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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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C’è un modo di sostenere Emergency che non costa nulla.
La finanziaria 2007 ha riconfermato la possibilità di destinare una quota pari al 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a sostegno del volontariato e delle organizzazioni di utilità sociale.
Destinando a Emergency il tuo cinque per mille, contribuisci a realizzare gli obiettivi dell’associazione senza alcun aggravio delle imposte.
Puoi esprimere il tuo sostegno a Emergency firmando nell’apposito spazio della dichiarazione dei redditi («sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale») e indicando nello spazio sottostante il nostro codice fiscale:
EMERGENCY sarà presente con migliaia di volontari in oltre 200 piazze italiane per far conoscere i 12 anni di attività dell’associazione e dire insieme "no alla guerra".
Presso tutti i nostri banchetti, con una piccola donazione, potrai ricevere il nuovo calendario 2007 realizzato con i disegni originali di 12 illustratori italiani.
I fondi raccolti andranno a sostegno del Centro chirurgico per vittime di guerra “Tiziano Terzani” di Lashkar-gah, in Afganistan.

Un militare mi ha spiegato alcune cose sulla nostra guerra nei Balcani. Mi ha chiesto di promuovere il suo libro il cui ricavato sarà devoluto alle famiglie dei 41 italiani morti e dei 300 malati a causa dell’uranio 238 utilizzato in Bosnia e Kossovo. Ragazzi e famiglie a cui non si interessa nessuno.
Così come a nessuno sembra interessare che l’utilizzo di uranio impoverito nelle armi da guerra contamini e uccida civili e militari. Qualche politico ha fatto carriera con la guerra nel Kossovo. Altri italiani, più semplicemente, sono morti e stanno ancora morendo.
“Caro Beppe,
come d’accordo t’invio la copertina del libro e la scheda da compilare ed inviare all’indirizzo osservatoriomilitare@libero.it per ricevere il libro.
L’incasso è ovviamente devoluto alle famiglie dei militari morti e di quelli malati che non hanno la possibilità di curarsi.
Le famiglie di questi ragazzi deceduti vivono ma sono morte dentro, i figli, i mariti o padri vengono uccisi due volte: dall’ipocrisia prima e dall’indifferenza poi.
Ho creduto nel mio lavoro e dire che i miei amici morivano per colpa di qualche incosciente, credevo fosse un valore morale.
Purtroppo non è così, ho pagato sulla mia pelle la verità che non ho alcuna intenzione di tacere, e non perché se cala il silenzio sulla vicenda sarò finito anch’io, ma solo perché i drammi di questi ragazzi devono essere noti a tutti, dietro quei doppio petti eleganti che tanto vantano il sacrificio dei nostri ragazzi in giro per il mondo, vi è l’ipocrisia di uomini che non riescono più a fare i conti con la loro coscienza.
Non voglio parlare di me, la storia di questi ragazzi è più importante e chi leggerà il libro capirà e forse, il “Grillo” riuscirà a scuotere le nostre coscienza ancora una volta.
Grazie per quello che fai!” Domenico Leggiero.
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Postato da Beppe Grillo il 05.06.06 18:25 | Muro del pianto |
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Oggi, martedì 11-10, Il manifesto rilancia la notizia data ieri dal giornale di Sardegna: " Soldi e indennizzi, così paghiamo le basi Usa".
Dal Giornale di Sardegna del 10-10-2005
www.gds.sm
Le basi Usa a nostro carico, così l'Italia paga i marines
Sconti su bollette e trasporti, contributi in denaro contante per centinaia di milioni. Da La Maddalena ad Aviano la mappa delle servitù salatissime.
Il caso. Il 37 per cento delle spese militari «di stazionamento» è a carico del governo italiano
Le nostre tasse per le basi degli Usa pagati ogni anno centinaia di milioni
Marco Mostallino
marco.mostallino@gds.sm
Lo Stato italiano paga ogni anno il trentasette per cento dei costi delle basi (Aviano, La Maddalena, Sigonella e altre) e dellele truppe americane di stanza nel nostro paese: risulta dai documenti ufficiali di bilancio delle forze armate Usa, del Dipartimento della difesa e del Congresso (il Parlamento) degli Stati Uniti. Nel 1999 il tributo versato da Roma a Washington è stato pari a 530 milioni di dollari (circa 480 milioni di euro), mentre nel 2002 i contribuenti italiani hanno partecipato alle spese militari americane per un ammontare di 326 milioni di dollari. Tre milioni sono stati dati in denaro liquido, il resto sotto forma di sgravi fiscali, sconti e forniture gratuite che riguardano trasporti, tariffe e servizi ai soldati e alle famiglie. La maggior parte dei pagamenti, si legge nelle carte ufficiali del Governo di Washington, nascono da «accordi bilaterali» («bilateral agreements» nei testi originali) tra Italia e Stati Uniti, il resto viene dalla divisione delle spese in ambito Nato.
Il metodo di prelievo si chiama «burden-sharing» («condivisione del peso») ed è illustrato nel “Nato Burdensharing After Enlargment” pubblicato nell'agosto 2001 dal Congressional Budget Office (Ufficio per il bilancio) del Congresso. Vi si legge (capitolo III, pagina 27) che i comandi militari Usa stimano che grazie a questi accordi soltanto per le opere e i servizi nella base di Aviano «i contribuenti - (taxpayers) - americani hanno risparmiato circa 190 milioni di dollari».
Quanto all'impegno complessivo del nostro fisco verso gli Usa, il documento chiave è il Report on Allied Contributions to the Common Defense (rapporto sui contributi degli alleati alla difesa comune), consegnato nel marzo 2001 dal Segretario alla difesa (il ministro) al Congresso degli Stati Uniti. Alla pagina 6 della sezione I si legge quanto segue: «Italia e Germania pagano, rispettivamente, il 37 (l'Italia) e il 27 per cento dei costi di stazionamento di queste forze (le forze armate Usa, ndr)».
Nel rapporto “Defense Infrastructure” consegnato nel luglio 2004 al Congresso da parte dell'Ufficio governativo per la trasparenza, a pagina 18 si legge che «diversi Paesi europei forniscono vari tipi di sostegno da parte delle nazioni ospitanti. Per esempio, nel bilancio 2001, Germania e Italia hanno dato i maggiori contributi, valutati rispettivamente in 862 e in 324 milioni di dollari». Si tratta, spiega il rapporto, di contributi diretti e indiretti «aggiuntivi rispetto a quelli della Nato».
Intesa bilaterale. In caso di dismissioni di basi Roma deve risarcire Washington per «l'investimento»
Il sito militare chiude?C'è anche l'indennizzo
I pagamenti di denaro italiano agli Stati Uniti non finiranno nemmeno nel caso - ipotetico, visto che La Maddalena si rafforza - di chiusura di basi e installazioni nel nostro Paese. Nei patti siglati dai governi di Roma e Washington esiste infatti una clausola chiamata “Returned Property - Residual Value”, anch'essa documentata negli atti ufficiali del Congresso americano. Il meccanismo - tutt'ora in vigore e confermato da carte di quest'anno - è ben illustrato nella testimonianza che il colonnello Dean Fox, capo del Genio dell'Aviazione Usa in Europa, rilasciò ai parlamentari degli Stati Uniti l'8 aprile del 1997. «Il ritiro (delle truppe, ndr) e la conseguente restituzione di alcune ex basi degli Stati Uniti alle nazioni ospitanti ha creato l'opportunità per gli Stati Uniti di reclamare il valore residuale come risarcimento degli investimenti statunitensi». È un diritto al pagamento delle “migliorie” apportate dalle forze armate Usa a territori che avrebbero avuto prima un valore inferiore. Gli accordi variano. Quelli con l'Italia sono descritti alla pagina 17 delle “osservazioni preliminari” del rapporto che l'Ufficio della Casa Bianca per la trasparenza (il Goa) ha consegnato al Congresso nel luglio del 2004: «Italia: gli accordi bilaterali stabiliscono che se il Governo italiano riutilizza le proprietà restituite entro tre anni (dalla restituzione, ndr), gli Stati Uniti possono riaprire le trattative per il valore residuale». Ciò comporta, oltre al pagamento dell'indennizzo, un vincolo per il riuso delle terre, perché in questo caso il rimborso aumenta. È vero che le intese prevedono anche che gli Usa paghino alla nazione ospitante i danni ambientali: ma in un rapporto della Commissione governativa per le basi militari all'estero (9 maggio 2005) si legge che finora questi costi sono risultati «limitati».
Marco Mostallino
www.peacelink.it
Carissimo Turi,
leggo della tua azione e processo.
Ammiro il tuo coraggio e il significato della tua azione. Voglio soprattutto esprimerti la mia vicinanza solidale e morale, sperando che ti sostenga nella solitudine del carcere.
Quello che hai fatto non è il tipo di azione che io sceglierei di fare, però voglio testimoniare che, ben più che una violazione di leggi, essa è un'affermazione di valori: il valore della vita e della convivenza, il vivere insieme contro gli strumenti di morte, pensati e voluti per dare la morte, e usati orribilmente per uccidere.
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Io credo che giudici giusti e sensibili all'umanità, pur dovendo giudicare l'atto di danneggiamento materiale, debbano altrettanto riconoscere il tuo intento, che è un'affermazione della umanità, della pace, della vita, e perciò un'affermazione di giustizia. Ed è per affermare la giustizia, che i giudici sono posti a giudicare.
Tante volte la giustizia è più grande e più obbligatoria della legge, come hanno mostrato Socrate, Gesù, Thomas More, Thoreau, Gandhi, Badshah Khan, Martin Luther King, Franz Jägerstätter, per dire solo alcuni dei molti obiettori di coscienza nella storia umana.
"Bisogna obbedire a Dio perciò alla coscienza della fraternità umana - prima che agli uomini", hanno testimoniato con le stesse parole sia Socrate (Apologia) che gli Apostoli (Atti 5,29).
Muovere in avanti la legge per migliorarla in nome della giustizia è aiutare la legge a realizzare il suo scopo nella società umana: vivere insieme, non uccidersi l'un l'altro.
La guerra è sempre illegale per la Carta dell'Onu, che è la costituzione mondiale di pace. La guerra in corso nell'Iraq è illegalissima. Ogni gesto e parola contro la guerra è difesa e affermazione della legge dell'umanità.
Ti mando, per consolazione e divertimento, una poesia.
Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza! Pace, forza, e gioia!
