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Parole contro la guerra







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Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà.

Raduno dei bloggers contro la guerra
Sermide (Mantova)
Gennaio 2004

10 Euro per Emergency, entra nell'Esercito dei Bloggers che hanno deciso concretamente di dire NO alla guerra, facendo una donazione per Emergency.
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giovedì, ottobre 19, 2006
 
Milano, 18 ottobre 2006

 Nel novembre del 2002 quattro carabinieri del Ros si recarono a Guantanamo per interrogare sei presunti terroristi, detenuti nella prigione, senza una preventiva autorizzazione dell'autorita' giudiziaria. A rivelarlo e' un maresciallo del Ros di Torino che ha deposto, come testimone al processo, davanti ai giudici della prima corte di assise di Milano, a carico di tre algerini, tra i quali l'ex imam di Varese Abdel Majid  Zergout, accusati di associazione eversiva finalizzata al terrorismo internazionale.
 
"Andammo in quattro a Guantanamo -racconta il maresciallo dell'Arma - tutti del Ros, a interrogare detenuti del campo, nel novembre del 2002, su mandato del Comando generale nella persona del generale Giampaolo Ganzer. Non riferimmo - continua il testimone - alla autorita' giudiziaria nulla sulle nostre attivita' perche' nessuna delle persone che sentimmo rispose alle domande. A Guantanamo venimmo a sapere che eravamo gli ultimi italiani a recarsi in missione per svolgere attivita' investigativa".

 Gli interrogatori ai quali quattro uomini del Ros sottoposero sei detenuti a Guantanamo, nel novembre del 2002, "erano colloqui informali su cui abbiamo preso appunti e redatto dei report; lo scopo era capire se ci fosse un rischio di attentati in Italia", spiega il maresciallo del Ros di Torino. "Nulla di quegli interrogatori - precisa il maresciallo - fu riversato nel processo attuale".
  
Tra le persone interrogate a Guantanamo, secondo la ricostruzione del testimone, c'erano un magrebino e un 18enne marocchino che, di li' a pochi mesi, sarebbe stato rispedito nel paese d'origine. "Di questi detenuti - racconta il maresciallo - uno solo ha parlato sulle sue 'conoscenze' bolognesi". Il testimone riferisce poi "di aver avvertito, in seguito, di quanto successo a Guantanamo, due Pm della Procura di Torino il dottor Tatangelo e il dottor Ausiello che pero', a detta del teste, "hanno fatto finta di non sapere".
 
Al legale Luca Bauccio che, durante il controesame, gli domanda "se i detenuti avessero risposto, a chi avevate ordine di riferire?", il maresciallo del Ros replica: "Avremmo chiesto ai magistrati di acquisire la documentazione". Ma "non abbiamo detto nulla ne' sul merito, ne' sull'attivita', perche' i detenuti interrogati non hanno risposto - aggiunge a differenza di quanto affermato precedentemente, e cioe' che uno degli interrogati aveva risposto - Facemmo richiesta formale all'Autorita' americana di acquisire i verbali degli
interrogatori che altri investigatori della Polizia italiana avevano effettuato prima di noi. L'Autorita' americana ci rispose che questi interrogatori erano secretati e non ce li mise a disposizione".

http://www.rai.it/
scritto da alp | 06:11 | commenti Torna su
Categoria: torture, costituzione



giovedì, giugno 16, 2005
 
Piangi, Argentina
LUIS SEPÚLVEDA
Hai sentito le notizie? mi dice una cara amica da Buenos Aires. E' presto nella capitale argentina, fa freddo - aggiunge -
ma l'entusiasmo della sua voce scavalca l'oceano e mi arriva calda, piena di speranze.
No, non ho sentito nient...
scritto da sanspapier | 07:27 | commenti Torna su
Categoria: storia, torture, argentina



