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Parole contro la guerra







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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it


Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà.

Raduno dei bloggers contro la guerra
Sermide (Mantova)
Gennaio 2004

10 Euro per Emergency, entra nell'Esercito dei Bloggers che hanno deciso concretamente di dire NO alla guerra, facendo una donazione per Emergency.
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venerdì, aprile 13, 2007
 

C’è un modo di sostenere Emergency che non costa nulla.

La finanziaria 2007 ha riconfermato la possibilità di destinare una quota pari al 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a sostegno del volontariato e delle organizzazioni di utilità sociale.


Destinando a Emergency il tuo cinque per mille, contribuisci a realizzare gli obiettivi dell’associazione senza alcun aggravio delle imposte.


Come fare


Puoi esprimere il tuo sostegno a Emergency firmando nell’apposito spazio della dichiarazione dei redditi («sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale») e indicando nello spazio sottostante il nostro codice fiscale:


971 471 101 55



giovedì, novembre 18, 2004
 

“Se noi salveremo i nostri corpi e basta da campi di prigionia (…),

dovunque essi siano, sarà troppo poco (…)

se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati ad ogni costo -

 e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione - allora non basterà.

Etty Hillesum
“Diario 1941-1943”, Adelphi

 

 


scritto da alp | 23:00 | commenti (1) Torna su
Categoria: non violenza



martedì, ottobre 05, 2004
 
Come è possibile ascoltare ancora la massa di malvagità, aggressioni, sproloqui ed errori che girano tra i giornali e le telvisioni del premier riguardo alla guerra, alle guerre? Persino San Francesco non è più un paladini della non violenza, e Fini può permettersi di dire che ammetteva le guerre. Tra poco andava anche lui in battaglia! Mentono, dicono assurdità, sapendo che basta dire e ripetere mille volte una idiozia che acquista senso e peso e diventa una coasa credibile. Insulti, menzogne, bassezze continue che amareggiano coloro a cui sono dirette e vengono troppo spesso prese in considerazione da chi dovrebbe aver chiare le cose. Credo che sia ora di fare una controinformazione continua, dare spazio alla riflessione sempre, nei discorsi per strada, al bar, in fila, sul treno, perchè non si può lasciar passare la convinzione che il nostro senso comune sia con loro, con la guerra, con l'uso della violenza. Spesso ci sentiamo isolati, e non controbattiamo idee stupide che vengono proclamate con arroganza, ma se riusciamo a reagire con determinazione e gentilezza, ma senza demordere, spesso abbiamo la soddisfazione di accorgerci che non siamo soli, e gli altri e le altre che condividono si sentiranno anch'essi meno soli, e questo sostiene noi e loro, e ci da la forza di continuare a costruire ponti di incontro.
scritto da poesianica | 23:06 | commenti (1) Torna su
Categoria: pacifismo, intercultura, non violenza



domenica, settembre 19, 2004
 
Continua
Riportiamo qui il discorso di Marina Ponti per la UN Millennium Development Goals Campaign, all'iniziativa Italia-Africa a Roma, il Rome 17 Aprile 2004. Marina affronta le questioni della cooperazione internazionale, del debito estero, cooperazione allo sviluppo, debito estero, del commercio internazionale e del trasferimento di tecnologie. Il ruolo dell'Italia è molto importante per il raggiungimento globale degli obiettivi, in particolare nell'ottica dell'obiettivo 8, che identifica i compiti e le responabilità dei paesi ricchi.
Continua

 
fonte:

 





scritto da alp | 09:25 | commenti Torna su
Categoria: pacifismo, non violenza



martedì, settembre 07, 2004
 

 

 

 

 

 

