con acqua potabile, cibo e medicine, un team di sette medici e personale per il soccorso - pronto per essere inviato a Falluja. Ma gli appelli rivolti dalle organizzazioni umanitarie agli Usa e al governo iracheno perché permettano di portare aiuti a Falluja sono rimasti inascoltati. L'agonia di Falluja si consuma di fronte alla criminale indifferenza degli Stati uniti, ma anche del governo iracheno, o almeno del premier ad interim Allawi, perché pare che il governo sia diviso al suo interno. «Se vinceremo, l'Iraq sarà più prossimo a diventare un paese libero e democratico, fervente desiderio dei nostri cittadini», ha detto Allawi in una intervista al britannico Sun. Ma innanzitutto i cittadini di Falluja vogliono vivere. Ed è contro il premier che si stanno concentrando i risentimenti.

    Ieri è tornato a farsi vivo, su un sito Internet, Abu Musab al Zarqawi, per la pretesa cattura del quale gli Usa stanno distruggendo Falluja. Zarqawi, che evidentemente non si trova asserragliato sulle rive dell'Eufrate, ha invitato i ribelli a resistere: «Eroi dell'islam a Falluja, sia benedetta la vostra santa guerra.... Non abbiamo dubbi che i segni della vittoria di dio appariranno all'orizzonte». Per ora quello che possono sperare gli abitanti di Falluja è di vedere sorgere del primo spicchio di luna che segna la fine del Ramadan, ma l'Aid non sarà una festa.


    fonte:  il Manifesto del 13 Novembre 2004





    scritto da alp | 19:43 | commenti Torna su
    Categoria: guerrenelmondo, iraq giornali



    sabato, novembre 13, 2004
     

    Voci dalla società civile
    Rappresentanti iracheni a Roma per «Costruire ponti di pace»
    Realtà drammatica Ad alimentare la violenza è la guerra e l'occupazione Usa «che ha trasformato l'Iraq in un ventre molle». «Sono con la resistenza ma sono anche contro la violenza». «Uccidere persone disarmate è terrorismo»
    GIULIANA SGRENA
    ROMA
    Di Iraq si parla,forse non abbastanza e comunque spesso se ne parla senza confrontarsi con la realtà irachena. E così si assiste impotenti al massacro di Falluja. L'incontro «Costruire ponti di pace», che si è tenuto ieri al teatro Piccolo Eliseo di Roma, ha offerto una grande opportunità di incontro con la società civile irachena. L'appuntamento, sponsorizzato dalla Provincia di Roma, è stato organizzato da Un ponte per insieme a Ics, associazioni (Arci, rete Lilliput), sindacati (Ggil, Fiom), Donne in nero, Carta, Aprile, Tavola della pace, Rifondazione e molti altri. La rappresentanza della società civile, che invece sarà esclusa dalla Conferenza governativa di Sharm el Sheikh, ha permesso di conoscere una realtà drammatica ma anche di entrare nelle contraddizioni dell'Iraq sotto occupazione che spesso vengono ignorate nei nostri dibattiti. Purtroppo l'assenza delle due rappresentanti delle organizzazioni di donne - Amal e Iraqi women network -, bloccate a Baghdad per la chiusura dell'aeroporto, hanno fatto mancare una componente importante della società civile irachena impegnata in aspre battaglie per la difesa dei propri diritti.

    Sono stati comunque affrontati temi importanti come quelli dei diritti umani e dei lavoratori e il ruolo giocato dalle moschee (sia sunnite che sciite) in campo sociale. Naturalmente l'attenzione era particolarmente puntata su Falluja, dove è in corso un feroce attacco delle truppe americane (vedi intervista a fianco). Ma la violazione dei diritti umani è un problema che va oltre Falluja, individuata da Ismail Daud (Associazione nazionale per la difesa dei diritti umani in Iraq) anche nelle distruzioni provocate dalla guerra e dall'occupazione, dai bombardamenti, dalle perquisizioni, dalle punizioni collettive, dagli arresti. Ad alimentare la violenza è l'occupazione, sostiene Ismail Daud, che condanna anche l'impunità dei militari Usa. E aggiunge: ci dicono che combattono il terrorismo, ma sono stati loro a trasformare l'Iraq nel ventre molle, in un campo di battaglia, lasciando incustodite le frontiere e permettendo l'arrivo di terroristi, è solo violenza che alimenta se stessa. Sulla resistenza, che per Ismail Daud dovrebbe darsi una piattaforma politica, sostiene: «sono con la resistenza ma sono contro la violenza, anche perché penso che sia più utile... Anche i gruppi armati limitano le nostre libertà. Mentre uccidere persone disarmate è terrorismo».