mercoledì, marzo 30, 2005
 

Torture, l'esercito Usa si autoassolve
Il Pentagono decide di non processare i diciassette soldati accusati di «assassinio, cospirazione e omicidio colposo» per la morte di tre prigionieri in Iraq e Afghanistan
FRANCO PANTARELLI
'NEW YORK C'era stata un'indagine. Gli uomini della divisione criminale dell'esercito americano avevano fatto il loro lavoro e la loro raccomandazione finale era stata che disciassette soldati venissero processati per reati come «assassinio, cospirazione e omicidio colposo», riferiti a tre persone morte in Afhganistan e Iraq mentre si trovavano «sotto custodia» delle forze armate americane. Il Pentagono ha ricevuto quelle raccomandazioni, ha ringraziato gli investigatori, ha valutato le loro indicazioni e poi ha deciso di non processare quei diciassette soldati, compiendo così un ulteriore passo verso il generale auto-perdono. Non si tratta più di scaricare sulle «mele marce» la colpa di questo spaventoso passo indietro compiuto dagli Stati Uniti sul piano della civiltà: ora l'obiettivo sembra quello di perdonare le stesse mele marce. Non tutti i diciassette prodi sono stati prosciolti, tuttavia. Uno di loro ha dovuto subire nientemeno che una reprimenda scritta e un altro è stato congedato.

Un portavoce della divisione criminale, Chris Grey, ha rilasciato una dichiarazione molto rispettosa della decisione di non processare quei soldati, come si conviene a una struttura militare specie di questi tempi, ma anche così dalle sue parole traspare una certa «delusione» per come si è conclusa questa storia. «Noi - ha detto - consideriamo ogni morte molto seriamente e siamo impegnati a indagare ogni caso con la massima professionalità e accuratezza, determinati ad arrivare alla verità dovunque le prove possano portare e senza badare al tempo che ci vuole». Insomma, dice senza dire il portavoce, noi il nostro lavoro lo abbiamo fatto e lo abbiamo fatto bene. Se quei soldati sono riusciti a evitare il processo non prendetevela con noi. E chissà che non sia proprio quella delusione degli investigatori la ragione per cui i dettagli di questa storia hanno finito per trapelare.

I tre morti - solo di uno di loro, un colonnello iracheno, si conosce parzialmente il nome, Jameel, che forse è davvero il suo ma forse no - sono una sorta di primo stock dei «28 più 3" (nel senso che 28 sono di competenza dell'esercito e 3 della marina) su cui è stata avviata un'indagine. Nel primo dei tre casi, quello appunto del colonnello Jameel, si è deciso di non processare nessuno perché la sua morte è sopraggiunta come "conseguenza" di una serie di applicazioni legali della forza» e che quelle applicazioni si sono rese necessarie «in risposta alle ripetute aggressioni da parte del detenuto». Insomma è colpa sua, del colonnello, se a un certo punto lo hanno «dovuto» appendere a un bastone per la gola e lui è morto asfissiato. La cosa è avvenuta all'American Forward Operating Base di Al Asad, in Iraq, nel gennaio 2004.

Della seconda morte senza responsabili si sa molto poco, solo che è avvenuta in Afghanistan nell'agosto del 2002 e che il caso è stato archiviato per «mancanza di prove», mentre della terza si sa un po' di più: che è avvenuta in Iraq nel settembre 2003, che il morto era prigioniero della quarta divisione di fanteria, che il luogo dove era detenuto era uno dei tanti american detention center e che il suo caso l'archiviazione è stata decisa perché i soldati responsabili «non erano bene informati delle regole di ingaggio».

Uso legale della forza, regole di ingaggio: sono termini che sembrano portare direttamente ai famosi «memo» stilati dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld e dal consigliere legale di Georege Bush, quell'Alberto Gonzales che poi è stato promosso ministro della Giustizia. E in effetti sembra principalmente questa la ragione per cui il Pentagono ha deciso di non andare avanti, il che non fa sperare niente di buono negli altri casi attualmente ancora in piedi. Di sedici di essi si sa che le indagini sono state concluse ma che ancora non sono state fatte le «raccomandazioni». Delle altre dodici morti si conosce in pratica solo il loro numero e i celebrati media americani non mostrano molto desiderio di saperne di più. Un'osservazione però è ancora possibile. Di queste 31 morti sotto indagine, solo una è avvenuta ad Abu Ghraib, il che fa pensare che la fama di quella prigione come pietra dello scandalo delle torture è probabilmente usurpata. In altri american detention center succede di peggio.

fonte
 

scritto da alp | 09:40 | commenti (1) Torna su
Categoria: usa , torture, guerrenelmondo



mercoledì, giugno 23, 2004
 

Washington Post (e molti altri) contro

la legalizzazione della tortura

(Le tecniche di interrogatorio approvate dal Defense Secretary Donald Rumsfeld per la prigione militare di Guantanamo Bay, Cuba, e quelle che sono usate attualmente. Egli ha annullato la lista nel Gennaio 2003 e ne ha emanato una versione più ristretta.)

