about
Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
:
adozioni a distanza
appelli
argentina
armi
bambini in guerra
centri
contro la pena di morte
costituzione
detenzione
diaro di augusta
diritti
emergency
etiopia
guerrenelmondo
intercultura
intervista
iraq giornali
manifestazioni
news
non violenza
opinioni degli altri
pacifismo
palestina
politica
putin
russia
sottoscrivi per emergency
storia
torture
traffico armi
uranio
usa
vicenza
vietnam
vignette
zapatisti
riferimenti
Bloggerscontroguerradona
Battello Ebbro
AgliIncrocideiventi
Adista
Emergency
Il Manifesto
Amnesty
Indymedia
Peacelink
Reporter Associati
Peacereporter
Un ponte per
<$$>
blog archivio
Torture, l'esercito Usa si autoassolve
Il Pentagono decide di non processare i diciassette soldati accusati di «assassinio, cospirazione e omicidio colposo» per la morte di tre prigionieri in Iraq e Afghanistan
FRANCO PANTARELLI
'NEW YORK C'era stata un'indagine. Gli uomini della divisione criminale dell'esercito americano avevano fatto il loro lavoro e la loro raccomandazione finale era stata che disciassette soldati venissero processati per reati come «assassinio, cospirazione e omicidio colposo», riferiti a tre persone morte in Afhganistan e Iraq mentre si trovavano «sotto custodia» delle forze armate americane. Il Pentagono ha ricevuto quelle raccomandazioni, ha ringraziato gli investigatori, ha valutato le loro indicazioni e poi ha deciso di non processare quei diciassette soldati, compiendo così un ulteriore passo verso il generale auto-perdono. Non si tratta più di scaricare sulle «mele marce» la colpa di questo spaventoso passo indietro compiuto dagli Stati Uniti sul piano della civiltà: ora l'obiettivo sembra quello di perdonare le stesse mele marce. Non tutti i diciassette prodi sono stati prosciolti, tuttavia. Uno di loro ha dovuto subire nientemeno che una reprimenda scritta e un altro è stato congedato.
Un portavoce della divisione criminale, Chris Grey, ha rilasciato una dichiarazione molto rispettosa della decisione di non processare quei soldati, come si conviene a una struttura militare specie di questi tempi, ma anche così dalle sue parole traspare una certa «delusione» per come si è conclusa questa storia. «Noi - ha detto - consideriamo ogni morte molto seriamente e siamo impegnati a indagare ogni caso con la massima professionalità e accuratezza, determinati ad arrivare alla verità dovunque le prove possano portare e senza badare al tempo che ci vuole». Insomma, dice senza dire il portavoce, noi il nostro lavoro lo abbiamo fatto e lo abbiamo fatto bene. Se quei soldati sono riusciti a evitare il processo non prendetevela con noi. E chissà che non sia proprio quella delusione degli investigatori la ragione per cui i dettagli di questa storia hanno finito per trapelare.
I tre morti - solo di uno di loro, un colonnello iracheno, si conosce parzialmente il nome, Jameel, che forse è davvero il suo ma forse no - sono una sorta di primo stock dei «28 più 3" (nel senso che 28 sono di competenza dell'esercito e 3 della marina) su cui è stata avviata un'indagine. Nel primo dei tre casi, quello appunto del colonnello Jameel, si è deciso di non processare nessuno perché la sua morte è sopraggiunta come "conseguenza" di una serie di applicazioni legali della forza» e che quelle applicazioni si sono rese necessarie «in risposta alle ripetute aggressioni da parte del detenuto». Insomma è colpa sua, del colonnello, se a un certo punto lo hanno «dovuto» appendere a un bastone per la gola e lui è morto asfissiato. La cosa è avvenuta all'American Forward Operating Base di Al Asad, in Iraq, nel gennaio 2004.
Della seconda morte senza responsabili si sa molto poco, solo che è avvenuta in Afghanistan nell'agosto del 2002 e che il caso è stato archiviato per «mancanza di prove», mentre della terza si sa un po' di più: che è avvenuta in Iraq nel settembre 2003, che il morto era prigioniero della quarta divisione di fanteria, che il luogo dove era detenuto era uno dei tanti american detention center e che il suo caso l'archiviazione è stata decisa perché i soldati responsabili «non erano bene informati delle regole di ingaggio».
