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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
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US 'arrogant and stupid' in Iraq
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Alberto Fernandez told al-Jazeera TV the US was now willing to talk to any insurgent group apart from al-Qaeda in Iraq, to reduce sectarian bloodshed. His remarks came after President George W Bush discussed changing tactics with top military commanders. A report that officials are drawing up a timetable for Iraq's government to improve security has been denied. The New York Times reported that the Bush administration was preparing a timetable for the government to meet objectives - including disarming sectarian militias - that would stabilise the country and allow US troops to take a reduced role.
The plan is "to get the Iraqis to step up to the plate", the newspaper cited a senior administration official as saying. "We can't be there for ever," the official added. But White House spokeswoman Nicole Guillemard denied the report. "The story is not accurate, but we are constantly developing new tactics to achieve our goal," she said. Meanwhile, British Foreign Office Minister Kim Howells, in an interview with the BBC, has suggested that the Iraqi security forces could take over much of the work of US-led forces within a year. 'Regional disaster' Mr Fernandez, an Arabic speaker who is director of public diplomacy in the state department's Bureau of Near Eastern Affairs, told Qatar-based al-Jazeera that the world was "witnessing failure in Iraq". "That's not the failure of the United States alone, but it is a disaster for the region," he said. "I think there is great room for strong criticism, because without doubt, there was arrogance and stupidity by the United States in Iraq." On talks with insurgent groups, he said: "We are open to dialogue because we all know that, at the end of the day, the solution to the hell and the killings in Iraq is linked to an effective Iraqi national reconciliation." 'Goal is victory' Mr Fernando's comments came after Mr Bush said in his weekly radio address that US troops were changing tactics to deal with the insurgency.
"Our goal in Iraq is clear and unchanging," he said. "Our goal is victory. What is changing are the tactics we use to achieve that goal." He later held a teleconference call with senior military commanders, as violence continued in Iraq. Saturday saw 17 people killed in a mortar attack on a market near the capital, Baghdad, while three US marines killed in Anbar province, bringing the total number of US troops killed in Iraq in October to 78. The BBC's James Westhead in Washington says that while there is no official change in US strategy, change is on everyone's lips. A new poll weeks before key Congressional elections shows two-thirds of Americans believe the US is losing the war in Iraq. |
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| Stati Uniti d'America - 02.9.2005 |
| New Orleans, vicino a Tikrit |
| Lettera aperta di Michael Moore al presidente George W. Bush |
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Caro signor Bush,
hai idea di dove sono tutti i nostri elicotteri? Siamo al quinto giorno dal ciclone Katrina e migliaia di persone sono bloccate a New Orleans e hanno bisogno di essere portate via. Dove diavolo hai messo tutti i nostri elicotteri militari? Hai bisogno di aiuto per trovarli? Io una volta ho perso la macchina in un parcheggio di Sears. Wow, è stato davvero un casino.
E poi, hai idea di dove sono tutti i nostri uomini della Guardia Nazionale? Ci farebbero veramente comodo adesso per quel genere di cose per le quali si sono arruolati, tipo dare una mano in caso di catastrofe nazionale. Com’è che non erano lì?Giovedì scorso ero nel sud della Florida, seduto all’aperto, e l’occhio del ciclone Katrina mi è passato sopra la testa. In quel momento era solo di categoria 1, ma è stato comunque parecchio tosto. Sono morte undici persone e, ad oggi, ci sono ancora case senza elettricità. Quella notte le previsioni del tempo hanno detto che la tempesta si stava dirigendo verso New Orleans. Ed era giovedì! Non te l'ha detto nessuno? So che non volevi interrompere le vacanze e so quanto ti dispiaccia ricevere brutte notizie. E poi avevi degli amici che raccolgono fondi per te da andare a trovare e delle madri di soldati uccisi da ignorare e denigrare. Certo che gliel’hai fatta vedere!
In particolare mi è piaciuto come, il giorno dopo il ciclone, invece di prendere un aereo e precipitarti in Louisiana, sei andato a San Diego a far festa con i tuoi colleghi amichetti. Ma non lasciare che la gente ti critichi per questo – dopo tutto, il ciclone era finito, e tu che diavolo potevi fare, tamponare la falla con un dito? E non ascoltare quelli che, nei prossimi giorni, riveleranno come quest’estate hai puntualmente ridotto il budget del genio militare destinato a New Orleans per il terzo anno di fila. Tu digli solo che anche se non avessi tagliato i fondi per sistemare quegli argini, non ci sarebbero comunque stati ingegneri dell’esercito per aggiustarli perché c’era un lavoro di costruzione molto più importante di cui si dovevano occupare – COSTRUIRE LA DEMOCRAZIA IN IRAQ!