L'editoriale del Washington Post, (9 Giugno 2004),

espone i principi etici della democrazia Americana,

violati dall'amministrazione Bush.

washingtonpost.com

Legalizing Torture

Wednesday, June 9, 2004; Page A20

L’amministrazione BUSH assicura il paese, e il mondo, che ci si sta conformando alle leggi degli U. S. e a quelle internazionali che proibiscono la tortura e i maltrattamenti dei prigionieri. Ma, rompendo una consuetudine di franchezza che dura da decenni, ha classificato … come segreto e ha rifiutato di rivelare le tecniche di interrogatorio che si stanno usando sui detenuti stranieri nelle prigioni U.S. a Guantanamo Bay e in Afghanistan e In Iraq. Questo è motivo di grande preoccupazione perché l’uso di alcuni metodi, che sono stati riportati dalla stampa, sono considerati illegali sia da esperti indipendenti che da esperti legali del Pentagono. L’amministrazione ha risposto che gli avvocati civili hanno certificato che i metodi sono appropriati – ma ha rifiutato di rivelare, o addirittura di fornire al Congresso, le opinioni giustificative e i memorandum.

Questa settimana, grazie anche a una stampa indipendente, abbiamo cominciato ad apprendere la verità profondamente sconvolgente sulle opinioni legali che il Pentagono e il Dipartimento di Giustizia richiedono per mantenere il segreto. Secondo testi (documenti) fatti trapelare da vari giornali, loro espongono una shoccante e immorale serie di giustificazioni della tortura. In un documento preparato lo scorso anno sotto la direzione del chief counsel del Dipartimento della Difesa, e rivelato per primo dal Wall Street Journal, è stato dichiarato che il presidente degli Stati Uniti ha la facoltà di non osservare la legge internazionale e degli Stati Uniti, e di ordinare la tortura di prigionieri stranieri. Per giunta, coloro che conducono gli interrogatori seguendo gli ordini del presidente sono stati dichiarati immuni da punizioni. La tortura stessa è stata ridefinita attentamente, così che le tecniche che infliggono dolore e sofferenza mentale potrebbero essere ritenute legali. Tutto questo è stato fatto come introduzione all’indicazione di 24 metodi di interrogatorio per prigionieri stranieri – le stesse tecniche ora in uso, che il Presidente Bush definisce umane ma rifiuta di rivelare.

Non c’è giustificazione, legale o morale, per i pareri forniti dagli incaricati legali di Mr. Bush ai dipartimenti della Giustizia e della Difesa. La loro è la logica dei regimi criminali, delle dittature in tutto il mondo che ammettono la tortura per motivi di “sicurezza nazionale”. Per decenni il governo degli Stati Uniti ha condotto campagne diplomatiche contro tali governi fuorilegge – dalle giunte militari in Argentina e in Cile alle attuali autocrazie in paesi Islamici come l’Algeria e l’Uzbekistan – che sostengono che la tortura è giustificata quando viene usata per combattere il terrorismo. La notizia secondo cui funzionari che servono gli Stati Uniti hanno sottoscritto principi una volta accampati da Augusto Pinochet disonora la democrazia Americanaanche se fosse vero, come sostiene l’amministrazione, che le sue teorie non sono state messe in pratica. Almeno sulla carta, i ragionamenti dell’amministrazione procureranno una scusa pronta per i dittatori, specialmente quelli alleati degli Stati Uniti, per continuare a torturare e uccidere i detenuti.