Enrico Peyretti
non rassegnato
e-mail: e.pey@libero.it
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti
http://www.cssr-pas.org
http://www.ilfoglio.org
enrico peyretti
Note:
Indirizzo a cui scrivere lettere a Turi Vaccaro (che è italiano ed è felice di leggere la posta):
P. I. Bospoort
T.a.v. Dhr S. Vaccaro
nr. 1894430
Nassausingel 26
4811 DG Breda
Holland
fonte: http://italy.peacelink.org/editoriale/articles/art_13020.html
Il 23 ottobre in Brasile sì alla vita delle persone, sì al divieto di uccidere, sì all'abolizione del mercato delle armi
| Iraq - 26.8.2005 |
| Ricordando due ficcanaso |
| Un anno fa morivano Enzo Baldoni e il suo amico Ghareeb. Oggi nasce una fondazione per le vittime dell'occupazione |
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""Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato". (Enzo G. Baldoni, agosto 2004)
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| Cantoni libera, Fini: sequestro anomalo |
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Thu June 9, 2005 6:29 PM GMT
ROMA (Reuters) - Quello di Clementina Cantoni è stato un sequestro anomalo, ha detto oggi il ministro degli Esteri Gianfranco Fini commentando in un collegamento tv la liberazione della volontaria in Afghanistan, e ha precisato che le trattative sono state gestite dal governo afghano. "E' stato un sequestro anomalo direi, collegato a motivazioni di carattere estorsivo-criminale", ha detto Fini a SkyTg 24. Il ministro ha precisato che a gestire la trattativa è stato il governo di Kabul. Alla domanda se siano state fatte concessioni ai rapitori - che Kabul ha negato ci siano state - Fini ha risposto: "Di questo si è occupato il governo afghano". Ricostruendo le difficoltà del sequestro, Fini ha detto che "c'è stata una serie interminabile di intermediari veri o presunti", ma "finalmente abbiamo ritrovato il bandolo della matassa". Il ministro ha detto che Clementina - rapita lo scorso 16 maggio a Kabul - andrà "a casa quanto prima,... è fisicamente provata", e ha aggiunto che trascorrerà la notte nell'ambasciata italiana. Fini ha precisato che per giungere alla liberazione sono stati importanti gli appelli lanciati da varie parti, anche dal capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, ed "è stato molto importante il ruolo della società civile, delle donne afghane".
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IMPERO E RESISTENZA.
INTERVISTA A ARUNDHATI ROY
di David Barsamian
Traduzione di Chiara Ginestra per Information Guerrilla
Fonte: International Socialist Review, Novembre/Dicembre 2004
Arundhati Roy è la celebre autrice de Il Dio delle Piccole Cose, vincitore del prestigioso Booker Prize. Il New York Times la definisce come “il più appassionato critico della globalizzazione e dell’influenza americana di tutta l’India”. E’ la vincitrice del Premio per la Libertà Culturale della Fondazione Lannan. I suoi ultimi libri sono The Checkbook and the Cruise Missile, scritto con David Barsamian [L’Impero e il vuoto, Guanda, 2004, N.d.T.], e An Ordinary Person’s Guide to Empire [Guida all’Impero per la Gente Comune, Guanda, 2003, N.d.T.] – entrambi pubblicati dalla South End Press - e Public Power in the Age of Empire, pubblicato da Seven Stories Press.
David Barsamian è il fondatore e il produttore radiofonico di Alternative Radio con sede a Boulder, Colorado. Le sue interviste e i suoi articoli appaiono regolarmente sull’ International Socialist Review. E’ autore di diversi libri, tra cui Propaganda and the Public Mind: conversation with Noam Chomsky, Eqbal Ahmad: Confronting Empire e The Decline and Fall of Public Broadcasting. Ha intervistato Arundhati Roy a Seattle nell’agosto del 2004.
Mi piacerebbe cominciare con una citazione tratta da una recente intervista che ti ho fatto, pubblicata sul numero di luglio-agosto dell’International Socialist Review. In quell’occasione hai detto: “E’ che abbiamo a che fare con un sistema economico che soffoca la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Che cosa mai possiamo fare al riguardo? Come possiamo affrontare tutto ciò?”. Ho pensato che potesse essere facile cominciare proprio da questo. Cosa possiamo fare al riguardo? Come possiamo affrontare tutto ciò?
A tutt’oggi sono solo tre giorni che mi trovo negli Stati Uniti ma, ovviamente, ho già percepito molta elettricità nell’aria a causa delle prossime elezioni. Lo scorso maggio in India si sono tenute elezioni molto importanti. Credo che uno dei maggiori pericoli che corriamo sia che le politiche diventino una disputa in merito alle varie personalità che vi partecipano, dimenticandoci così del fatto che il sistema rimane sempre là al suo posto, e che non importa poi più di tanto chi abbia le redini in mano. Come ho affermato durante la mia conferenza all’American Sociological Association di San Francisco, in tutto questo feroce dibattito tra Democratici e Repubblicani e su chi tra Bush e Kerry sia migliore, sembra quasi che ci stiano chiedendo di scegliere un detersivo. Che tu scelga Ace o che tu scelga Ariel, il punto è che sono ambedue della Procter & Gamble.
Prima di tutto, dovremmo capire che ora come ora le elezioni sono una scelta soltanto apparente. In India ci troviamo di fronte all’aperto fascismo del Bharatiya Janata Party (BJP) e al velato comunismo nel quale il Congress Party si è crogiolato per cinquant’anni, preparando in molti sensi il terreno per l’ascesa dell’ala destra. E’ stato proprio il Congress Party ad aprire il mercato indiano alla globalizzazione delle corporation. L’unica differenza è stata che durante la campagna elettorale ha per lo meno dovuto mentire, ha per lo meno dovuto dire che era contro la vecchia linea tenuta fino ad allora.
Invece qui, negli Stati Uniti, non si abbassano neanche a questo. I Democratici non fanno neanche finta di essere contro la guerra o contro l’occupazione dell’Iraq. E ciò, io credo, è molto importante, perché il movimento contro la guerra in America è stato straordinario, un servizio non solo per la gente qui, ma anche per tutti noi nel mondo. Quindi, non si può permettere loro di dirottare i tuoi credo, e dare poi il tuo appoggio a chi è apertamente favorevole all’occupazione, a chi avrebbe attaccato l’Iraq anche se sapeva che non c’erano armi di distruzione di massa, a chi, tra l’altro, si vedrà assicurata la copertura delle Nazioni Unite per l’occupazione, a chi cercherà di ottenere che i soldati indiani e pakistani vadano a morire in Iraq, e che tedeschi, francesi e russi riescano a spartirsi il bottino dell’occupazione. E questo è meglio o peggio di quello che capita a chi vive nelle nazioni sottomesse all’impero?
Lo sappiamo tutti: ciò che oggi sta accadendo nel mondo è che si va radicando un sistema di disparità economica. Non è un caso che 580 plurimilionari in tutto il mondo abbiano un reddito maggiore del PIL di 135 fra i paesi più poveri. Nel mondo le disparità sono enormi. E non si tratta di disparità tra paesi ricchi e paesi poveri, ma tra persone ricche e persone povere. Cosa possiamo fare a questo proposito?
Vi sono alcune cose da comprendere. Una è che il sistema di democrazia elettorale, come si configura ad oggi, è basato sull’accettazione religiosa dello stato-nazione, mentre il sistema della globalizzazione delle corporation non lo è. Il sistema della globalizzazione è basato sul fatto che il capitale liquido possa muoversi all’interno dei paesi poveri su scale enormi, dettando l’ordine del giorno e la politica economica di quei paesi tramite la propria penetrazione in quelle stesse economie.
Il capitale richiede il potere coercitivo dello stato-nazione di contenere la rivolta nelle fila dei servi. Ciò assicura che nessun paese da solo si erga contro il progetto di globalizzazione delle corporation, e questo spiega come persone quali Lula Inácio de Silva in Brasile e Nelson Mandela in Sudafrica, pur essendo “giganti” dell’opposizione, sul palcoscenico mondiale vengano poi ridotti a “nani”, ricattati dalla minaccia di una fuga del capitale.
Teoricamente, l’unica strada sarebbe confrontare tutto ciò con quello in cui noi siamo coinvolti, la globalizzazione del dissenso, l’unione di gente che non crede nell’impero. Dobbiamo seriamente darci la mano, attraverso tutti i paesi e tutti i continenti, e fermare tutto questo. Perché la globalizzazione non è inevitabile. E’ sancita da specifici contratti con specifiche firme di specifici governi e di specifiche aziende. E il nostro compito è metterla in ginocchio.
L’imperialismo, anni fa, era esclusivo campo di pertinenza di qualche erudito marxista. Era una parola oscena che non poteva essere pronunciata in pubblico. Oggi vi sono persone come Michael Ignatieff, che sembra avere illimitato accesso al New York Times, le quali scrivono storie da prima pagina esaltando le virtù di ciò che Ignatieff stesso definisce imperialismo “light”. E c’è qualcun altro, tipo Salman Rushdie, che scrive che in Afghanistan l’America “ha fatto ciò che doveva fare, e l’ha fatto bene”. Ora, mi domando, passati tre anni dall’attacco all’Afghanistan, con il ritorno dei signori della guerra e l’enorme incremento del traffico illegale di oppio, qual è la tua prospettiva sulla situazione di questo paese?
L’Afghanistan è stato appena riconsegnato ai signori della guerra nello stesso modo in cui fu abbandonato dopo che il governo americano fondò il mujahideen allo scopo di cacciare i russi. E oggi, Hamid Karzai, l’agente della CIA che lavorava per Unocal, non riesce neppure ad assicurare al popolo afgano la sua propria sicurezza. Deve contare su mercenari privati. Dal momento che ogni altra cosa è stata privatizzata, ora anche la sicurezza, la tortura, la direzione del sistema carcerario, ecc. sono state privatizzate. Quindi, cosa dire a Michael Ignatieff?
Sono nata e cresciuta in India; ho vissuto lì tutta la mia vita. Non ho mai passato molto tempo in occidente. Come dire, quando vieni qui e senti persone come Ignatieff pensi: persino i nostri fascisti certe cose non le dicono. Mi hanno chiesto spesso di prendere parte a dibattiti sull’imperialismo, e credo che ciò sia come chiedermi di parlare dei pro e dei contro dell’abuso sui minori. E’ qualcosa su cui dovrei argomentare? Dappertutto in India, anche sul più piccolo viottolo che percorri, senti forse dire alla gente che incontri: “ridateci indietro gli inglesi, ci manca così tanto il colonialismo”? E’ una sorta di nuovo razzismo. E non è poi così nuovo. Non possiamo neanche premiarli per l’originalità. Discussioni di questo tipo hanno avuto luogo in epoca coloniale pressoché nelle stesse identiche forme e con le stesse parole: “civilizzare il selvaggio” e così via. Non credo che sia qualcosa che meriti di essere discusso. E’ solo un aspetto del potere. E’ ciò che il potere sempre discuterà. E noi non possiamo permettere che svii la nostra attenzione neanche per cinque secondi.
In un’intervista più recente, ricordavi di aver vissuto da bambina nel Kerala, durante gli anni ’60, e di esserti chiesta molte volte se saresti stata considerata una “dink” o una “gook”. Oggi i termini sarebbero “raghead”, “towelhead” [“teste di stracci” N.d.T.] e “Haji”.
Sì, il Kerala era molto stile Vietnam. Anche noi avevamo risaie, fiumi e comunisti. Eravamo solo a poche migliaia di chilometri a ovest del Vietnam. Certo, ricordo di essermi chiesta spesso se sarei saltata in aria tra i cespugli mentre magari voi suonavate in sottofondo qualche colonna sonora hollywoodiana.
Del resto, nulla è poi cambiato così tanto, tranne il fatto che tutto è stato rimandato indietro alla fabbrica di provenienza e di lì ne è riuscito con gli angoli smussati. Quest’anno, durante il Word Social Forum di Mumbai, ho tenuto una conferenza dal titolo “I tacchini festeggiano il Giorno del Ringraziamento?” nella quale c’è un piccolo passaggio che ora ti leggerò, una sorta di discorso sul nuovo imperialismo.
Come il Vecchio Imperialismo, anche il Nuovo Imperialismo conta per il suo successo su una serie di collaboratori – élites locali corrotte al servizio dell’Impero. Conosciamo tutti la squallida storia di Enron in India. L’allora governo Maharashtra firmò un accordo sul potere d’acquisto che diede a Enron profitti che ammontavano al 60% dell’intero budget dello sviluppo rurale dell’India. Ad una singola compagnia Americana fu garantito un profitto equivalente ai fondi monetari impiegati nello sviluppo di infrastrutture per circa cinquecento milioni di persone!