Il terzo giorno, quando finalmente sei partito dalla casa delle vacanze, devo ammettere che mi ha commosso il modo in cui hai fatto scendere dalle nuvole il tuo Air Force One volando sopra New Orleans per dare un’occhiata al disastro. Hey, lo so bene che non potevi mica fermarti, prendere in mano un megafono in piedi tra le macerie e comportarti come un comandante in carica. Quello l'hai già fatto. Ci saranno quelli che cercheranno di politicizzare questa tragedia e di usarla contro di te. Tu fa’ in modo che la tua gente sottolinei questa cosa. Non rispondere a niente. Anche quei fastidiosi scienziati che avevano previsto che tutto questo sarebbe successo perché l’acqua nel Golfo del Messico sta diventando sempre più calda, rendendo inevitabile una tempesta come questa. Ignorali, loro e tutti i loro chiacchiericci sul riscaldamento della terra. Non c’è niente di insolito in un ciclone tanto grande quanto un tornado della massima forza distruttiva che si estende da New York a Cleveland.No, signor Bush, tira dritto per la tua strada. Non è colpa tua se il 30% degli abitanti di New Orleans vive in miseria, o se decine di migliaia di loro non avevano mezzi di trasporto per lasciare la città. Andiamo, sono neri! Cioè, non è mica come se una cosa del genere fosse successa a Kennebunkport. Ti immagini, lasciare dei bianchi sui tetti per cinque giorni? Ma non farmi ridere! La razza non ha niente – NIENTE – a che vedere con tutto questo!
Tieni duro, signor Bush. Cerca solo di trovare qualcuno dei nostri elicotteri e mandali là. Fa’ finta che la gente di New Orleans e la costa del Golfo del Messico siano vicini a Tikrit.
Tuo
Michael Moore
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Torture, l'esercito Usa si autoassolve
Il Pentagono decide di non processare i diciassette soldati accusati di «assassinio, cospirazione e omicidio colposo» per la morte di tre prigionieri in Iraq e Afghanistan
FRANCO PANTARELLI
'NEW YORK C'era stata un'indagine. Gli uomini della divisione criminale dell'esercito americano avevano fatto il loro lavoro e la loro raccomandazione finale era stata che disciassette soldati venissero processati per reati come «assassinio, cospirazione e omicidio colposo», riferiti a tre persone morte in Afhganistan e Iraq mentre si trovavano «sotto custodia» delle forze armate americane. Il Pentagono ha ricevuto quelle raccomandazioni, ha ringraziato gli investigatori, ha valutato le loro indicazioni e poi ha deciso di non processare quei diciassette soldati, compiendo così un ulteriore passo verso il generale auto-perdono. Non si tratta più di scaricare sulle «mele marce» la colpa di questo spaventoso passo indietro compiuto dagli Stati Uniti sul piano della civiltà: ora l'obiettivo sembra quello di perdonare le stesse mele marce. Non tutti i diciassette prodi sono stati prosciolti, tuttavia. Uno di loro ha dovuto subire nientemeno che una reprimenda scritta e un altro è stato congedato.
Un portavoce della divisione criminale, Chris Grey, ha rilasciato una dichiarazione molto rispettosa della decisione di non processare quei soldati, come si conviene a una struttura militare specie di questi tempi, ma anche così dalle sue parole traspare una certa «delusione» per come si è conclusa questa storia. «Noi - ha detto - consideriamo ogni morte molto seriamente e siamo impegnati a indagare ogni caso con la massima professionalità e accuratezza, determinati ad arrivare alla verità dovunque le prove possano portare e senza badare al tempo che ci vuole». Insomma, dice senza dire il portavoce, noi il nostro lavoro lo abbiamo fatto e lo abbiamo fatto bene. Se quei soldati sono riusciti a evitare il processo non prendetevela con noi. E chissà che non sia proprio quella delusione degli investigatori la ragione per cui i dettagli di questa storia hanno finito per trapelare.
I tre morti - solo di uno di loro, un colonnello iracheno, si conosce parzialmente il nome, Jameel, che forse è davvero il suo ma forse no - sono una sorta di primo stock dei «28 più 3" (nel senso che 28 sono di competenza dell'esercito e 3 della marina) su cui è stata avviata un'indagine. Nel primo dei tre casi, quello appunto del colonnello Jameel, si è deciso di non processare nessuno perché la sua morte è sopraggiunta come "conseguenza" di una serie di applicazioni legali della forza» e che quelle applicazioni si sono rese necessarie «in risposta alle ripetute aggressioni da parte del detenuto». Insomma è colpa sua, del colonnello, se a un certo punto lo hanno «dovuto» appendere a un bastone per la gola e lui è morto asfissiato. La cosa è avvenuta all'American Forward Operating Base di Al Asad, in Iraq, nel gennaio 2004.