Forse i legali del presidente non sono interessati all’impatto globale delle loro politiche – ma dovrebbero essere preoccupati riguardo al trattamento di militari e civili Americani in paesi stranieri. Prima che l’amministrazione Bush entrasse in carica, le procedure degli interrogatori dell’Esercito – che non erano riservate – stabilivano questo semplice e sensibile test: Non doveva essere usata nessuna tecnica che, se applicata da un nemico contro un Americano, sarebbe stata considerata come una violazione delle leggi degli Stati Uniti o delle leggi internazionali. Ora immaginate che un governo ostile dovesse forzare un Americano a prendere droghe o a sopportare un severo stress mentale che sia appena insufficiente a provocare un danno irreversibile; o un dolore un po’ più leggero di quello di “collasso, danneggiamento di funzioni fisiche, o addirittura morte.” Che cosa (si penserebbe) se l’interrogatore straniero di un Americano “sapesse che un forte dolore sarebbe conseguenza delle sue azioni” ma procedesse perché causare tale dolore non era il suo obiettivo principale? Che cosa (si penserebbe) se un leader straniero dovesse decidere che la tortura di un Americano è necessaria per proteggere la sicurezza del suo paese? Gli Americani considererebbero questo legale, o moralmente accettabile? Secondo l’amministrazione Bush, dovrebbero.

http://www.washingtonpost.com/

Dalle prime rivelazioni, 7 - 8 Giugno 2004 a oggi, i

maggiori giornali Americani hanno continuato a

pubblicare documenti e opinioni e lettere sul problema

della tortura.

Mi propongo di seguire la stampa indipendente degli

Stati Uniti per affrontare uno dei più terribili, il più

terribile forse, dei comportamenti umani.

Oggi, 23 Giugno 2004, la sconfessione:

Memo on Interrogation Tactics Is Disavowed
Justice Document Had Said Torture May Be Defensible

By Mike Allen and Susan Schmidt
Washington Post Staff Writers
Wednesday, June 23, 2004; Page A01

President Bush's aides yesterday disavowed an internal Justice Department opinion that torturing terrorism suspects might be legally defensible, saying it had created the false impression that the government was claiming authority to use interrogation techniques barred by international law. ... continua

Ieri, 22 Giugno 2004, l'elenco dei documenti della Casa Bianca sul trattamento dei detenuti:

White House Documents on Detainee Treatment

FindLaw
Tuesday, June 22, 2004; 11:11 PM

• Department of Justice memo to White House counsel, Aug 1, 2002, Re: Standards of Conduct for Interrogation (PDF)

• Assistant Attorney General Jay S. Bybee letter to White House counsel, Aug. 1, 2002: Interrogation and Torture

• Assistant Attorney General Jay S. Bybee memo to Defense Department general counsel William J. Haynes II, Feb. 26, 2002: Potential Legal Constraints Re: Interrogation (PDF)

• Attorney General John D. Ashcroft letter to President Bush, Feb. 1, 2002: Taliban status under Geneva Convention

• Assistant Attorney General Jay S. Bybee Memo to White House counsel, Feb. 7, 2002: Taliban status under Geneva Convention

© 2004 Washingtonpost.Newsweek Interactive

http://www.washingtonpost.com/

Nel Parlamento Italiano, nel corso dei lavori per

dichiarare la tortura "reato" e, come tale, inserirla nel

codice penale, la Lega ha presentato un emendamento che

sostanzialmente la legittimerebbe, anche se limitatamente

a una volta soltanto.

La maggioranza del governo Berlusconi ha approvato.

La determinazione dell'opposizione ha fatto rinviare tutto

alla commissione competente. Non so come sia andata a

finire. Cercherò di informarmi. h






scritto da harmonia | 08:54 | commenti Torna su
Categoria: torture



mercoledì, giugno 16, 2004
 

Intorno alla legalizzazione della tortura (1)

Lynnie Sladky / AP

ROUGH JUSTICE: A fighter from the Afghan war is hauled to an interrogation session in February 2002 [GIUSTIZIA SOMMARIA: Un combattente dalla guerra Afghana è trasportato a una sessione di interrogatorio nel Febbraio 2002]

Questa fotografia apre un articolo complesso e impegnativo del TIME di questa settimana. Un rapporto su tutta una serie di documenti e discussioni presenti nei maggiori giornali Americani: Washington Post e New York Times. Desidero esprimere subito tutto il mio apprezzamento per la stampa Americana che non sorvola su un argomento cruciale come quello che segue.