A differenza dei vecchi tempi, il Nuovo Imperialista non ha bisogno di trascinarsi per i tropici rischiando malaria, diarrea o una morte precoce. Il Nuovo Imperialismo può essere portato avanti via e-mail. Il volgare e concreto razzismo proprio del Vecchio Imperialismo è ormai superato. La pietra angolare del Nuovo Imperialismo è il Nuovo Razzismo.
La migliore allegoria del Nuovo Razzismo è la tradizione dell’“amnistia del tacchino” negli Stati Uniti. Ogni anno a partire dal 1947 la Federazione Nazionale del Tacchino omaggia il Presidente americano con un tacchino per il Thanksgiving. Ogni anno, a dimostrazione di magnanimità cerimoniale, il Presidente risparmia quel particolare volatile (e ne mangia un altro). Dopo aver ricevuto l’amnistia presidenziale, il Prescelto viene mandato a Frying Pan Park [“Villa Padella”, N.d.T.], un posto in Virginia, dove può continuare a vivere in pace la sua vita. Il resto dei cinquanta milioni di tacchini allevati per il Thanksgiving vengono massacrati e mangiati nel Giorno del Ringraziamento. ConAgra Foods, la compagnia che ha vinto l’appalto del Tacchino Presidenziale, afferma di addestrare i fortunati uccelli ad essere socievoli e ad interagire con dignitari, scolaresche e giornalisti. (E presto parleranno anche inglese!).
Ecco come funziona il Nuovo Razzismo nell’era delle corporazioni. Solo a pochi tacchini “di razza”, attentamente selezionati – le élites locali di vari paesi, una comunità di ricchi immigranti, banchieri, gli sporadici Colin Powell o Condoleezza Rice, qualche cantante, qualche scrittore (tipo me) – viene data l’assoluzione e un biglietto per Frying Pan Park. I milioni di persone rimanenti perdono il loro lavoro, vengono cacciate dalle loro case, viene tagliata loro acqua ed elettricità, muoiono di AIDS. In pratica, sono spacciati. Invece, i Polli Fortunati se la passano bene a Frying Pan Park. Alcuni di loro lavorano persino per l’FMI e il WTO – così, chi mai accuserebbe queste organizzazioni di essere anti-tacchino? Alcuni sono membri di punta del Comitato di Elezione del Tacchino – così, chi mai potrebbe dire che i tacchini sono contrari al Giorno del Ringraziamento? Essi vi partecipano! Chi oserebbe affermare che i poveri sono anti-globalizzazione? C’è già una tale ressa all’entrata di Frying Pan Park! Che importa se la maggior parte delle gente muore lungo la strada?
Come parte del progetto di Nuovo Razzismo abbiamo anche il Nuovo Genocidio. Il Nuovo Genocidio, in questa nuova era di interdipendenza economica, può venire facilitato dalle sanzioni economiche. Nuovo Genocidio significa creare le condizioni che conducono ad una morte di massa senza dover andare materialmente ad ammazzare la gente. Dennis Halliday, che fu coordinatore umanitario per le Nazioni Unite in Iraq tra il 1997 e il 1998 (anno in cui, disgustato, rassegnò le dimissioni), utilizzò il termine genocidio per descrivere le sanzioni in Iraq. In Iraq, le sanzioni furono peggiori di Saddam Hussein perchè provocarono la morte di più di mezzo milione di bambini.
In questa nuova epoca, l’apartheid inteso come politica formale risulta antiquato e non necessario. Gli strumenti internazionali finanziari e di commercio sovrintendono a un complesso sistema di regolamentazione del commercio multilaterale e di accordi finanziari che comunque mantengono i poveri nei loro “bantustans” [riserve, territori sotto segregazione, N.d.T.]. Lo scopo di tutto ciò è di istituzionalizzare la povertà. Altrimenti, come potrebbe accadere che gli USA tassino un abito fatto da un operaio del Bangladesh venti volte più di un abito prodotto in Gran Bretagna? Altrimenti, perché i paesi che coltivano piante di cacao, come la Costa d’Avorio e il Ghana, vengono tassati al di fuori del mercato se cercano di convertire il cacao in cioccolato? Altrimenti, come potrebbe essere che paesi che coltivano il 90% del cacao mondiale producano solo il 5% del cioccolato? Come mai i paesi ricchi che spendono più di un miliardo di dollari al giorno in sussidi agli agricoltori chiedano che i paesi poveri, tipo l’India, ritirino tutti i sussidi all’agricoltura, compresa l’elettricità? Come potrebbe accadere che, dopo essere state saccheggiate dai regimi coloniali per più di mezzo secolo, le antiche colonie siano precipitate nel debito verso quegli stessi regimi, e che paghino loro 382 miliardi di dollari all’anno?
Le colonie sono andate fuori moda molte decine d’anni fa, ma dopo l’occupazione e la colonizzazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, mi sembra che tu richieda agli USA il compimento di qualche azione piuttosto radicale.
Non radicale, solo ragionevole. Dovrebbero farsi da parte e pagare un risarcimento.
Ma il “re impazzito”, come tu chiami George W. Bush, afferma che ora “il mondo è un posto più sicuro”. Ti senti più al sicuro in India, ora che Saddam Hussein non è più al potere in Iraq?
Veramente mi mancano quegli spettacolari allarmi di terrorismo in Technicolor, color rosa salmone, a pois, arancio, violetto o di qualunque altro colore siano in quel particolare giorno. In India – non sto parlando delle élites, ma della gente comune – esiste una distinzione tra governo e persone, tra il “sarkar”, come lo chiamiamo noi, e il pubblico. Ma qui, negli Stati Uniti, questo regime produttore di paura sintetica ha vincolato la gente al governo. E questo vincolo non si regge sulla salute pubblica, o sulla cura degli anziani, sull’educazione o sui servizi sociali, ma è perpetuato dalla paura. Credo che sarebbe un disastro per il Governo americano se improvvisamente ognuno di noi iniziasse a sentirsi al sicuro. Se consideri l’India, diciamo dal 1989 ad oggi, ci crederesti se ti dicessi che negli ultimi quattordici anni in Kashmir sono state uccise 80.000 persone? Ogni giorno ci sono attacchi terroristici. In stati quali l’Andra Pradesh 200 estremisti vengono uccisi ogni anno. Ogni giorno si registrano azioni di attivisti. Ma nessuno di noi vive nel terrore. Tutti sappiamo che ognuno deve solo continuare a vivere come già vive. La gente deriderebbe il governo che cominciasse con questa cosa dell’allarme terrorismo in Technicolor, perché ognuno ha un sacco di altri problemi. Quindi, io credo che non essere spaventati, qui, è un atto politico.
Sicuramente la stampa controllata dalle corporation in India non è diversa da quella negli Stati Uniti. In un certo senso, l’unica fortuna in India è che la maggior parte della gente non la legge, quindi bugie e indottrinamenti non penetrano molto a fondo.
A proposito dei media, in L’Impero e il Vuoto affermi che gli americani vivono in una “bolla fatta da molta pubblicità e nessuna informazione”. Come far scoppiare la bolla?
Credo che dovremmo riflettere su cosa i mass media ci stanno facendo. La gente che non ha mai vissuto negli USA a volte trova veramente difficile credere a che livello di indottrinamento si è arrivati qui. In qualche modo, in società più anarchiche, come l’India, non riesci ad indottrinare le persone così facilmente. Un giorno puoi imbatterti in un Kumbh Mela [un festival indù imperniato sul bagno rituale, N.d.R.], con un milione di persone ed un Naga Sadhu [un asceta indù o un monaco, N.d.R.] che cerca di trascinare la macchina dell’esattore distrettuale con il proprio pene. E tu non puoi andare lì a dirgli che la globalizzazione delle corporation è la soluzione a tutti i suoi problemi, basta solo bere più Coca-Cola. A volte è difficile per noi capire le conquiste e l’incisività che televisione e giornali raggiungono qui.
Penso che uno degli errori che molti di noi attivisti fanno sia quello di inveire contro i media delle corporation fino ad arrivare ad un punto in cui non si sa più cosa fare. E penso che ci siano due cose da tenere a mente. Una è che qui voi avete un potente mezzo di comunicazione alternativo. Voi avete Alternative Radio. Voi avete Democracy Now! Voi avete Internet. Stanno accadendo così tante cose, vi sono così tanti posti dove cercare informazioni. Ma penso che dovremmo fare una sorta di “attentato mediatico”, che consiste in questo: tu leggi ed ascolti i media principali, ma quello che apprendi da essi non è quello che loro vogliono dirti. Devi imparare a decodificarlo, per capirlo per quello che è, per capire che è solo il bollettino/comunicato della stanza dei comandi. Perciò utilizzi il suo potere contro di esso. Credo sia una cosa molto importante da fare, perché molti di noi fanno l’errore di pensare che i mass media delle corporation supportino il progetto neoliberista. Non lo fanno. Essi sono il progetto neoliberista.
E’ tutto molto lampante. Pensa solo a cosa stava succedendo negli Stati Uniti nel 2001, e a cosa sta succedendo ora. Quale enorme vittoria hanno ottenuto molti di voi, essere stati in questo posto impressionante, pieno di bandiere sventolanti. Ricordo che nel 2003, quando parlai a Porto Alegre durante il Word Social Forum, a quel tempo neppure io credevo in quel che dicevo. Era solo un pensiero di speranza. Lì, in Brasile, ho detto che attivisti, musicisti, scrittori e tanta altra gente hanno lavorato insieme per spogliare l’impero del suo lustro. Lo abbiamo spogliato, e ora si erge in tutta la sua tale bruttezza da non riuscire a sostenere la visione di sé stesso riflesso nello specchio. Questo è ciò che credo. La frase successiva era: “presto non sarà nemmeno capace di chiamare a raccolta la sua stessa gente”. E guarda cosa sta succedendo. Sta succedendo qui. Ed è grazie a voi. Tra l’allora ed l’oggi la differenza è che ciò che una volta era la storia segreta d’America ora è sulla bocca di tutti. E questo è grazie a voi. Non dovete perdere di vista l’obiettivo proprio ora. Non potete pensare che ora, se Kerry va al potere, possiamo tutti andarcene a casa felici e contenti.
La manifestazione mondiale del 15 febbraio del 2003 contro la guerra in Iraq radunò almeno dieci milioni di persone; secondo alcune stime, si trattava addirittura di più di quindici milioni. Tu hai definito quella come la più grande affermazione dello spirito e della moralità umana. Ma dopo, comunque, la guerra cominciò, e molta gente se ne tornò a casa.
Questo è qualcosa sul quale ciascuno di noi deve fare autocritica, perché nella prima parte della tua domanda hai sottolineato come ci sia stato veramente un incredibile sfoggio di pubblica moralità. In nessun paese europeo il supporto conferito ad un’ipotesi di guerra unilaterale era maggiore dell’11%. Qui, centinaia di migliaia di persone hanno sfilato per le strade. E, tuttavia, questi paesi apparentemente democratici sono entrati in guerra. Quindi, le domande sono: 1) E’ la democrazia ancora democratica? 2) Sono i governi responsabili verso la gente che li elegge? e 3) In questi paesi democratici, è la gente responsabile delle azioni del suo governo? Oggi le democrazie stanno affrontando una crisi molto seria. E se si rimane intrappolati in questa disputa Ace vs. Ariel, se ci si lascia prendere da questo dover scegliere tra un detergente all’ossigeno attivo ed uno per capi delicati, siamo finiti. Il punto è: come tenere il potere al guinzaglio? Come renderlo responsabile?