Della seconda morte senza responsabili si sa molto poco, solo che è avvenuta in Afghanistan nell'agosto del 2002 e che il caso è stato archiviato per «mancanza di prove», mentre della terza si sa un po' di più: che è avvenuta in Iraq nel settembre 2003, che il morto era prigioniero della quarta divisione di fanteria, che il luogo dove era detenuto era uno dei tanti american detention center e che il suo caso l'archiviazione è stata decisa perché i soldati responsabili «non erano bene informati delle regole di ingaggio».
Uso legale della forza, regole di ingaggio: sono termini che sembrano portare direttamente ai famosi «memo» stilati dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld e dal consigliere legale di Georege Bush, quell'Alberto Gonzales che poi è stato promosso ministro della Giustizia. E in effetti sembra principalmente questa la ragione per cui il Pentagono ha deciso di non andare avanti, il che non fa sperare niente di buono negli altri casi attualmente ancora in piedi. Di sedici di essi si sa che le indagini sono state concluse ma che ancora non sono state fatte le «raccomandazioni». Delle altre dodici morti si conosce in pratica solo il loro numero e i celebrati media americani non mostrano molto desiderio di saperne di più. Un'osservazione però è ancora possibile. Di queste 31 morti sotto indagine, solo una è avvenuta ad Abu Ghraib, il che fa pensare che la fama di quella prigione come pietra dello scandalo delle torture è probabilmente usurpata. In altri american detention center succede di peggio.
Un sito per chiedere scusa
"Uno dei 55 milioni di americani che ha votato contro Bush, chiede scusa per i 55 milioni di idioti che hanno votato per lui"
Il settimanale dedica la sua copertina alla storia di una "clamorosa truffa ai danni dell'Iraq" ricostruita da Naomi Klein. Stando all'anticipazione dell'Esperesso, la Carlyle ha intrapreso una trattativa con il Kuwait affinché il credito vantato dal Paese del Golfo nei confronti dell'Iraq sia interamente pagato.
Attraverso il consorzio appositamente costituito, Carlyle incasserebbe il 5 per cento della somma dovuta al Kuwait, insieme ad altri due miliardi di dollari da investire nei prossimi 12-15 anni.
Nuovi imbarazzi per Bush
Un rapporto riferisce che non ci sono prove che Saddam avesse armi di distruzione di massa. Un documento della Cia nega le relazioni tra Saddam e Al-Qaeda
di Diario
L'ispettore Charles A. Duelfer ha testimoniato di fronte alla commissione per i servizi armati del Senato americano, Senate Armed Services Committee, che nell'Iraq di Saddam Hussein non c'erano armi di distruzione di massa. Rivelazioni che imbarazzano Bush alla vigilia delle elezioni.
Duelfer è a capo dell' Iraqi Survey Group, un gruppo di funzionari incaricati di ispezionare il Paese e studiare le migliaia di documenti che gli americani hanno raccolto, per trovare le prove della presenza di WMD (armi di distruzione di massa) in Iraq.
In realtà nel rapporto di 1500 pagine si dice che prima dell'invasione americana del 2003 il governo di Saddam aveva sì tentato di produrre armi proibite trasgredendo le sanzioni dell'Onu, ma non ne possedeva.
Duelfer aveva fatto rapporto sull'andamento delle indagini davanti al Congresso. Secondo tre ufficiali dell'amministrazione Bush che hanno parlato in forma anonima con il New York Times, se il documento definitivo seguirà la linea emersa nel primo rapporto, la conslusione sarà che gli elementi raccolti sono del tutto insufficienti ad affermare che l'Iraq avesse, o stesse fabbricando, armi di distruzione di massa.
Saddam aveva i mezzi per ricominciare la produzione. Quando l'America ha dichiarato guerra utilizzava laboratori clandestini per produrre armi chimiche e biologiche, probabilmente per assassinii mirati e non per attentati su larga scala.
Non è l'unica relazione imbarazzante per l'amministrazione Bush. Un rapporto della CIA che risale ad agosto basato su informazioni raccolte dopo l'invasione americana, e svelato oggi sempre dal New York Times, ritiene improbabile che Saddam Hussein abbia dato rifugio a uomini del terrorista giordano al-Zarqawi.
Un altro colpo alla tesi dei presunti legami con Al-Qaeda, elemento chiave con cui Bush legittimava l'attacco all'Iraq. Le nuove valutazioni dell'agenzia vanno a toccare il nervo scoperto della legittimità del conflitto iracheno.
Il portavoce della CIA ha rifiutato di fare commenti e c'è molta cautela anche tra gli ufficiali del governo nel parlare del rapporto poichè non si vogliono aumentare la tensione già esistenti fra l'agenzia e la Casa Bianca.
fonte: http://www.diario.it/?page=wl04100604
Vittime della propria guerra
di Mark Benjamin - UPI
Centinaia di soldati americani malati e feriti, tra i quali molti di ritorno dalla guerra in Iraq, si trovano ora a languire in bollenti baracche di cemento, mentre aspettano - a volte per mesi - di vedere i medici. La Guardia Nazionale e i riservisti vivono in condizioni al di sotto degli standard minimi, e le cure mediche sono così scarse che molti di loro pensano che l'esercito stia cercando di farli fuori per ridurre le spese di mantenimento. Un documento ottenuto dall'UPI dimostra che non vi saranno visite mediche dal 14 ottobre al 11 novembre, giorno dei veterani.