Abbiamo appreso" afferma Sergio Marelli, Presidente dell'Associazione delle Ong italiane del rapimento di Simona Torretta e di Simona Pari, la prima peraltro è presente in Iraq da diversi anni ed è un'operatrice qualificata ed esperta della realtà locale, insieme a loro sono stati rapiti altri due operatori locali iracheni uno dell'Associazione Un ponte per e l'altro di Intersos. Subito ci siamo messi in contatto con gli altri volontari dell'associazione umanitaria che fortunatamente sono riusciti a sfuggire al sequestro. E'stato un fatto inatteso, del quale non abbiamo avuto nessun segnale in precedenza, siamo molto preoccupati e stiamo valutando insieme a tutte le Ong la strategia migliore da mettere in campo, per arrivare al più presto alla liberazione delle due operatrici umanitarie. Siamo in contatto costante con l'unità di crisi della Farnesina per capire come comportarci nei confronti dell'altro personale presente in Iraq.

Dopo il rapimento e l'omicidio di Baldoni sembrerebbe esserci la volontà precisa di colpire le organizzazioni umanitarie che hanno come prima finalità quella di aiutare il popolo iracheno e che hanno dichiarato da sempre il loro no alla guerra anche con una vena di criticità nei confronti dell'occupazione anglo-americana. Questo terrorismo che colpisce indiscriminatamente, non solo è un fenomeno da condannare come sempre abbiamo fatto e da isolare ma oggi, probabilmente è anche il maggior nemico del popolo iracheno. Questi uomini armati non rappresentano assolutamente gli iracheni e non saranno queste atti tragici e drammatici a far cambiare le finalità delle Ong che stanno lavorando in Iraq per ricostruire il paese e per aiutare la popolazione in difficoltà".

Sono 7 le Ong italiane presenti in Iraq: Ics, Intersos, Coopi, Cesvi, Cosv, Gvc, Un ponte per e Emergency. 20 sono i volontari operanti nel territorio occupato dagli anglo-americani, nella zona di Bassora, a Bagdad e nel Kurdistan iracheno. I settori principali di intervento di cui si occupano gli operatori della cooperazione in territorio iracheno sono: sviluppo locale delle Ong locali, allestimento e organizzazione dei campi profughi e costruzione e manutenzione delle infrastrutture (acqua e sanità) e in particolare a Bagdad, le Ong italiane sono accanto ai bambini di strada, ai minori sfollati dalla guerra.

fonte http://www.vita.it/







scritto da alp | 20:27 | commenti Torna su
Categoria: iraq giornali, non violenza



lunedì, settembre 06, 2004
 

Vorrei porre alcune domande: la nostra civiltà è forse così incapace di pensiero, di fantasia, e di azione da non riuscire a fermare questa catena di distruzione e di morte?  Di fronte ad ogni azione delittuosa, sia essa perpetrata da singoli cittadini o da stati sovrani, l’unica alternativa che sappiamo individuare è quella della punizione e della vendetta. Possiamo anche rivestirla di amor patrio e belle parole ma questo è: occhio per occhio, o meglio dieci occhi per ogni occhio, nessuna remora, niente ci ferma. Le decimazioni che un tempo venivano fatte per mantenere la disciplina negli eserciti mostra che nulla da allora è stato raggiunto, che come allora a non diamo alcun valore alla vita umana, alle singole vite. E se la tragedia avviene, se la bestia risvegliata dalla violenza e dalle ingiustizie di stato diviene terrorismo suicida ed omicida, nulla ci si chiede di che cosa ha condotto sino lì.Mentre ci sono state evitate tante scene strazianti di morti e stragi durante la guerra “giusta”, che avremmo dovuto approvare, nulla ci viene risparmiato con il frugare impietoso delle telecamere su quei bambini, quelle ragazzine mezze nude, su una adolescente disidrata con il seno scoperto, su una madre che sviene buttata malamente su una barella. Entriamo nel loro dolore,  sentiamo la loro sete, cogliamo la loro sofferenza enfatizzata dalla comprensione del cronista, dal suo volto addolorato, dalle scene più strazianti, si cerca il sangue, e non si può che sentire compassione, empatia, ed anche una sorta di identificazione. Questo si vuole, la sensazione che ci venga in mente che potremmo essere noi al loro posto, poteva essere la scuola dei nostri bambini. E allora i terroristi possono essere giustiziati sul posto, la caccia continua, come a delle belve che sono sfuggite alla cattura. Non più esseri umani, nessun rapporto possibile: si è cominciato a temere per la sorte degli ostaggi quando i sequestratori hanno chiesto libertà per la Cecenia. Una richiesta sproporzionata?, un migliaio di persone per la libertà di un popolo? Una richiesta che ha fatto capire che non volevano arrendersi. Perché ci sono richieste che non si vuole ascoltare, nemmeno prendere in considerazione, ci sono richieste che non valgono la vita di mille persone, e tanto meno quella di un uomo, come i nostri in Iraq: non vorrai cedere al terrorismo criminale vero? (Tanto è un altro che sacrifico, altri che morranno per la mia fermezza,) Chi per la patria muor…, e se poi muore per un po’ di petrolio che non si riesce ad estrarre, per mantenere il tenore di vita scialacquatore di una piccola minoranza di esseri umani nel mondo, e se è vittima di un rapimento, di cui non siamo responsabili noi, perché non siamo andati a stuzzicare nessuno, siamo là a fare il nostro dovere, e in più è un po’ troppo pacifista, in fondo, lui che si fidava, amico del giaguaro, è anche andato a cercarsela. E noi fermi ad esecrare, lutto signori, sdegno e lutto, nascondendo dietro la fermezza la indifferenza più nera, la tronfia soddisfazione, il consenso che produce, i soldi..