Il fatto è che possiamo sentirci con la coscienza a posto solo in merito a ciò che facciamo. Quello che già abbiamo fatto è stato fantastico, ma dobbiamo renderci conto che non è abbastanza. E uno dei problemi è che la resistenza simbolica ha disancorato se stessa dalla reale disobbedienza civile. E questo è molto pericoloso, perché i governi hanno imparato come attendere che si calmino le acque. E ci vedono come dei bebè, nella culla a trastullarsi col sonaglio. “Ma sì, lasciamo che continuino con le loro manifestazioni nei week-end, noi continueremo a fare quello che dobbiamo fare”, “L’opinione pubblica è così volubile”, e così via. L’aspetto simbolico della resistenza è molto importante. Il palcoscenico è molto importante. Ma non a scapito della reale disobbedienza civile. Quindi, dobbiamo trovare il modo di mettere in pratica seriamente ciò che diciamo.
Guarda cosa sta succedendo oggi. Mi sento di dire che la resistenza irachena sta lottando in prima linea contro l’impero. Sappiamo che sono un gruppo eterogeneo di ex-baathisti, ex-collaborazionisti oramai stufi, e gente del genere. Ma non c’è nessun movimento di resistenza originario. Se vogliamo investire la nostra purezza solo in movimenti originari, faremmo meglio a scordarcelo. Il punto è che questa è la nostra resistenza, l’unica che abbiamo, e dobbiamo sostenerla.
E dovete capire che i soldati americani che muoiono in Iraq sono stati reclutati tra i più poveri delle aree più povere degli Stati Uniti. Difatti, al pari degli iracheni, anch’essi sono vittime dello stesso orrendo sistema che chiede le loro vite in cambio di una vittoria che non sarà mai la loro.
Il libro che abbiamo fatto insieme si chiama The Checkbook and the Cruise Missile. Il fatto è che qualche volta si pone l’accento sul missile Cruise, e tu pensi alle torture, alle invasioni, all’esercito, alla gente che muore, e così via. Ma, nel frattempo, i contratti sono stati firmati, gli oleodotti predisposti, ogni cosa è stata messa a punto in previsione del momento in cui potranno ritirare il missile Cruise. Il sistema di sfruttamento è già al suo posto. E ci sono queste compagnie, come Bechtel e Halliburton, che in passato fecero affari con Saddam Hussein e ora stanno traendo miliardi di profitti dalla distruzione e ricostruzione dell’Iraq. E queste stesse compagnie sono presenti a Cochabamba, Bolivia, impegnate nella privatizzazione dell’acqua. Queste stesse compagnie sono in India, insieme a Enron. Enron e Bechtel, per esempio, erano coinvolte nel primo progetto di privatizzazione del potere in India, nel quale i profitti corrispondevano al 60% dell’intero budget dello sviluppo rurale dell’India.
Il punto che sto tentando di sottolineare è che l’Iraq si trova in prima linea in questa guerra all’impero, ma ognuna di quelle compagnie che sono coinvolte in Iraq possiede avamposti economici sparsi in tutto il mondo. Perciò, questo ci da un appiglio. Ci fornisce un modo di fare pressione su ogni singola corporation o azienda. E se noi non riusciamo a far chiudere loro i battenti, se non riusciamo a prevenire che facciano quello che stanno facendo, come possiamo definirci una resistenza? Dobbiamo farlo. Dobbiamo trovare il modo di farlo.
E la questione è che ciò non avverrà senza che noi ne paghiamo il prezzo. Non succederà durante gli straordinari o nei weekend o roba del genere. Nei paesi poveri il sistema si sta abbattendo sulla gente. Non significa solamente che l’impero entra nelle loro vite sotto forma di intervento militare, come fa in Iraq. Esso arriva anche sotto forma di esorbitanti bollette dell’elettricità che non ci si può permettere di pagare, sotto forma di tagli all’erogazione dell’acqua, di licenziamenti, di sradicamenti dalle proprie terre.
Lo scorso giugno mi trovavo in Sudafrica. Appena quattro giorni prima che me ne andassi, in un distretto di neri chiamato Phoenix, la polizia e la polizia municipale arrivarono a tagliare gli allacci illegali all’elettricità, perché l’elettricità era stata privatizzata – e i poveri, milioni di loro, sono semplicemente stati staccati. Allora loro si riallacciano illegalmente. E i poliziotti arrivano e rimuovono tutti i cavi. Una donna anziana viene fuori e dice: “Ok, va bene. Rimuovete i cavi. Ma rimanete qui ancora un po’. Voglio aspettare che venga la stampa e voglio spiegargli perché noi abbiamo bisogno di rubare elettricità.” A quel punto loro hanno cominciato a fare i prepotenti con lei. Ed un giovane ragazzo, suo figlio, un ragazzo di diciott’anni, viene fuori e dice: “guarda che è mia madre quella che stai maltrattando.” E loro che hanno fatto? Gli hanno puntato una pistola alla testa e gli hanno sparato.
Se prendiamo in considerazione un paese come l’India, noi siamo esperti in questo gioco. Abbiamo l’Armed Forces Special Power Act [Decreto legge sui Poteri Speciali delle Forze Armate, N.d.T.], il quale permette ad un sottufficiale dell’esercito di uccidere chiunque sia sospettato di disturbare l’ordine pubblico. In tutto il nord-est, in tutto il Kashmir, abbiamo il Gangster Act, abbiamo lo Special Areas Security Act [Decreto per la Sicurezza delle Aree Speciali, N.d.T], abbiamo il Terrorist and Disruptive Areas Act [Decreto sulle Aree Terroristiche e Turbolente, N.d.T.], che ora è caduto in prescrizione ma in base al quale vi sono ancora persone che vengono giudicate. E poi abbiamo l’equivalente del Patriot Act degli USA, il Decreto per la Prevenzione del Terrorismo (POTA), in base al quale migliaia di persone vengono prese e giudicate senza alcuna prova. Il loro crimine è la povertà. Non è che siano terroristi. Vengono definiti terroristi, ma il loro crimine è la povertà. Terrorismo e povertà vengono fuse insieme. E gli stati stanno diventando molto sofisticati nelle loro strategie di repressione. In che modo possiamo opporci a tutto ciò?
Questa battaglia non verrà vinta senza pagarne noi stessi un prezzo. E’ una cosa che dobbiamo capire. Non sarà una guerra comoda.
Il Decreto di Prevenzione del Terrorismo – o, come tu ed altri lo avete definito, il Decreto di Produzione del Terrorismo – ha la sua controparte nel Patriot Act negli Stati Uniti, il quale ha grandemente incrementato la capacità dello stato di sorvegliare e imprigionare i suoi cittadini.
Fondamentalmente, la cosa che dobbiamo capire di questi decreti è che essi non sono destinati ai terroristi, o a coloro che vengono sospettati di attività terroristiche, perché i terroristi vengono fatti fuori o portati, nel caso dell’America, alla baia di Guantánamo. Questi decreti sono creati allo scopo di terrorizzarti. Praticamente, tutti noi veniamo accusati. Ciò prepara il terreno affinché il governo possa prima renderci tutti imputati e successivamente possa togliere di mezzo chiunque di noi voglia togliere di mezzo.
E una volta che abbiamo rinunciato a queste libertà, le riavremo mai indietro? In India, il Congress Party, almeno quando era in campagna elettorale, affermò che avrebbe ritirato il POTA. Probabilmente lo farà, ma certo non prima di aver varato altri tipi di legislazioni che gli si avvicinano. Quindi non sarà POTA, ma sarà MOTA o qualunque altra cosa. Ma qui da voi, stanno almeno dicendo che abrogheranno il Patriot Act? E’ un insulto nei vostri confronti che essi neppure pensino di doverlo dire. Non è populista dire che affronteremo con sempre maggiore inflessibilità il terrore e che renderemo l’America più forte e più sicura e che faremo in modo che abbia l’“ossigeno attivo”? E’ paradossale che neanche mentano. Conosco un sacco di gente che dice: “Beh, sai, Kerry dice così, ma poi quando andrà al potere diventerà diverso.” Nessuno si sposta a sinistra dopo essere salito al potere; si spostano tutti a destra.
Uno dei saggi compresi nella tua nuova raccolta, Guida all’Impero per la Gente Comune, si chiama “When the saints go marching out: Mohandas – che è il nome del Mahatma Gandhi – Mandela e Martin.” Parlami di Gandhi. Egli fu in grado di concepire strategie che sfruttassero le fratture esistenti all’interno dell’impero stesso.
Gandhi fu uno dei più brillanti, astuti e creativi uomini politici dell’era moderna. Ciò che lui fece è quello che fanno i grandi scrittori. I grandi scrittori espandono l’immaginazione umana. Gandhi espanse l’immaginazione politica. Ma, di certo, non dobbiamo neanche pensare che la lotta indiana per la libertà fu una lotta rivoluzionaria. Non lo fu. Perché l’élite indiana passò facilmente a vestire i panni degli imperialisti britannici. E neppure fu esclusivamente una lotta non violenta, questo della lotta interamente non violenta è un altro mito. Non lo fu. Ma quello che Gandhi fece fu democratico, grazie ai modi in cui escogitò la sua strategia. Essa coinvolgeva un sacco di gente. Egli trovò il modo di coinvolgere le masse. Per esempio, nel 1931, quando ci fu la marcia Dandi, nella quale si decise di marciare fino a raggiungere la costa – ci vollero 21 giorni, credo – allo scopo di estrarre sale dal mare; l’obiettivo era di contravvenire alle leggi britanniche sulla tassazione del sale (che vietavano agli indiani di produrlo), e fu un gesto simbolico. Ma significò anche che dieci milioni di indiani iniziarono a produrre sale, e ciò costituì un attentato ai puntelli economici dell’impero. Questa fu la sua brillantezza.
Credo che ci sia bisogno di reimmaginare la resistenza non violenta, visto che oggi, nel mondo, non sta avendo luogo nessun dibattito che sia più importante di quello sulle varie strategie di resistenza. Non ci potrà mai essere una sola strategia. La gente non si troverà mai d’accordo su una sola strategia. Non può accadere che mentre guardiamo la macchina da guerra americana occupare l’Iraq, torturare i suoi prigionieri, appropriarsi delle sue risorse, ce ne stiamo ad aspettare che arrivi questa famosa resistenza, quale che sia, sia essa di origine secolare, democratica, non violenta o femminista. Non possiamo prescrivere agli iracheni come portare avanti la loro resistenza, ma dobbiamo perseguire il nostro scopo e costringere l’America ed i suoi alleati ad abbandonare subito l’Iraq.
Penso che qui molta gente abbia in mente le elezioni del 2 novembre, cosa fare, per chi votare. Tariq Ali, il quale è molto critico nei confronti di Kerry, ha recentemente detto che “se la popolazione americana è per sbattere Bush fuori dalla porta, ciò avrà un impatto straordinario sull’opinione mondiale. Le nostre opzioni sono al momento molto limitate. Vogliamo sconfiggere un governo guerrafondaio o no?” Che cosa ne pensi della prospettiva di Ali?