“Ho amato l’esercito. Ho servito l’esercito fedelmente e ho fatto tutto quello che l’esercito mi ha chiesto di fare”, ha dichiarato il sergente Willie Buckels, che guidava camion per la 296esima compagnia di trasporto. Buckels è stato riservista per l’esercito per 27 anni, compresa l’Operazione Iraqi Freedom e la prima Guerra del Golfo. “Ora tutti i miei pensieri sull’esercito USA sono cambiati. Vengo trattato come un cittadino di terza classe”.
Dal suo ritorno dall’Iraq, in maggio, Buskels, che ha 52 anni, sta cercando di ottenere una visita per scoprire da cosa derivi un intenso dolore che sente all’addome. Ora il dolore è raddoppiato.
Dopo aver atteso sin da maggio questa diagnosi, Buckels ha accettato il 20 percento di quanto gli era dovuto per un problema cronico alle ginocchia ed è tornato dalla sua famiglia in Mississippi. “Qui non sono ancora riusciti a scoprire cosa non va nella mia salute, ma stanno provando”, ha detto Buckels.
Un mese dopo che il Presidente Bush ha ringraziato i soldati a Fort Stewart – sede della famosa Terza Divisione di Fanteria – come eroi di ritorno dall’Iraq, approssimativamente 600 membri, feriti o malati, tra i riservisti e la Guardia Nazionale sono stipati in pessime baracche buie, di cemento annerito, in un campo sabbioso, in attesa di dottori che curino i loro mali o le loro ferite.
I soldati della Guardia Nazionale o riservisti sono in quello stato che l’esercito chiama “trattenimento per fini medici”, mentre l’esercito decide quanto malati o disabili essi siano e che rimborso accordare loro, se glielo accorderanno.
Alcuni soldati hanno dichiarato che hanno atteso sei ore, ogni giorno, per ottenere un appuntamento, senza però riuscire ad essere visti da un medico. Altri hanno descritto attese di settimane o mesi senza ottenere una diagnosi o un trattamento adeguato.
Questi soldati affermano che i militari in servizio attivo stanno ottenendo un migliore trattamento mentre le truppe che servono la Guardia Nazionale o i riservisti vengono lasciati nel pantano del trattenimento per fini medici.
“Non c’è un esercito. Ce ne sono due: esercito vero e proprio da una parte e riservisti dall’altra”, ha dichiarato una soldatessa che è stata impiegata nell’Operazione Iraqi Freedom, e durante quest’operazione ha sviluppato una grave malattia cardiaca e uno strano male della pelle.
Una mezza dozzina di richieste di commenti rivolte dall’UPI sia ai funzionari che si occupano di affari pubblici di Fort Stewart che al Commando delle Forze USA di Atlanta, non hanno ricevuto risposta.
I soldati qui rinchiusi stimano che circa il 40% delle persone ora in attesa di cure mediche, siano state impiegate in Iraq. Di queste, molte descrivono una serie di strani mali, come problemi cardiaci e polmonari, e costoro prima erano tutti in buona salute.
Affermano che l’esercito ha tentato di rifiutare di dar loro qualunque rimborso o assistenza, dichiarando le ferite e le malattie dovute a “una condizione pre-esistente”, anteriore al servizio militare.
Così la maggior parte dei soldati in attesa di cure, a Fort Stewart, restano nelle loro file di baracche grigie, rettangolari, a un piano, senza bagno, senza aria condizionata. Sono al buio, nel calore e nell’umidità del sud della Georgia. Circa 60 soldati ammassati, cuccetta contro cuccetta, in ogni piccola baracca.
I soldati, per quanto malati, devono camminare, magari appoggiandosi a stampelle, per un lungo percorso in mezzo alla sporcizia e alla sabbia, per raggiungere i bagni comuni. Bagni che condividono due pareti con gli uffici, ma per il resto sono aperti e privi di alcuna privacy. Una fila di orinatoi si appoggia a una parete. Le latrine puzzano di urina e sono piene di insetti, le poche finestre non hanno vetri. La doccia è in una baracca comune. I soldati affermano che ognuno di loro deve comprarsi la propria carta igienica.
Essi hanno detto che queste condizioni possono essere anche sopportate durante un duro allenamento, ma non sono adatte a persone malate.
“Penso sia disgustoso”, ha detto un riservista che era in Iraq e ha chiesto che il suo nome non venisse fatto.