Non è certo augurabile lo scenario di morte che ci si prepara davanti, ed allora, nel momento di maggiore scoramento, quando le vittime si fanno a loro volta carnefici, e noi lo sappiamo che cosa lo ha prodotto, ma non possiamo approvare, siamo dalla parte di chi soffre, ma non insieme a chi ha scelto la strada della violenza sulle persone, a chi forse disperato e pieno di orrore allo stesso modo impugna l’arma della violenza e si fa carnefice, sacrifica la vita di singoli individui, che guarda in faccia, con cui parla, che magari ha nutrito dopo il sequestro, per una battaglia in cui è impossibile vincere. Non siamo d’accordo con loro, ma è ora di trovare delle soluzioni diverse ai conflitti, modi diversi di porsi, in cui si recuperi innanzi tutto il valore di ogni singola vita.

Non si deve poter dire che cinquecentomila bambini morti ( di embargo, ancora prima della guerra in Iraq) sono un prezzo accettabile, per che cosa? Nemmeno un solo singolo morto, sia esso uomo, donna bambino o bambina è accettabile. Signori, vi sfido, a dimostrare quanto potere avete, il potere di fermare la carneficina, di avviare un metodo di risoluzione dei conflitti che sia negoziato e condiviso, in cui le necessità i bisogni delle singole persone siano la prima preoccupazione di tutti, e chi è più civile non si discosti da questa linea di condotta, neppure di fronte ad altra violenza, ad altre uccisioni. Tutte le richieste vanno ascoltate, discusse, vagliate, nessuna vita può essere più immolata per la fermezza, la prepotenza, il potere. Avete questo potere signori? O vi state preparando ad un futuro sugli spalti, scrutando l’arrivo del nemico cui strappare il cuore prima che lo strappi a voi? Quale futuro ci state preparando? Forse è ora che sappiate da che parte stiamo: ora più che mai da quella della pace, della non violenza, delle soluzioni negoziate. Avrete credito, otterrete la nostra stima, vi verrà riconosciuto potere soltanto se dimostrate di avere chiaro un progetto di pace, rifiuto della guerra, della violenza, della pena di morte, della tortura per la risoluzione dei conflitti, per un lavoro di ascolto, di scambio, di reciproco credito acquisito con gesti di conciliazione..

Sapete portare questa civiltà?, o avremo la civiltà della distruzione? Il precipizio ci sta davanti, bisogna fermarsi subito.