Guarda, è un discorso veramente difficile e complesso, nel quale io credo vi siano due cose possibili da fare: puoi agire in maniera opportunistica, se vuoi, ma devi parlare per principio. Non posso stare qui seduta in tutta onestà e dirti che appoggio Kerry. Non posso farlo. Ti faccio un piccolo esempio. In India, puoi essere o puoi non essere consapevole dei livelli di violenza, sciovinismo e fascismo a cui abbiamo dovuto far fronte negli ultimi cinque anni. Nel Gujarat si compiono efferati assassini di massa, stupri, anche di gruppo, la gente viene bruciata viva per le strade, come è successo a duemila Muslim, cacciata dalle proprie case, come è avvenuto per 150.000 persone. E c’è questa sorta di piaga del fascismo indù che si sta diffondendo. E c’era il governo centrale che veniva supportato dal BJP. Un sacco di persone con le quali lavoro e che so lavorare nello stato di Madhya Pradesh, nell’India centrale, dove ci fu per dieci anni il Congress Party al governo. Questo governo ha supervisionato la costruzione di molte dighe a Narmada Valley. Ha sovrinteso alla privatizzazione di acqua ed elettricità, all’allontanamento dalle proprie case e terre di centinaia di migliaia di persone, al distacco degli allacci all’elettricità perché erano stati firmati questi grandi contratti di privatizzazione con l’Asian Development Bank.
Gli attivisti di queste zone sapevano che il motivo per cui il Congress Party stava facendo tali cose, e pure in modo così sfacciato, consisteva nel fatto di dire: “Che opportunità avete? Volete il BJP? Sosterrete il BJP? Avete intenzione di offrirvi non solo alle percosse, ma anche alle uccisioni?” Ma, nonostante questo, io vi dico che essi non sostennero il Congress. Non lo fecero. Dissero semplicemente: “Noi non crediamo a tutto ciò, e continueremo a fare quello che dobbiamo fare là fuori.” Era una situazione tremenda, perché il BJP stava facendo finta di essere contro la “riforma” e andava dicendo: “Noi fermeremo tutto ciò, noi lo cambieremo.” Per questo andò al potere, e dieci giorni dopo era già sul posto dove era stata prevista la diga dicendo: “Costruiremo la diga.” Ed ora la gente aspetta che le proprie case vengano sommerse. Questo fu il dilemma.
Il punto ora è questo: bisogna chiedere a se stessi: “sul serio puoi dare il tuo sostegno ad un uomo che proclama di voler mandare ancor più truppe in Iraq?” Come? Credo sia estremamente importante per noi rimanere fedeli ai nostri principi. Ti voglio anche raccontare che durante le elezioni in India la gente mi chiedeva in continuazione: “Sei dalla parte del Congress, vero?”, perché, chiaramente, avevo passato gli ultimi cinque anni a biasimare il BJP. Io rispondevo: “Come potrei sostenere il Congress, che nel 1994 avallò la carneficina dei Sikh a Delhi, e che nei primi anni ’90 aprì i mercati al neo-liberismo?” Ogni volta ti senti messa sotto pressione. Ho detto una volta che “quando mi vengono fatte domande di questo tipo mi sento come immagino si debba sentire un omosessuale che assiste ad una scena di sesso etero: magari posso essere interessata, ma non mi sento per nulla coinvolta.” Credo sia per noi molto importante comprendere che siamo gente con dei principi e che siamo dei soldati che combattono una battaglia diversa, e non possiamo essere cooptati in queste cose.
Bisogna quindi rifiutare i termini in cui questo dibattito viene portato avanti; altrimenti vieni cooptato. Non ho intenzione di suggerire per chi bisogna votare. Non ho intenzione di starmene qui seduta a dirti vota per questo o vota per quello, perché siamo tutti gente dotata di potere e di capacità di influenza, e non possiamo permettere che il nostro potere sia cooptato da queste persone. Non possiamo.
Poco tempo fa abbiamo parlato dei mezzi di comunicazione indipendenti. Dovrei citare come esempio la Book Company di Elliott Bay, e la South End Press, una delle migliori case editrici indipendenti del paese. Qui a Seattle, cito l’ Indy Media Centre, che può essere considerato un evento storico ed una innovazione estremamente importante. Laddove possibile, è necessario far nascere media indipendenti, è necessario alimentarli e sostenerli. Ti chiedo quindi: per favore, sostienili, in qualunque modo ti sia possibile. Mentre cerchiamo di far breccia nei media delle corporation, tentiamo allo stesso tempo di costruire strutture parallele. Ed il tuo sostegno è assolutamente cruciale, ancor di più quando parliamo di librerie indipendenti nell’era della “Borderizzazione” (Il riferimento è a “Borders”, una delle più grandi catene di librerie al mondo, con oltre 460 punti vendita solo negli Stati Uniti, N.d.T.) e della “Barnes&Noblerizzazione” del territorio.
Vorrei solo aggiungere qualcosa in merito all’argomento delle elezioni in America. Dovete costringere i democratici a dire di essere contro la guerra, altrimenti non li voterete. Non possono dirvi cosa fare. Sono servitori del popolo. Siete voi a doverlo dire loro.
Hai qualche opinione sul modo di coinvolgere chi è fuori dalla nostra cerchia? Uno dei capi d’accusa più frequenti contro di noi, la sinistra, i progressisti, è che si chiacchiera, ci si diverte, tutti annuiscono, ci si fa un paio di birre insieme e poi si va a casa. E non succede niente. C’è qualcosa di vero in questo. Come possiamo raggiungere un pubblico più vasto?
Prima di tutto, non ho questa sensazione dalle mie parti, perché quello che noi diciamo è quello che la maggioranza della povera gente indiana dice. Non c’è quindi bisogno di convincere il popolo. Il problema è semmai che il popolo, milioni di persone, non sta sentendo. Questa è un’altra questione. Ma il nostro non è affatto un pensiero ghettizzato. Se lo fosse, saremmo politicamente in errore, non credi? Perché ciò che noi sosteniamo è che la nostra sia una visione che si pone dalla parte dei poveri del mondo. Perciò, io non credo di accettare questa accusa di starmi a divertire, di farmi una birretta e di andarmene a letto.
Invece, su un altro livello, credo sia vero che vi sia una sorta di presunzione di successo, di popolarità, tra gli intellettuali della sinistra. Piace tenere questo linguaggio in certa misura impenetrabile. Certo, non tanto quanto quello dei post-modernisti, ma gli si avvicina. Io invece credo che sia molto importante sapere che il successo di Fox News è il nostro fallimento.
Una delle cose che veramente credo dovremmo tentare di fare è strappare il nostro futuro alla parola degli esperti e riprendercelo, dire “mi dispiace, ma non è tanto difficile da capire e non è tanto difficile da spiegare.” E se ci pensi, appena pochi anni fa – quando ci fu un confronto a Seattle durante la convention del WTO, per molti di noi provenienti dalle nazioni assoggettate all’impero fu meraviglioso scoprire che persino nei paesi imperialisti la gente condivideva le nostre battaglie. Fu realmente l’inizio della globalizzazione del dissenso.
La globalizzazione delle multinazionali non fu da subito qualcosa di tangibile. Nessuno sapeva sul serio cosa significasse. Il nemico non era materiale. Mentre ora lo è, grazie agli sforzi di molta gente. Ora, se entri in una qualunque libreria negli Stati Uniti e dai un’occhiata ai libri, viene da chiederti: sette, otto, nove anni fa, sarebbero stati lì? La risposta è no. Questo è ciò che abbiamo fatto. E dobbiamo continuare a farlo. Sto pensando anche ai film-documentario. E non mi riferisco solo alla punta dell’iceberg. Non sto parlando solamente di Fahrenheit 9/11. La tecnologia ha permesso ai film-documentario di diventare uno strumento tanto potente sia a destra che a sinistra. Il fatto è che, in paesi come l’India, esso sta diventando uno strumento politico talmente importante da riuscire a spaventare sul serio i governi, i quali quindi cercano il modo di censurarlo, di fermarlo, proprio ora che quegli stessi registi che prima avevano bisogno di fondi dalla Ford Foundation e da qualche organo statale preposto possono semplicemente andarsene in giro con la loro piccola videocamera a girare quello che vogliono. E i loro filmati sono sovversivi e coinvolgenti. Basta andare in qualunque piccolo villaggio indiano, con un proiettore ed una videocamera, a mostrare filmati, e migliaia di persone accorreranno.
Sono queste le nuove armi. Il mezzo di comunicazione tradizionale controllato dalle corporation è come un bufalo, e il mezzo alternativo è come lo sciame d’api intorno al bufalo. E’ come contestualizzare il bufalo. E’ come un CD-ROM. Il bufalo è il contenuto principale e le api sono… tu clicchi ed entri nella storia. E’ come se il bufalo organizzasse l’agenda, ma chi fa il lavoro fatto bene sono le api. Dobbiamo solo continuare così, ad ogni costo.
Michael Moore è stato molto efficace nel raggiungere un vasto pubblico. Infatti, ha attualmente ben due libri in cima alla lista dei best-seller. Il suo Fahrenheit 9/11 è stato visto da milioni di persone e presto uscirà in DVD. Cosa possiamo imparare da questo tipo di interventi?
La cosa più ovvia è, io credo, il solo fatto che questi tipi di intervento trovano ora spazio, e devono perciò essere sfruttati, perché ciò porta all’apertura di altri spazi. Cambia quello che la gente si aspetta dal cinema, rende tutto molto più eccitante. Credo però che vi siano altri film, come Control Room.
Di Jehane Noujaim.
Sì. Ogni cosa deve sfuggire al controllo, ora. In un certo senso, dobbiamo diventare veramente cattivi.
Un paio di anni fa eri all’United World College di Las Vegas, una piccola cittadina nel nord del New Mexico. Mentre parlavi agli studenti, io presi questo appunto: “E’ difficile essere cittadini di un impero, perché è difficile ascoltare. Appoggiate un orecchio al muro. Ascoltate il sussurro.” Se ora appoggiassi il tuo orecchio al muro, cosa sentiresti?
Non sento di essere abbastanza qualificata per rispondere in modo opportuno a questa domanda, perché sono qui solo per pochi giorni e per parlare in posti come questo, il che non è proprio la stessa cosa dell’andare per strada ad ascoltare le cose. Ma posso dire che, subito dopo l’11 settembre, scrissi un saggio dal titolo The Algebra of Infinite Justice. E mentre lo scrivevo, pensavo tra me e me: eccomi a scrivere questo saggio, che probabilmente farà irritare questo enorme e potente paese, ed ecco la mia fine. Ma, in fondo, se come scrittrice non potessi scrivere ciò che penso, sarebbe comunque la mia fine. Quindi sì, lo scrivo.
E invece ho scoperto che è così bello arrivare qui e sapere che siete tutti degli eroi. Questo dà un sacco di forza alla gente. Ed io, chiaramente, per ragioni strategiche, vengo sempre definita come anti-americana. Ed invece sono quanto di più lontano dall’anti-americanismo ci sia, perché ho profondo rispetto per ciò che fate. Posso assicurarvi che se India e Pakistan fossero in guerra, sarebbe difficile per me trovare persone che si espongano, nel numero in cui voi vi siete esposti, per protestare contro quello che fa il governo. Perciò, onore a voi. È semplicemente fantastico ciò che fate. Ed è qualcosa che incoraggia la gente in ogni parte del mondo. Confonde i confini nazionali: io sono questo, tu sei quello. Voi neanche le dite certe cose, tipo: tu sei americano, io sono indiana o tizio è marocchino. Stiamo cercando di trovare un diverso tipo di linguaggio col quale comunicare tra di noi, il che è importante.