    Un altro dei diritti negati è sicuramente quello dei lavoratori. Fin dai tempi di Saddam, quando, ha sottolineato Hassan Jumma Awad, del sindacato dei lavoratori del petrolio di Bassora, «gli operai erano stati privati della loro identità». Hassan ricorda l'esperienza sindacale degli anni cinquanta, ma afferma che sotto occupazione il sindacato deve avere un ruolo particolare, soprattutto se agisce nel campo del petrolio. «Il nostro ruolo ora non è di difendere l'operaio ma di riuscire a entrare nel processo produttivo per sapere quello che succede, perché noi estraiamo il petrolio ma non sappiamo dove va a finire dopo che è imbarcato su una nave». E per quanto riguarda le privatizzazioni, Hassan sostiene che per ora non se le possono permettere né gli americani né il governo iracheno, «per le ricadute sociali negative che avrebbero».

    Il fatto che le moschee suppliscano a vuoti di potere e alla mancanza di assistenza sociale non è una originalità irachena, ma anche in Iraq funziona, come hanno ben spiegato i due religiosi, uno sunnita e l'altro sciita. Lo sceicco Anwar Younis (quello delle margherite alle Simone, per la cui liberazione si sono adoperati tutti i presenti) è partito dall'esempio di Sadr city, che è, secondo lui, una rappresentazione in piccolo dell'Iraq. Per concludere sulle elezioni: «dobbiamo votare per eleggere qualcuno che non ci bombardi più». Mentre sceicco Mihammed Hussein, della moschea di al Zafaranya, sunnita, ha voluto concludere ritornando a Falluja: «dove sono le manifestazioni che condannano le azioni americane?» Fabio Alberti, presidente di un Ponte per, introducendo il dibattito, ha chiesto «l'immediata cessazione dell'attacco a Falluja e alle altre città, l'immediato ritiro delle truppe italiane e la fine dell'occupazione Usa»..


     







    scritto da alp | 08:08 | commenti Torna su
    Categoria: iraq giornali



    mercoledì, novembre 10, 2004
     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    famiglie..Iraq guerra..

    scritto da alp | 23:09 | commenti Torna su
    Categoria: iraq giornali

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    bambini..Iraq..guerra..

     

    scritto da alp | 23:06 | commenti Torna su
    Categoria: iraq giornali

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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    scritto da alp | 23:03 | commenti Torna su
    Categoria: iraq giornali

     

     

     

     

     

     

     

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    scritto da alp | 22:54 | commenti Torna su
    Categoria: iraq giornali

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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    scritto da alp | 22:47 | commenti Torna su
    Categoria: iraq giornali

     

     

     

     

    VITTIME

    Internazionale 5/11 novembre n. 564 pag. 19

    Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000). Dati aggiornati alle 16 del 3 novembre 2004.
    Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
    Palestinesi 3.519
    Israeliani 960
    Altre vittime 71
    Totale 4.550

    Internazionale 5/11 novembre n. 564 pag. 20

    Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003). Dati aggiornati alle 16 del 3 novembre 2004.
    Iracheni 14.219-16.352
    Americani 1.123
    Altre vittime 142


    raccontato da AUG alle ore 07:04 | commenti (2)
    sabato, novembre 06, 2004

    fonte: www.betlemme.splinder.com












    scritto da alp | 19:01 | commenti Torna su
    Categoria: guerrenelmondo, iraq giornali

     

    IRAQ: GEN. METZ, COMBATTIMENTI FALLUJA LONTANI DALLA FINE
    Washington, 10 nov. - (Adnkronos) - Le forze americane hanno raggiunto il controllo del 70 per cento del territorio di Falluja, ma i combattimenti ''sono ben lontani dal terminare'', come ha precisato il generale Thomas Metz, il comandante dell'operazione ''Phantom Fury'' contro la citta' sunnita, in collegamento video con i giornalisti accreditati al Pentagono. ''Vi saranno diversi altri giorni di intensi combattimenti urbani'' -ha aggiunto Metz. ''Stiamo procedendo velocemente, ma senza fretta, per mantenere l'iniziativa. Operiamo con cautela e precisione per minimizzare le vittime civili e i danni alla citta'''.
    (Red/Opr/Adnkronos)
    10-NOV-0417:02

    stanno usando anche le armi chimiche, i gas?