Nicoletta Crocella

scritto da poesianica | 01:16 | commenti (3) Torna su
Categoria: guerrenelmondo, non violenza



lunedì, agosto 16, 2004
 

Veglie e proteste per un'impiccagione
Eseguita a Calcutta, in India, una condanna a morte: una delle rare, la prima da dieci anni
«Tolleranza zero» Gruppi per i diritti civili accusano: la prima esecuzione da anni è nello stato governato dai comunisti. Ma il ministro della giustizia del Bengala Occidentale rivendica la «condanna esemplare»
MARINA FORTI
Centinaia di persone hanno vegliato ieri notte davanti alla Alipore Central Jail, il carcere centrale di Calcutta, India. Una veglia di protesta: candele, canti, il vecchio We shall overcome che l'americano Pete Seeger aveva composto per la lotta dei neri per i diritti civili negli Usa degli anni `60. Cartelli: «la pena di morte è omicidio sponsotizzato dallo stato», «abolite la pena di morte», «120 paesi hanno abolito la pena capitale, perché l'India no?». I canti sono cessati quando il cielo cominciava appena a schiarire. Poco dopo l'ispettore generale delle prigioni è uscito dal portone del carcere e ha annunciato: «Abbiamo eseguito la pena. Dhananjoy Chatterjee è stato impiccato alle 4,30». La notizia, diffusa con i primi notiziari radio del mattino, ha gettato nella disperazione il villaggio di Kuludihi, 200 chilometri a ovest di Calcutta, dove l'anziano padre del condannato è il locale brahmino (il prete). Il villaggio è chiuso nel silenzio in solidarietà, le donne in pianto, la polizia schierata nel timore di proteste.

Erano quasi dieci anni che una condanna a morte non veniva eseguita in India, e l'impiccagione eseguita ieri mattina a Calcutta ha suscitato particolari polemiche. Il condannato, un uomo di 41 anni, era stato giudicato colpevole dello stupro e uccisione di una ragazza di 14 anni nel 1990, in un appartamento dell'edificio di cui era responsabile come guardiano. In isolamento da allora, ha continuato a proclamarsi innocente fino all'ultimo, mentre l'anziano boia lo portava alla forca (pare che poi abbia avuto un crollo). L'avvocato difensore dice che è stato condannato solo su indizi vaghi. Aveva fatto tutti i ricorsi possibili, sù fino alla Corte suprema. I familiari avevano infine chiesto la grazia al presidente della repubblica Abdul Kalam, che l'ha negata il 4 agosto. Ora gli attivisti dei gruppi indiani contro la pena capitale fanno notare che ci sono 180 condannati a morte nelle carceri indiane, tutti in attesa di appello (le fonti ufficiali parlano di oltre una decina).

In realtà l'India ha fatto pochissimo uso della pena capitale, nei quasi 60 anni trascorsi dalla proclamazione dell'indipendenza (che per pura coincidenza si celebra proprio oggi, il 15 agosto): forse 40 esecuzioni, sempre per impiccagione. La prima fu quella di Naturam Godse, il fanatico che aveva sparato al Mahatma Gandhi. Sono stati condannati e impiccati gli assassini della premier Indira Gandhi (nel 1989). Per l'uccisione di suo figlio Rajiv furono condannate a morte 27 persone, poi però le pene furono convertite per tutti meno 4; uno è stato graziato, gli altri hanno pendenti le domanda di grazia.

Nel 1983 un ricorso contro la forca, considerata un modo crudele di mettere a morte, fallì: la Corte Suprema rifiutò di dichiarare l'impiccagione una «forma di tortura». Ma decretò anche che la pena capitale va comminata «solo nel più raro dei casi rari». In effetti la legge ammette la pena di morte per delitti molto gravi (rapina con omicidio, spingere al suicidio un minore o incapace) o per reati politici (dichiarare guerra al governo, suscitare l'ammutinamento nelle forze armate). E però nel 2002 le leggi di emergenza emanate per «combattere il terrorismo» hanno esteso la pena di morte. Soprattutto, dicono ora gli attivisti di numerosi gruppi contro la pena capitale, si sta affermando un senso comune forcaiolo. Così, dagli anni '70 il numero di condanne a morte era andato calando, ma dalla metà dei `90 ha ricominciato a salire. Ma ancora, l'ultima sentenza era stata eseguita nel `95 (un uomo condannato come serial killer di ragazze).