Ha detto anche che dopo essere stato impiegato ha accusato improvvisi sintomi neurologici, mentre era a Bagdad, che sono peggiorati molto velocemente. Ora ha frequentissime e improvvise convulsioni incontrollabili.
Ha affermato che l’esercito gli ha detto che ha il Parkinson e che si tratta di un malessere precedente l’impiego, ma lui ritiene che la causa siano stati i vaccini che contenevano antrace che l’Esercito gli ha imposto.
“Dicono che ho il Parkinson, ma si sta sviluppando troppo rapidamente”, dice. “Non ho mai avuto nessun problema prima di quei vaccini”.
Il sgt. Gerry Mosley è arrivato in Iraq dal Kuwait il 19 marzo, con la 296esima Compagnia, portando combustibile passando affianco a veicoli iracheni da combattimento in fiamme. Mosley ricorda che stava benissimo prima della guerra, a 48 anni poteva correre per due miglia in 17 minuti.
Ma ora sono comparsi tanti sintomi: problemi ai polmoni, respiro corto, vertigini, emicranie. Pensa anche che il vaccino all’antrace gli abbia provocato danni. Mosley ha avuto anche una spalla distrutta da una ferita, infertagli là.
Mosley non era mai stato depresso prima, ma ora si ritrova a guardare i fucili pensando al suicidio.
Mosley sta pagando all’esercito 300$ al mese per avere una sistemazione migliore della baraccca di cemento. Ha ricevuto un avviso dalla base che gli segnala che nessun appuntamento per visite mediche sarà disponibile per i riservisti dal 14 ottobre all’11 novembre. Ha lamentato di non essere mai stato trattato in questo modo in tutti i suoi 30 anni passati tra i riservisti.
“Ora, non tornerei a combattere per l’esercito”, ha detto Mosley.
I soldati nelle baracche bollenti hanno continuato a insistere sul fatto che i soldati regolari almeno vengono visitati, mentre loro aspettano.
"Questi tipi in servizio attivo che arrivano qui… vengono curati prima”, ha detto un altro soldato di ritorno dall’Iraq sei settimane fa con una seria ferita alla schiena. Ha visto un dottore, da allora, soltanto due volte.
Un altro riservista del 148esimo Battaglione di fanteria ha raccontato delle serie difficoltà incontrate per vedere medici. Ha avuto un piede completamente fatto a pezzi, schiacciato, in Iraq. “Non ci sono abbastanza medici. Sono sovraccarichi e non possono fare le operazioni chirurgiche assolutamente necessarie”, ha affermato questo soldato. “Guarda questi materassi. Ci si sente male solo a sedercisi sopra”, ha continuato indicando le cuccette. “Qui ci sono persone che sono tornate ad aprile, ma non hanno avuto accesso agli ambulatori sino a luglio. Si sta mettendo davvero male per queste persone e per le loro famiglie”.
Il Pentagono ha dichiarato di star pianificando di richiamare in servizio molti altri riservisti.
In un discorso del 9 ottobre alla Guardia Nazionale e ai riservisti, a Portsmouth, nel New Hampshire, Bush ha detto che essi erano la spina dorsale dell’esercito.
“I Cittadini-soldato stanno contribuendo alla guerra contro il terrorismo su tutti i fronti”, ha detto Bush. “E state rendendo il nostro paese, e vostro, davvero fiero di voi”.
Tradotto da Nuovi Mondi Media
Fonte: http://www.upi.com/print.cfm?StoryID=20031017-024617-1418r
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I candidati e la lingua della sfida
Il secondo livello della battaglia in tv. Che passa per la scelta delle parole giuste
FRANCESCO DRAGOSEI
Difficile nella storia dei discorsi dei presidenti (o aspiranti presidenti) degli Stati uniti imbattersi - come nel faccia a faccia Bush-Kerry - in una tale preponderanza di parole di guerra (di ostilità, di cattiveria) sulle parole di pace o amore. Mettendo infatti assieme le parole di tutti e due i contendenti, quelle di odio (vale a dire «hatred», «kill», «killer», «terror», «terrorism», «threat», «war», «weapons of mass destruction» ammontano a un totale di 107. Quelle di pace invece («love», «peace», «peaceful», «pray», «heart») arrivano a un misero totale di 14. Uno squilibrio mai avvenuto prima d'ora, neppure nei discorsi dei presidenti che si trovavano nel pieno di una guerra aperta. Questo per la prima, generale impressione. Ma se ci si inoltra in una disamina più minuta, cominciano ad apparire delle forti differenze tra i due oratori. Se ambedue usano la parola «kill», è però solo Bush a servirsi di «killer», termine che ha una ben diversa connotazione «criminosa» rispetto al grado quasi neutro di «kill». O a servirsi del vocabolo «hatred» (odio) anch'esso carico di vibrazioni emotive. Tali termini tendono naturalmente a dare un'impressione più sanguigna, più terra terra, più popolare e meno politica della parola di Bush. Impressione che è rafforzata, questa volta sul versante positivo, anche da «heart» e «pray», due parole di forte risonanza affettiva che sono totalmente assenti in Kerry. La seconda, Bush la usa, oltre che per ricordare la propria religiosità, per fare una nuova irruzione negli affetti. Richiamandosi così a una vecchia astuzia dei politici americani di spogliarsi della (poco amata) veste politica (il presidente degli Stati uniti) per presentarsi negli umili panni di persone qualunque (presidenti nonni di nipotini, presidenti papà di marmocchi e padroni di cani, presidenti jogger della domenica). Per l'occasione Bush tira fuori l'asso della vedova e dell'orfano di un soldato caduto in Afganistan per servire appunto il suo presidente («le ho detto come il sacrificio di suo marito fosse nobile e onorevole»). Poi, un po' più in là, tira addirittura fuori quello della famiglia del suo «opponent» John Kerry, dicendogli come lo ammiri e, soprattutto, ammiri il fatto che sia un gran papà: «I admire the fact that he is a great dad».