     




    scritto da alp | 18:44 | commenti Torna su
    Categoria: iraq giornali



    martedì, novembre 09, 2004
     

    Un bombardamento americano ha colpito e distrutto una clinica nel centro della citta', dove venivano ricoverati i feriti dopo che i marines, cui si sono poi unite truppe irachene, hanno occupato ieri sera il principale ospedale della citta'. Lo hanno riferito degli abitanti, aggiungendo che nella clinica colpita sono rimasti uccisi alcuni pazienti e personale medico. Le truppe americane si trovano stamattina a meno di un chilometro dal centro di Falluja. Lo ha detto alla France Presse un ufficiale superiore americano. ''L'offensiva e' condotta da nord verso sud. Le truppe americane si sono scontrate all'inizio con una resistenza, ma adesso non ce ne e' quasi piu'. Le truppe si trovano a meno di un chilometro dal centro'', ha detto l'ufficiale dalla sua postazione vicino alla citta'.

    Un bombardamento americano ha colpito e distrutto una clinica nel centro della citta', dove venivano ricoverati i feriti dopo che i marines, cui si sono poi unite truppe irachene, hanno occupato ieri sera il principale ospedale della citta'. Lo hanno riferito degli abitanti, aggiungendo che nella clinica colpita sono rimasti uccisi alcuni pazienti e personale medico. Le truppe americane si trovano stamattina a meno di un chilometro dal centro di Falluja. Lo ha detto alla France Presse un ufficiale superiore americano. ''L'offensiva e' condotta da nord verso sud. Le truppe americane si sono scontrate all'inizio con una resistenza, ma adesso non ce ne e' quasi piu'. Le truppe si trovano a meno di un chilometro dal centro'', ha detto l'ufficiale dalla sua postazione vicino alla citta'.

    FALLUJA, MOSCA INVITA GLI AMERICANI A NON ESAGERARE
    La Russia ha chiesto oggi agli Stati Uniti di non esagerare con l'uso della forza militare a Falluja. ''Le ostilita' - ha dichiarato Aleksandr Yakovenko, portavoce del ministero degli Esteri - non dovrebbero provocare sofferenze o vittime tra il popolo iracheno e dovrebbero essere proporzionate alla minaccia esistente''. Il portavoce russo ha espresso la speranza che le operazioni militari in corso non aggravino la situazione in Iraq prima delle elezioni in programma a gennaio. ''E' impossibile - ha avvertito Yakovenko - arrivare in Iraq ad una soluzione usando soltanto la forza. Dovrebbero essere intensificate le iniziative per arrivare ad un consenso generale e ad un accordo nazionale''.

    fonte: Ansa .it




     

     

     

     

     

     

     

     

    scritto da alp | 12:11 | commenti (1) Torna su
    Categoria: iraq giornali



    venerdì, ottobre 08, 2004
     

     

     

     

     

     

     

    Fallujah, 8 ottobre 2004

     Il comando Usa ha confermato il raid aereo di questa notte su un edificio della città sunnita di Fallujah, a ovest di Baghdad, in cui sono rimaste uccise 10 persone e altre 17 sono rimaste ferite.
     
    L'esercito americano ha aggiunto di aver colpito un edificio in cui era in corso un vertice dei dirigenti del movimento Tawhid al Jihad (Monoteismo e Jihad), del terrorista giordano Abu Musab al Zarqawi, secondo le informazioni ricevute da "fonti d'intelligence credibili".
     
     Un medico della città, Adil Khamis, ha detto che tra le vittime ci sarebbe "anche uno sposo alla sua prima notte di nozze". Khamis ha aggiunto che tra feriti ci sarebbe la sposa e alcune sue parenti.
     
    Nel comunicato del comando Usa si precisa che raid aerei come quello di questa notte hanno inferto un "colpo significativo" al movimento di Zarqawi, uccidendone diverse figure chiave tra cui il capo luogotenente Mohammed al Lubnani e il consigliere spirituale Abu Anas al Shami.

    fonte: rai.it


     








    scritto da alp | 19:41 | commenti Torna su
    Categoria: iraq giornali



    giovedì, settembre 16, 2004
     

    Esteri
    Rapiti due americani e un inglese. Kofi Annan: «La guerra di Bush è stata illegale»
    di red

    Sono due americani e un inglese (e non tre cittadini britannici come si è detto in un primo momento) gli ultimi rapiti in Iraq. La notizia è stata diffusa dal ministero dell'Interno di Baghdad. Ieri sera, il segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, alla Bbc londinese, ha detto: «Dal punto di vista dell'Onu, la guerra di Bush fu illegale». Rapporto dell'intelligence americana: in Iraq manca la sicurezza, la guerra civile non è da escludere. Bomba a Baghdad: un morto e 10 feriti.

    fonte unità on line






    martedì, settembre 07, 2004
     

     

     

     

     

     