L'esecuzione della condanna di Dhananjoy Chatterjee ha suscitato grandi polemiche. Molti hanno fatto notare in modo polemico che il Bengala Occidentale, lo stato di cui Calcutta è capitale, è governato dai comunisti: e il ministro della giustizia qui ha dichiarato che l'esecutione è «una punizione esemplare per prevenire simili crimini in futuro». Tra le risposte polemiche quella di Ossie Fernandes, della Campagna contro la Pena di morte: «E' stupefacente che un governo sostenuto dai comunisti decisa di eseguire una condanna a morte in nome del "più raro dei casi rari"». Aggiunge: in nessun posto al mondo la condanna a morte si è mai dimostrata un deterrente al crimine, «è solo un atto vendicativo» e irrevocabile, «usata in modo spoporzionato contro i poveri o le minoranze». Ma tant'è, anche qui vince la politica della «tolleranza zero».

dal manifesto del 15-08-04








venerdì, agosto 06, 2004
 

«Basta guerre», lettera ai soldati americani
Inziativa dei «Beati i costruttori di pace» davanti alla base di Ederle (Vicenza) nell'anniversario di Hiroshima

ERNESTO MILANESI
VICENZA
«Anche quest'anno, nell'anniversario dell'esplosione atomica su Hiroshima, vorremmo rivolgervi un saluto. Lo scorso anno ci è stato impedito di comunicare con voi. Anche questo è il frutto della guerra». Comincia così la lettera dei Beati i costruttori di pace che stamattina alle 8 manifestano davanti alla caserma Ederle, in occasione dell'anniversario della bomba atomica su Hiroshima. «In un anno la devastazione della guerra e dell'occupazione è continuata. La situazione sul terreno in Iraq mostra ogni giorno che passa con maggiore chiarezza che violenze, massacri e distruzioni non aprono vie di pace, ma chiudono inesorabilmente tutte le porte alla convivenza, alla democrazia, alla riconciliazione. Sono ormai quasi 1000 i vostri commilitoni che hanno perso la vita in Iraq, mentre il popolo iracheno piange più di 13.000 morti».

« Alcuni di noi sono appena tornati da Baghdad - spiega ancora la lettera - dove abbiamo visto come l'occupazione militare di quel Paese sia oggi la causa della mancanza di sicurezza e non la soluzione. Abbiamo visto iracheni terrorizzati dalle azioni improvvise dei militari USA in mezzo alla folla o al traffico; abbiamo ascoltato persone che hanno perso un familiare nelle famigerate random shootings , abbiamo visto i minacciosi cartelli che recitano Deadly Force Authorized (è autorizzato l'uso della forza letale). Ma abbiamo anche intravisto, dietro la apparentemente invincibile corazza che indossate, elmetti e giubbotti di Kevlar, la paura negli occhi, i gesti nervosi di chi sa di poter diventare un bersaglio da un momento all'altro. Nell'anniversario di Hiroshima, vi rivolgiamo una richiesta. Accettate di incontrarci, di avere con noi uno scambio. Il futuro del mondo non sta nella guerra ma nella pace, nella giustizia, nel rispetto reciproco» si legge nella lettera che don Albino Bizzotto e gli altri cercheranno di «recapitare» ai militari Usa.