L’ho appena detto, ma lo ripeto. Questa idea, questa di sentire che la storia segreta dell’America sia ora sulla bocca di tutti. Che tutto, ora, è venuto a galla. E il punto è che gli imperi si spingono sempre oltre i loro limiti e dopo si sgretolano. Il potere ha vita breve.
Kathy Kelly è una donna eccezionale. È una delle fondatrici di Voices in the Wilderness. Ha appena finito di scontare quattro mesi di prigione per disobbedienza civile nel campo d’addestramento della School of Americas, a Fort Benning, Georgia. Parlando del coraggio, lo definisce come l’abilità di controllare la paura, e dice che è qualcosa che si attinge gli uni dagli altri. So che hai passato molto tempo con delle donne straordinarie a Namada Valley. Che tipo di coraggio sei riuscita ad attingere da loro?
Una delle grandi cose della resistenza politica nonviolenta in India, la sua eredità, è il fatto di annoverare al suo interno delle donne, di permettere alle donne di costituire il suo nucleo. Quando un movimento diventa violento, non solo fa sì che lo stato reagisca con enorme potere coercitivo, ma permette anche che la violenza della gente si rivolga ben presto contro le donne. Dal momento che abbiamo questa eredità, io credo che, in posti come Namada Valley, le donne si rendano conto di essere maggiormente vittime rispetto agli uomini. Diciamo, centomila persone vengono sfrattate dalle loro terre per la costruzione di una diga, e non viene data loro in cambio altra terra, perché non c’è altra terra. Agli uomini vengono dati un po’ di soldi come risarcimento. Gli uomini comprano motociclette e si ubriacano, e così i soldi finiscono. E le donne vengono abbandonate in una terribile situazione. Perciò esse combattono questa battaglia ancor più selvaggiamente. E, ovunque tu vada, vedrai che combattono questa battaglia veramente in prima linea.
Di tutte le resistenze che vedono protagoniste le donne, credo che quella maggiormente degna di considerazione oggi sia il RAWA, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afgane. Esse hanno intrapreso e portano tuttora avanti una battaglia tremenda. Una battaglia di principio. Mi dispiace se torno di nuovo a parlare di Bush e Kerry, ma quelle donne si trovarono a doversi districare tra Talebani, Alleanza del Nord e Americani che si erano messi in mezzo. Ci avevano fatto credere che l’America stesse combattendo una battaglia femminista, lì in Afghanistan. Ma guarda la situazione adesso. Quelle donne non dissero: “Ok, vi appoggeremo ed andremo al potere.” Non presero mai una posizione di comodo. Credo che dovremmo imparare da queste cose.
In uno dei saggi del tuo libro War Talk, concludi parafrasando un poema di Shelley, La Mascherata dell’Anarchia: “voi sarete tanti, loro saranno pochi.”
Questo è ciò che sta accadendo. È nella natura del capitalismo, no? Più guadagni, più puoi reinvestire nel sistema e quindi guadagnare di più. Perciò ora abbiamo una situazione nella quale, come ho detto, 500 plurimilionari hanno più soldi del PIL di 135 paesi. E questa spaccatura si sta accrescendo. Mi sembra che proprio il giornale di oggi abbia detto che negli Stati Uniti il divario tra ricchi e poveri sta aumentando sempre più. Questo accade dappertutto. Ritengo che le guerre debbano essere destituite dalle posizioni di forza. E che i poveri, invece, debbano lottare per mantenere le loro posizioni di forza, che sono sulle strade, sulle montagne e in tutte le valli del mondo, non nelle sale del consiglio, nei parlamenti e nelle corti. Noi siamo nell’ordine di milioni. Questa è la nostra forza, e dobbiamo riconoscerla ed utilizzarla.
C’è un’alternativa al terrorismo. Quale?
La giustizia.
Come ci arriviamo?
Il terrorismo è stato decontestualizzato e fatto sembrare come qualcosa che non ha un passato e non ha un futuro, come qualche aberrante gesto perpetrato da maniaci. Non è così. Certamente, a volte può esserlo. Ma se si osserva attentamente, la logica che sottostà al terrorismo è la stessa identica logica che sottostà alle guerre contro il terrorismo: ambedue ritengono la gente comune responsabile per le azioni dei propri governi. E il punto è che Osama Bin Laden o Al-Qaeda, nel loro attacco dell’11 settembre, misero fine alla vita di molta gente comune. E che durante gli attacchi all’Afghanistan o all’Iraq, centinaia di migliaia di iracheni e di afgani hanno pagato per le azioni commesse dai talebani, o per quelle di Saddam Hussein. La differenza sta nel fatto che gli afgani non hanno eletto i talebani, così come gli iracheni non elessero Saddam Hussein. Come possiamo quindi giustificare queste guerre?
Credo che il terrorismo sia la privatizzazione della guerra. I terroristi sono i liberi professionisti della guerra. Sono gli unici ad ammettere di non credere che la violenza legittimata sia di monopolio esclusivo dello Stato. Quindi, non si può condannare il terrorismo a meno di non condannare le guerre al terrorismo. E nessun governo che non si mostri aperto a cambiare dissentendo in maniera nonviolenta può permettersi di condannare il terrorismo. Perché, se ogni alternativa che conduce al dissenso non violento viene chiusa, derisa, rovinata o zittita, verrà sempre e necessariamente privilegiata la violenza. Quando tutto il tuo rispetto, la tua ammirazione, la ricerca, l’informazione e l’intera economia sono basate su guerra e violenza, quando la violenza è divinizzata, su che basi puoi condannare il terrorismo?
Quando l’essere umano è carente di salute o di potere ricorre a stratagemmi, escogita strategie. Non possiamo quindi dire ogni volta che ci interpellano: “Oh, che cosa terribile il terrorismo”, senza menzionare la repressione, l’occupazione, la privatizzazione, senza parlare della giustizia, e senza dire che questo paese ha le sue armi sparse su tutta la superficie terrestre.
Certamente, anche il linguaggio è stato asservito. Se dici “democrazia”, in realtà stai dicendo neoliberismo. Se dici “riforme”, dici repressione. Ogni cosa è stata trasformata in qualcos’altro. Ora dobbiamo quindi reclamare il nostro linguaggio.
Traduzione di Chiara Ginestra per Information Guerrilla - www.informationguerrilla.org
Fonte: International Socialist Review, Novembre/Dicembre 2004
Rachel Corrie
I Giusti
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
Jorge Luis Borges
Giuliana Sgrena rapita in Iraq
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32632. ROMA-ADISTA. Progressiva riduzione dei finanziamenti pubblici, eccessiva burocratizzazione, poca trasparenza: sono alcuni dei numerosi punti dolenti della cooperazione internazionale nel nostro Paese messi a nudo dalla campagna "Sbilanciamoci!" che, lo scorso 6 dicembre, ha presentato il Libro bianco sulla cooperazione allo sviluppo, proprio mentre il Ministero degli Affari esteri celebrava le Giornate della cooperazione italiana. "Le giornate governative - spiega Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! - sono una passerella mediatica, una pura operazione di marketing utile a coprire lo stato drammatico della cooperazione italiana, la paralisi e l'inefficienza amministrativa del Ministero degli Affari esteri, il mancato rispetto degli impegni internazionali". Con il Libro bianco, prosegue, abbiamo voluto rappresentare "lo stato disastroso della cooperazione italiana".
Cooperazione verso la bancarotta
"Nel 2002 la percentuale degli Aiuti Pubblico allo Sviluppo (Aps) sul Pil è stata dello 0,20%, e nel 2003 addirittura si è ridotta allo 0,16%", spiega Marcon, commentando i dati del Libro bianco. Cifre irrisorie se confrontate con quelle degli altri Paesi: la Francia che è allo 0,34%, la Gran Bretagna che si è data l'obiettivo dello 0,47% entro il 2007; i Paesi del Nord Europa che confermano quote superiori allo 0,70% ormai da anni. La Finanziaria 2005 prevede ulteriori tagli alla cooperazione allo sviluppo: "inizialmente sarebbero assegnati 616 milioni di euro, che rappresentano solo il 44% dei fondi necessari alla Direzione per garantire gli impegni internazionali". A questi fondi, già di per sé insufficienti, "verranno tagliati ulteriori 215 milioni", fra cui i 100 milioni che l'Italia avrebbe dovuto versare nel 2004 al Fondo globale per la lotta contro l'aids, la tubercolosi e la malaria.
Poca trasparenza
Oltre che sull'esiguità dei fondi, il Libro bianco punta il dito anche sulla mancanza di trasparenza: basti pensare che il secondo settore di destinazione con più peso nell'Aps dopo le misure per la cancellazione del debito - misure che, fra l'altro, gonfiano le cifre degli aiuti "senza spendere un euro" - è la voce "Non specificato" che rappresenta il 14% dell'Aps; e mancano anche i dati relativi agli "Aiuti alimentari". La cooperazione italiana, commenta il Comitato di coordinamento della cooperazione internazionale dell'Ocse, "ha solo un'idea aneddotica di ciò che sta funzionando e perché", vista la completa mancanza di un sistema di monitoraggio e valutazione dei progetti.
Eccessiva burocratizzazione
"Nel corso degli ultimi anni - si legge nel Libro bianco - si è accentuata sempre più una sorta di 'burocratizzazione gestionale' che ha portato ad un allungamento insostenibile dei tempi necessari per l'approvazione di un progetto, l'erogazione dei fondi, il successivo esame dei rapporti e dei rendiconti. Se una Ong presenta un progetto 'promosso' (che prevede un contributo ministeriale del 50%) deve attendere circa due anni prima che venga approvato. Una volta iniziato il progetto, poi, per ottenere le varie tranche del finanziamento la Ong deve presentare un rendiconto: tra il momento della presentazione e la sua approvazione possono passare 1 anno, 1 anno e mezzo o ancora di più, un tempo nel quale, comunque, la Ong è tenuta a rispettare il contratto stipulato e a portare avanti il progetto. Naturalmente il dover operare senza avere la certezza di vedersi approvato il rendiconto o, comunque, di non sapere quando poter disporre dei fondi pone le Ong in una situazione di grosso disagio che, molto spesso, porta a non poter completare dei progetti già iniziati o ad interromperli, per poi riprenderli, con un grave danno per il contesto locale nel quale il progetto si inserisce".
Cooperazione e guerra
Se la cooperazione deve 'tirare la cinghia', per le missioni militari italiane all'estero invece non si bada a spese, spesso utilizzando le azioni umanitarie come foglia di fico per nascondere la partecipazione italiana a vere e proprie guerre. Solo per la missione in Iraq - a cui andrebbero aggiunte tutte le altre missioni militari italiane nel mondo - ci sono stati tre decreti (n. 165 del 10 luglio 2003; n. 9 del 20 gennaio 2004; e quello in discussione in questi giorni): nel primo si stanziavano 232.451.241 euro per la missione militare, mentre per gli aiuti umanitari meno di un decimo, 21.554.000 (nello stesso decreto, inoltre, si prevedevano 358.355.586 di spesa per le altre missioni all'estero); nel decreto del gennaio 2004 il costo previsto per la missione in Iraq era di 209.017.084, i soldi per le azioni umanitarie 11.627.450 (quelli per le altre missioni 292.919.802); nell'ultimo decreto si prevedevano 290.349.823 per la missione in Iraq nel suo complesso e appena 9 milioni per gli aiuti umanitari, compresi i 5 versati nelle casse della Croce rossa del supercommissario Maurizio Scelli. "Gli aiuti umanitari, quindi - commenta il Libro bianco - anziché crescere, come sarebbe naturale dopo un anno di missione che si vuole non di occupazione ma di sostegno alla popolazione, diminuiscono".