Ma la carta più importante per questa marcia di allontanamento dalla politica e di avvicinamento alla gente, Bush la gioca addirittura con un giochetto subliminale. Si tratta della parola «people» (sia gente che popolo). Che non solo usa più spesso di Kerry (23 volte contro 17), ma soprattutto in modo molto più micidiale. Mentre Kerry la usa infatti quasi sempre nel senso connotativo di «gente» («some people don't like the fact»: «a certa gente non piace che»), Bush la usa assai più spesso nel senso emotivo di «popolo» («the American people»), innescando ogni volta negli spettatori non solo la memoria della Costituzione degli Stati uniti («We the people»), ma una loro inconscia identificazione con colui che tanto spesso pronuncia quel «the people». Ma una carta ancora migliore viene paradossalmente data a Bush da Kerry. Ma non perché Kerry faccia male la sua parte. Al contrario, perché la fa troppo bene. Egli surclassa infatti il povero Bush. Ha una pronuncia chiara, composta, non fischiata come quella di Bush, un vocabolario molto più articolato di quell'avversario che non fa che martellare su pochi concetti. Coglie spesso con i suoi limpidi ragionamenti Bush in castagna lasciandolo con una ridicola faccia infuriata come quella di Paperino.
Ma il guaio è proprio questo. In tal modo Kerry completa il processo di identificazione dello spettatore con Bush. Non certo l'intellettuale liberal. Ma quell'americano minuto, emotivo, che non solo si identifica con coloro che sono (o sembrano) semplici come lui, ma odia i «politici», quei tali che con capacità oratorie, con la dialettica, con la loro lucidità gira gira, finiscono sempre per infinocchiare quelli come lui. O come Bush.
fonte : Il Manifesto del 2-10-04

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La differenza c'è, e si vede
Da Boston a New York, identikit a confronto dei delegati alle due Convention
Sondaggi opposti Da un lato chi è contro la guerra e la pena di morte, per l'Onu, le libertà civili e l'aborto, l'intervento statale. Dall'altro, tutto l'opposto
M. D'E.
INVIATO A NEW YORK
Chi, come Ralph Nader e i suoi epigoni italiani, sostiene che negli Usa tra democratici e repubblicani non c'è nessuna differenza, dovrebbe studiarsi il sondaggio comparativo su composizione sociale e opinioni politiche dei delegati alle due Conventions. I neri costituiscono solo il 2% dei votanti e il 6% dei delegati repubblicani. Al contrario è nero ben il 28% dei votanti e il 18% dei delegati democratici (il triplo). Idem tra i delegati ispanici: è latino il 7% dei repubblicani, e 15% dei democratici (più del doppio). È donna il 43% dei delegati repubblicani, ma il 50% di quelli democratici (il 14% in più). I delegati con un reddito medio basso sono l'8% tra i repubblicani e il 15% tra i democratici (quasi il doppio). È sindacalizzato solo il 3% dei il 25% dei delegati democratici, contro il 3% di quelli repubblicani (il rapporto è di otto a uno). Mentre è integralista religioso (evangelico o cristiano rinato) il 33% dei delegati repubblicani contro il 13% di quelli democratici. Possiede in casa un arma il 45% dei repubblicani contro il 22% dei democratici. Insomma quello democratico è il partito delle minoranze (neri e latinos), delle donne, dei ceti medio bassi, dei sindacati. Il repubblicano è il partito maschile, bianco, agiato, antisindacale, religioso e armato. Ma è il baratro delle opinioni politiche a colpire di più: i delegati democratici sono in massa contro la guerra in Iraq (86%), auspicano una stretta collaborazione con l'Onu per risolvere le crisi internazionali (79%), pensano che le leggi anti-terrorismo minano le libertà civili (77%), propugnano l'intervento dello stato nel risolvere i problemi nazionali (79%), vogliono che lo stato faccia rispettare una legislazione anti-inquinamento (62%), sono contro il libero commercio se questo colpisce le industrie americane (77%), sono contro la pena di morte (solo il 19% la sostiene), sono per la libertà di aborto (75%); solo un'infima minoranza è contraria al matrimonio dei gay (il 5% appoggia), e solo una minoranza auspica un maggior ruolo della religione nella campagna presidenziale (33%).