«Disarmiamo la storia»

Fino al 9 agosto i «Beati» (in collaborazione con la Rete italiana per il Disarmo ControllArmi, il Movimento Nonviolento, la Campagna obiezione alle spese militari, Peacelink, Arco Iris e il coordinamento Contro la guerra senza se e senza ma) hanno promosso un seminario di riflessione intitolato Disarmiamo la storia. Incontri, dibattiti, riflessioni che saranno ospitate nella sede di Padova, in via Antonio da Tempo 2 (telefono 049.8070522).

L'inizio è previsto per oggi pomeriggio alle 14.30 con Francesco Vignarca, autore di «Li chiamano ancora mercenari» e con le proposte del Gruppo di lavoro sugli aspetti culturali del disarmo nella rete italiana: Mao valpiana, Massimiliano Pilati e Daniele Lugli del Movimento Nonviolento; Gianvito Padula e Alberto Capannini dell'Operazione Colomba; Lorenzo Scaramellini della campagna di obiezione alle spese militari.

In serata proiezione di alcune inchieste (nucleare e uranio impoverito) realizzate da Giorgio Fornoni per il programma Report. Sabato mattina, sempre a Padova, dibattito sul nucleare con Manlio Dinucci e Giorgio Fornoni; alle 15, l'incontro con Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo che presentano il volume «Donne disarmanti».

Domenica alle 9.30 si affronta il nodo dell'informazione senza elmetto: intervengono Roberto Reale della Rai, Rodrigo Vergara di Arco-Iris Tv e Francesco Iannuzzelli di Peacelink. Previsto, sempre in serata, anche un concerto con una cena. Infine, lunedì pacifisti di nuovo in manifestazione. L'appuntamento è alle ore 11 davanti alla base militare di Longare (Vicenza)


fonte: il manifesto 6-08-04








giovedì, giugno 24, 2004
 

Non hanno trovato le parole, o forse non le hanno volute trovare.

Il televisore rovescia sulle nostre distratte serate fiumi di notizie blandamente inutili, uno straparlare del Cavaliere, sempre in primo piano, il disagio dei suoi, la guerra, sempre la guerra, la ragazzina scappata di casa, e neppure una parola sul lutto che vela le nostre giornate. Un discorso, meditato, serio, come tanti, come sempre, divenuto all'improvviso l'ultimo discorso. Il presidente nazionale dell' Arci è morto nella notte tra sabato e domeinca, mentre il mondo continua a correre verso lo sfacelo, e ci mancherà la sua ferma, discreta e determinata fatica per ricucire strappi, connettere persone, allargare territori del possibile. Forse tra le sue colpe ultime sta quell'essersi sentito male mentre era ad un incontro organizzato dal Manifesto, ed essere stato soccorso al primo istante da Gino Strada...

Certi compagni sono disdicevoli, non si può parlarne per un evento che non possa vedere subito accanto il commento distruttivo di chi fa la politica oggi: forse è giusto che non abbiano trovato le parole, forse il giornalista sapeva di non poter usare le solite parole di cordoglio, di sorpresa, perchè Tom Benettollo era un uomo nel fiore degli anni, aveva una vita intensa e degna, una moglie ed un figlio, e chiamava compagni le persone con cui condivideva impegno e lavoro... un comunista dunque! E perchè mai la televisione di stato dovrebbe dare l'annuncio della morte di un comunista? Perchè dare eco al dolore di chi con lui ha scambiato incontri ed impegno? Perchè un momento di riconoscimento ad una associazione che ha mosso la cultura del paese, e sostiene l'impegno delle persone nella quotidianità delle associazioni che all' ARCI aderiscono? Già, se mai c'era sensazione di spazi occupati, e di essere altro dal potere, questo momento di dolore ancora di più lo sottolinea: non gradito alle istituzioni, fuori dal circuito della informazione ufficiale, più che mai Tom è uno di noi, uno che rimane a sollecitare e stimolare uno stile, un modo di essere che ci conduce a costruire incontri, intese, ascolti tra diversi che insieme lavorano per un mondo migliore. (N.C.)

scritto da poesianica | 01:01 | commenti Torna su
Categoria: diritti, non violenza