Uso legale della forza, regole di ingaggio: sono termini che sembrano portare direttamente ai famosi «memo» stilati dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld e dal consigliere legale di Georege Bush, quell'Alberto Gonzales che poi è stato promosso ministro della Giustizia. E in effetti sembra principalmente questa la ragione per cui il Pentagono ha deciso di non andare avanti, il che non fa sperare niente di buono negli altri casi attualmente ancora in piedi. Di sedici di essi si sa che le indagini sono state concluse ma che ancora non sono state fatte le «raccomandazioni». Delle altre dodici morti si conosce in pratica solo il loro numero e i celebrati media americani non mostrano molto desiderio di saperne di più. Un'osservazione però è ancora possibile. Di queste 31 morti sotto indagine, solo una è avvenuta ad Abu Ghraib, il che fa pensare che la fama di quella prigione come pietra dello scandalo delle torture è probabilmente usurpata. In altri american detention center succede di peggio.
Washington Post (e molti altri) contro
la legalizzazione della tortura
(Le tecniche di interrogatorio approvate dal Defense Secretary Donald Rumsfeld per la prigione militare di Guantanamo Bay, Cuba, e quelle che sono usate attualmente. Egli ha annullato la lista nel Gennaio 2003 e ne ha emanato una versione più ristretta.)
L'editoriale del Washington Post, (9 Giugno 2004),
espone i principi etici della democrazia Americana,
violati dall'amministrazione Bush.
Legalizing Torture
Wednesday, June 9, 2004; Page A20
L’amministrazione BUSH assicura il paese, e il mondo, che ci si sta conformando alle leggi degli U. S. e a quelle internazionali che proibiscono la tortura e i maltrattamenti dei prigionieri. Ma, rompendo una consuetudine di franchezza che dura da decenni, ha classificato … come segreto e ha rifiutato di rivelare le tecniche di interrogatorio che si stanno usando sui detenuti stranieri nelle prigioni U.S. a Guantanamo Bay e in Afghanistan e In Iraq. Questo è motivo di grande preoccupazione perché l’uso di alcuni metodi, che sono stati riportati dalla stampa, sono considerati illegali sia da esperti indipendenti che da esperti legali del Pentagono. L’amministrazione ha risposto che gli avvocati civili hanno certificato che i metodi sono appropriati – ma ha rifiutato di rivelare, o addirittura di fornire al Congresso, le opinioni giustificative e i memorandum.
Questa settimana, grazie anche a una stampa indipendente, abbiamo cominciato ad apprendere la verità profondamente sconvolgente sulle opinioni legali che il Pentagono e il Dipartimento di Giustizia richiedono per mantenere il segreto. Secondo testi (documenti) fatti trapelare da vari giornali, loro espongono una shoccante e immorale serie di giustificazioni della tortura. In un documento preparato lo scorso anno sotto la direzione del chief counsel del Dipartimento della Difesa, e rivelato per primo dal Wall Street Journal, è stato dichiarato che il presidente degli Stati Uniti ha la facoltà di non osservare la legge internazionale e degli Stati Uniti, e di ordinare la tortura di prigionieri stranieri. Per giunta, coloro che conducono gli interrogatori seguendo gli ordini del presidente sono stati dichiarati immuni da punizioni. La tortura stessa è stata ridefinita attentamente, così che le tecniche che infliggono dolore e sofferenza mentale potrebbero essere ritenute legali. Tutto questo è stato fatto come introduzione all’indicazione di 24 metodi di interrogatorio per prigionieri stranieri – le stesse tecniche ora in uso, che il Presidente Bush definisce umane ma rifiuta di rivelare.
Non c’è giustificazione, legale o morale, per i pareri forniti dagli incaricati legali di Mr. Bush ai dipartimenti della Giustizia e della Difesa. La loro è la logica dei regimi criminali, delle dittature in tutto il mondo che ammettono la tortura per motivi di “sicurezza nazionale”. Per decenni il governo degli Stati Uniti ha condotto campagne diplomatiche contro tali governi fuorilegge – dalle giunte militari in Argentina e in Cile alle attuali autocrazie in paesi Islamici come l’Algeria e l’Uzbekistan – che sostengono che la tortura è giustificata quando viene usata per combattere il terrorismo. La notizia secondo cui funzionari che servono gli Stati Uniti hanno sottoscritto principi una volta accampati da Augusto Pinochet disonora la democrazia Americana – anche se fosse vero, come sostiene l’amministrazione, che le sue teorie non sono state messe in pratica. Almeno sulla carta, i ragionamenti dell’amministrazione procureranno una scusa pronta per i dittatori, specialmente quelli alleati degli Stati Uniti, per continuare a torturare e uccidere i detenuti.