Tutto il contrario i repubblicani: appoggiano alla quasi unanimità la guerra in Iraq (86%), la pena di morte (57%) e il libero commercio estero (57%); vogliono che i candidati presidenti dicano quanto conta la religione nella loro vita come parte integrante della campagna (81%), sono contro l'aborto (è favorevole solo il 13%), contro una regolamentazione statale dell'ambiente (solo il 25% è a favore), contrarissimi a un maggior ruolo dello stato nel risolvere i problemi nazionali (solo il 7% è a favore); disprezzano in massa le Nazioni unite (solo il 7% auspica una collaborazione con l'Onu); non credono che la legislazione d'emergenza sia nociva per le libertà civili (solo il 15% lo pensa); sono al 49% per proibire i matrimoni gay; sono al 57% per la pena di morte.
Da un lato quindi un partito contro la guerra, per le libertà civili, per l'aborto, per l'Onu, per un maggiore intervento statale, contro la pena di morte, laico; dall'altra un partito schierato per la guerra, contro l'Onu, contro le libertà civili, contro l'aborto, contro i gay, contro la protezione dell'ambiente, per la pena di morte, per il privato, per la religione. Certo, i delegati sono sempre più radicali degli elettori, perché sono militanti (tra i repubblicani si dichiara conservatore il 63% dei delegati, e il 61% dell'elettorato; mentre tra i democratici si dichiara liberal il 42% dei delegati e il 34% dei votanti). Però la differenza è come tra il giorno e la notte. Che poi il vertice tradisca le posizioni della sua base, e si rifiuti di rappresentarle, come avviene adesso tra i democratici, è tutta un'altra questione.
fonte: il manifesto del 2/10/04
CENTOMOVIMENTI NEWS - 20 AGOSTO 2004
L'Iran: "Gli Usa non ci fanno paura, presto avremo l'atomica"
REDAZIONE
Il Governo iraniano, lanciando l'ennesima sfida alla comunità internazionale, ha annunciato che presto sarà in grado di sviluppare armamenti nucleari. Secondo quanto dichiarato dal sottosegretario di Stato americano John Bolton, il regime di Teheran ha infatti comunicato a funzionari tedeschi, britannici e francesi che entro la fine del 2005 sarà in grado di produrre una bomba atomica.
Una notizia confermata dal ministro della Difesa iraniano Ali Shamkhani che, nel corso di un'intervista con l'emittente araba al Jazeera, ha spiegato che il suo Paese non ha alcuna intenzione di "restare con le mani in mano ad aspettare che gli altri facciano di noi quello che vogliono".
In sostanza, Ali Shamkhani ha voluto chiarire che la sua nazione sta preparando le armi non convenzionali per essere in grado di rispondere ad un'eventuale operazione bellica statunitense.
E, se Washington provasse a colpire le installazioni nucleari per impedire la creazione della bomba all'uranio, la risposta militare sarebbe ugualmente violenta.
"Gli attacchi preventivi di cui parlano gli americani non sono un monopolio americano - ha avvertito - considereremo qualsiasi attacco contro le nostre installazioni nucleari come un attacco a tutto l'Iran e vi risponderemo con tutta la nostra forza".
La possibilità che il paese mediorientale possa veramente essere bombardato o invaso dagli Stati Uniti non è a questo punto così remota. Solo pochi giorni fa il segretario alla sicurezza nazionale Usa Condoleezza Rice aveva annunciato che la Casa Bianca è pronta ad impedire i progetti atomici di Teheran a qualunque costo e con ogni mezzo.
Parole che avevano tranquillizzato lo stato d'Israele, particolarmente preoccupato dalla possibilità che l'Iran possa costruire armi di distruzione di massa.
"Nulla è più importante per lo stato di Israele delle affermazioni della Rice, nella speranza, nell’auspicio e nella fiducia che gli Stati Uniti, indipendentemente da quale sia il loro presidente, useranno strumenti diplomatici e forza militare per impedire che si arrivi a una atomica iraniana - si leggeva in un recente editoriale del quotidiano Yediot Aharonot - dal punto di vista israeliano non c’è mai stato un momento più appropriato per ripetere: Dio benedica l’America".
Wed Jun 2, 2:22 PM ET: "Il mio amico Chirac"
"... nemmeno io vorrei essere occupato..."