Redefining Torture

Did the U.S. go too far in changing the rules, or did it apply the new rules to the wrong people?

scritto da harmonia | 20:49 | commenti Torna su
Categoria: torture



sabato, giugno 12, 2004
 
ABUSI
La rivelazione con nuove foto oggi sul Washington Post
Abu Ghraib, «autorizzato» l'uso dei cani
Ufficiali dei servizi segreti Usa: si possono utilizzare i cani per terrorizzare i detenuti. Nuove foto dal carcere degli orrori
In questa foto pubblicata dal Washington Post un prigioniero iracheno nudo cerca di proteggersi da un cane al guinzaglio di un militare Usa (Ap)
WASHINGTON - Ancora foto dal carcere degli orrori. Ancora rivelazioni sconvolgenti. Oggi il 'Washington Post' ha pubblicato la notizia (con foto) secondo cui ufficiali dei servizi segreti americani ordinarono alle squadre cinofile dell'esercito Usa nella prigione di Abu Ghraib di impiegare i cani per terrorizzare i detenuti. Il 'Washington Post', cita anche la dichiarazione giurata di alcuni uomini appartenti a queste unità. Due militari fecero a gara per stabilire chi riusciva a costringere il maggior numero di prigionieri a urinarsi adosso per il terrore. Sei soldati amnericani sono stati incriminati per avere commesso abusi sui detenuti della prigione irachena. Nonostante abbiano sempre insistito sul fatto di avere eseguito ordini, nessun ufficiale è stato finora chiamato in causa dalla giustizia militare americana.

Prigionieri torturati clicca su una foto

LA TESTIMONIANZA - Il Washington Post ha avuto accesso alle testimonianze dei sergenti Michael J.Smith e Santos A.Cardona, secondo i quali venne loro richiesto di portare i cani nel carcere di Abu Ghraib per interrogatori a dicembre e gennaio. Il colonnello Thomas M. Pappas, che era responsabile dell'intelligence militare nel carcere, disse ad entrambi che l'uso di cani durante gli interrogatori era stato autorizzato. Smith ha precisato che in alcuni casi fece avvicinare i cani che abbaiavano furiosamente fino a 15 centimetri dai prigionieri terrorizzati. Secondo alcune denunce, alcuni detenuti furono morsi dagli animali.
Una soldatessa americana sorride mentre opera sulla ferita di un detenuto iracheno nel carcere di Abu Ghraib (Ap)

Il quotidiano cita anche la testimonianza di un altro militare, William J. Kimbro, il quale fu chiamato con il suo cane per cercare esplosivi in una cella. Successivamente gli fu chiesto di partecipare ad un interrogatorio in un'altra cella, ma lui si rifiutò affermando che il suo cane non era stato addestrato per fare questo. Il caso di Kimbro fu citato per una
menzione di lode nel apporto radatto dal Generale Antonio Taguba sugli abusi.
Il 13 gennaio invece, secondo un'altra testimonianza citata del Washington Post, John Harold Ketzer, un investigatore dei servizi militari, vide una squadra con i cani stringere in un angolo due prigionieri, uno dei quali strillava e cercava di ripararsi dietro l'altro. Quando Ketzer chiese cosa stessero facendo i due militari gli risposero che stavano facendo una gara per vedere quanti prigionieri riuscivano a fare urinare per la paura.
fonte : corriere.it






scritto da alp | 08:52 | commenti (1) Torna su
Categoria: torture



mercoledì, giugno 09, 2004
 

USA
Il manuale segreto per torturare in libertà
Wall Street Journal: i legali del Pentagono scoprirono come il presidente poteva aggirare le leggi internazionali
Tortura Un parere legale al Dipartimento alla difesa, datato marzo 2003, elenca le tecniche di interrogatorio «più energiche» da usare a Guantanamo: sono quelle poi usate in Iraq. Lo studio offre le giustificazioni legali: nella guerra al terrorismo il presidente non è tenuto a rispettare le leggi che vietano la tortura, americane o internazionali. E nessuno, che agisca sotto sua istruzione, potrà essere processato per questo

MA.FO.