Dieci domande al governo Berlusconi
"Perché il governo Berlusconi si è impegnato a destinare per l'Aps nel 2005 lo 0,27% del Pil (nel Dpef del 2003-2006), mentre siamo allo 0,16%?". È una delle dieci domande che il Forum alternativo sulla cooperazione allo svliluppo ha rivolto pubblicamente al presidente del Consiglio, affrontando tutti i 'buchi neri' della nostra cooperazione internazionale: "perché si fanno grandi promesse a livello internazionale, come riguardo alla realizzazione degli Obiettivi del Millennio, se si continuano a tagliare i fondi alla cooperazione: -15% nella finanziaria del 2004 e ben 250 milioni di euro nella manovra correttiva del luglio scorso?"; "perché nelle ultime due finanziarie diminuiscono i fondi per la cooperazione, mentre - tramite la Simest e la Sace - si stanziano più soldi per assicurare il business delle imprese italiane all'estero?"; "perché i soldi del Fondo per i Balcani" per le attività di cooperazione "non sono mai stati utilizzati?"; "perché si fanno aspettare le Ong fino a 3-4 anni per saldare i rendiconti dei progetti, facendole sprofondare nei problemi organizzativi e finanziari e provocando la sospensione dei progetti?".
Ma anche le politiche internazionali e sociali dell'attuale governo vengono messe in discussione, dalla partecipazione alla guerra e al dopoguerra in Iraq ("perché si stanziano nella finanziaria di quest'anno 1 miliardo e 200 milioni per le missioni militari come quelle in Iraq, fuori dalla legalità internazionale, spacciandole per missioni umanitarie e di pace?"; "perché non si può sapere come sono stati spesi i soldi pubblici per assicurare le imprese italiane che hanno fatto affari nell'Iraq di Saddam Hussein?"), all'immigrazione ("perché su 100 euro spesi dallo Stato sull'immigrazione se ne spendono 85 per misure repressive e di polizia e nemmeno 1 euro per programmi di cooperazione che vedano come protagonisti le comunità di immigrati?") e alla mancata applicazione degli accordi internazionali in tema di ambiente e salute ("perché l'Italia ha firmato l'accordo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni inquinanti e non lo attua?"; "perché il governo firma accordi internazionali e poi li disattende come nel caso degli impegni per i fondi globali su Aids e Piano per l'acqua?").
Le proposte
Oltre al rispetto degli accordi già presi in sede internazionale, il Forum presenta al governo le sue proposte per una 'buona' cooperazione allo sviluppo: "portare entro il 2006 i fondi per la cooperazione allo 0,7% del Pil"; "creare un'Agenzia autonoma dal Ministero Affari esteri per la gestione dei programmi di cooperazione allo sviluppo"; "separare la cooperazione allo sviluppo da ogni commistione con il sostegno alle imprese e da ogni subalternità alla politica estera e militare del Paese"; "ritirare le truppe d'occupazione dall'Iraq e destinare alle agenzie Onu l'equivalente impegno finanziario finalizzato alla ricostruzione del Paese"; "abrogare la legge Bossi-Fini, chiudere i Centri di permanenza temporanea e destinare i fondi corrispondenti a politiche di integrazione, formaziobne e cooperazione con le comunità dei Paesi d'origine dei migranti"; "ridurre del 20% le spese militari dell'Italia e destinarle a politiche di cooperazione allo sviluppo".
Sono convinta che i processi di liberazione appartengano alla volontà politica dei protagonisti e non alla beneficenza (né ai buoni sentimenti degli aspiranti benefattori). Per questo seguo, credo fin dal suo inizio, l’iniziativa Semi di Pace. Israeliani e Palestinesi, pur determinati al dialogo (e processo di pace senza dialogo non può esservi) non hanno la possibilità di incontrarsi nel loro paese. Possono però farlo all’estero e Semi di pace è un’opportunità per loro, ma anche per chi voglia incontrarli e sappia ascoltarli. Certamente questi dialoghi, necessari, non sono risolutivi: ma non può essere attribuito a chi correttamente si impegna il disimpegno d’altri.
Propongo perciò all’attenzione di chi mi legge il documento che ho ricevuto dal direttore della rivista Confronti (www.confronti.net) che spesso ho citato e suggerisco, a chi volesse saperne di più su alcune associazioni israeliane e palestinesi che lavorano insieme per la pace la lettura di “Sentieri di pace(a cura di Confronti) edizione Lampi di stampa, 2004- I libri del Cric” augusta
Alle associazioni, ai gruppi ed alle istituzioni interessate Roma, 9 dicembre 2004
Cari amici, gentili amiche,
vi scrivo per proporvi di aderire all’edizione 2005 di “Semi di pace” che si svolgerà tra il 27 febbraio e il 6 marzo. Come saprete, si tratta di un programma di incontro tra testimoni di pace israeliani e palestinesi che vengono in Italia sia per conoscersi meglio tra di loro – l’attuale situazione politica e militare scoraggia o impedisce questo tipo di incontri – sia per condividere con il pubblico italiano le loro esperienze e le loro analisi.
La caratteristica di questa iniziativa è che, dopo un breve periodo di orientamento rispetto alla realtà italiana assicurato da Confronti, i “testimoni” si dividono in coppie – un israeliano e un palestinese – e si mettono a servizio dei gruppi, delle associazioni e delle istituzioni che li hanno “prenotati”.
Quest’anno i partecipanti proverranno dall’International Center di Betlemme, dall’Istituto di psicoterapia “Almadina” di Nazareth, dall'organizzazione Givat Haviva, dall'Istituto “Midreshet Iyun”, dall'associazione Parent’s circle (genitori di vittime del conflitto, di una parte e dell’altra) e di altre associazioni impegnate a favorire l’incontro e il dialogo. All’inizio di gennaio 2005 saremo in grado di indicare i nomi esatti dei partecipanti all’iniziativa. La proposta che rivolgiamo a tutti voi è di invitare almeno una coppia di persone del gruppo – ovviamente un israeliano e un palestinese – e organizzare per loro gli incontri che riterrete più opportuni. Negli anni passati hanno avuto natura molto diversa: alcuni si sono svolti nelle scuole, altri in sedi istituzionali, altri in parrocchie o nelle sedi di associazioni per la pace, altri ancora in seminari o monasteri!
L’accoglienza di queste persone è in sé un servizio alla pace: vengono da una situazione di conflitto e trascorrere qualche giorno in un paese tranquillo, bello e vivace come il nostro, è per molti di loro una preziosa occasione di ricarica.
Anche per questo contiamo sul vostro sostegno e sulla vostra adesione.
Trattandosi di un’iniziativa sostanzialmente autofinanziata, ci permettiamo di chiedere un contributo a coppia di € 700, cui vanno aggiunte le spese di viaggio e di ospitalità.
Solo uno o due partecipanti parlano italiano e bisogna pertanto provvedere un servizio di traduzione dall’inglese (o dall’ebraico e dall’arabo!).
Se interessati, vi preghiamo di mettervi in contatto con Lucia Cuocci, ufficio programmi, tel. 06 4820503 fax 06 4827901 e-mail: programmi@confronti.net , entro e non oltre, il 20 gennaio 2005.
Sicuro che vorrete considerare con attenzione la nostra proposta, vi invio un caro saluto di pace, shalom, salam Paolo Naso
fonte: www.betlemme.splinder.com
Ringrazio molto Augusta per la segnalazione e invito tutti a girare la segnalazione di questa importante iniziativa di pace ,concreta
Compagni d'armi
E' ufficiale. L'Italia vuole che sia cancellato il divieto di vendere armi alla Cina. Lo annuncia Fini, lo conferma Ciampi che dimentica parlamento e Costituzione. L'embargo sul materiale bellico risale ai tempi di Tien an men, ma adesso «la Cina è cambiata». E le imprese italiane devono fare affari. Nessuna protesta a sinistra, tranne Verdi e Rifondazione. «Sono allibito, Ciampi non può assumere queste decisioni per conto del paese». Non è Fassino, è Calderoli
PAGINE 2 E 3 del Manifesto
DATTERI IRACHENI
PER LA TUTELA DEI DIRITTI UMANI NELLE CARCERI IN IRAQ
Frutto di un impegno, sarà questo lo slogan della campagna che per il quinto anno consecutivo porterà i datteri iracheni sulla tavola natalizia degli italiani.
Un impegno che ci ha visti nei primi tre anni importare i datteri illegalmente, come atto di disobbedienza civile all’embargo che condannava un intero popolo alla fame, e ci ha consentito di sostenere il dispensario medico Sinbad di Bassora (10.000 bambini curati ogni anno dalle affezioni gastrointestinali) e di riabilitare un Centro Sanitario di Base nella stessa città.
Nel 2003, con la fine dell’embargo, il ricavato della vendita dei datteri, ormai importati legalmente, è servito a sostenere lo sviluppo della società civile irachena e ad avviare un progetto di sostegno ai piccoli coltivatori di datteri a Bassora.
Quest’anno i proventi della vendita dei datteri iracheni serviranno a finanziare il progetto Tutela dei diritti umani nelle carceri irachene.
Il sequestro dei nostri operatori umanitari ha alimentato la sensibilità verso il tema della reclusione e della privazione della libertà individuale, rendendo a noi più vicino il dolore delle famiglie irachene che hanno i loro cari in stato di arresto, spesso senza conoscere i luoghi di detenzione né le accuse loro rivolte.
Il progetto ha la finalità principale di sostenere l’attività delle associazioni irachene per i diritti umani e si articola in una serie di iniziative da svolgere in Iraq e in Italia: monitoraggio e raccolta di documentazione sulla situazione carceraria in Iraq, riferita in particolare alle donne; produzione di rapporti e di campagne informative e di sensibilizzazione in Italia; formazione degli operatori e dei volontari iracheni; apertura di un centro di assistenza a Baghdad per i detenuti rilasciati.
L’iniziativa vedrà la stretta collaborazione di altre realtà italiane che operano da anni sul tema delle carceri quali Antigone, il Gruppo Abele e Ora d’Aria.
Lo scorso anno, abbiamo vissuto direttamente il paradosso della nuova libertà irachena: un assalto ai camion di trasporto da parte di alcune bande criminali ha ritardato la spedizione del carico, impedendo in tal modo di far arrivare i datteri nei tempi previsti. Un evento tra i tanti che testimonia la difficoltà attuale di lavorare in Iraq.
Molti sostenitori della campagna, botteghe e singoli cittadini, sono rimasti delusi. Noi ancor più di loro. Ciò nonostante abbiamo distribuito quattro tonnellate di datteri e per questo ringraziamo tutti per la pazienza e la comprensione dimostrata.
I datteri saranno venduti presso le Botteghe del Commercio Equo e Solidale e tutte le associazioni e gruppi locali che vorranno sostenere la Campagna.
Facciamo appello al movimento per la pace, alle associazioni, ai partiti e alla società civile tutta ad essere protagonisti della distribuzione dei datteri nelle piazze italiane il 23 dicembre 2004
Per ordinare i datteri:
scarica i moduli dal sito www.unponteper.it
richiedili a bottega@unponteper.it

Vorrei andare sola
Dove c'è un'altra gente migliore
In qualche posto sconosciuto
Dove nessuno più uccide
Alena Synkova
Terezìn 1943

effetti collaterali...