Forse i legali del presidente non sono interessati all’impatto globale delle loro politiche – ma dovrebbero essere preoccupati riguardo al trattamento di militari e civili Americani in paesi stranieri. Prima che l’amministrazione Bush entrasse in carica, le procedure degli interrogatori dell’Esercito – che non erano riservate – stabilivano questo semplice e sensibile test: Non doveva essere usata nessuna tecnica che, se applicata da un nemico contro un Americano, sarebbe stata considerata come una violazione delle leggi degli Stati Uniti o delle leggi internazionali. Ora immaginate che un governo ostile dovesse forzare un Americano a prendere droghe o a sopportare un severo stress mentale che sia appena insufficiente a provocare un danno irreversibile; o un dolore un po’ più leggero di quello di “collasso, danneggiamento di funzioni fisiche, o addirittura morte.” Che cosa (si penserebbe) se l’interrogatore straniero di un Americano “sapesse che un forte dolore sarebbe conseguenza delle sue azioni” ma procedesse perché causare tale dolore non era il suo obiettivo principale? Che cosa (si penserebbe) se un leader straniero dovesse decidere che la tortura di un Americano è necessaria per proteggere la sicurezza del suo paese? Gli Americani considererebbero questo legale, o moralmente accettabile? Secondo l’amministrazione Bush, dovrebbero.
Dalle prime rivelazioni, 7 - 8 Giugno 2004 a oggi, i
maggiori giornali Americani hanno continuato a
pubblicare documenti e opinioni e lettere sul problema
della tortura.
Mi propongo di seguire la stampa indipendente degli
Stati Uniti per affrontare uno dei più terribili, il più
terribile forse, dei comportamenti umani.
Oggi, 23 Giugno 2004, la sconfessione:
Memo on Interrogation Tactics Is Disavowed
Justice Document Had Said Torture May Be Defensible
By Mike Allen and Susan Schmidt
Washington Post Staff Writers
Wednesday, June 23, 2004; Page A01
Ieri, 22 Giugno 2004, l'elenco dei documenti della Casa Bianca sul trattamento dei detenuti:
White House Documents on Detainee Treatment
FindLaw
Tuesday, June 22, 2004; 11:11 PM
• Assistant Attorney General Jay S. Bybee letter to White House counsel, Aug. 1, 2002: Interrogation and Torture
http://www.washingtonpost.com/
Nel Parlamento Italiano, nel corso dei lavori per
dichiarare la tortura "reato" e, come tale, inserirla nel
codice penale, la Lega ha presentato un emendamento che
sostanzialmente la legittimerebbe, anche se limitatamente
a una volta soltanto.
La maggioranza del governo Berlusconi ha approvato.
La determinazione dell'opposizione ha fatto rinviare tutto
alla commissione competente. Non so come sia andata a
finire. Cercherò di informarmi. h
Intorno alla legalizzazione della tortura (1)
ROUGH JUSTICE: A fighter from the Afghan war is hauled to an interrogation session in February 2002 [GIUSTIZIA SOMMARIA: Un combattente dalla guerra Afghana è trasportato a una sessione di interrogatorio nel Febbraio 2002]
Questa fotografia apre un articolo complesso e impegnativo del TIME di questa settimana. Un rapporto su tutta una serie di documenti e discussioni presenti nei maggiori giornali Americani: Washington Post e New York Times. Desidero esprimere subito tutto il mio apprezzamento per la stampa Americana che non sorvola su un argomento cruciale come quello che segue.
Redefining Torture
Did the U.S. go too far in changing the rules, or did it apply the new rules to the wrong people?