    Abbiamo appreso" afferma Sergio Marelli, Presidente dell'Associazione delle Ong italiane del rapimento di Simona Torretta e di Simona Pari, la prima peraltro è presente in Iraq da diversi anni ed è un'operatrice qualificata ed esperta della realtà locale, insieme a loro sono stati rapiti altri due operatori locali iracheni uno dell'Associazione Un ponte per e l'altro di Intersos. Subito ci siamo messi in contatto con gli altri volontari dell'associazione umanitaria che fortunatamente sono riusciti a sfuggire al sequestro. E'stato un fatto inatteso, del quale non abbiamo avuto nessun segnale in precedenza, siamo molto preoccupati e stiamo valutando insieme a tutte le Ong la strategia migliore da mettere in campo, per arrivare al più presto alla liberazione delle due operatrici umanitarie. Siamo in contatto costante con l'unità di crisi della Farnesina per capire come comportarci nei confronti dell'altro personale presente in Iraq.

    Dopo il rapimento e l'omicidio di Baldoni sembrerebbe esserci la volontà precisa di colpire le organizzazioni umanitarie che hanno come prima finalità quella di aiutare il popolo iracheno e che hanno dichiarato da sempre il loro no alla guerra anche con una vena di criticità nei confronti dell'occupazione anglo-americana. Questo terrorismo che colpisce indiscriminatamente, non solo è un fenomeno da condannare come sempre abbiamo fatto e da isolare ma oggi, probabilmente è anche il maggior nemico del popolo iracheno. Questi uomini armati non rappresentano assolutamente gli iracheni e non saranno queste atti tragici e drammatici a far cambiare le finalità delle Ong che stanno lavorando in Iraq per ricostruire il paese e per aiutare la popolazione in difficoltà".

    Sono 7 le Ong italiane presenti in Iraq: Ics, Intersos, Coopi, Cesvi, Cosv, Gvc, Un ponte per e Emergency. 20 sono i volontari operanti nel territorio occupato dagli anglo-americani, nella zona di Bassora, a Bagdad e nel Kurdistan iracheno. I settori principali di intervento di cui si occupano gli operatori della cooperazione in territorio iracheno sono: sviluppo locale delle Ong locali, allestimento e organizzazione dei campi profughi e costruzione e manutenzione delle infrastrutture (acqua e sanità) e in particolare a Bagdad, le Ong italiane sono accanto ai bambini di strada, ai minori sfollati dalla guerra.

    fonte http://www.vita.it/







    scritto da alp | 20:27 | commenti Torna su
    Categoria: iraq giornali, non violenza



    domenica, luglio 11, 2004
     

    Quando si dubita dei propri ricordi per confermarsi nella propria ragione non c’è altro da fare che riesaminare ciò che è stato detto e fatto:

    Il 3 maggio del 2003 The Times Magazine riferiva (in un editoriale di Philip Webster ) che Mr. Blair si dichiarava disposto ad “incontrare il mio Creatore e a rispondere di coloro che sono morti come risultato della mia decisione” e che la sua dichiarazione di fede risaliva al 2 Aprile, il giorno successivo al massacro di 7 donne e bambini, colpiti a morte a un checkpoint. Pochi giorni il giornalista Alessio Altichieri precisava (Corriere della sera 4 maggio 2003): “La vittoria in Iraq non premia Tony Blair, anzi gli sottrae voti nelle zone dell’Inghilterra dove la popolazione musulmana ha mostrato risentimento verso il governo. Nel giorno del 1° maggio (n.d.r.: 2003) si sono infatti tenute elezioni locali in Gran Bretagna e già si prevedeva che il Labour non mietesse nelle urne quanto ha seminato nel campo di battaglia: l’effetto Falklands, che fece trionfare la signora Thatcher dopo la guerra del 1982 contro l’Argentina, non si sarebbe ripetuto. Ma l’esito è peggiore del previsto: anziché dare un premio, l’Iraq punisce Blair e gli fa perdere Birmingham, seconda città inglese. Naturalmente queste consultazioni possono essere lette come elezioni di mezzo termine, che in ogni democrazia puniscono il partito di governo. Ma è la prima volta che tale calo fisiologico colpisce Blair, ed è per questo che i conservatori giubilano per la «spettacolare vittoria».
    Nel 2004 la “punizione” di Blair avrebbe avuto un seguito.
    Il 30 giugno 2004 (traggo dalle news della BBB) gli arcivescovi di Canterbury e di York scrivevano a nome di 114 vescovi: “E’ chiaro che l’evidente rottura della legge internazionale in merito al trattamento dei detenuti iracheni è stata un danno profondo. L’evidenza di un doppio standard diminuisce inevitabilmente la credibilità dei governi occidentali sia di fornte al popolo iracheno, sia di fronte al mondo islamico in generale”..
    E a indiretta conferma di tutto ciò il 6 luglio 2004 la BBC riferiva una nuova dichiarazione di mr. Blair, secondo cui bisogna accettare il fatto che le armi di distruzione di massa (n.d.r.: causa dell’aggressioen all’Iraq): “non le abbiamo trovate e probabilemte non le troveremo mai”.
    Alcuni giorni fa una notizia ripresa da molti quotidiani (qui la riporto dal notiziario web del Corriere della sera) confortava mr. Blair ricordando le disavventure del presidente Bush, suo privilegiato alleato: “La Cia, sulla vicenda delle armi di distruzione di masa nelle mani dell'Iraq, ha commesso «l’errore più grave dell’intera storia americana». E' questa la conclusione alla quale è giunto il vice presidente della commissione Intelligence del Senato americano, John Rockefeller, che ha aggiunto: «Se avessimo saputo allora quello che sappiamo oggi il Congresso non avrebbe mai autorizzato l’intervento militare»”.