Sei un Blogger e ancora non ti sei "connesso"?
per connettere cuore e cervello,
il modo più semplice è quello di sottoscrivere per Emergency!

Stepa aveva chiesto un parere sulla lunghezza del post da pubblicare per lanciare la campagna sottoscrizione per Emergency
Io, per semplificare, gli ho scritto (accludo la mail)
Stepa ha risposto con una lettera che a me pare molto bella (accludo anche questa)
A me e Stepa è sembrato che questo scambio di lettere potesse servire ad "aprire un dibattito su temi come l'indifferenza alla guerra e l'impegno contro di essa, sollecitando uno scritto di ciascuno, anche breve...
Voi cosa ne pensate?
(firmato Stepa e Alp)
___________________________________________________________________
(di seguito vengono riportate le mail)
Grazie Stefano, di aver accettato l'invito a scrivere qualcosa per lanciare la raccolta soldi per emergency.
Pensavo che si potesse mettere su bloggerscontroguerra.
Non ti nascondo che sono un po' perplesso dalla mancanza di stimoli, su questo, da parte degli altri.
Forse tutti abbiamo troppe altre cose che ci prendono, nella vita reale.
Forse non è facile dire qualcosa, sul terreno del pacifismo, senza apparire scontati.
Ecco perche pensavo che tu, che spesso riesci a trovare parole vere sul crinale della anti-retorica potessi provare a far germogliare innanzitutto qualche reazione tra noi della mailing list, e poi sul blog.
Se hai voglia, provaci Stefano... magari altri riusciranno a sentirsi chiamati in causa.
Perche la cosa importante non è essere, politicamente, corretti, credo, ma cercare di comunicare che questa raccolta di soldi, le nostre dichiarazioni contro la guerra da metttere sul blog dovrebbero essere qualcosa che ci appartiene anche negli altri frammenti di vita di tutti i giorni, anche in quei momenti in cui facciamo cose normali, prosaiche perche' non ci piace essere "virtuosi" solo nei buoni propositi, no, Stepa?
Forse ci basterebbe cercare di essere "ricomposti" e rispettati come sentire condiviso
Bon, ho sproloquiato... scusa, ma come vedi mi mancano le tue capacità... un abbraccio forte.
Alp (Lino)
Ti rispondo solo ora, Lino, e ti chiedo scusa se non l'ho fatto prima ma ho avuto una giornata piena.
Innanzitutto ti ringrazio per avere pensato a me per il lancio della raccolta anche se non so se sarò all'altezza dell'incarico:
io sono solo uno che scrive poesie, uno con l'anima un po' incasinata che da quarantadue anni sta cercando ancora la strada per la comprensione della vita, niente più. Ma l'argomento è troppo importante per non impegnarsi, per non mettersi ancora in gioco.
Mi parli di mancanza di stimoli. E' vero, la cosa è palpabile.
Ma il problema di chi la guerra non la vive in prima persona è proprio questo, abituarsi alla guerra.
Anzi è l'ennesimo danno della guerra.
Nelle nostre case comode, nelle nostre vite ovattate e anestetizzate dall'egoismo consumistico, la guerra non è più nemmeno notizia, è diventata la compagna dei pasti principali, raccontata alla tv tra un tg taroccato e l'altro, tra la pubblicità di un assorbente e le previsioni del tempo.
E' il nostro scheletro nell'armadio.
Ci siamo abituati a convivere con la morte altrui, con l'altrui dolore, con l'altrui disperazione senza capire che questa guerra e tutte le guerre dimenticate in quei posti sfigati dove non c'è petrolio,
è anche la guerra tra la nostra coscienza e le nostre paure.
Perché siamo noi che veniamo uccisi ogni giorno, sono i nostri figli che saltano in aria, sono le nostre donne che vengono fatte a pezzi nei mercati, è dal ventre dei nostri fratelli che le viscere schizzano fuori sotto i colpi dei mortai.
Ma è la nostra coscienza che dovrebbe sanguinare insieme al loro sangue, il nostro grido che dovrebbe levarsi insieme al loro grido di rifiuto della morte.
Invece è il nostro sguardo che sta morendo, insieme ai loro occhi.
E non ce ne rendiamo nemmeno conto perché abbiamo scelto l'eutanasia dell'indignazione.
O ce l'hanno fatta scegliere: i signori della guerra sono potenti, hanno nelle mani le chiavi dell'economia mondiale, le chiavi delle nostre case, le chiavi della nostra anima.
Ma se questo è il prezzo che devo pagare per il mio benessere, se devo fare il pieno della mia automobile con le lacrime ed il dolore di un bambino che è saltato sopra una mina antiuomo, se per il gas della mia cena deve essere presa in ostaggio un'intero teatro od una scuola, no.
Io non ci sto più.
Non voglio più sentire le ragioni né degli uni né degli altri.
Dico solo basta.
Basta. Basta. Basta.
Con questa guerra, con tutte le guerre.
Ma so che questo non è sufficiente...
non basta dirlo, non basta parlarne.
Dire no alle guerre è ormai per molti diventato solo un esercizio di retorica. E poi hanno tutti così tanto da fare, tante cose cui pensare...
La banalità del superfluo ci ha annebbiato la mente.
Ed anche i politici, cerca di capirli: tutto quell'impegno nello scambiarsi favori, barattare poltrone, stravolgere costituzioni, far finta di fare opposizione...
Ci penseranno alla guerra, prima o poi, ci penseranno e tornerà nei loro discorsi, quando gli farà comodo, quando ne potranno avere un qualsiasi utile...
Sono scoraggiato, Lino, te lo confesso.
Ma ti confesso anche che non voglio rinunciare ad un sogno, quello di un mondo migliore.
Non so quando nascerà questo mondo che sogno, non so se mai nascerà.
Ma vorrei poter dire che almeno ho tentato.
Ed è proprio in quest'ottica che ritengo doveroso dare un pur piccolo aiuto a chi, da anni e mettendo in gioco la propria vita, questo mondo migliore ha già cominciato a costruirlo:
le donne e gli uomini di Emergency.
Non si tratta di donare una somma di denaro.
Si tratta di contribuire ad un risarcimento. Un risarcimento verso coloro che, di propria volontà e con costante impegno e con amore civile, cercano di alleviare le sofferenze di donne, di uomini, di bambini cui la follia della guerra ha strappato anche la dignità di malati ed il diritto ad essere curati.
Ma soprattutto un risarcimento nei confronti proprio di quest'ultimi, delle vittime, di coloro che in quegli ospedali e in quei centri sanitari, grazie ai medici e agli operatori di Emergency, vedono il sottile filo della speranza diventare mano tesa ed aiuto, mano che restituisce al posto di quella che ha tolto, mano che cura al posto della mano che uccide.
Emergency promuove una cultura di pace.
Condividiamola.
Scusa Lino, mi sono lasciato prendere dalla foga...
Questo scritto è nato come e-mail indirizzata a te ma è diventata il pezzo che volevo scrivere.
Vedi tu se, mutatis mutandis, può andar bene.
Ti abbraccio.
Stepa (Stefano)
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L'idea, chiamiamola pure Utopia Concreta, è di ripetere la sottoscrizione che questo multiblog fece l'anno scorso, raccogliendo oltre 1000 euro su 100 blog.
Si sottoscrive direttamente ad Emergency, con la causale : htttp://bloggerscontroguerradona.splinder.com e se ne dà comunicazione a noi: staffdonazioni@yahoo.it
Su questo blog sono riportate le modalità di versamento e ci sarà l'elenco dei bloggersottoscrittori e le cifre raccolte...
Aiutateci a diffondere questa iniziativa.

Qui..trovate la gif da copiare e incollare nei vostri blog
Dopo un anno di "rodaggio", PeaceReporter si presenta ai suoi lettori
nella sua versione definitiva. Ogni giorno cinque articoli che
raccontano come sempre la pace e la guerra, attraverso la vita della
popolazione civile. Storie, reportage, buone nuove, interviste e
dossier che approfondiscono realtà e problematiche diverse. Schede
Paese e Schede conflitto con aggiornamenti settimanali diffusi in un
bollettino delle guerre pubblicato sul sito ogni venerdì.
Un servizio di brevi che aggiornano continuamente la cronaca degli
eventi, esportabile ad altri siti. Un notiziario audio acquistabile da
tutte le emittenti che vogliono trattare temi che quasi mai trovano
spazio nell'informazione tradizionale. Un canale tutto nuovo dedicato
interamente alle gallerie fotografiche.
PeaceReporter cambia la grafica e arricchisce i contenuti, ma non muta
obiettivo: fornire un'informazione critica su quello che accade nel
mondo e diffondere una cultura di pace. Anche e soprattutto con il
vostro aiuto. Neanche l'indirizzo cambia: www.peacereporter.net
fonte: www.emergency.it
Su invito del presidente della Camera dei Deputati, On. Fausto Bertinotti, alle 11.00 di questa mattina sono stati ricevuti Gino Strada, Luigi Ciotti, Alex Zanotelli e Tonio Dell’Olio, primi firmatari dell’appello lanciato alcuni giorni orsono ai parlamentari per chiedere di “interrompere le missioni militari in teatri di guerra e ritirare le truppe italiane dall'Iraq e dall'Afghanistan”.
Nonostante il silenzio-stampa che ha accompagnato l’appello, ad oggi sono pervenute alcune migliaia di firme tra singoli e associazioni che sono state consegnate al Presidente della Camera.
L’incontro ha preso il via concentrandosi su alcune questioni che, pur non contenute esplicitamente nell’Appello, stanno particolarmente a cuore al variegato e diffuso popolo della pace. Il presidente e gli invitati hanno concordato sull’opportunità di instaurare uno stile nuovo nei rapporti tra istituzioni politiche e società civile e si è valutata la possibilità di eleggere un luogo di interlocuzione a questo proposito. In secondo luogo è stata evidenziata una forte preoccupazione sulla crescita della ricerca in campo atomico e si è espresso l’auspicio di assumere una posizione decisa da parte delle istituzioni democratiche per invertire la tendenza. Per ultimo, i firmatari dell’appello hanno manifestato la determinazione ad intraprendere iniziative per la presentazione di una legge di iniziativa popolare sulle norme attuative dell’articolo 11 della Costituzione in modo da scongiurare in futuro le interpretazioni che ne impediscano la corretta attuazione come era nelle intenzioni dei padri costituenti.
Nel merito dell’appello tutti hanno riconosciuto che, mentre per il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq si registra una sintonia da parte del governo Prodi e dell’intera coalizione di maggioranza, diverso è l’atteggiamento sulla missione militare in Afghanistan. A questo proposito sono state manifestate grosse riserve sul piano del diritto internazionale circa la presenza militare USA e dell’intera coalizione in Afghanistan, le difficoltà crescenti che la missione va incontrando sul terreno e la mancanza di un obiettivo concreto, circoscritto dell’impegno del nostro Paese in quella zona, ma soprattutto la violazione palese dell’art. 11 della nostra Carta Costituzionale. Si è anche evidenziato come proprio la presenza dei nostri militari in Afghanistan e l’ostilità di gran parte popolazione nei loro confronti metta in seria difficoltà anche la presenza civile italiana di cooperazione. Per queste ragioni i firmatari dell’appello continueranno a sollecitare l’azione di Governo e Parlamento in direzione del ritiro.
L’incontro si è concluso con grande cordialità e soddisfazione espressa da entrambe le parti nella prospettiva feconda di riuscire a rafforzare il clima di dialogo e di collaborazione nella costruzione di un’autentica cultura di pace.