![]() |
|
In questa foto pubblicata dal Washington Post un prigioniero iracheno nudo cerca di proteggersi da un cane al guinzaglio di un militare Usa (Ap) |
![]() |
|
Una soldatessa americana sorride mentre opera sulla ferita di un detenuto iracheno nel carcere di Abu Ghraib (Ap) |
USA
Il manuale segreto per torturare in libertà
Wall Street Journal: i legali del Pentagono scoprirono come il presidente poteva aggirare le leggi internazionali
Tortura Un parere legale al Dipartimento alla difesa, datato marzo 2003, elenca le tecniche di interrogatorio «più energiche» da usare a Guantanamo: sono quelle poi usate in Iraq. Lo studio offre le giustificazioni legali: nella guerra al terrorismo il presidente non è tenuto a rispettare le leggi che vietano la tortura, americane o internazionali. E nessuno, che agisca sotto sua istruzione, potrà essere processato per questo
MA.FO.
Secondo uno studio compilato dai consiglieri legali del governo degli Stati uniti, il presidente non è tenuto a rispettare le leggi americane e internazionali che vietano la tortura - e dunque gli ufficiali del governo americano che torturano detenuti in base a ordini impartiti dal presidente non possono essere processati dal Dipartimento alla giustizia. Lo riferisce il Wall Street Journal nell'edizione europea di ieri, dove cita una prima bozza di quel documento datata 6 marzo 2003. La versione definitiva, approvata il 16 aprile 2003 dal segretario alla difesa Donald Rumsfeld, contiene anche una lista di «tecniche di interrogatorio» specificando se richiedono l'approvazione previa del Pentagono: ora è parte di un rapporto coperto da segreto. L'intero studio si basa su una delle forzature giuridiche più eclatanti compiute dall'amministrazione Bush dopo l'11 settembre del 2001, e cioè i poteri praticamente illimitati attribuiti al presidente dalla Patriot Act nel condurre la «guerra al terrorismo». Lo studio è stato compilato da un gruppo di consiglieri legali del governo, militari e civili, ed era stato commissionato dal Dipartimento alla difesa per rispondere alle richieste dei comandanti di Guantanamo, che lamentavano di non riuscire a estrarre abbastanza informazioni dai loro prigionieri usando i metodi «convenzionali»: in altre parole, chiedevano fin dove potevano spingersi. E lo studio li ha accontentati, dicendo loro che potevano usare «approcci più assertivi» senza preoccuparsi di conseguenze legali, secondo l'eufemismo usato da un ufficiale che ha partecipato a stendere quello studio ed è citato dal giornale newyorkese. A Guantanamo sono stati dunque usati metodi «non ortodossi» di interrogatorio poi trasferiti a Abu Ghreib: dal torcere il corpo del prigioniero a mettergli biancheria femminile sulla testa, a dirgli «sono al telefono con qualcuno in Yemen che tiene la tua famiglia con una granata pronta a esplodere se non parli». Gli ufficiali americani le definiscono pratiche sgradevoli e umilianti ma non «tortura».
In sostanza, il parere legale voluto dal Dipartimento alla difesa suggerisce come aggirare i due testi fondamentali che vietano la tortura: la Convenzione internazionale contro la Tortura, del 1994, e lo Statuto sulla tortura (una legge federale) che ne applica i principi fuori dal territorio Usa. E la prima scappatoia è proprio quella dei poteri presidenziali: nella guerra al terrorismo il presidente è il comandante-in-capo e può, a sua unica discrezione, sospendere le garanzie costituzionali. Dunque, né il presidente né chi agisce sotto sua istruzione è tenuto a rispettare lo Statuto sulla tortura. Ergo, il Dipartimento alla giustizia «non può condurre un procedimento penale contro un imputato che ha agito seguendo l'esercizio dei poteri costituzionali del presidente».
Lo studio precisa che lo Statuto sulla tortura si applica in Afghanistan ma non a Guantanamo - dove l'amministrazione Bush sostiene che i detenuti non hanno diritti costituzionali e non possono fare ricorso alla giustizia americana (questione su cui però dovrà pronunciarsi la Corte suprema). Anche dove lo Statuto si applica, la «tortura» è ridefinita in modo molto stretto. Poi ci sono sotterfugi veri e propri: se messi sotto accusa, suggerisce lo studio, invocate la «necessità». Oppure l'«autodifesa», intesa come «prevenire attacchi agli Stati uniti». O la «buona fede»: lo Statuto sulla tortura impedisce di invocare gli ordini superiori per giustificare atti di tortura, ma voi dire che pensavate di applicare gli ordini presidenziali. Insomma: come aggirare le leggi, americane e internazionali, e farla franca.
Fonte : Il Manifesto dell' 8-06-04