    Qualche giorno fa un articolo di Maso Notarianni reperibile nel sito <www.peacereporter.it> riferiva in che in Iraq “arrivano a mille i morti ammazzati della coalizione. Cifra tonda, e troppo alta, che darà un pugno nello stomaco ai molti nel mondo che hanno creduto alla favola brutta della guerra lampo, della guerra pulita. <…..> Ma perché invece nessuno pensa al numero dei morti civili di questa guerra che doveva portare pace e democrazia? Secondo le statistiche più attendibili, non si possono nemmeno contare: sappiamo che sono come minimo undicimila”. In Internazionale del 9-15 luglio, a pag. 20, troviamo le stesse cifre riportate senza arrotondamenti: i soldati alleati morti in guerra sono 991 e i civili iracheni uccisi oscillano da un massimo di 13.096 a un minimo di 11.143.
    Internazionale riporta regolarmente anche le cifre dei morti nel conflitto israelo-palestinese che , a pag.19 dello stesso numero citato sopra, sono così calcolati: Palestinesi 3.164, Israeliani 925, altri 72.
    Intanto la corte di giustizia dell’Aja ha deciso che (riporto di seguito il riassunto dell’articolo di Haaretz, come proposto dal notiziario di Internazionale. Chi volesse leggere l’intero articolo potrà trovarlo nell’archivio del quotidiano israeliano: Fri., July 09, 2004 Tamuz 20, 5764 Last Update: 09/07/2004 12:24 Court: Fence violates int'l law, must be dismantled By Aluf Benn, Haaretz Correspondent): “La costruzione del muro per dividere Israele dalla Cisgiordania è illegale e dunque va sospesa immediatamente. (...)
    La costruzione del muro determina infatti una annessione»: così la Corte Internazionale di giustizia dell’Aja, ieri, con una sentenza che sconfessa tutte le argomentazioni di Israele a sostegno del muro, «barriera di difesa contro il terrorismo suicida palestinese». Decisione controversa. E se per il premier palestinese Abu Ala, questa è una decisione «storica», per lo scrittore israeliano Avraham Yehoshua «La verità è che il muro serve per proteggere Israele dal terrorismo palestinese. Serve per dividere due popoli che per il momento non riescono a coesistere”.
    Che effetto avrà la sentenza della corte dell’Aja sulla strage mediorientale? Probabilmente nessuno. Sarà importante seguire la stampa oggi e nei prossimi giorni.
    Intanto il segretario di Stato Usa Colin Powell ha definito «inappropriata» la decisione dell'Onu di richiedere un parere alla Corte dell'Aia, e ha ribadito che la sentenza non è comunque vincolante. E’ azzardato continuare “ … e noi facciamo quel che vi va”?
    Per concludere mi limito a riportare un’altra notizia da : “Colpita la vecchia scuola islamica di Srinagar, simbolo storico della cultura kashmira più moderna, aperta e tollerante e delle speranze di pace di un popolo spossato da 15 anni di guerra. Evento emblematico di una situazione che non fa che peggiorare nonostante i proclami negoziali di India e Pakistan”. Alla lunga serie che, dall’antica biblioteca di Alessandria arriva fino alla biblioteca di Sarajevo, aggiungiamo anche Srinagar. La conoscenza, quando è un bene diffuso, fa paura.

    raccontato da AUG sabato, luglio 10, 2004 alle ore 12:41
    fonte:www.betlemme.splinder.com












    scritto da alp | 09:10 | commenti Torna su
    Categoria: guerrenelmondo, iraq giornali