Secondo uno studio compilato dai consiglieri legali del governo degli Stati uniti, il presidente non è tenuto a rispettare le leggi americane e internazionali che vietano la tortura - e dunque gli ufficiali del governo americano che torturano detenuti in base a ordini impartiti dal presidente non possono essere processati dal Dipartimento alla giustizia. Lo riferisce il Wall Street Journal nell'edizione europea di ieri, dove cita una prima bozza di quel documento datata 6 marzo 2003. La versione definitiva, approvata il 16 aprile 2003 dal segretario alla difesa Donald Rumsfeld, contiene anche una lista di «tecniche di interrogatorio» specificando se richiedono l'approvazione previa del Pentagono: ora è parte di un rapporto coperto da segreto. L'intero studio si basa su una delle forzature giuridiche più eclatanti compiute dall'amministrazione Bush dopo l'11 settembre del 2001, e cioè i poteri praticamente illimitati attribuiti al presidente dalla Patriot Act nel condurre la «guerra al terrorismo». Lo studio è stato compilato da un gruppo di consiglieri legali del governo, militari e civili, ed era stato commissionato dal Dipartimento alla difesa per rispondere alle richieste dei comandanti di Guantanamo, che lamentavano di non riuscire a estrarre abbastanza informazioni dai loro prigionieri usando i metodi «convenzionali»: in altre parole, chiedevano fin dove potevano spingersi. E lo studio li ha accontentati, dicendo loro che potevano usare «approcci più assertivi» senza preoccuparsi di conseguenze legali, secondo l'eufemismo usato da un ufficiale che ha partecipato a stendere quello studio ed è citato dal giornale newyorkese. A Guantanamo sono stati dunque usati metodi «non ortodossi» di interrogatorio poi trasferiti a Abu Ghreib: dal torcere il corpo del prigioniero a mettergli biancheria femminile sulla testa, a dirgli «sono al telefono con qualcuno in Yemen che tiene la tua famiglia con una granata pronta a esplodere se non parli». Gli ufficiali americani le definiscono pratiche sgradevoli e umilianti ma non «tortura».

In sostanza, il parere legale voluto dal Dipartimento alla difesa suggerisce come aggirare i due testi fondamentali che vietano la tortura: la Convenzione internazionale contro la Tortura, del 1994, e lo Statuto sulla tortura (una legge federale) che ne applica i principi fuori dal territorio Usa. E la prima scappatoia è proprio quella dei poteri presidenziali: nella guerra al terrorismo il presidente è il comandante-in-capo e può, a sua unica discrezione, sospendere le garanzie costituzionali. Dunque, né il presidente né chi agisce sotto sua istruzione è tenuto a rispettare lo Statuto sulla tortura. Ergo, il Dipartimento alla giustizia «non può condurre un procedimento penale contro un imputato che ha agito seguendo l'esercizio dei poteri costituzionali del presidente».

Lo studio precisa che lo Statuto sulla tortura si applica in Afghanistan ma non a Guantanamo - dove l'amministrazione Bush sostiene che i detenuti non hanno diritti costituzionali e non possono fare ricorso alla giustizia americana (questione su cui però dovrà pronunciarsi la Corte suprema). Anche dove lo Statuto si applica, la «tortura» è ridefinita in modo molto stretto. Poi ci sono sotterfugi veri e propri: se messi sotto accusa, suggerisce lo studio, invocate la «necessità». Oppure l'«autodifesa», intesa come «prevenire attacchi agli Stati uniti». O la «buona fede»: lo Statuto sulla tortura impedisce di invocare gli ordini superiori per giustificare atti di tortura, ma voi dire che pensavate di applicare gli ordini presidenziali. Insomma: come aggirare le leggi, americane e internazionali, e farla franca.



Fonte : Il Manifesto dell' 8-06-04













scritto da alp | 11:36 | commenti Torna su
Categoria: torture