Non tutti gli Iracheni combattenti sono "terroristi"
George W. Bush a Paris Match
PARIS (AFP) - US President George W. Bush ha reached out to France in an interview in which he calls President Jacques Chirac his "friend" and tries to portray differences over his decision to invade Iraq as an amicable debate. Il suo "amico" Chirac? "Un'amichevole discussione" sull'invasione dell'Iraq?"I have never been angry with the French. France has long been an ally," Bush said in the interview, translated into French and made available to AFP ahead of publication. Mai arrabbiato con i Francesi? La Francia un alleato?
On Iraq, he said, "I made a tough decision and not everybody agreed with that decision ... (but) friends don't always have to agree. Jacques told me clearly. He didn't believe that the use of force was necessary. We argued as friends." Già, non tutti erano d'accordo con quella decisione ... Jacques non era d'accordo. ...Hanno discusso come amici.
When asked whether he would invite the French president to his ranch in his home state of Texas -- a privilege accorded to few foreign leaders -- Bush told Paris Match with a laugh: "If he wants to come to see some cows, he's welcome. He can come and see the cows." Certo che lo inviterebbe al suo ranch in Texas ... l'amico Chirac può andarci e vedere le mucche.
NOVITA' ASSOLUTA, MA VESPA NON LO SAPEVA QUANDO RIMPROVERO' LA GRUBER
The US president also said that he did not consider all the Iraqis fighting the US occupation to be "terrorists".
Non tutti gli Iracheni combattenti sono "terroristi".
"The suicide bombers are, but the other fighters aren't. They just don't want to be occupied. Not even me, nobody, would want to be. That's why we're giving them their sovereignty. We are guaranteeing them complete sovereignty from June 30," he said.
... Loro appunto non vogliono essere occupati. Nemmeno io, nessuno, lo vorrebbe. E' per questo che gli stiamo dando la sovranità .... completa sovranità dal 30 giugno...
Washington slammed France for its role in leading international opposition to the Iraq war, with US Defence Secretary Donald Rumsfeld dismissing it as part of an "old Europe" while French companies were excluded from reconstruction contracts in Iraq.
Washington's promises of restoring Iraqi sovereignty meanwhile have come under scrutiny on both sides of the Atlantic.
The French newspaper Le Monde said: "We cannot speak ... of a transfer of 'full sovereignty'," and suggested that the White House was now "desperately seeking diplomatic, financial and military support" as it tried to extricate itself from a country that had become increasingly anti-American.
And the New York Times said the continued presence of nearly 140,000 American troops in Iraq, as well as US diplomats in Iraqi ministries, will doubtless keep "significant power" in US hands.
The paper quoted a UN diplomat as saying: "It's a charade. ... The problem is that you need a charade to get to the reality of an elected government next January. There's no other way to do this."
Bush's wife, Laura, contributed to the US charm offensive on France by giving an interview to state television network France 2 in which she also stressed that the two countries were "friends".
"Yes, we had our differences over the war in Iraq. But we have also worked together, we have worked together in Afghanistan. I think France will be with us in the reconstruction of Iraq, to help the Iraqis build democracy, to free themselves from the oppression of Saddam Hussein," she said, according to the channel's dubbed French translation of her remarks. Già le differenze che ci sono tra guerra e non guerra! E la Francia non era esclusa dalla lista dei "ricostruttori"?
"I believe, I think that we will always remain friends, that our two countries will always be allies. I hope so."
The First Lady added that she thought that French animosity towards her husband came from not knowing him well enough.
"He deeply believes that freedom for all is important. I hope people see that in him. It's a hidden aspect in his character. He has a character that Americans are proud of: a strong personality, he's tough, independent, with a love of freedom. Those are American characteristics and my husband has them. I think the French have them, too."
Lui (Bush) crede che la libertà sia la cosa più importante, come il suo amico Silvio:
"Noi dobbiamo essere consapevoli della superiorità della nostra civiltà, che ha dato luogo al benessere e al rispetto dei diritti umani e religiosi. Cosa che non c'è nei paesi dell'Islam... Dobbiamo evitare di mettere le due civiltà, quella islamica e quella nostra sullo stesso piano... La libertà non è un patrimonio della civiltà islamica... La nostra civiltà deve estendere a chi è rimasto indietro di almeno 1400 anni nella storia i benefici e le conquiste che l'Occidente conosce... C'è una singolare coincidenza fra gli islamici e gli anti-global nella loro opposizione all'Occidente"
(Silvio Berlusconi, 26 settembre 2001). (da LA REPUBBLICA, 3 giugno 2004)
Tutto questo è costato migliaia di morti e feriti, torture e dostruzioni, e non è ancora finita. Comunque, che sia almeno l'inizio della pace in Iraq! E l'Afghanistan? E il terrorismo? E la Palestina?